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GROTTE |
anno 51, n° 149 |
Gruppo Speleologico Piemontese CAI UGET
Sommario
Notizie dal Gruppo
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La parola al presidente |
A. Gabutti |
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Notiziario |
A cura di AA. VV. |
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Attività di campagna |
a cura di Sara Filonzi |
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51° Corso di Speleologia |
B. Giovine |
Esplorazioni, documentazioni
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Il Mongioie |
U. Lovera |
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Terrazze sul mare: la val Pennavaire |
M. Marovino |
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Pollino: la ricerca dell'ingresso …. |
I. Cicconetti & S. Filonzi |
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L'Infinito Sotterraneo al Pian del Tivano |
G. Badino |
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Chi si accontenta gode, si..ma... |
B. Giovine |
La nostra storia
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50 anni di Bollettino |
M. Di Maio |
Scienza e fanta...scienza
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Spiria |
G. Badino |
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Il suono delle grotte |
G. Badino |
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Incontri nel buio |
E. Lana |
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L'uscita dalla Terra Piatta |
G. Badino |
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Recensioni |
Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n° 3 di maggio-giugno 2009
Spedizione in A. P. TORINO, comma 20c, art. 2, Legge 662/96
Direttore Responsabile: Alberto Riccadonna (autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13/10/1973)
Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino
Redazione: Marziano Di Maio, Sara Filonzi, Attilio Eusebio, Uberto Lovera, Luisa Musiari, Laura Ochner, Alberto Gabutti
Fotografie di: G. Badino, A. Eusebio, P. Fausone, E. Lana, U. Lovera, M. Marovino, S. Peirone
Foto di copertina: elaborazione di Deborah Alterisio
GSP su Internet: HTTP://WWW.GSPTORINO.IT
Email: INFO@GSPTORINO.IT - Conto Corrente Postale 21691100
Parola al Presidente
Scrivo a gennaio 2009 la "Parola al Presidente" per il primo bollettino del 2008 che voi leggerete, se tutto va bene, non prima di marzo 2009. Non è la prima volta che siamo in ritardo e questo non ci deve stupire.
È il perché siamo arrivati in ritardo che invece preoccupa, o meglio rattrista.
Il motivo è semplice: ci stiamo spegnendo.
Non mancano le idee, manca la gente. Non ci sono più le "forze" per portare avanti cose che non siano indispensabili per sopravvivere. E anche queste si trascinano a fatica.
Tutto il resto sparito, dimenticato.
Abbiamo superato il famoso "conflitto generazionale" non per saggezza ma per mancanza di partecipanti. Meglio svanire che parlare. La vita di gruppo si è ridotta al lumicino e i venerdì sera con 7 persone sono già eccezionali.
Non abbiamo risolto il "cambio generazionale" perché purtroppo continuiamo ad avere pochi iscritti al corso e nessuno che si ferma. Quest'anno non ha fatto eccezione.
Non siamo più un gruppo speleologico con obiettivi esplorativi, "territori da difendere", voglia di esserci e partecipare ma una struttura che esiste per sopravvivere.
Bene, visto che il gruppo è fatto dalle persone e le persone a quanto pare latitano, sia fatta la volontà di chi sparisce e quindi 2008 della sopravvivenza.
Alberto Gabutti
Notiziario
Assemblea di inizio anno 2008 del GSP
Si è svolta in sede il 18 gennaio per discutere sui programmi di attività, sul magazzino, sui rapporti con il Parco Alta Valle Pesio e Tanaro, sull'Atlante delle grotte del Piemonte, sulla preparazione di venerdì culturali a tema, e per approvare il bilancio preventivo.
Per i programmi di attività invernale va tenuto conto che è già caduta molta neve. Vanno proseguite le esplorazioni al Tao, mentre sono previste ricerche in Val Casotto, alle Saline, al Venantur, agli Zottazzi in primavera con gli sci e altre minori. A Moncalvo non si può ancora andare in cava, che del resto alla domenica è chiusa, ma all'esterno sì. Per il campo estivo si ventila la possibilità del Pollino, subordinata ai risultati di un sopralluogo preventivo. Vanno ultimati i posizionamenti in zona Biecai.
Per la ricerca di un nuovo magazzino si è ancora in alto mare. Tramontata una possibilità torinese su cui si contava, ne resta un'altra da coltivare.
Circa il Parco, è pervenuta una bozza di perimetrazione dello stesso in tre zone a diversa regolamentazione. N. Milanese illustra le proposte presentate dall'AGSP per rendere accampabili alcuni luoghi strategici per noi; altre proposte saranno avanzate su indicazione dei Gruppi riguardo ai campi estivi e a deroghe alle limitazioni. Va tenuto inoltre presente che attività come certi scavi un po' importanti sono vietati da leggi statali.
Le gallerie inferiori di Riomartino (foto A. Eusebio)
Sull'Atlante si discute a lungo. U. Lovera comunica che il 21 gennaio avrà luogo una riunione per i lavori su Atlante e zona Biecai. A questo punto si apre una riflessione sui lavori monografici che riguardano Biecai, Atlante e Marguareis Sud; E. D'Acunzo ricorda che l'Esecutivo ha proposto di dare priorità al Marguareis Sud. Si discute se abbia più senso riunire in una sola pubblicazione il nuovo libro su Piaggia Bella integrato dalle altre cavità marguareisiane più importanti, in modo da completare il CD sul Progetto Marguareis Sud. U. Lovera obietta che per finire il lavoro sulla zona Biecai sarebbe questione di settimane (manca solo qualche grotta da descrivere), mentre per un libro del genere i tempi possono essere lunghi. A. Gabutti fa notare che non è possibile lavorare contemporaneamente a Biecai, Atlante e Marguareis Sud. Si decide dunque di dare la precedenza all'Atlante, che può essere terminato nel giro di qualche mese. Subito dopo dovrebbe partire l'ultimazione del lavoro sulla zona Biecai, parallelamente al completamento dei posizionamenti, e infine è assolutamente necessario procedere con il Marguareis Sud che sta accusando un ritardo pluriennale. Gli incaricati della commissione Atlante devono farsi parte diligente per ottenere quanto prima gli articoli dai vari autori; la commissione è composta da U. Lovera, I. Cicconetti più M. Marovino che darà una mano. È utile consultare la tesi di laurea di A. Cotti, mentre D. Calcagno dovrebbe fornire materiale sulla zona Masche.
G. Villa comunica di aver aggiornato la bibliografia a tutto il 2007.
Venerdì culturali: il 1° febbraio l'argomento sarà incentrato sui Gessi di Moncalvo, due venerdì dopo sul Pollino, mentre S. Filonzi e A. Dondana prepareranno una serata su Bossea.
Bilancio preventivo: il comparto uscite è stato stilato tenendo conto solo delle spese irrinunciabili ed è stato impostato prevedendo un passivo di circa 1.300 euro; è approvato. Va fatta una verifica sulle quote morose, il cui recupero è molto importante. Si affronta la questione dei proiettori e si decide di vendere quelli in soprannumero.
Saverio Peirone
Anche Saverio se n'è andato, non per il male che da tempo lo teneva in sospeso e da cui è scampato in extremis più di una volta, ma per un edema cerebrale in seguito ad una caduta sul ghiaccio in montagna, il 31 gennaio. Era arrivato da noi con il 7° Corso del 1963, 26 allievi tra cui anche Genio Gatto. Si è distinto soprattutto come speleosub e come fotografo sia in grotte aeree che subacquee.
All'esordio aveva destato molte perplessità, non in fatto di capacità ma per certi suoi comportamenti. Non era ancora uscito da un'adolescenza che dire scapestrata è poco, come tanti ragazzi di famiglia abbiente. Un tipo così oggi durerebbe poco nel GSP, ma allora si era più tolleranti e lui è un esempio, non il solo, di persone che il Gruppo con pazienza ha saputo recuperare traendone poi buoni frutti.
Pochi mesi dopo il corso è venuto d'appoggio alla Preta sia all'armo che al disarmo, scendendo con l'argano alla base del primo pozzo. Poi si è fatto le ossa al campo estivo in Cilento, tra l'altro stando fermo per sei ore sul precario terrazzo di -18 alla sommità del 224 del Gravattone in attesa della fine della piena per poter uscire. A fine anno è passato effettivo e vi è rimasto per 6-7 anni. È venuto in Sardegna al campo natalizio a Su Mannau e Su Anzu; su quest'ultimo c'è una sua relazione sul boll. n. 23. Ricordo com'era scandalizzato per dover dormire nella stalla di zi' Chiricu, peraltro vuota, che
a lui sembrava sporca...
Già da allora si è rivelato un valente fotografo, era il solo insieme a Tagliafico ad avere una Rollei 6x6. Nel 1964 è diventato subito istruttore del Corso e si è convertito all'attività sub con Eraldo, Prando, Sodero, mostrando subito una grinta esuberante. È stato il primo a superare il sifone dell'Orso di Ponte di Nava, -11 e 50 m di lunghezza, era con Edo e a quel tempo è stata la miglior performance in Italia. È poi tornato in Cilento per il campo estivo, con la sua spider carica di un compagno e di 11 sacchi, spider dal fondo basso spudoratamente maltrattata sulle quasi mulattiere del Cervati. Lo stesso anno ha iniziato a fare foto sub: si era attrezzato con una Rolleimarin che ha portato dalla Dragonera al Bue Marino, da Bossea a Su Cologone (a -30 nel 1966). È stato il primo ad esplorare il sifone di Su Cologone, nel '65, durante un campo estivo in appoggio a Valesio che stava girando il film L'isola, e a Tagliafico impegnato per un fotodocumentario: memorabili le battute alla foca monaca per farla passare davanti all'obiettivo. Nello stesso anno si è laureato a pieni voti in Veterinaria.
Nel '66 eccolo ancora in Sardegna al campo estivo ad immergersi a Su Cologone e al Fico, e lo stesso anno è stato fra i fondatori del Soccorso Speleo. Sul boll. n. 30 ha scritto un articolo su Considerazioni sulla fotografia subacquea in grotta. Nel '67 ha partecipato come istruttore ad un corso di speleosub con 15 iscritti organizzato in collaborazione tra GSP e Club del Mare. È andato al campo estivo alla Colla dei Signori e si è immerso nei sifoni delle Vene e del Lupo. Nel '68 come responsabile della sezione fotografica ha organizzato un corso interno di fotografia e dopo il campo estivo ha girato un reportage sull'abisso Saracco.
Ma la sua attività volgeva all'epilogo. Il 18 maggio '68, entrato nel sifone della Dragonera con Follis e Giorgetto, insieme a quest'ultimo per circostanze ancora da chiarire si è trovato al di là del sifone con scarse possibilità di ritrovare la via del ritorno per l'acqua torbida. Dopo 14-15 ore in attesa di soccorsi che là non sarebbero mai arrivati, affamati, infreddoliti e con un filo di luce hanno tentato di uscire da soli e vi sono riusciti, emergendo redivivi al mattino del 19 davanti agli amici increduli e ai soccorritori che si stavano ingegnando per tentare di ricercare i corpi... Per Saverio la vicenda ha segnato la fine dell'attività sub. Ma anche quella speleo era al lumicino. In ottobre infatti si è sposato, la sposa non ci amava molto e pian piano si sono poi allontanati. L'anno dopo è stato responsabile insieme a Roby Thöni della sezione foto-cine e ha fatto una decina di uscite, poi per anni non l'abbiamo più visto.
A pag. 3 una delle prime immagini subacquee, a pag. 4 immersione all'Orso di Ponte di Nava a metà anni '60 (foto di Saverio Peirone), qui sopra Saverio ad una cena speleologica il 25 maggio 1965
Ha infine trovato la donna giusta e con essa si è fatto una famiglia.
Nel 1993 in occasione dei 40 anni del GSP è venuto con i suoi alla testa e ha riallacciato i contatti. Da allora non si è perso i nostri raduni e le nostre serate di proiezioni, ne era visibilmente entusiasta, ultima la festa a Bologna per i 40 anni del Soccorso. Sopravvenuta la sua malattia, si è preoccupato di farci avere il suo ricco patrimonio di foto dell'epoca. Ultimamente stava bene e anche noi ci eravamo quasi dimenticati del suo problema.
Ne ricorderemo la sensibilità, la generosità, l'entusiasmo in tutto ciò che faceva, i momenti esaltanti di quando suonava, quando trovava un pianoforte era una delizia sentirlo battere i tasti...
MDM
Ad Avigliana un Centro Chirotteri
Un centro regionale per i pipistrelli è stato creato dall'Assessorato all'Ambiente della Regione Piemonte e reso operativo presso la sede del Parco naturale dei Laghi di Avigliana. Come si sa questi mammiferi sono protetti essendosi le colonie gravemente rarefatte a causa degli insetticidi che avvelenano il loro cibo e per la riduzione delle aree naturali dove essi possono vivere e nutrirsi. Dal 2006 il predetto Assessorato per mezzo del settore Pianificazione aree protette ha lanciato un progetto per monitorare le colonie. Il Centro si occuperà appunto di coordinare le azioni di tutela di enti e organismi vari a di attuare iniziative di protezione tra cui anche la sensibilizzazione del grande pubblico.
MDM
Incontro AGSP
"È spettato a Giaveno l'onore di ospitare nel 2008 l'incontro Regionale di Speleologia giunto ormai alla dodicesima edizione... ecc. ecc.." leggo su un ritaglio di giornale passatomi da Marziano.
È venuta poco fantastica, non per demerito giavenese, dei quali da vent'anni conosciamo le doti organizzative, ma semplicemente perché gli speleologi, cui la manifestazione sarebbe dedicata, non si sono presentati. Ai giavenici quindi è toccato non solo il ruolo di organizzatori, ma anche quello, inusitato di partecipanti. Un'edizione autarchica che ha visto i nostri arruolare figli e parenti fino al quarto grado, nonché l'intera sezione dei Cai per raggiungere, assieme ai pochi speleologi "stranieri" intervenuti, il centinaio di presenze necessario a scongiurare il crack finanziario.
È successo che i gruppi piemontesi hanno inizialmente perso la voglia di esplorare assieme, poi alcuni la voglia di esplorare, poi infine anche quella di intervenire alle manifestazioni comuni, in una deriva isolazionista, Torino non ne è immune, che non potrà portare a un ulteriore ridimensionamento dell'oramai scarna speleologia piemontese. Credo che in sede AGSP sarà necessaria un'analisi della situazione perché in tali condizioni risulterebbe perfettamente inutile una tredicesima edizione.
Il GSP a Momenti di montagna
Momenti di montagna è un xCorso (percorso) conoscitivo organizzato quest'anno dai CAI-UGET attraverso le varie attività interne della Sezione, con vari obiettivi tra cui quello di far conoscere ai soci l'ambiente naturale, la cultura, le varie testimonianze lasciate dall'uomo e le tradizioni delle "Terre Alte". Il GSP ha collaborato in una delle sessioni teoriche illustrando speleologia e geologia il 6 giugno e con un'uscita in grotta l'8 giugno.
... nuovi gruppi nascono o vecchi gruppi ritornano
Un saluto al giovane gruppo di Saluzzo riemerso dalle tenebre. Questo ci darà modo di rivedere due antiche conoscenze: Maurilio Chiri e Carlo Curti.
Se gli speleologi non arrivano ce li creiamo da noi
Per ovviare all'ormai costante problema del ricambio speleologico sempre più stanno ricorrendo alla tecnica di crearseli da sé i nuovi amanti del buio, è ora la volta di Sciandra, tra un inseguimento e l'altro ai raccoglitori di genepì, e Raffaella che hanno pensato bene di riprodursi. Dopo qualche vicissitudine è finalmente nato Lorenzo il 6 giugno. Ora stanno tutti benone. Un saluto al neonato, ed ai genitori.
... continuando
"Domenica scorsa è nato Emmanuel, tutto bene, mamma e bimbo (ed anche papà) stanno bene, il tempo passa tra poppate, pannolini e notti insonni. Passerà in sede per festeggiare. Ciao. Ago." Capita ormai nelle serate di fine agosto di ricevere sms come questo. Non ci resta che fare gli auguri ad Antoinette e Agostino.
Non solo esplorazione
Capita, col trascorrere del tempo, che si passi dalla speleologia d'esplorazione alla speleologia casearia. Accade che due luminosi ex esploratori abbiano un giorno deciso di sperimentare la tecniche di invecchiamento dei formaggi nelle familiari cavità naturali altresì chiamate grotte. È chiaro che se uno dei due golosi scienziati risiede in Canavese, le tome non potranno che provenire dalla Valchiusella (costano la metà rispetto al Cuneese), ed è altresì ovvio che se l'altro pioniere è il noto Bartolomeo Vigna da Mondovi, la grotta non potrà non essere quella di Bossea. Numerose sessioni di prove hanno provato come le tome dovranno avere un diametro iniziale di una ventina di centimetri e un altezza di circa 8\10 e dovranno, al momento dell'immissione nell'ipogeo, avere circa un mese di pre stagionatura e una crosta già formata. Seguendo queste indicazioni dopo tre, quattro mesi di gestazione, le tome usciranno, ridotte di dimensioni, vantando favoloso gusto e impegnativo odore. Fallimentari i tentativi di stagionatura in un letto di vinacce.
Inebriati dai successi raggiunti è quindi iniziata una seconda sessione di prove all'interno delle "nuove" grotte di Moncalvo che vantano, 12° C, una temperatura più idonea rispetto agli 8°C di Bossea. Al calcare segue il gesso. Vi terremo informati.
Donda si sposa…..
Attività di campagna
a cura di Sara Filonzi
1-2 gennaio. TAO. I. Cicconetti e R. Dondana (Donda). Disostruzione strettoia a -400, allargata di 5 m. Si giunge al salto successivo di 2 m. Davanti passaggio basso con acqua. L'aria inverte in modo costante, attualmente la strettoia è in acqua, bisogna tornare in periodo di secca.
12-13 gennaio. VALINOR (Corchia). D. Alterisio, G. Maggiali (Spezzino), E. Massa (GSS?), A. Donnini (?), Pino, Stefania, Teto. Iniziata la risalita non finita a causa di acqua, riguardato il ramo che ha però troppa acqua.
27 gennaio. ECA. V. Bertorelli, U. Lovera, B. Vigna (Meo), M. Marovino (Mkl), A. Gabutti (Lucido). Battuta in zona Tao, aperto un buco trovato in precedenza dal Gabutti, debole corrente d'aria e fondo chiuso da terra alla base del pozzetto. Trovata anche una condotta orizzontale lunga 7 m ca, aria assente.
27 gennaio. M57 (Campiglia Marittima). D. Alterisio, G. Della Valle (?), L. Mortonali (?), M. Cuccurullo, F. Cappellero, Luca, Di Fucile, Gabriele. Riaperto ingresso M57, fermi a -10 m su strettoia.
3 febbraio. ORSO DI PONTE DI NAVA. A. Eusebio, R. Jarre. Immersione nel primo sifone.
9-10 febbraio. M57 (Campiglia Marittima). D. Alterisio, G. Della Valle, L. Mortonali, F. Cappellero, Alessandra, Di Fucile, M. Cuccurullo, Sara, Daniele, Siria, Massimo, S. Ratti, Conte. Finita la disostruzione continuata l'esplorazione, arrivati al fondo (chiude su strettoia). Fatto il rilievo.
10 febbraio. VAL PENNAVAIRA. M. Marovino (Mkl), B. Vigna (Meo), E. D'Acunzo (Selma), V. Baldracco, S. Capello. Battuta, dal Colle di Caprauna fino all'inghiottitoio trovato dal Gruppo Panda che ha forato 2 m di neve. Poco più in alto trovato un P 15 e il buco Vecchia Romagna, anche lui ha forato la neve. Sulla via del ritorno trovato altro buco con forte aria aspirante.
17 febbraio. VAL PENNAVAIRA. C. Banzato, U. Lovera, S. Capello, V. Baldracco, E. D'Acunzo (Selma), M. Marovino (Mkl), R. Recupero (Ruben), A. Gabutti (Lucido), B. Vigna (Meo), R. Dondana (Donda), S. Filonzi (Sarona), A. Cirillo, Antoniette. Battuta e disostruzione di Sunrise (buco a lato della strada, aria aspirante). Presenza di buchi (anche segnalati da un locale) interessanti, da rivedere. Vicino a Sunrise buco con aria soffiante calda (Buco della sauna).
24 febbraio. CAUDANO. Gita sociale.
22 marzo. ORSO DI PONTE DI NAVA. A. Eusebio, R. Jarre. Immersione nel primo sifone e foto.
24-25 marzo. TAO. R. Dondana (Donda), I. Cicconetti, M. Marovino (Mkl), S. Filonzi (Sarona), A. Gabutti (Lucido), altri del CNSAS. Durante l'esercitazione viene passata la strettoia del fondo e si trova una galleria che prosegue sia a-monte che a-valle. Continua.
31 maggio-2 giugno. ABISSO BARCIS (Valcellina-Friuli). A. Cirillo e A. Recupero. Scavo in un meandro soffiante -80. Ottimo lavoro ma c'è ancora tanto da fare. Se ne riparlerà...
25-27 aprile. VAL PENNAVAIRA. S. Filonzi (Sarona), S. Turello (fidanzio), E. D'Acunzo (Selma), A. Gabutti (Lucido), L. Sardo (martire), S. Strippoli, A. Recupero, M. Marovino (Mkl), P. Fausone (Fauso), G. Perego, V. Baldracco, S. Capello, U. Lovera, C. Banzato con un'amica, F. Faggion (Ico, GSAM), D. Calcagno (Athos), D. Alterisio, A. Gobetti, Thomas, Tommy, Lisandro, Giuliana e due amici, B. Vigna (Meo), Brunella, G. Carrieri. Disostruzione a Vecchia Romagna, buco che ha forato la neve in inverno, non s'intravede prosecuzione. Continuata la disostruzione a Sunrise, stretto aria forte e aspirante. Scavo al Buco della Sauna. Sceso un P15 già noto. Lavorato l'inghiottitoio scoperto anni prima dal Gruppo Panda, a -30 m ca si arriva sull'impermeabile, 2 diramazioni in cui va via parecchia acqua, si vede poi l'altra diramazione che merita di essere disostruita. Durante le battute visto il buco firmato alassino, ha forato la neve.
4 maggio. PIANCAVALLO. M. Marovino (Mkl), B. Vigna (Meo), U. Lovera, C. Banzato, D. Calcagno (Athos). Battuta da Albra a Piancavallo. Trovati diversi buchi lungo le paretine, non molto promettenti.
11 maggio. PIANCAVALLO (versante Tanaro e Valdinferno). S. Filonzi (Sarona), E. D'Acunzo (Selma), B. Vigna (Meo), V. Baldracco, S. Capello, D. Calcagno (Athos), M. Marovino (Mkl). Sceso un meandro lavorato e profondo 20 m ca, buco già conosciuto e lavorato dai Tanari, aria molto forte. Visto anche l'ingresso della Grotta degli Animali. Zona molto interessante. Iniziata la disostruzione al Buco di Selma, sotto Piancavallo. Aria forte aspirante, tolte alcune pietre, frana. Buco promettente, da continuare ad aprire.
24-31 maggio. POLLINO-ORSO MARSO. I. Cicconetti, S. Filonzi (Sarona), P. Fausone (Fauso), M. Marovino (Mkl), G. Perego, D. Calcagno (Athos). Prespedizione per ipotetico campo estivo.
22 giugno. ZOTTAZZI. S. Filonzi (Sarona), M. Marovino (Mkl), B. Vigna (Meo), A. Recupero, U. Lovera, C. Banzato, D. Girodo (MQ), A. Gabutti (Lucido). Visto il buco vicino a Blob, in inverno aveva forato la neve, ora aria aspirante. Scavo da continuare, buco meritevole. Battuta tra Zottazzi soprani e sottani. Agli Zottazzi soprani allineamento di inghiottitoi.
29-30 giugno. VAL PENNAVAIRA E ZOTTAZZI. I. Cicconetti, M. Marovino (Mkl). Il sabato continuata la disostruzione di Ca' di Cian (il buco trovato dal Gruppo Panda), nella diramazione lasciata in sospeso, non si passa, verificata l'aria che risulta essere un ricircolo. La domenica si è tornati al buco vicino a Blob che è stato scavato intanto dai tanari, si sono fermati a -10 m su frana, aria forte.
51° Corso di Speleologia
Beppe Giovine
Con questo volantino abbiamo inaugurato il 51° corso. Direttori: il Donda ed io.
Allievi:
* Claudia Filippi, simpatico ingegnere dalle idee brillanti e grande simpatia. Ha partecipato con impegno, ma avrebbe bisogno di aumentare la propria sicurezza se vuole proseguire nell'avventura speleologica. Ha grande carattere e ce la potrebbe fare, forse migliorando anche la propria atleticità.
* Iacona Vincenzo, abile artigiano, simpatico e con ottime carte. Purtroppo molto impegnato, ha potuto dedicare pochissimo tempo ed ha partecipato a poche uscite. Sicuro ed atleticamente preparato, non avrebbe alcun problema se un giorno volesse continuare.
* Gregoretti Federico, un po' pasticcione, sicuramente da sgrossare un bel po', ma con buona resistenza alla sofferenza. Punti a favore? Ebbene, è uno studente di medicina: vale tutto!
* Frediano Clos, Mattia Gili e Roberto Gamba, i tre dell'ave maria o meglio di geologia. Sì tre geologi freschi e pimpanti, ricchi d'iniziativa, anche loro ben predisposti fisicamente e mentalmente. Giovani promesse….
Anche questa volta ce l'abbiamo messa tutta, ma al termine del corso tutti uccel di bosco. Sono spariti. Si poteva tranquillamente capire che la vita dello speleologo stava stretta un po' a tutti quanti. E questo perché? Mah, non mi va proprio di fare il sociologo e soprattutto non mi riesce di farlo. Certo il target dei corsisti incontrati negli ultimi anni si è ripetuto puntualmente. Arrivano carichi di buoni propositi, anche se tutti un po' in sordina, si entusiasmano, ma con moderazione, toccano con mano e poi …. Neanche ti salutano più. Allora ti interroghi: è chiaro che stiamo sbagliando qualcosa, ma cosa stiamo sbagliando non ci è dato tuttora di saperlo.
Non bastano le grafiche accattivanti dei volantini, le lezioni controllate nei tempi di esposizione e dai contenuti più qualificati, il materiale iconografico e di lettura fornito, le attrezzature prestate, gli inviti al cazzeggio, perché? Secondo me oggi fare cose che ti fanno pensare, divertire, faticare, soffrire e sporcare, innamorare, sperare, gioire mandano le nuove leve nel pallone. Le mandano in confusione, oppure le fanno sentire non adeguate.
Corso contenuto nei tempi, tenuto conto delle vacanze pasquali nel mezzo. Due gite sociali di presentazione a novembre e febbraio. Quattro le uscite in grotta. La prima di palestra a Bossea. Era previsto un mini stage di due giorni in Pollera, poi visto l'esiguo numero di partecipanti ci è sembrato logico ridurlo ad un solo giorno, per affrontare l'apprendimento dei materiali e delle tecniche di base. Altre due: all'Orso di Pamparato ed al Garb dell'Omo. L'ultima in Corchia con ingresso al Serpente fino alla base del Vidal. Squadre sempre bene equilibrate fra allievi ed istruttori, che colgo l'occasione per ringraziare di cuore. Problemi incontrati nessuno, a parte qualche scoppiato in risalita al Corchia, ma con moderazione. Le lezioni: ben preparate dai relatori, il cui materiale è stato per la prima volta raccolto ed ancora custodito sui nostri computer. Diapo costruite su di un format originale ed unificato per tutti. Una lezione unica rispetto a tutti i precedenti corsi: il racconto di Marziano Di Maio sulla storia del GSP con una epocale intervista a Beppe Dematteis ed intervento dell'instancabile Carlo Balbiano. Quest'ultima integralmente filmata, vedremo di realizzare un simpatico documentario da conservare nelle nostre videoteche. Una serata particolare dove purtroppo ha brillato l'assenza degli allievi. Ricca invece la presenza dei soci che ne sono usciti estasiati di quei racconti, esposti con grande entusiasmo e vitalità dalle labbra dei nostri soci più anziani. Si sorrideva e qualche volta si è anche riso, cercando però di non far rumore, cercando di non interrompere quel particolare karma che pervadeva la stanza affollata. Un grande applauso al termine e un grazie col cuore.
Siamo pronti ad affrontare dei nuovi corsi? Certamente che sì! Forse con un po' più di grinta, con un'azione di volantinaggio più determinata, anche se ritengo che il passa parola possa ancora risultare l'arma più potente. Lezioni? Sempre meno: visto come vanno le cose credo sia un peccato sprecare risorse così importanti per regalare delle perle, il cui valore evidentemente non è riconosciuto. Forse portarli subito in grotta, verificarne le potenzialità, quindi aggregarli subito con compiti anche di responsabilità. Tornerei al lavoro sulla topografia, sfrutterei le nuove tecnologie per l'orientamento (GPS) e riserverei le lezioni all'extra corso, così da riavvicinare anche gli altri soci all'attività del gruppo. E farsi sentire una volta in più durante l'anno? Con un secondo corso o qualcosa di simile? Pubblicizzare i campi estivi programmandoli per tempo? Organizzare una bella spedizione? Parliamone.
Il Mongioie
Uberto Lovera
Di Mongioie si tratta. Corre l'anno 2003 e, stoico, mi incarico di controllare la posizione delle circa duecentotrenta grotte segnate a catasto e delle innumerevoli cavità non catastate. Quindici chilometri quadrati, un migliaio di metri di potenziale, sette chilometri circa la distanza tra i laghi della Brignola e la grotta delle Vene. Solo. Dopo cinque anni, posizionate 621 grotte, dopo 68 giorni di battute, 36 viaggi dal Canavese, 52360 metri di dislivello in salita (esclusi gli avvicinamenti) il lavoro può dirsi completato. 52360 metri, per intenderci, fanno 10,88 Monti Bianchi, partendo da Albisola.
Delle ragioni del lavoro si è già detto altrove. Il catasto delle grotte per esistere deve contenere dati sensati. Quelli in nostro possesso erano stati ottenuti traguardando con una bussola le vette circostanti. Trasferite le misure su una carta 1:25000 (l'unica disponibile fino a pochi anni fa) e individuato il punto si ottenevano le coordinate. Quanto segnato sulla carta, salvo errori, corrispondeva sul terreno alle dimensioni di un campo da calcio, cosa non ottimale se si tratta di individuare un ingresso di poche decine di centimetri.
Poi arriva il GPS e la tolleranza "campo da calcio" si riduce a pochi metri. Bello no?
In un periodo di rapporti non idilliaci con la speleologia torinese scelgo di occuparmene da solo, aiutato spesso da Cinzia, per ragioni che stanno a metà strada tra l'amore e la compassione.
Sono peraltro certo che, per ragioni storiche e caratteristiche specifiche, il GSP sia ormai da molto tempo incapace di affrontare questioni, che richiedano impegni di durata superiore a qualche fine settimana, come l'oramai pluriennale lavoro sul Biecai dimostra.
Scarsamente credibile come uomo da punta e certo di aver già preso troppo freddo ipogeo, in attesa del pensionamento eccomi trasformato in passeggiatore carsico.
Le fonti
Per una volta il ritrovamento dei dati è risultato essere la parte più semplice del lavoro. Le fonti, salvo pochissime eccezioni si riducono a tre: Grotte del GSP, il Bollettino del GSI e l'Orso Speleo del GSBi. Le informazioni fornite da ognuna di queste pubblicazioni sono diverse tra loro e riflettono caratteristiche e modus operandi dei gruppi che le hanno prodotte. Vale quindi la pena di analizzarle più da vicino, sperando di non scatenare troppe polemiche.
Partiamo da Grotte. Il GSP ha svolto sul Mongioie un'attività sporadica e diluita nel tempo, raccogliendo risultati probabilmente superiori allo sforzo applicato. I due campi dell'inizio degli anni settanta (1971 e 1972) hanno prodotto l'abisso dei Gruppetti nonché una miriade di pozzi e pozzetti concretizzati attraverso un articolo e la pubblicazione di una decina di rilievi. Nei 3 campi "moderni" dei quali sono stato attivo testimone sono stati rivisitati un certo numero di buchetti, trovati gli abissi Ngoro-Ngoro e Baygon ed un certo numero di grotte (Tenetevi Forte, E' più Alto, E Ci voleva, Sono Velenoso). Ulteriori campetti anomali hanno prodotto le recenti esplorazioni di Terra Cava e quelle più vetuste, ad opera della Squadra Narco, di Big Sur. Il tutto è stato documentato con la consueta sagacia e pubblicato senza che nessuna delle informazioni sia stata minimamente utile al ritrovamento delle grotte. Il caso e la mia ormai labile memoria sono stati quindi gli ingredienti principali. Tenetevi Forte risulta tuttora tra i dispersi.
Il GSBi ha svolto sul Mongioie due campi (1975 e 1976) compiendo un incredibile lavoro di catalogazione e misura delle grotte trovate dal GSP pochi anni prima, nonché di altre
nuove. Facendo nuovamente base all'estremo limite della Valle Ellero ha raccolto per ciascuna grotta ogni genere di informazione, utile o no, che si possa estrarre dal calcare con bussola ed eclimetro (direzioni, inclinazione degli strati, descrizioni morfologiche e quant'altro) secondo i canoni della speleologia "scientifica", completati infine da un rilievo estremamente accurato. Le loro carte con le posizioni relative delle grotte hanno permesso di ritrovare tutti i quasi 200 buchi, relativi alle zone B, D ed E, catastati. Nella zona A, di competenza di fantomatici saluzzesi, regna peraltro il caos.
Il GSI opera in zona invece dal 1972. Lo fa partendo dalla Val Tanaro (1000 metri di dislivello prima di toccare il calcare) e lo fa con costanza, abnegazione e masochismo prettamente imperiese. Esordisce spalmando sulla divisione in zone adottata dai piemontesi una diversa ripartizione (polemiche) andando a coprire sia le zone già battute, sia aree in cui giammai sabaudo aveva osato mettere piede, in modo che da quel momento una grotta potesse essere indifferentemente in zona G o Lambda. Esplorano (a scale), sempre partendo da Viozene, l'abisso dei Caprosci, sulla Brignola, a cinque ore di marcia e 1800 metri di dislivello in salita, realizzando probabilmente un nuovo record di determinazione e demenza. Trovano quindi Big Jim e Big Sur sulle Colme, ritrovano il triestino Abisso delle Frane e l'M16, oltre a centinaia di pozzi e buchi vari, pagati dal Mongioie molto meno di quanto i trentacinque anni di sforzi avrebbero richiesto. Pubblicano nel 1979 rilievo e descrizione di 13 grottine in zona M e un lavoro simile riguardo 15 buchi in zona Lambda, tra Mongioie e Brignola. Quindi i dati si fanno sporadici, forse per non fornire informazioni al nemico, e salvo qualche rilievo, gli scritti si limitano alla descrizione delle punte nelle grotte maggiori.
Il lavoro
I primi due anni passano perquisendo le familiari zone A, B, D, E. Nelle ultime tre zone, frequenti tracce di vernice, probabilmente ripassata da mani biellesi, rendono spesso immediati i riconoscimenti. Dove queste mancano, il gioco delle reciprocità (se questo è E14 e quello è E33, per la proprietà transitiva della zona E, quest'altro non può che essere E41), rende possibile trovare corrispondenze tra rilievi e fratture. Risulta subito chiaro che nessuna traccia dei nostri lavori recenti brilla sui calcari mongioieschi. Inchiostri e vernici degli anni '90 sono scomparsi senza lasciare traccia da quando le gigantesche scritte a bomboletta sono state sostituite da più discrete (praticamente intime) vernici ad alcool.
I lavori per la costruzione della centrale idroelettrica di Rastello impediscono presto la comoda Valle Ellero rendendo inevitabile la salita da Viozene, 1200 m di dislivello in buona parte priva di sentiero. Per risparmiare sul peso la tenda viene sostituita da impalpabili teli che, in caso di bufera, esibiscono tutti i loro limiti. All'inizio dell'estate 2005 si affrontano le misteriose zone G ed F, chiamate altresì anche Lambda, Mu e Ky. Disponiamo nell'area, gigantesca, di una ventina di buchi a catasto e qualche rilievo, senza alcun dato sulla loro ubicazione. Brilla l'assenza dell'oramai mitico G1, una condotta lunga duecento metri,
scovata nel 1972 e mai più ritrovata. Qui le scritte degli avi sono totalmente illeggibili, compensate da decine di sigle imperiesi, invidiabile la loro immortale vernice gialla, riguardo le quali manca però qualsiasi notizia.
Il 2006 è l'anno della Brignola. Le sigle dicono ancora Lambda, ma anche Ro e Pi Greco. Sulla cresta tra Brignola e Mongioie Mecu inventa Terra Cava, abissotto che potrebbe ancora dare delle sorprese. Nel 2007 si passa alle Zone M e Z, di stretta osservanza imperiese. Si tratta per lo più di canaloni e pendii esageratamente impervi ed esageratamente instabili che inducono, nell'estate 2008 a scrivere la parola fine ad un lavoro divenuto ormai quinquennale.
Cosa c'è
Problema complesso il Mongioie. Massacrato dalla tettonica, il massiccio si presenta con una sterminata serie di fratture anonime. Anche il livello delle conoscenze ipogee resta complessivamente scarso, o comunque molto inferiore alle vicine aree marguareisiane. Il solo GSI ha dedicato un impegno costante nel tempo, mentre da parte piemontese il Mongioie è sempre stato un diversivo all'intenso lavoro in Piaggia Bella. Ne consegue che gran parte dei percorsi ipogei resta quindi ancora sconosciuta: molte grotte significative si limitano ad una sequenza di pozzi e pochissime hanno sviluppi orizzontali importanti. La presenza di due sorgenti gemelle, Vene e Fuse, rende però subito intrigante capire i limiti delle aree di assorbimento e a questo sono state dedicate numerose colorazioni, soprattutto imperiesi ma anche torinesi, che hanno dimostrato come il settore "tanarese" sia tributario delle Fuse, mentre la conca della Valle Ellero versi acqua alle Vene. I confini tra le due zone? Bha. E le colorazioni risultate positive in entrambe le sorgenti sono effetto di versamenti ipogei o di mano d'opera poco specializzata?
Resta indubbio, per vedere il lato positivo di ogni cosa, che se le conoscenze sono ancora scarse significa che molto è ancora il lavoro da fare, molte le esplorazioni possibili, molti i chilometri di gallerie da strappare al calcare.
Cosa manca
Come per ogni vizio, anche nei pellegrinaggi carsici è dotto capire quando è il momento di smettere. È quindi stato deciso che quando il ritrovamento di un singolo ingresso richiede più di otto ore di cammino è giunto il momento di dedicarsi ad altro. Mancano peraltro all'appello alcune grotte, catastate e no, non trovate o non riconosciute. Tra quelle a catasto le imperiesi Lambda 1, 2, 3 e 10: tutte tra Brignola e Mongioie guardano zona G e sono state causa di numerose ore di inutili equilibrismi. Manca inoltre Mu (svanita la vemice?), i torinesi "Tenetevi Forte" e H 12. Sul versante tanarese sono dispersi M 3 (ore di inutili giri. Non siglato?) e M 12 (praticamente non cercato). Tra le grotte non ancora catastate i ricordi d'infanzia parlano inoltre di Excalibur, grotta imperiese sopra i laghi della Brignola mentre quelli ancestrali piangono ancora G 1. Molte sono inoltre le grotte citate sui bollettini imperiesi non ancora trovate (se esiste Z19 significa che mi mancano 15 buchi in zona Z?). Impossibile ancora dare un nome alle fratture di zona H.
Il futuro
Cosa fare ora della massa di dati e foto che a questo punto intasano l'hard disk? Il primo risultato è già stato raggiunto: la raccolta di tutti i dati ad oggi pubblicati sulle grotte del Mongioie (350 articoli e 300 rilievi) potrà essere utile ai posteri che volessero riprendere un giorno le esplorazioni sul massiccio (per quanto riguarda i contemporanei non ho molte speranze). Le coordinate delle grotte già a catasto sono state inoltrate all'apposita commissione e questo, unito ad analoghe operazioni passate e future, permetterà loro di sfornare ulteriori aggiornamenti. Una decina di cavità potranno ora essere catastate. Alcuni buchi "nuovi" sono stati già ispezionati e come al solito, in parte danno speranze esplorative e altri no. Altri ancora aspettano pazientemente le nostre visite (tanto, per quello che hanno da fare...). E poi? Un nuovo cd sul modello del progetto Margua? Un libro? Un altro campo? Si accettano idee. Per il momento è in corso di realizzazione una carta delle correnti d'aria, nella speranza di riuscire a individuare, seguendole, l'andamento dei percorsi ipogei. E una seconda carta delle grotte freatiche potrà dirci qualcosa di interessante? E poi, risulta chiaro come solo una parte dell'enorme lavoro imperiese sia stato pubblicato: sarà possibile un giorno riesumare quanto sepolto nei cassetti per produrre, superando decenni di attriti, un grande lavoro ecumenico?
A pag. 10-11 vista della parete sud del Mongioie,
a pag.12 la conca di Ngoro-Ngoro,
a pag.13 in alto il Mongioie dal lago Raschera, in
basso dalla Val Tanaro, a pag.14 il Bric delle Colme
(foto U. Lovera)
Terrazze sul mare: la val Pennavaire
Marco Marovino
Il mare, così vicino, così evidente, fa strano a vedersi. Dal poggio del Pas, dal fosso delle Carsene, da mill'altri rifugi, l'orizzonte della speleologia piemontese sempre infrange su creste, pareti, crinali, e fors'anche boschi, pendii.
Mai, o quasi, incontra il blu che luccica. Al contrario, tal fondale è di casa frequentando la Val Pennavaire; laggiù, all'ultimo sbocco, la valle, che diverticola e scivola sino al piano d'Albenga, muta in Ligure Mar.
Immoto, silente, o così pare, barche pittate, ed un senso strano per chi di norma rifugge gli arenili. Febbraio scorso, già vecchio di un anno. Vetrato sulle solite piste di grotta, tutte. Rocca d'Orse già abusata, Valdinferno de-solata. Margua irraggiungibile. Osar l'inosabile? Varcare il Tanaro, rifuggire gli usuali lidi? Comandante, rotta sulla Pennavaire, in odor di limoni, taggiasche e maniche arrotolate. E sia. Peccato che fin da subito l'asfalto gelato che risale verso Prale ed oltre palesi sempre più marcatamente la nostra ingenuità: altro che verdi colze erbose... neve, dannata neve anche qui, sull'alto bordo della tiepida Liguria!
"Inverno" fa eco il tonfo che ogni passo ci sprofonda in un bel metro di bianco affaire, ma tant'è, per di qui ci siam decisi, e qui rimaniamo...
Così origina una lunghissima, meravigliosa sgambata dalla Colla di Caprauna, prima per Monte della Guardia ed Armetta, indi a scendere alle Case di Pian del Colle e poi ancora tra gli abeti verso S. Bartolomeo. Superfici generose, morbide, accoglienti. Le si sa calcaree. Vergini? Sia mai! Tra di noi nessun Livingstone o compagnia bella, in Piemonte poi! Invece, gente di riviera qui ci sgobba da anni, e da anni ormai fan sfoggio di sé abissi ben pasciuti: Tequila Bum Bum, esplosa, ma ancora giovine (-370 m, ca. 4 km), nonché, famosa per gli scherzi di piena che di tanto in tanto organizza, Taramburla, risorgente del sistema, che vanta 5 ingressi, 200 m di profondità e 3 km di gallerie.
Peccato che questi bei mondi, tutt'altro che risolti, stian al confino dietro sbarre di metallo, simboli proprietari violenti e soprattutto inaccettabili che qualcuno, fattosi gendarme, ha imposto loro. Tornando al nostro peregrinare...Tra una bracciata e l'altra si mira al colpo gobbo, chè il vello nevoso nasconde sì i calcari, ma non ove disciolto dalle voglie invernali di possibili ingressi alti. Pura normalità quindi imbattersi in bocche soffianti - quattro per la precisione -, la metà, visti i segni, già conosciute, le altre nuove di trinca. Sulla scia dei liquori nascono dunque Vecchia Romagna, lungo il canale che discende da Pian del Colle, e Tequila Sun Rise, giusto di fianco alla rotabile che nel buio ci riporta alle macchine.
La voglia di tornare, l'aria del nuovo, è profumata ed invitante. Così segue, una spicciolata di giorni più tardi, una battuta assai partecipata. Si pesta molta strada, accresce la conoscenza della zona, non la gerla col bottino. Quisquilie qua e là, ma nulla che induca entusiasmi sfrontati. Primi lavori a Sun Rise e al Buco dei Ragni (o della Sauna) che s'apre poco sopra; per gli altri è necessario aspettare tempi più asciutti.
Sfilano pertanto alcuni mesi prima che si ripassi, salvo una puntata tardo domenicale all'arioso inghiottitoio di Case di Pian del Colle (alias di Adelina, marca SCPanda), tanto per smaltire la dura sbronza del giorno appena tramontato.
L'inverno è in decisa ritirata. "Foss'anche per mero piacere, qui una due giorni ci sta proprio tutta", vien da pensare. Così, già in stagione di fiori, un'orgia piemontosco-ligure
cala in Pennavaire, con materiale sufficiente per entrare a Capo Nord ed uscire in Antartide, e sistema tende e fuochi nella valle parallela a quella di Tequila Bum Bum.
Tanta gente tanto sudore: vengono abbondantemente lavorati Sun Rise, Vecchia Romagna ed il Buco dei Ragni, ma non pagano quello che dovrebbero. Viene rivisto un P15, già fixato, sul crinale che discende dall'Armetta. Toppissimo. Viene rovistato per benino l'inghiottitoio di Adelina, la cui enorme dolina, ora sgombra dalle tonnellate nevose che ospitava sino a poco tempo addietro, lascia intuire assorbimenti favolosi.
Spendiamo due parole per descriverlo; trattasi di un P30 -meteo alto-, alla cui base, sul contatto con l'impermeabile, si sviluppano in interstrato due gallerie discendenti ed una che rimonta. In questa, fratture verticali si lasciano arrampicare per qualche metro, poi si sfiorano e troncano presto il discorso, senza se e senza ma. S'armeggia quindi col fondo di quella (discendente) con aria aspirante. Buioli d'acqua e fango, bagno completo, ma nulla, oltre si spegne in buio chiuso.
Si scava anche l'altra, ma vien l'ora d'andare prima di capire che fa. Si tornerà.
Ora pero tutti fuori! A giocare con succo d'uva e tizzoni che scaldano cibo ed incendiano i marci astanti. Notte nera e ventosa, relax, gole imbastite, impastate, tende che saltano, botte tra amici. Alla luce del nuovo giorno s'aizzano vaste battute, chilometri e chilometri passano per le suole degli scarponi. Ancora nessuna novità nessuna, non un cenno di buco, di nuovo.
Un vero peccato, visto il fervore sprigionato dalla gran ciurmaglia intervenuta. Domenica sera, tempo di rientro, così, bastonati il giusto come ultimamente non di rado capita, si rivalica il Tanaro coda e cresta tra le gambe...
Tocca riordinare il pensiero. Ci scappa solo più un ultimo attacco all'Adelina, in stagione già ampiamente marguareisiana, per riprendere l'interrotto scavo d'aprile. Mulina il palanchino dove deve e... e che dice? Lavoro lungo a fronte di spazi che non s'aprono, né s'intuiscono...
Tanto più che a seguire il giro dell'aria par d'intenderla filtrare il contatto nel ramo di monte, discendere la galleria prima, infilare un passaggio alto sopra il fondo, risalire per la galleria seconda ed infine bellamente tirare al sole che brucia Cà di Cian...
Ovvero, le due gallerie convergono, e solo Brahma sa se oltre (sotto) l'incrocio seguano vuoti o che. Di certo l'aspetto non invita a menarci ercoliane fatiche, ma conviene rammentare che l'acqua lì scivola e scompare, non pare stagnare. Anche in piena? Sarebbe da verificare, se fosse drenata come solo gli ambienti ampi sanno fare, altro impegno lo meriterebbe. Non fosse altro perché anche Tequila doppio Bum è figlia d'inghiottitoio e pure delle solite grandi opere di cantiere.
Per intanto, e per un bel po' innanzi, l'alta Pennavaire rimarrà surgelata nel pack di quest'inverno davvero inverno. Come al diperdì nevica due per tre - un giorno di nebbia e gelo, tre di fiocchi -, ma l'anno ha già fatto il giro di boa, suona ora come 2009 e non rimane che pazientare, quando sarà, il diluviale disgelo.
Aspetteremo noi Bernacca trentaduedenti che annunciano "Primavera!", aspetteranno noi ignoti collettori che tra loro borbottano annoiate battute, invidiosi del mare che laggiù non ha mai smesso di brillare e non manca di gente con cui scambiar quattro chiacchiere sul tempo che fa.
Immagini invernali del colle Caprauna (foto M. Marovino)
Pollino: la ricerca dell'ingresso dell'abisso Savoia
Igor Cicconetti
Come ogni buona stagione invernale si sogna cosa si potrà fare con l'arrivo del bel tempo, e il pensiero di esplorare nuovi mondi sotterranei lontano da casa alletta sempre un pochino. Ovviamente il lontano da casa deve essere commisurato alle forze e capacità organizzative. In questo momento storico per il GSP è più facile sognare una meta meridionale che non ad esempio il Montenegro. Da buoni piemontesi, inoltre, ritornare nelle vecchie terre di conquista ci dà quel sapore in più. Così nella tarda primavera ci aizziamo per preparare una "prespedizione" in Pollino. Incominciamo a raccogliere carte topografiche, geologiche, i pochi scritti sul Pollino e a studiare foto aeree reperite su internet. Tutto condito da opportuni incontri serali, dove ognuno degli interessati portava e studiava il materiale reperito. Grande aiuto arrivava ovviamente da chi c'è nato da quelle parti, ovvero Leonardo, che in collegamento con suo fratello e speleo locali ci hanno fornito molte cartografie ed utili indicazioni. Da subito ci rendiamo conto che le notizie trovate sono molto scarse, frammentate e che la maggior parte del lavoro svolto derivava dalle spedizioni piemontesi degli anni '60 e da poco altro. I lavori più recenti risalivano all'opera di speleo locali, che hanno operato in modo più assiduo specialmente a cavallo degli anni '80 e '90 lavorando soprattutto nella zona dell'abisso Bifurto e del monte Sellaro. Poco o nulla si sapeva del monte Pollino e dei dintorni.
Nelle ricerche bibliografiche si faceva avanti l'idea che si fosse fatto poco lavoro di ricerca di superficie nelle zone alte del massiccio.
In parallelo ci si interessava anche di un altro complesso montuoso, quello dell'Orsomarso, più sconosciuto ed impervio.
Dopo una accurata preparazione una squadra composta dal sottoscritto più la crema della speleologia torinese ovvero Sarona (ancora vuota), Marcolino, Fausone, Gianna ed Athos scendeva la penisola con destinazione monte Pollino o giù di lì, con l'obbiettivo di trovare il futuro abisso o complesso carsico di cui avevamo già il nome: abisso Savoia. Puro esempio bandiera della supponenza piemontese.
In una decisione affrettata dopo il viaggio notturno no stop e dopo un rapido colloquio con il mitico Nino La Rocca si decide di tramutare un tranquillo giro di prospezione in una spedizione di sopravvivenza e di fare base nei Piani del Pollino. La ovvia parola d'ordine: fibra e muscoli. Dopo una prima breve scampagnata di avvicinamento e presa possesso della zona, tra l'altro stupenda, ci rendiamo conto di avere fatto alcune leggerezze, prima tra tutte di aver lasciato molto del cibo al furgone e di aver portato pochi contenitori per l'acqua. La seconda determinante leggerezza è stata quella di far fare la spesa a Sarona che per i giri in battuta ci aveva procurato sei scatolette di tonno da 80 grammi e ben tre formaggini alpini e qualche dozzina di uova scadute. Per fortuna l'incontro di Lorenzo (fratello di Leonardo) ci
aveva fornito in precedenza di alcuni ottimi salumi calabri che ci garantivano il livello minimo di sopravvivenza.
Così le giornate sul Pollino passavano tra scarsità di cibo (ogni squadra di tre poteva contare a pranzo di una scatola di tonno, un uovo sodo, due quadrotti di cioccolato e una birra) e in particolare di acqua, sotto il sole cocente rincorrevamo i fantasmi di ingressi concentrandoci tra il monte Pollino, la Serra Dolcedorme, Serra delle Ciavole e la Fossa del Lupo.
Man mano che il tempo passava ci rendevamo conto che la faccenda si faceva più complicata del previsto e, finito il cibo e la sanità mentale di Athos, ci costringeva a fare una strategica ritirata verso le uova scadute a presidio del furgone. Dopo una lauta cena il GSP provava ancora il colpo gobbo verso il settore nord-occidentale del Monte Pollino ma portando a casa pochi risultati. Il Pollino era più difficile del previsto. L'idea di un super campo estivo GSP trovava sempre meno spazio nella mente dei partecipanti. Quindi si tentava ancora la via dell'Orsomarso aiutati da una vecchia conoscenza del GSP, Marantonio. Ovviamente l'Orsomarso si faceva ancora molto più complicato del Pollino, le poche conoscenze si scontravano con un territorio immenso, composto da molte montagne, ripide e poco accessibili, di carso coperto. Accompagnati da una guida locale visitiamo la stupenda risorgenza della Grotta Palazzo.
Oramai la prespedizione era finita, ci aspettava ancora un giro conoscitivo della parte di Pollino non vista, compresa la foto di rito davanti all'ingresso del Bifurto, accompagnati da una guida di primordine: Nino La Rocca, profondo conoscitore dei luoghi e amante delle pareti della Timpa di San Lorenzo.
Alla prespedizione hanno partecipato: Diego Calcagno (Athos), Igor Cicconetti, Paolo Fausone, Sara Filonzi (Sarona), Marco Marovino (Marcolino), Gianna Perego.
Alla preparazione della prespedizione: oltre a quelli sopra citati, Stefano Strippoli e Leonardo Zaccaro.
Si ringraziano inoltre per l'aiuto fornito, per le utili indicazioni nonché per i mezzi di sostentamento Lorenzo Zaccaro e Nino La Rocca.
Considerazioni sul Pollino
I pochi giorni a disposizione non hanno giovato ad approfondire le poche conoscenze che avevamo sulla zona, ma alcune importanti considerazioni si possono fare.
Sicuramente possiamo dire che le battute nei monti posti attorno ai Piani del Pollino non sono state fatte in modo molto approfondito, probabilmente sono presenti alcuni piccoli ingressi da disostruire, con scavi anche pesanti. Di tutte le zone viste quella che ci è sembrata più interessante è quella posta a monte del Trabucco del Pollino, denominata Fossa del Lupo, dove innumerevoli doline ed piccoli inghiottitoi traforano la superficie composta da una intricata faggeta. Utile sarebbe fare una mappatura di tutte le doline, scavabili e non, della zona, per poi eseguire importanti scavi.
Il monte Pollino mi sembra invece quello più interessante dal punto di vista carsico sia per il ritrovamento dei buchi (da rivedere e scavare sicuramente Z1 e Z4) sia per la maggiore compattezza superficiale della roccia. Le zone da vedere con maggiore attenzione, magari facendo alcune opportune calate, sono le pareti rocciose dei versanti occidentali ed orientali. Non tralascerei neanche i bassi versanti boscosi meridionali del Monte Pollino.
Un ulteriore lavoro importante sono la mappatura e visita di tutte le risorgenti, anche quelle minori per poi fare una futura colorazione del Trabucco e verificare l'estensione del sistema carsico.
Per quello che riguarda il Monte Sellaro e dintorni non mi sento di fare nessuna considerazione, grazie all'ottimo lavoro fatto in passato in esterno, rimane ovviamente da rivedere l'abisso in modo più approfondito. Tra le battute esterne bisogna segnalare l'importanza di eseguire delle orribili traversate della Timpa di San Lorenzo, con bivacchi in parete, privilegiando la zona centrale della grande parete. Da una osservazione con dei buoni binocoli si sono individuati numerosi ingressi anche di grandi dimensioni ma di difficile raggiungimento. Tra le zone poco battute, indicate da Nino La Rocca e non indagate, troviamo anche i boschi settentrionali della Serra di Crispo (Cugno dell'Acero, Piana SanFrancesco).
Sull'Orsomarso per la sua maggiore complessità non mi sentirei di aggiungere niente, mi soffermerei sulla grande potenzialità del luogo e la scarsità di ricerca sia epigea che ipogea.
Diario di Campo
25 maggio
Ore 00.00 partenza dal profondo nord sotto una pioggia torrenziale premonitrice di potenti alluvioni.
Ore 13.00 arrivo al piano del Ruggio, visita all'inghiottitoio del piano del Ruggio.
Ore 14.00 incontro con Nino La Rocca e Lorenzo Zaccaro.
Ore 16.00 partenza per i Piani del Pollino alla ricerca di una zona per bivaccare tre giorni. Durante la salita da alcuni prati presso il Vallocello del Viggianello osservando con il binocolo individuiamo tre buchi sulle pareti nord-occidentali del Monte Pollino. Prospezione al Trabucco del Pollino.
26 maggio
Divisione in due squadre di battuta: Squadra 1 composta da Igor, Paolo, Athos, Squadra 2 Sarona, Gianna, Marcolino. Squadra 1: nella zona delle pareti del versante orientale del Pollino, Igor e Paolo eseguono due calate (Vedi carta Calata 1 e Calata 2) indirizzati via radio da Athos rimasto al piano Toscano. Raggiunte due nicchie in parete. Prospezione della parete senza risultati. Nello sperone di roccia che forma la parete rocciosa delle calate trovati tre buchi denominati Z1, Z2, Z3. Battuta la base della parete orientale, quella sopra il macereto senza successo. Con il binocolo osservate alcune fratture che sembrano degli ingressi, prendibili dall'alto con adeguate assicurazioni. Athos in vena risalitoria arrampica lungo un ripidissimo canalino trovando una bella nicchia. Al ritorno verso il campo base battuta la faggeta ubicata tra le pareti della calata e il canale di Malavento, senza particolari risultati. Visita più approfondita all'inghiottitoio del trabucco per valutare eventuali lavori di scavo.
Squadra 2: dal campo saliti per il colle del Malavento e aggirato il M. Pollino lungo il versante meridionale in direzione del versante occidentale dove, in prossimità delle pareti il giorno precedente si era osservato un probabile grande ingresso di una grotta. Visti due buchi in parete (W2) di cui quello più in basso sembra una condotta. Lungo un canalino individuato un interessante interstrato senza aria.
27 maggio
Divisione in due squadre: squadra 1 composta da Igor, Marcolino; squadra 2 composta da Sarona, Paolo e Gianna. Athos rimane nella zona di campo. Alla sera ritorno al furgone.
Squadra 1 : visita alla zona della Fossa del Lupo, presenza di grandi doline posizionate sopra l'inghiottitoio del Trabucco del Pollino. Tutti gli inghiottitoi trovati sono senza aria e molto toppi, uno pare scavabile ma senz'aria. La presenza di ancora molta neve non permette una accurata valutazione di tutti gli inghiottitoi incontrati. Visita alla cima della Serra Dolcedorme, con battuta nella zona. Battuta anche la prima parte della cresta che collega la Serra Dolcedorme alla Cima Manfriana. Da una cresta laterale, binocolate le pareti sud occidentali della Serra Dolcedorme: nulla di rilevante. Sulla via di ritorno battuta dalla cima del Dolcedorme fino al colle di Malavento senza particolari risultati.
Squadra 2: Visita alla zona della Fossa del Lupo in una zona differente rispetto alla squadra 1 rilevando grosse doline toppe. Risalita verso il basso versante compreso tra la Dolcedorme e le grosse doline della Fossa del Lupo. La zona é poco interessante per la presenza di un macereto composto da grossi massi ricoperto da un fitta vegetazione. Gli affioramenti rocciosi si trovano più in alto. Battuta verso la Manfriana, abbandonata dopo poco per la difficoltà di avanzamento e l'assenza di affioramenti importanti. Al ritorno verso il campo battuta la zona della Serra delle Ciavole alla ricerca del contatto tra i calcari senza ottenere risultati di rilievo.
28 maggio
Igor, Marcolino, Paolo visita alla parete nord-occidentale del Monte Pollino, trovati numerosi sgrottamenti alla base della parete, anche di grosse dimensioni. Trovato un interessante buco, forse una paleo risorgenza, la Z4. dal precedente facendo improvvisate risalite trovati due sgrottamenti di cui il primo abbastanza imponente, Z5. Dal rifugio di colle Gaudolino binocolate tutte le pareti di questo settore. All'estremo sud della parete occidentale del Monte Pollino osservato grosso antro da vedere mediante calata. Gianna, Sarona accompagnato Athos alla stazione dei bus, a Mormanno. Al ritorno, battuta nelle depressioni del versante orografico sinistro dei Piani del Ruggio. Trovata dolina W04 senza aria, unico buco della zona. Alla sera incontro con Marantonio e sulla costa pizzata con Lorenzo Zaccaro.
29 maggio
Spostamento in Orsomarso. Dopo una avventurosa salita verso la risorgenza della Grotta Palazzo, visita esplorativa alla grotta ma senza risultati concreti. Igor e Marantonio battute le zone sopra la grotta Palazzo, trovato buco in frattura ma senza aria non visitato per l'assenza di luce.
30 maggio
Visita al buco trovato il giorno precedente che si sviluppa verticalmente per cinque metri chiudendo tra massi e terra. Assenza di aria. Visita della piana sovrastante con ritrovamento di un grosso inghiottitoio attivo chiuso da detrito. Al pomeriggio giro turistico per i monti dell'Orsomarso e arrivo a Cerchiara di Calabria ospiti di Nino La Rocca.
31 maggio
Grande giorno di ritirata.
A pag. 17 sullo sfondo la Serra Dolcedorme,
a pag. 18 i Piani del Pollino visti da nord,
a pag 20 momenti di vita quotidiana (foto P. Fausone)
Grotte e buchi incontrati
... quelli già conosciuti...
Inghiottitoio del Piano di Ruggio:
L'inghiottitoio non percorribile si apre sotto un muro di sostegno in pietra della strada che porta al rifugio De Gasperi da Viggianello. L'inghiottitoio, quasi sempre attivo raccoglie l'acqua del piano omonimo. Nella prospezione di maggio si sentiva una leggera aria soffiante uscire da alcune fessure poco sopra la zona di assorbimento dell'acqua. Lavoro di disostruzione possibile ma di grossa entità. Per i lavori bisogna sentire l'ente parco, vista l'estrema vicinanza della strada.
Trabucco del Pollino
Inghiottitoio attivo, che drena le acque superficiali dei piani del Pollino, verso risorgenze oscure. Il buco di ampie dimensioni e completamente ostruito, non presenta circolazione d'aria. Scendendo tra i massi si sente scorrere l'acqua verso zone più basse. In passato alcuni tentativi di disostruzione hanno abbassato il fondo, senza risultati. Interessante da disostruire ma sono necessari lavori imponenti. Prima attuerei una ulteriore colorazione.
Grotta Palazzo
Risorgenza carsica posta a circa 300 metri dal fondovalle. La grotta si apre in mezzo al bosco con un imponente portale largo 5 metri e alto una ventina. All'ingresso é presente una imponente circolazione d'aria. La grotta è composta da due rami. Il primo prosegue su una stupenda galleria per 300 metri circa diminuendo la sezione man a mano che raggiunge le zone finali. Negli ultimi 100 metri la grotta diviene attiva. Questo ramo non presenta diramazioni se non quella che porta al ramo fossile superiore, molto concrezionato che chiude stringendosi in frana. L'aria dell'ingresso purtroppo è il risultato di uno strano fenomeno di ricircolo, difatti l'aria esterna più calda passa molto in alto sulla volta della galleria (verificato grazie a numerose salite in libera di Marantonio e Marcolino) per poi raffreddarsi e discendere in basso verso l'uscita. A mano a mano che la grotta si rimpicciolisce diminuisce la corrente d'aria per il minore gradiente. Sarebbe interessante vedere la grotta in periodi di magra. È possibile la disostruzione dove scompare l'acqua.
... quelli nuovi...
Z1 (Monte Pollino, X =602147, Y =4418065) Piccolo ingresso in seguito disostruito, che scende tra massi di metri 1,5. Scritta GSP all'ingresso. Soffiante forte.
Scavo con materiali da disostruzione semplici, utile un tirfor o materiale pesante.
Z2 (Monte Pollino, X =602086, Y =4418055) Pozzetto inclinato di 3 metri che si apre su una piccola paretina in vicinanza di un pino loricato. Aria non rilevata (probabilmente assente). Disostruzione pesante dell'ingresso.
Z3 (Monte Pollino, X =602095, Y =441806. Frattura in parte disostruita con imbocco largo 80 cm e 50 cm di altezza. La frattura scende stretta per 5 metri. In fondo sembra chiudere.
Aspirante debole (da verificare).
Z4 (Monte Pollino, X =601112, Y=4418793) Condotto alla base di una parete rocciosa di circa 10 metri di lunghezza. Dopo i primi metri risulta completamente concrezionato. Chiude su concrezione, ma oltre si intravede una continuazione. Presenti alcune deviazioni chiuse. Nelle vicinanze numerosi antri e nicchie. Soffiante sensibile. Disostruzione pesante della strettoia finale. Valutazione in assenza di insetti all'ingresso.
Z05 (Monte Pollino, X =601113, Y =4418716) Antro di grandi dimensioni (largo tre metri alto 5 o 6) che si addentra nella montagna per 5 metri. Aria assente.
Inghiottitoio (Canale Malavento, X= 602397, Y =4417832) Inghiottitoio toppo da neve. Rivedere in assenza di neve.
Inghiottitoio 1 (Fossa del Lupo, X =603163, Y=4417817) Inghiottitoio in roccia in posto, sito al fondo di una collinetta rocciosa, occluso da foglie e terra. Da un sondaggio fatto con bastoni scende per almeno metri 1,5. Aria non rilevata. Scavo manuale.
W2 (Monte Pollino, X =600814, Y=4417860) Buchi in parete osservabili da tale punto (sperone roccioso con numerosi pini loricati morti) guardando a valle verso destra dando le spalle a un pino vivo. Il primo buco sembra una condotta raggiungibile a 2 metri da terra, il secondo impostato su frattura è posto più alto. Risalita estrema, difficoltà di avvicinamento per ripidità del canalino.
Albero (Monte Pollino, X =600859, Y =4417476 Cavità d'interstrato composto da due vie di cui quella di sinistra risulta più ampia. Aria assente.
W4 (Piano del Ruggio, X =597764, Y=4420252 Buco dolina coperto da rami, dentro roccia in posto, sembra toppo da terra. Unico buco rilevato nella zona. Aria non rilevata.
Commemorando il Bifurto (foto P. Fausone),
a pag. 23 la carta con l'ubicazione delle cavità descritte
Inquadramento geografico
(Igor Cicconetti & Sara Filonzi)
F 534 SEZIONE I-II (Terranova del Pollino-Morano Calabro)
Il massiccio del Pollino si trova al confine tra le regioni Basilicata e Calabria e fa parte del Parco Nazionale del Pollino situato nell'Appennino calabro-lucano. Al suo interno vi si trovano le maggiori vette dell'Appennino meridionale come la Serra Dolcedorme (2.267 m), il Monte Pollino (2.248 m), la Serra del Prete (2.181 m) e la Serra delle Ciavole (2.130 m). Il massiccio ha un andamento NO-SE, trasversale rispetto all'Appennino. Ovunque sono riconoscibili forme legate al carsismo, inghiottitoi e doline, e al glacialismo, circhi glaciali e depositi morenici.
Per raggiungere i piani del Pollino, campo base della prespedizione seguire la A3 fino a Campo Tenese, da qui seguire per Viaggianello e poi per i Piani di Ruggio e il rifugio De Gasperi. Dopo alcuni km in splendide faggete si raggiunge una parte di strada molto pendente, dove sulla destra (scendendo) si trova una pista forestale in salita che si inoltra verso il Torrente Frido.
Lasciata la macchina in un vicino spiazzo si prosegue a piedi, dopo poche decine di metri bisogna lasciare la pista forestale per prendere sulla destra un sentiero in direzione del Colle Gaudolino. Percorso il sentiero per circa 15 minuti si incontra presso un prato una pista forestale, la quale dopo poco si biforca: verso destra prosegue per il Colle Gaudolino e a sinistra si inoltra attraverso la faggeta verso i piani del Pollino.
Da questo punto la pista sale decisamente lungo il versante orografico sinistro dell'inciso vallone del torrente Frido.
Si incontrano numerose deviazioni salendo sulla sinistra, che bisogna ignorare poiché portano verso il Frido. Dopo un'ora e mezza si raggiungono i piani del Pollino, dove termina anche la pista forestale. Negli ultimi tratti la pista forestale risulta di pendenza ancora maggiore e la sezione di transito si riduce.
Inquadramento geologico
(Sara Filonzi)
La catena del Pollino rappresenta un significativo edificio con serie carbonatiche mesozoiche che rappresentano una tipica sequenza di piattaforma.
Può essere suddivisa in tre settori: uno settentrionale, uno centrale e uno meridionale, con caratteristiche diverse sia dal punto di vista geologico che strutturale. La zona che ha interessato la prespedizione fa parte del settore centrale, delineato a sud dalla linea del Pollino, al di sotto del quale troviamo il settore meridionale, e a nord da una zona di taglio in direzione N120° con faglie trascorrenti sinistre ad andamento parallelo a quello della linea del Pollino, oltre questa zona troviamo il settore settentrionale. Il settore centrale comprende i maggiori massicci calcarei della catena, nel suo interno i lineamenti sono costituiti da faglie normali di età plio-pleistocenica che bordano i principali rilievi come il Monte Pollino, Serra Dolcedorme, Monte Grattaculo, Serra di Mauro, ed hanno direzione antiappenninica con carattere estensionale. La struttura risulta dislocata a "gradinata" trasversalmente all'allungamento della dorsale con aumento dei rigetti da SE a NO (Schiattarella, 1996). Queste faglie controllano lo sviluppo di monoclinali emergenti verso ENE e sollevate sul margine occidentale con rigetti fino al centinaio di metri; le principali sono quelle di Sorgenti del Frido-Serra delle Ciavole, Casa del Conte-La Falconara-Timpa di San Lorenzo-Timpa di Cassano-Pietra del Demanio e Pietra S. Angelo-Monte Sellaro (Ghisetti, Vezzani, 1982). Sempre nel Plio-Pleistocene, secondo Ogniben (1969) movimenti distensivi collegati al sollevamento isostatico hanno dato luogo a bacini lacustri come quello dei Piani del Pollino, ora svuotato a causa della riapertura di inghiottitoi carsici ostruiti.
Per quanto riguarda i litotipi affioranti sul M. Pollino e la Serra Dolcedorme si vedono calcari dolomitici, oolitici, detritici e coralligeni, di colore grigio e nerastro fino al nocciola, di età giurassica. Questi calcari sono caratterizzati da permeabilità elevata e notevole resistenza all'erosione, presentano elevata microfratturazione legata a deformazioni fragili superficiali. Sulla Serra delle Ciavole affiora anche il complesso calcareo-argilloso del Miocene Inferiore costituito da calcari e calcareniti bluastre e grigie con intercalazioni di elementi poligenici cementati, argilliti fogliettate e marne grigio-verdi. Questo complesso presenta una moderata resistenza all'erosione e una bassa permeabilità. Infine i detriti dolomitici che ricoprono la Fossa del Lupo rappresentano un antico conoide di falda, qui si trovano numerosi inghiottitoi.
Carta tettonica dell'area della catena del Pollino compresa fra Timpone S. Angelo e Madonna del Pollino. LEGENDA: A) Unità carbonatiche (Unità del Pollino e Unità del Verbicaro, Trias. Sup.-Miocene inf.); B) Formazione del Bifurto (Miocene media); C) Terreni liguridi indifferenziati (Eocene?); D) Unità del Frido (Cretacico-Oligocene); 1) faglia trascorrente; 2) faglia normale; 3) faglia transtensiva basst angolt; 4) sovrascorrimento tettonico dell'Unità del Pollino; 5) contatto stratigrafico o di scollamento e ricoprimenti tettonici dell'Unità del Frido; 6) giacitura di strato. (Schiattarella, 1996)
Tutta la zona è stata interessata dal punto di vista morfologico in maniera consistente dall'azione glaciale würmiana, spesso le forme sono state smantellate dall'erosione, ma si possono ancora riconoscere forme di erosione-esarazione quali circhi glaciali
come la Fossa del Lupo, rocce montonate nei Piani del Pollino, depositi morenici. Le conche glaciali sono poi diventate bacini lacustri, ormai svuotati a causa di drenaggi carsici. Gli importanti apporti glaciali hanno contribuito in modo sostanziale ad ostruire gli inghiottitoi, come nella Fossa del Lupo, dove le numerose doline richiedono pesanti scavi per poter accedervi.
Secondo BOENZI e PALMENTOLA, il ghiacciaio doveva avere origine dalla conca compresa tra la Serra delle Ciavole, il M. Pollino e la Serra Dolcedorme, con apporti di masse glaciali più piccole che arrivavano dalla Serra Dolcedorme e dal versante NO di Serra delle Ciavole, e doveva scendere lungo la valle del Frido un ghiacciaio lungo circa 5 km.
Bibliografia
BOENZI F., PALMENTOLA G., Tracce della glaciazione Würmiana sul Massiccio del Pollino al confine calabro-lucano, Bollettino Società geologica, Roma 1971
GHISETTI F., VEZZANI L., Strutture tensionali e compressive indotte da meccanismi profondi lungo la linea del Pollino, Boll. Soc. Geol. It., n. 101, 1982, pp. 385-440
OGNIBEN L., Schema introduttivo alla geologia del confine calabro-lucano Mem. Soc. Geol. Ital., 8, 1969, pp. 453-763
SCHIATTARELLA M., Tettonica della catena del Pollino (confine calabro-lucano), Mem. Soc. Geol. Ital., n. 51, 1996, pp. 543-566
In alto la parete "cattiva" della Timpa, in basso la magnifica sequenza delle Timpe (foto P.Fausone)
L'Infinito Sotterraneo al Pian del Tivano
Giovanni Badino
Finalmente oggi è stata effettuata la giunzione tra due delle più importanti grotte lombarde, la Stoppani e Ingresso Fornitori, al Pian del Tivano, tanto attesa da anni e purtroppo sino ad ora aspettata invano... (...)
Usciamo dopo 26 ore. Purtroppo notiamo che per risalire dalle zone della Stoppani non è così breve, ci vogliono non meno di 5 ore e alla fine si percorrono almeno 500/600m di dislivello.
A fine uscita possiamo fare il rapido conto: Fornitori raggiunge ora i 25,9 Km di rilevato, mentre la Stoppani 9.7Km, dunque l'intero complesso misura 35.6Km!! A cui vanno aggiunti un paio di chilometri che non sono stati rilevati, ma esplorati...
Gennaio 2008, Andrea Maconi su Scintilena
Anche questa giunzione, come tutte quelle del passato, contiene in sé un elemento di vertigine che vorrei commentare.
In molte grandi giunzioni, proprio per come sono costruite con focalizzazioni successive, l'Infinito Sotterraneo arriva quasi a sfiorare la superficie delle acque profonde in cui abita. Solo raramente è a portata di mano ma in questi fortunati casi lo si può intravedere, come un pesce che già torna sul fondo.
Vorrei riprender la cronaca di Andrea e farne un filmato, ma da un'altra posizione. Supponi che nessuno abbia sturato Fornitori. La grotta c'è, naturalmente, ma le sue gallerie mai hanno visto esploratori, perché lei non ha ingressi. Quello che c'era, non l'hai aperto, per una serie di coincidenze, rinunce, cambi di programma, Ultima Pietra ostinata.
Capita, no?
Non ha ingressi, come gran parte delle grotte di quel piano, aperte con faticose ricerche e disostruzioni che hanno riempito decenni di pagine del Grottesco, il bollettino del GGM. Il racconto della disostruzione alla Niccolina del grande Adriano Vanin (Grottesco 45, 1982) è tuttora, a mio parere, una delle più belle cose mai scritte sull'attività esplorativa degli speleo. Spero che presto entri in un libro che narri del Tivano, che pezzetto a pezzetto, grazie a decenni di lavoro pazzo e spesso stomachevole, è diventata una delle più importanti d'Italia. Queste grotte non hanno ingressi, dicevo. Come quasi tutte le grotte, del resto, persino i numerosi ingressi del Corchia sono o artificiali o fessure secondarie, tutti accidenti locali. Credo sia per questo che, quasi senza eccezioni, i punti dove le correnti d'aria sono più violente sono gli ingressi, lo avevate notato? Non vi eravate chiesti perché? ..
Ma non divaghiamo. Dunque tu non sai nulla di Fornitori.
Di Stoppani sì. Non è gran che. Abbastanza grossa, brutta, si sa che fa parte di una cosa molto più vasta, come tante grotte medie, qua e là.
Ora supponi di essere davvero bravo. Bravo sul serio, non come Gianni o Matteo. Bravo. Entri in Stoppani e passi uno, due, tre sifoni. Ti trovi in gallerie remotissime, tanto che in gran parte si lascerebbero inesplorate e non rilevate, a innumerevoli ore dall'ingresso.
Lì invece tu, che sei bravissimo, ti butti in un cunicolo fangoso laterale, con pozze d'acqua, che dopo una decina di metri finisce in un laminatoio inclinato, in salita, alto 30 cm, coperto di fango, orribile, che chiude in un cunicolo intasato di ghiaia.
Cominci a scavarlo, anche se aria ce n'è pochissima, vai avanti per ore, arrivi ad un piccolo varco largo 10 cm e alto 40, scavi verso l'alto, esci in una condottina, strisci per 30 metri, chiude.
Lo riscavi da sotto ed esci in una galleria. Hai scoperto Fornitori, bravo.
Attorno a te ora ci sono almeno 25 km di gallerie.
Ora esplorale...
È una storia possibile? No, è sostanzialmente incredibile, ma non per la grotta, che Andrea e Conan ci hanno mostrato che è proprio fatta così, ma perché un esploratore così non esiste.
Cose simili sono capitate, su scala minore, a certi che poi non sapevano neanche come spiegarlo, né sapevano spiegarsi il contrasto fra l'intravista infinità delle Terre della Notte e la mediocrità di chi, fuori, diceva di occuparsene. Tutto questo non cessa di stupirmi.
È questione di disciplina nell'insistere, di non demotivarsi, ed emergono grotte dove nessuno ne aveva trovate. Ce n'è dappertutto.
In quanti posti vi siete fermati troppo presto?
Quasi ovunque ci siamo fermati troppo presto.
Il mondo sotterraneo è smisuratamente più grande di noi, anche quello di una piccola montagna.
In Italia conosciamo 2400 km di gallerie, ce ne saranno centinaia, migliaia di volte di più. Tutto ciò che possiamo fare è selezionare dove applicare il nostro ridicolo sforzo, i nostri pochi minuti, forse in modo da ottenere cose che possano essere raccontate.
Sulla rete SpeleoIt è comparsa la richiesta che "le associazioni nazionali facciano qualcosa di più per gli esploratori". Mi ha fatto sorridere. Che cosa dovrebbero fare, su questi campi? Non riesco ad immaginarlo.
Quando esploravo in Fighiera non avevo bisogno né di SSI (di cui non ero socio, era troppo poco snob) né di gruppi grotte o di federazioni o di finanziamenti.
Avevo bisogno di compagni di strada disposti a tessersi la rete delle gallerie del Monte Corchia, piccolo monte, nel proprio cervello. Ce n'erano pochi; gli altri, tantissimi, polemizzavano all'esterno, sui nomi, su torinesi e toscani, su modi d'armo, su chi avrebbe fattilculo a chi...
Piccolo monte ancora inesplorato.
Quando si opera a 20 ore dall'ingresso non si ha neppure più bisogno del Soccorso.
La SSI deve promuovere contatti, senza tentare di gestire cose che non può neppure pretendere di capire chiaramente, come sono le grandi esplorazioni. Deve dare fiato a multiformi aspetti della speleologia, a tutti i soci. Fare accordi internazionali, promuovere la speleologia verso l'esterno.
Ben venga l'accordo Italia-Cuba. Fra un po' ne partirà un altro simile, spero. Dobbiamo far uscire gli speleo dal loro guscio, locale o nazionale, bisogna sforzarsi di più, però.
Male invece che un'altra grotta che sta diventando enorme, sotto il Col delle Erbe, venga esplorata da anni e anni da abili e benvenuti stranieri senza che ci si preoccupi di chiederne notizie a livello nazionale: che pure ci sarebbe la Carta di Casola e i codici UIS, che non si applicano solo in Sud America... E pure male che, in generale, l'interesse allo scambio internazionale, che è praticamente competenza esclusiva di SSI, sia prossimo a zero con tendenza a calare.
E in modo analogo vedo assai latitanti le federazioni che, senza entrare in cose che non capiscono, potrebbero però coordinare dei lavori di "geografizzazione" di complessi sotterranei come quello del Tivano, usandoli pure come scuole regionali di esplorazione e ricerca. Varare progetti.
Dovrebbero usare gli esploratori per articolare un discorso vasto sulla conoscenza del territorio e per avvicinare appassionati di esplorazione. Gente capace di imparare a stare contenta e serena a 15 ore dall'ingresso ce n'è dappertutto, ma ora quando entra nei nostri gruppi grotte se la ride e se ne va. Ve lo immaginate Nansen che polemizza su quale gruppo ha diritto di scendere per primo in quel pozzo?
In troppe regioni, invece, si riducono a spartire fra decine di irrilevanti gruppi un po' di torta, in modo che ciascuno abbia le sue belle domeniche di escursioni navigando ignaro sull'Infinito Sotterraneo, senza neppure intravederlo.
Nessuno può togliere le Ultime Pietre.
Sono loro che, se ti riconoscono, si scostano per farti passare.
Chi si accontenta gode, sì… ma molto poco: un viaggio nella grotta dei cristalli
Beppe Giovine
Anche il GSP ha messo il piede in una grotta unica nel suo genere: quella di Naica. Giovanni ed io, in questi due anni, siamo stati impegnati con gli amici dell'associazione LaVenta, in ricognizioni varie in Messico. A Giovanni in realtà, potrebbero dare la cittadinanza in Chihuahua; entrambi abbiamo il permesso di lavoro. Sì perché ora per fare speleologia in Messico non basta più il semplice passaporto, ma occorre un permesso migratorio; dopo l'ennesimo incidente speleologico, credo si siano rotti i coglioni di gente che va e viene per i loro territori. Avendo potuto constatare che si eseguono topografie, si fanno pubblicazioni e quant'altro, ritengono non si tratti solo di attività sportiva, ma di attività lucrativa. Vogliono averne il controllo e così ti fanno pagare un permesso per entrare, da rinnovarsi annualmente e se scade devi rifarlo daccapo; inutile precisare che il farlo non è cosa da poco. Altrimenti devi fare finta di nulla, dire che vai in montagna o partecipare a visite guidate.
Di cosa è Naica se ne è parlato in lungo e in largo ed io voglio raccontarla con una visione diversa dal solito.
Era il 2002, ci trovavamo a Cuatro Cienegas, in Coahuila, sempre a nord del Messico ad un migliaio di km di distanza da Naica, che si trova invece nello stato di Chihuahua (sì proprio quello dei cagnolini!) ed uno speleo messicano, nostro amico, Carlos Lazcano propose di andare a visitare questa grotta eccezionale. La descrizione aveva dell'incredibile e conoscendo le abitudini degli speleo, che poco differiscono da quelle dei pescatori soliti decantare trote da tre etti come se fossero da tre chilogrammi, fu gioco forza non prendere subito in dovuta considerazione il fatto. Dovette insistere non poco perché qual-
cuno prendesse la decisione di seguirlo per una ricognizione. Del gruppo ne fecero parte Giovanni, credo Tullio e non ricordo chi altri, ma poco importa. Al ritorno la loro descrizione non fu come quella di Carlos: di più!!! E va beh, come al solito. Ma quando vedemmo le prime fotografie non sapevamo se ancora crederci o pensare a dei fotomontaggi. Il resto è oramai storia.
Personalmente non mi sono reso realmente conto di cosa si trattasse sino a quando non son riuscito a metterci i piedi dentro. Era il 2006, mi pare a maggio. Tutto era in fermento: le tute refrigerate, i respiratori, le protezioni; ma dove saremmo andati a finire? Mi sono messo a studiare la fisiologia e le modificazioni fisiche da calore, come non avevo mai fatto, neanche durante gli studi universitari. Tutto mi sembrava così incredibile! Ma sì, che sarà mai! certo farà anche caldo, ma cosa vuoi? Che non si sopporti? … ehhh abbiamo provato di peggio. Ma va là...
Una discesa in camionetta per il tunnel della miniera, ci portò a quota -260. La sensazione non fu certo quella di andare a fare una piacevole gita in grotta; se non altro perché era la prima volta che mi capitava di scendere in grotta in camionetta e non appeso ad una corda. La temperatura aumentava mano a mano che si scendeva; nei momenti in cui lasciavamo le gallerie principali si riduceva anche la circolazione d'aria. La maglietta ti si appiccicava al corpo, sulla pelle che si arrossava e sudava così tanto che lo stesso sudore diventava irritante. Tubazioni di ferro arrugginito, credo per le forti concentrazioni saline dell'acqua che vi scorre dentro, penzolavano d'ogni dove ed insieme grossi cavi elettrici; di tanto in tanto grandi cabine di elettricità rombanti, non so perché, illuminavano un breve tratto di galleria. Solo a guardarle ti sentivi fulminare (oltre 300KVolt!). Spesso l'incontro con un automezzo, che prima di allora avevo solo visto nei film di fantascienza, costringeva l'autista a manovre da circo equestre. Così arrivammo ad una breve galleria con una parete sul fondo ed una pesante porta metallica.
Qui la situazione si presenta più critica: circolazione d'aria nulla, temperatura 38°-40° C; oltre la porta la galleria prosegue per altri venti metri con un progressivo aumento della temperatura e sempre meno circolazione d'aria. Al fondo una mini serra in plexiglass, oltre la quale appare nella sua strabiliante verità ciò che fino ad allora avevo solo sentito raccontare e tentato di immaginare dalle fotografie di chi c'era stato prima di me. Certo manca l'emozione della prima volta, ma dura un attimo. Vengono accesi i fari che ne illuminano la porzione di grotta subito oltre l'ingresso e a quel punto mi sono sentito venire meno. Preciso che non è un modo di dire, ma nel vero senso delle parole. Il cuore, che già viaggia a mille per gli effetti del calore che ti pervade, riesce a trovare l'energia di sparare ancora di più. La salivazione si azzera ancora una volta sia per il calore che per lo spettacolo che hai di fronte. Mi dico: che cosa è? Dove mi trovo? È tutto vero? Non mi sono mai fatto, ma la sensazione provata sono sicuro è la stessa. La quantità di adrenalina spremuta dalle surrenali e la quantità di endorfine prodotte ti procurano un vero e proprio orga-
smo. Ti viene subito la voglia di correrci dentro, ma…. Lei ti appoggia una grande mano sulla fronte, come poteva fare il compagno grande quando da bambini si scazzottava in cortile. E ti ferma. Ma dove cazzo vuoi andare, fatti furbo, questa non è roba per te! Allora ritorni da dove sei venuto e arrivato dove avevi iniziato a soffrire per i 38°-40° C, per un attimo senti addirittura freddo: sì, senti freddo! Incredibile, ma vero: la grotta è a 48°C e la differenza di 10°C ti fa sentire freddo. Poi l'illusione passa e dopo poco ti senti sfinito, respiri a pieni polmoni, e vorresti espanderli ancor di più, ti siedi, guardi gli altri ammutolito.
Sei già dipendente da Naica! Non vuoi assolutamente rinunciare, vuoi vederla meglio, vuoi rivivere quell'orgasmo!
Fatte le dovute considerazioni, raccolte tutte le informazioni di chi comunque c'è già stato prima, dai una mano a preparare l'equipaggiamento un po' spaziale e inizi a giocare: all'astronauta. Ovvero allo speleonauta, così come si potrebbe immaginare di visitare una grotta su un altro pianeta. E allora ci vuole l'abbigliamento giusto: i tutoni, li riempi di ghiaccio, metti un respiratore sulle spalle, casco, luci, guanti, passamontagna, un sacchetto di ghiaccio sulla testa, magari prendi una videocamera e una radio e... pesantemente inizi a spostarti di nuovo verso l'ingresso. Peserai 26 chilogrammi in più, ma subito non li senti, dopo invece…… la prima volta entrai in compagnia di Beba (Alicia) un'amica speleo di Mexico city, importante punto di riferimento sia per la sua preziosa affidabilità che per la grande generosità che ha sempre dimostrato. Di quella volta conservo anche un breve filmato. Ma non avevo ancora fatto bene i conti: le apparecchiature devono essere riscaldate almeno 12 ore prima, altrimenti condensano fin nelle budella ed oltre a non vederci nulla i meccanismi iniziano ad incepparsi. Non ho mai più rivisto quelle immagini perché contrastano troppo con le emozioni che provi quando sei là dentro. Nel filmato è un continuo appannarsi dell'obbiettivo, senti in continuazione il rumore del motorino del respiratore che si sovrappone al respiro affannoso; le parole gridate per farti sentire dal compagno di viaggio. Sembra una avventura nel profondo dell'inferno! Invece? Invece all'inizio ti muovi cercando di capire, di conoscere questo nuovo genere di pavimento per i tuoi piedi, testandone la stabilità, l'aderenza delle calzature, tenendoti pronto in caso di scivolata. La sensazione infatti è che se dovessi cadere potrei ferirmi e non poco su quegli spigoli affilati. Ma quando hai preso confidenza, e ti guardi bene intorno: sei completamente anestetizzato! Uno spettacolo da film. Anche se già visto in fotografia e descritto nei particolari dagli amici che già ci son stati, ti appare come una cosa incredibile. La tua mente deve settarsi su quella visione; non è abituata a vedere nulla del genere ed il risultato è l'invio di quella marea di sensazioni che si alternano fra il piacere e la paura. A mano a mano che il tempo passa, mentre cerchi di muoverti a questo punto cercando di non farle del male, di non rovinarla, il tuo cervello si è resettato ed ecco un altro orgasmo e un altro ancora: dove mi trovo? In quel momento, quella prima volta mi sono guardato intorno e nel vedere quella meraviglia della natura mi sono detto che dopo di questo avrei potuto smettere in qualunque momento di fare speleologia! Purtroppo invece mi ha stregato: e se ci fosse qualcos'altro, di ancora più bello da vedere in qualche altra parte della terra? Mai accontentarsi!... chi si accontenta gode... sì, ma gode poco.
Immagini all'interno di Naica e dell'attrezzatura utilizzata per le esplorazioni (foto G.Badino)
50 anni di Bollettino
Marziano Di Maio
Da un po' di tempo non si fa altro che celebrare mezzi secoli e anche Grotte adesso festeggia i suoi 50 anni di vita.
Era il mese d'aprile del 1958 e il GSP aveva l'età di quattro anni e mezzo quando è uscito il n.1 del Bollettino mensile informativo, 4 pagine formato ciclostile 33 cm x 21,5 battuto su speciali matrici allora in uso e ciclostilato a mano in 30 copie, responsabile Piero Fusina.
Una bella differenza con il bollettino attuale di 64 pagine in 600 copie stampato su ottima carta schiacciando il bottone d'una macchina, copie con copertina e pagine a colori e quant'altro.
La storia si fa lunga. Rievocazioni sono già state fatte su Grotte in occasione dei vari compleanni del bollettino (n. 34 per i 10 anni, n.65 per i 20, n.96 per i 30 e n.126 per i 40), nonché quando il gruppo ha compiuto il ventennio (n. 52) e il trentennio (n. 83), e in più sul n.100 per festeggiare una sequenza che non è da tutti (e che a tutt'oggi è alle soglie dei 150 numeri). E non dimentichiamo l'illuminato articolo "Il Bollettino del GSP va verso i cinquant'anni (ma non li dimostra)" scritto da Carla Lanza su Schegge di Luce, la pubblicazione del 2005 rievocativa del mezzo secolo del Gruppo.
Spiace ripetere cose già dette, ma non tutti possiedono ogni numero sopra citato, e se li hanno dovrebbero darsi il fastidio di andarli a rispolverare. Vediamo dunque di riassumere un po', per poi esporre qualche dato inedito degli ultimi dieci anni.
I primi dieci anni (1958-68, boll. 1-34)
La decisione di pubblicare un bollettino informativo interno viene presa durante un'Assemblea straordinaria tenuta il 30 marzo 1958, che è una domenica pomeriggio, presenti 10 membri effettivi su 14. L'uscita è programmata ogni primo lunedì del mese, la tiratura è di 30 copie.
Ovviamente con una tiratura così esigua non è il caso di pensare ad una stampa, si usa il ciclostile. Battute a macchina le pagine su matrici speciali, queste ultime vengono inchiostrate una alla volta e fatte passare in una piccola macchina rotativa azionata a mano con una manovella per tirare le copie, copie all'inizio con una facciata sola ed il retro bianco. Il lavoro delicato è l'inchiostratura: se si eccede, la riproduzione viene troppo grassa e si possono anche creare macchie e si butta via tutto, mentre se si inchiostra poco i caratteri vengono sbiaditi, come pure si sbiadiscono dopo un certo numero di copie. La carta è di qualità non certo eccelsa, sembra quella del tempo di guerra.
Dopo tre numeri mensili, al responsabile Piero Fusina si affianca Carla Lanza, indi dal n.5 il bollettino diventa bimestrale e dal n.7 trimestrale. Il numero delle pagine è ancora irrisorio: nei primi sei numeri va da 3 a 5, salvo il n.4 che essendo dedicato alla novità del campo estivo al Marguareis del 1958 ne conta ben 16.
Con il n.7 del 1959 iniziano le innovazioni. Intanto al bollettino viene dato il nome di Grotte, poi aumentano decisamente le pagine che dal n.7 al 14 sono una trentina in media, la stampa è a doppia facciata e viene applicata una copertina con foto in bianco e nero, tranne in due casi in cui si utilizzano copie di foto a colori di Carlo Tagliafico che erano state da lui riprodotte in un certo numero e che vengono incollate una per una sulla copertina. Con il successivo n.8 compaiono pure le vignette di Tagliafico nella pagina della Speleocomicologia.
Rapidamente il contenuto decolla su livelli non certo da pubblicazioncella interna. Prova ne è che il direttore-padrone della Rassegna Speleologica Italiana, Salvatore Dell'Oca, nell' Assemblea SSI di Finale Ligure del 1960 critica il fatto che articoli importanti vengano pubblicati su volgari ciclostilati anziché su riviste a stampa (la sua, perché altre non ce n'erano, a parte qualche annuario). Ma Beppe Dematteis non se la lascia dire e gli risponde pacatamente sul bollettino; l'intimidazione però traspare, perché sullo stesso numero (il 14/1960) compare in prima pagina una "Avvertenza: gli articoli che compaiono sul Bollettino Grotte non costituiscono bibliografia. Gli argomenti di interesse generale verranno quanto prima ripresi e pubblicati su riviste a stampa".
Nel quarto anno e dopo 14 numeri si manifesta una piccola crisi, dovuta all'assenza di Fusina che è dovuto partire militare. Il n.15 esce infatti con sole 14 pagine e inaugura una quadrimensilità che resterà poi fissa fino a tempi recenti. Ma il neopresidente Giulio Gecchele prende deciso impegno di tornare alla normalità e difatti il numero successivo è pronto per il Convegno di Speleologia "Italia '61" organizzato dal GSP, ricco di 31 pagine e adeguata tiratura per distribuirlo ai convegnisti. Questo n.16 è l'ultimo a ciclostile e in quel formato. (È anche il primo a cui lavora, ma non ancora da redattore, uno che oggi usa firmarsi MDM).
Con il n.17 cambia appunto il formato, che è quello attuale. Cambia pure il sistema di stampa che diventa a litografia: cioè i fogli battuti a macchina a casa propria o in copisteria vengono ordinati in un facsimile di bollettino (il menabò) e poi riprodotti da un tipografo con sistema litografico. Un'altra tipografia specializzata stampa la copertina, con foto b. n.a piena pagina utilizzando i clichés del catalogo della mostra fotografica Stalattite d'Oro da noi organizzata per Italia '61. Le pagine diventano multiplo di quattro e aumentano alquanto: oltre 40 di media. Se fino al n.18 i titoli erano scritti a pennarello da Giulio, dal n.19 sarà Tagliafico a farli.
Il n.17 è redatto da Gecchele con l'aiuto di Mario Marzona, come il 18 con Carla Lanza e Marziano Di Maio, i 19-20-21-22 con Di Maio e Dario Sodero, il 23 con Di Maio. Poi dal n.24 al 34 provvede il trio Gatto-Lanza-Di Maio, mentre a quest'ultimo è affidata la responsabilità nel 1963.
Nel primo decennio i 34 bollettini totalizzano oltre 1100 pagine. La tiratura è salita a 300 copie.
L'abbonamento per gli esterni è di mille lire. I redattori sono in tutto sette: nell'ordine di comparsa e con tra parentesi il numero di bollettini, essi sono Fusina (15), Lanza (25), Gecchele (8), Marzona (1), Di Maio (17), Sodero (4) e Gatto (11).
Il secondo decennio (1968-78, boll. 35-64)
Molti anni del secondo decennio sono stati un po' tribolati per il bollettino, per questioni di lira ma anche per problemi di Gruppo di cui il bollettino stesso è specchio fedele. Dopo aver raggiunto per quei tempi un buon livello sia nei contenuti che nella veste, si fatica a mantenerlo perché in cassa i soldi sono pochi e perché a un certo punto cala la carne al fuoco, leggi le grandi esplorazioni. E poi c'è anche per noi il Sessantotto.
Dal n.38 appare per la prima volta un'illusoria pubblicità, mezza pagina.
Sul n.35 compare a cura del responsabile l'indice generale dei 34 numeri dei primi dieci anni, per argomento e per grotta, indice che sarà poi aggiornato da Giuliano Villa sul n.59 e più tardi laboriosamente preparato fino al n.106 a cura di Domenico Girodo (Mecu) ma mai potuto pubblicare per vari motivi.
Con il n.39 finiscono i clichés della Stalattite d'Oro da utilizzare per le copertine e in più avviene il fallimento della tipografia che ce le stampava a prezzo stracciato. Il n.40 esce senza copertina.
Nel terzetto redazionale (Di Maio-Gatto-Daniela Calleri) c'è fortunatamente Eugenio Gatto (Genio) che al bollettino dedica tanto tempo come nessun altro redattore ha mai fatto né mai farà a tutt'oggi. Dal n.40 lui modifica il sistema di stampa, che diventa in offset. Vengono battute a macchina (sempre Genio) pagine spaziose che poi vengono rimpicciolite nel formato canonico, guadagnando in capienza ben 1'80% in più. Genio fa i disegni, impagina, fa fare all'amico tipografo Aldo Ogliengo l'essenziale della stampa aiutandolo, poi confezio-
na, imbusta, spedisce. Per gestire l'indirizzario usa schede perforate, selezionabili per le varie necessità con ferri da calza, un novità che ci fa spalancare tanto d'occhi.
I titoli non sono più scritti a mano ma ottenuti con caratteri ricalcabili. Le copertine dei n.41-42-43 sono in carta arancione scuro senza immagine, poi si escogita una soluzione economica utilizzando una foto di Dario Pecorini dell'ingresso dell'abisso di Perabruna, foto che verrà stampata in monocolore ogni anno con tinta diversa per 12 anni di seguito.
Genio è decisamente maturo per assumere la responsabilità del bollettino che Marziano sta per lasciargli, quando ben presto c'è il patatrac. Per insanabili divergenze di opinioni con i componenti del Mucchio Selvaggio (ma anche con qualcun altro che di quel mucchio non è), Genio e Daniela si allontanano dal Gruppo. Genio peraltro da vero amico aiuta ancora Marziano dietro le quinte.
Il nuovo trio redazionale del n.47 è Di Maio-Carlo Balbiano-Paolo De Laurentiis, ma giustamente nel sommario figura la dicitura "edizione Gatto". Per il n.48 Marziano resta solo con Balbiano, dal n.49 al 52 si aggiunge Piera Biolino.
È da notare che il n.47 è dotato di allegato della ristampa anastatica del Primo elenco catastale delle grotte del Piemonte e della Valle d'Aosta di Beppe Dematteis, curato da Genio. Il n.52 è dedicato ai 20 anni del GSP e porta la novità di foto in b.n. Il seguente n.53 è storico perché al posto di Piera entra in redazione Giovanni Badino che vi rimarrà fattivamente per 71 numeri.
La tiratura sale leggermente: 350 copie. Secondo una tendenza protrattasi per molti anni, si portano al tipografo le pagine dattiloscritte e lui le stampa, a un certo punto su carta che noi stessi gli forniamo, proveniente dalle cartiere Burgo tramite Pecorini che ce ne ha fatto gentile omaggio. Poi un dato pomeriggio e fino a sera tardi si raccoglie gente che vada in tipografia ad impaginare, pinzare, rifilare.
Certo non tutto riusciva alla perfezione. Se su qualche pagina si scoprono impronte digitali, è perché non osavi dire a qualcuno di andarsi a lavare le mani prima di impaginare (alla polizia scientifica scoprire il colpevole).
Altra stronatura che un occhio attento potrà notare è qualche titolo dai caratteri non proprio impeccabili; cosa vuoi farci, si era sempre in ritardo, di solito si scrivevano i titoli di sera per portare il bollettino al tipografo all'indomani prima di andare a lavorare (lui alle 7.30 era già lì), a mezzanotte ti trovavi con qualche vocale dei trasferibili esaurita, piuttosto di tardare di un altro giorno era meglio aggiustarsi a penna...
Tornando ai redattori, dal n.54 al 58 c'è la coppia Badino-Di Maio, per i quattro numeri successivi si aggiunge Andrea Gobetti, il n.63 torna a Badino-Di Maio e con loro per il n.64 coopera Giuliano Villa. Sono nove quelli che figurano nel decennio: Di Maio (30), Gatto (12), Daniela Calleri (12), Balbiano (7), De Laurentis (1), Piera Biolino (4), Badino (12), Gobetti (4), Villa (1).
I 30 bollettini del secondo decennio contano 1076 pagine.
Il terzo decennio (1978-88, boll.65-95)
Nell'arco di tempo del terzo decennio la situazione generale è decisamente più soddisfacente, grazie all'incremento dell'attività esplorativa e di conseguenza del numero e della sostanza degli articoli (ormai si va su sola corda e l'attrezzatura è tutta di produzione industriale). Si ha un lauto progresso nella veste del bollettino, nel numero di pagine che perdippiù contengono più caratteri per riga e più righe per pagina, nel corredo dei rilievi nel testo e fuori testo a tovaglia, di disegni e vignette (quelle di Simonetta Carlevaro dal n.84/1984) quando è arrivata una convenzione con la SSI per inviare il bollettino a tutti i suoi membri, convenzione per la verità un po' onerosa per il GSP e sospesa dal n.94/1987.
Con il n.88 del 1985 avviene il gran salto dalla lavorazione artigianale a quella industriale. Si passa al sistema di battitura a fotocomposizione, guadagnando il 44% di capienza per pagina; si dota il testo di foto b.n., mentre già dal n.80 si era passati alla copertina a colori con soggetto uguale per i tre numeri annuali. Si è arrivati al record di 64 pagine per bollettino (oggi è la norma). La movimentazione si complica: la tipografia stampa i fogli (è sempre la Litomaster di Ogliengo), la legatoria confeziona il bollettino, un'altra ditta implastica e spedisce. La spedizione è ora in abbonamento postale come supplemento al mensile sezionale CAI-UGET Notizie, da conferire ogni volta alle Poste di Savigliano.
Nel 1983 esce un numero in più, lo speciale n.83 dedicato ai trent'anni del GSP. Da una statistica degli articolisti del trentennio era risultato autore più prolifico Giovanni Badino con oltre 80 articoli più il numero speciale sull'abisso Fighiera; a seguire Attilio Eusebio e Andrea Gobetti con una trentina, poi Giuliano Villa e Meo Vigna, ecc.
Le pagine dei 31 bollettini del decennio assommano a 1348.
I primi due bollettini sono redatti da Badino-Di Maio-Villa, i sei seguenti da Badino-Di Maio-Gobetti, il 73 da Badino-Di Maio-Menardo-Pulzoni, nel 74 manca Badino (la sua unica forzata assenza in 24 anni) che torna nel quartetto con il numero seguente, quartetto che nei due numeri successivi diviene un quintetto con Gabutti. Nel n.79 Ochner prende il posto di Menardo e si va avanti così per nove bollettini, mentre nei tre seguenti non figura più Pulzoni. Dal 91 al 94 si aggiungono Chiabodo e Loredana Valente e con il 95 anche Pavia e Scagliarini.
I redattori del decennio sono quindi più numerosi del solito, essendosene aggiunti 8 ai 4 che già erano presenti in precedenza. Nell'ordine di comparsa essi sono: Di Maio (31 boll.), Badino (30), Villa (2), Gobetti (6), Menardo (6), Pulzoni (15), Gabutti (19), Ochner (17), Chiabodo (5), Valente (5), Pavia (1), Scagliarini (1).
Il quarto decennio (1988-98, boll.96-126)
Su un livello di eccellenza si snodano pure i dieci anni successivi, gratificati da un nuovo salto di qualità sia nella grafica e sia nell'organizzazione. La fase industriale vede alcuni perfezionamenti, la grafica migliora sotto la spinta di Poppi e per un certo periodo di Super
(M. Taronna), il numero medio di pagine aumenta, i contenuti sono più curati, si incrementa il corredo di foto, rilievi e cartine sulla cui qualità si è più esigenti. La redazione si rafforza cercando di ripartire le mansioni e responsabilizzando i vari componenti. Nella qualità della veste, che costa, c'è ovviamente lo zampino della Regione Piemonte che con il contributo dell'AGSP permette di far fronte a una buona parte della spesa.
Dal n.94 decade l'accordo con la SSI e la tiratura si ridimensiona a 600 copie che rimarranno la norma, con qualche eccezione a superare. Il numero di maggio-agosto 1989 è il n.100. dal n.110 di fine 1992 si cambia tipografia approdando alla Grafica Nuova che tuttora stampa per noi.
I bollettini del decennio sono 31 perché c'è uno speciale per il quarantennio del GSP. Le pagine sono 1632.
Il movimento dei redattori vede i primi tre numeri con la squadra precedente meno Gabutti emigrato in America, poi nei due seguenti la rosa si sfoltisce liberando Chiabodo e Scagliarini. Con il 101 entra Carrieri, per il solo 103 si aggiunge Bregolato. Con il 107 avviene un potenziamento ed i redattori salgono a nove con Eusebio, Grossato e Terranova, dei quali il primo è tuttora sulla breccia. Dal 110 non compaiono più Valente e Terranova, con il 118 partecipa pure Taronna, con il 120 Pavia è sostituito da Vacchiano e con il 125 Badino dopo 71 bollettini lascia il posto a Marchionni. Per finire, con il numero successivo esce Grossato.
Ai precedenti si sono aggiunti 8 redattori che portano il totale del decennio a ben 15, che in ordine di entrata sono Di Maio e Ochner (31 boll.), Badino (28), Chiabodo (3), Pavia (24), Scagliarini (3), Valente (14), Carrieri (26), Bregolato (1 ), Eusebio (20), Grossato (19), Terranova (3), Taronna (9), Vacchiano (7), Marchionni (2).
Il quinto decennio (1998-2008, boll.127-149)
Gli ultimi dieci anni si sono snodati sul buon livello ormai consolidato del decennio precedente. Una novità importante è però avvenuta con l'entrata nel terzo millennio: dopo sofferte riflessioni, onde ridurre l'impegno redazionale ed anche quello finanziario si è abbandonata la quadrimestralità per adottare l'uscita semestrale. Il primo semestrale è appunto il n.135 del 2001. Nell'ultimo decennio pertanto i numeri pubblicati sono soltanto 23, compreso questo che stiamo leggendo, che sommati ai precedenti fanno 149.
Il numero di pagine è di 1380 date da un bollettino di 44 pag., otto di 48, uno di 56 e ben 14 di 64 pag. e cioè tutti quelli degli ultimi sette anni, meno il 149.
Il colore, introdotto timidamente e sperimentalmente con le foto del n.137/2002 su un solo sedicesimo, da sei numeri è esteso a tutto il bollettino.
I movimenti tra i redattori sono riassumibili come al solito in breve spazio. Dal 127 ha cessato Taronna, seguito da Carrieri e Marchionni con il 134 e da Vacchiano con il 139. Con il 127 sono entrati Chiara Giovannozzi e Alberto Cotti, rimasti rispettivamente sino al 137 e 143. Dal 136 è finalmente in redazione Ube Lovera.
Con il 138 sono arrivati Deborah Alterisio rimasta per 4 numeri e Riccardo Pozzo restato per 7. dal 142 abbiamo Sara Filonzi e Luisa Musiari, e infine dal 148 Alberto Gabutti che già era stato nella redazione prima di partire per l'America oltre vent'anni fa.
I redattori del quinto decennio dunque sono stati 14
dei quali 7 nuovi: Di Maio con Eusebio e Ochner (23 boll.), Carrieri (8), Cotti (17), Vacchiano (13), Giovannozzi (11), Marchionni (8), Lovera (15), Alterisio (7), Pozzo (4), Filonzi (8), Musiari (8), Gabutti (2).
Statistiche spicciole
Statistiche immediate dei 50 anni di Grotte sono il numero delle pagine, che superano le 6500 (ma in sé questo dato non dice molto) e il numero delle persone occupatesi di redazione che in tutto sono state 37, tra cui una decina con partecipazione effimera. Si mostra costante il numero di nuovi redattori di ogni decennio:
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Decenni Redattori di cui nuovi Primo 7 7 Secondo 9 7 Terzo 12 8 Quarto 15 8 Quinto 12 7 |
Sarebbe interessante elaborare dati sulla tipologia degli articoli, ma non sempre gli stessi si prestano ad una interpretazione univoca. A questo proposito rimane sempre inedita una interessante analisi fatta a suo tempo da Giovanni Badino, che ha filtrato l'enorme archivio di Grotte selezionando gli articoli a suo giudizio salienti in tema di cultura di grotte, didattica, ricerche, documentazione, nuovi orizzonti (speleologia in terre lontane), speleologia organizzativa, tecniche e materiali... La selezione ha prodotto una dozzina di pagine a battitura molto fitta che continuano a girare tra di noi, consultate da chi è curioso ed interessato.
La fortuna ci salverà?Qual'è lo stato di salute della "più vecchia rivista speleologica d'Italia", di questa che è stata definita (G. Badino) "una memoria inestimabile per l'intera speleologia"?
Sul n.100 del 1989, e sono passati quasi vent'anni, dopo una compiaciuta constatazione che l'andamento del bollettino era su un livello più che buono, si concludeva dicendo che si sperava di mantenerlo. Lo si è mantenuto, senz'altro riguardo alla grafica, all'impegno redazionale e bene o male anche nei contenuti.
Il bollettino si mantiene miracolosamente sui binari. Riesce ad uscire e con ritardi contenuti nonostante la palla al piede di fattori negativi concomitanti che non si riesce a debellare. Se non ci fossero, si avrebbero larghi benefici in termini organizzativi e di risparmio di stress di chi è incaricato della redazione.
Il cruccio principale è dato dalla pigrizia nello scrivere, sovrana, cronica, endemica. Su questo siamo rassegnati al punto da non più reagire, e dopo decenni di illusioni che sono solo momentanee non è più il caso di sperare. Gli articoli vengono alla fine consegnati quando proprio l'attesa è giunta allo stremo, ma non è poi detto che siano corredati dai previsti rilievi e foto. Per la verità dopo sofferta attesa non è neppure detto che l'articolo promesso arrivi, perché l'autore nel frattempo ha giudicato che non è più d'attualità, oppure l'ha pubblicato da un'altra parte: questo non è un caso isolato e tu devi avere un bell'amore per il bollettino per non mandare tutti a quel paese...
Però, miracolo, alla fine Grotte esce. Al ginnasio un prof di religione citava sempre il Cottolengo, dove c'era da mangiare solo per pochi giorni ma in extremis una qualche provvidenza interveniva e non si è mai digiunato. Anche il bollettino: non hai quasi niente in mano, poi tutto ad un tratto si materializzano articoli piovuti dal cielo e lo riempi. La provvidenza c'è.
Meccanismo da oliare è poi la lavorazione grafica. Chi impagina, ed è sempre Attilio Eusebio alias Poppi che adesso ha pure sulle spalle la presidenza Uget, può iniziare solo se ha tutti gli articoli con i dovuti rilievi, foto ecc., ma manca sempre qualcosa, oppure i rilievi
sono da rendere presentabili, o le foto scadenti da sostituire o altri inghippi che non stiamo ad elencare. Non manca neppure l'inconveniente degli articoli spediti per via telematica che misteriosamente non arrivano al destinatario. I tentativi di affiancare Poppi con qualcuno che gli allievi il lavoro, si scontrano con il fatto che lui può utilizzare all'uopo solo ritagli di tempo libero che quasi sempre ricadono di festa.
Altro problema del bollettino è quello del responsabile. Quel tale ha deciso per questa vita di restare analfabeta di informatica e perciò gli articoli, specie quelli arrivati all'ultimo momento, sovente gli passano sulla testa e li legge poi sulle bozze, bozze che a quel punto non possono essere corrette più di tanto. È anche un tipo restio a prendere per la cravatta gente di 40-50 anni quando non si decide a consegnare o non mantiene le promesse, quando si dimentica o finge di essersi dimenticato, quando consegna articoli infarciti di errori perché non ha neppure riletto il testo (ma questo passi, l'importante è che ci sia l'articolo). È uno che patisce a vedere menefreghismo e trascuratezza.
In tempi passati le preoccupazioni maggiori erano date dalla penuria di lira, e meno male che il Gruppo nei suoi bilanci ha sempre privilegiato il bollettino come il suo figlio prediletto e tuttora la voce di spesa più importante è quella per Grotte. Adesso che mamma Regione ci dà un aiuto, resta il fastidio di dover sempre sollecitare gli articolisti, di continuare a spostare in avanti il termine ultimo di consegna (già sapendo che non sarà l'ultimo), di veder trascorrere invano le settimane e i mesi senza che si esaudisca il piacere di ricevere gli articoli.
Certamente, i tempi cambiano e non hanno preso una buona piega. Molti valori cui si era abituati non valgono più universalmente. C'è crisi in un quadro sociale generale. Anche la speleologia paga il suo dazio. Venendo a noi, all'albero continuano a seccare rami e non arriva nuova linfa. Sembra sparito il piacere di trovarsi al venerdì, quelli che non si fanno vedere non amano più il Gruppo? O non si fanno vedere perché oggi si comunica senza guardarsi in faccia? Il bollettino risente di questa situazione, ma se vuole vivere si deve adattare, ed è dura. Crisi passeggera? Speruma, dicono in Piemonte.
Vent'anni addietro parlando di bollettino si era scritto che "il responsabile purtroppo è ancora il medesimo". Quel "purtroppo" oggi va elevato al quadrato o al cubo. Il responsabile non è contento perché tra le altre cose non sa se per la sua parte debba sentirsi colpevole o meno. E il bollettino non è contento che il responsabile sia sempre quello.
Il bollettino per altro gioisce di essere arrivato a mezzo secolo, ma fa notare che la longevità oltre che un merito è anche fortuna. È un merito perché se si è campati 50 anni qualcosa si sarà pur fatto. E credere nella fortuna è un buon pilastro per rimanere ottimisti.
Buon compleanno, intanto.
Spiria
Giovanni Badino
Ho sempre avuto bisogno di avere una scusa esplorativa per andare in grotta, mi è difficilissimo entrare "per vederla", ho crisi di insicurezza, mi sento un lattaio che entra in una grotta turistica. Forse per Su Spiria avrei potuto affrontare la crisi (la grotta è proprio notevole), ma l'offerta degli amici di Sassari di dar loro una mano a raggiungere il buco nel soffitto nella Sala dei Ciclopi mi dà una scusa ideale. Contavo anche di fare un po' di scalata, ma contrattempi all'entrata e necessità di uscire in serata rendono insensato attaccare una salita che, come vediamo studiandocela da sotto, è tutt'altro che rapida. Quella volta li lasciamo perdere, ma poi ci ritorneranno per scoprire che chiudeva: capita.
Insomma, usciamo dopo aver portato a spasso inutilmente un bel po' di materiali.
Lo so, come relazione d'uscita quella appena scritta è davvero compatta, ma questa nota è proprio una relazione d'uscita, e quindi pazienta un attimo. Adesso scrivo considerazioni dotte sulla struttura della grotta.
Le correnti d'aria in giro per la grotta a tratti sono violente in modo sorprendente per un sistema così labirintico, dove ci si aspetterebbe che esistano mille alternative al passaggio dell'aria e quindi correnti d'aria in media deboli o assenti. Questo suggerisce che la grotta sia in realtà separata in sotto-zone indipendenti molto più di quanto ci si poteva aspettare, e che i passaggi abbiano poche alternative.
Ora passiamo alla relazione d'uscita.
Usciamo, ma nei pressi dell'esterno la strettoia denominata La Sella ci ritarda. Ci mettiamo a far passare i materiali e io, più a monte di tutti, ho poco da fare, se non guardare stupito l'intensità della corrente d'aria in aspirazione. Chiacchiero con gli altri, stretto fra roccia. Bé, no, la corrente d'aria mi pareva più intensa.
No no, è proprio forte, ma come ho fatto a non accorgermi che soffiava? Bé, no, è ferma. No, aspira... Insomma, mi accorgo che l'aria all'ingresso oscilla con un periodo di circa due minuti e mezzo, e con un'intensità massima impressionante, modalità che avevo visto solo allo Straldi e alla Filologa, in Marguareis. Assorto, misuro la pulsazione con l'orologio, mentre a pochi metri gli altri, ignari, lottano per far passare sacchi dall'imboccatura di questo strumento musicale.
Quando l'hanno superata tutti, faccio notare il fenomeno, che probabilmente sarebbe passato inosservato, come credo rimanga quasi sempre, qui o altrove. Per osservarlo è necessaria molta attenzione e una lunga sosta in una zona ventilata, due condizioni poco praticate dagli speleologi.
La pulsazione è regolare, qualcuno sta suonando la grotta. Che siano le stelle?
Su Spiria, lo scherzoso nome dato da "continentali", adesso mi appare stranamente centrato. Mi pare di ricordare che l'avesse trovato Ramella, uno di quelli della Chiusetta.
Usciamo, la Codula è immersa in una notte stellata e ventosa. Le raffiche devono aver innestato le oscillazioni, probabilmente tutto il supramonte profondo, ora, sta suonando dalle sue molte bocche, come una cornamusa dall'immenso sacco e con canne di bordone lunghe decine di chilometri.
Chissà se, ogni tanto, una di queste canne fa la melodia.
Nessuno può udire. Per chi suonano?
Il suono delle grotte
Giovanni Badino
In un mondo di rumori come è il nostro, le rare note musicali risaltano. Ma cosa sono le note? A differenza dei "rumori" hanno una frequenza caratteristica, una frequenza fondamentale. Inoltre hanno anche un timbro, che ci permette di riconoscere se ciò che la emette è un violino o un flauto, ma sul timbro torniamo fra un po'.
La frequenza della nota è di per sé interessante; il La4, ad esempio, è prodotto da un oscillatore che vibra a 440 cicli al secondo. Il suono che ne sgorga avanza nell'aria alla velocità di 330 m/s, e dunque la sua lunghezza d'onda (distanza fra due massimi delle variazioni di pressione che esso induce) è circa 0.75 m. La cosa interessante è rovesciare il ragionamento: dalla frequenza della nota, se emessa da un tubo sonoro, deduco la lunghezza di questo tubo, perché le note che esso emette hanno una lunghezza d'onda che è grosso modo (il discorso qui sarebbe da raffinare un po') la lunghezza del tubo sonoro. Per dire meglio, è la lunghezza della sua parte che oscilla, che è la colonna d'aria che esso contiene: più lunga la colonna d'aria, più bassa la nota, se più corta è più alta. Ma questo vale per ogni massa d'aria in ambiente chiuso. Ad esempio tutti sappiamo come non far traboccare una bottiglia che stiamo riempiendo: basta ascoltare il suono che ne esce, via via più acuto sino a che... chiudiamo il rubinetto.
Anche le grotte hanno un suono, o meglio, anche le masse d'aria chiuse nelle montagne hanno loro frequenze tipiche di oscillazione. È facile vedere che un clarinetto lungo 10 km emette la nota fondamentale di lunghezza d'onda 40 km, cioè con frequenza di un ciclo ogni 120 secondi. In pratica, una persona che fosse sua bocca vede il flusso d'aria che inverte ogni minuto. E le grotte? Anche le grotte. Le loro masse d'aria possono oscillare e quando ci sono condizioni opportune (non è ancora chiaro quali siano) lo fanno, il flusso d'aria che le attraversa va invertendo il verso periodicamente.
La cosa interessante di questo fenomeno, forse incontrato un po' da tutti gli speleologi, è che sembra apparire solo in grotte enormi di massicci enormi. Chi scrive l'ha visto in Marguareis e in Supramonte. Questa osservazione dovrebbe eccitare qualunque esploratore e fargli chiedere: "Giovanni, stai dicendo che dalle oscillazioni dell'aria all'ingresso delle grotte posso capire se sono grandi? Posso capire come sono fatte?".
A me sembra di sì.
A me sembra che dalla nota che emettono quando si mettono ad oscillare (cosa che accade quando si verificano condizioni opportune, che ancora non ho ben capito ma che capirò) ci dia dirette informazioni sulla sua struttura generale, proprio come sentendo la nota di un flauto ne deduciamo quanto è lungo. Sino qui è, diciamo, semplice.
Ma come facciamo a capire la differenza di un Re5 suonato da un flauto traverso o da un fagotto? Facile, lo sentiamo dal timbro.
Ma cos'è il timbro? Il timbro è la ricetta che compone la nota fondamentale. Non c'è solo l'oscillazione principale, ci sono note più alte,
A pagg. 39, 40 e 41 la strumentazione utilizzata per le misure (soto G. Badino)
con intensità e frequenze diverse, e sono loro che definiscono il timbro. Ma esse dipendono non soltanto più dalla lunghezza del tubo (o della corda) che le emette, ma anche dalla sua forma, dall'imboccatura, dal padiglione... E, per una corda, dalla forma del percussore e dal punto della percussione, e così via. L'analisi di queste ricette si chiama "analisi spettrale del segnale", è molto complessa da fare, ma la facciamo di continuo. Lo strumento più preciso che abbiamo nel nostro corpo, molto più esteso e preciso degli occhi, è l'orecchio, che riesce a fare analisi spettrali di assurda complessità su segnali di intensità che può passare da quella del ronzio di un'ape lontana a quella di un martello pneumatico vicinissimo.
Come tutti sanno, le misure di corrente d'aria in grotta sono sempre state impossibili: gli anemometri impiegati all'esterno sono strutturalmente inadatti a fare misure prolungate delle correnti d'aria in grotta.
Ora gli anemometri sonici stanno cambiando le prospettive. Ora, forse, non solo possiamo cercare di capire le note fondamentali su cui oscillano le grotte, ma anche "sentirne" il timbro. Ma questo apre un panorama smisurato: forse possiamo capire com'è fatta una grotta solo sentendone la sua voce, proprio come ci capita di riconoscere i singoli fiati in un'orchestra che suona.
Sogno di registrare le oscillazioni dell'aria delle grotte, comprimerle temporalmente sino a renderle udibili e poi ascoltare le voci dei grandi sistemi carsici. Sogno di poter dire un domani: "questa grotta dev'essere simile a Su Spiria, perché sembra di sentire la sua voce". Forse mi sbaglio, ma ho l'impressione che questo sogno sia vicino a realizzarsi.
Incontri nel buio
(Cronache di ordinaria biospeleologia)
Enrico Lana
Alto, lontanissimo, sfuggente baluginare di cielo al culmine della vertiginosa parete. Faticoso pedalare lungo la corda infinita ed elastica sospesa nel tempo più che nello spazio; è la quarta volta che scendo nell'imbuto dell'abisso, lungo i pozzi smisurati, attraverso le anguste intercapedini fino all'umido baratro alla cui base, a mezzo chilometro di profondità, in un angolo protetto, ho trovato l'oggetto delle mie ricerche.
Stavolta risalgo alla luce dalle profonde tenebre della Spluga della Preta portando con me qualche centigrammo di preziosa vita troglobia: il mio primo esemplare di Italaphaenops dimaioi.
Siamo nel 1993, dopo ripetute visite all'abisso veronese insieme allo Speleo CAI Valle d'Aosta, ho finalmente incontrato un esemplare di questo formidabile coleottero carabide scoperto all'inizio degli anni '60 da Marziano Di Maio in una parte della grotta molto prossima a quella in cui l'ho trovato anch'io; e in quei tempi ci si calava con le scalette: una visita di questa cavità che oggi si fa in giornata allora richiedeva giorni...
L'Italaphaenops a tutt'oggi è il trechino di dimensioni maggiori a livello mondiale: l'evoluzione di milioni di anni di vita ipogea concentrata in un centimetro e mezzo di insetto specializzatissimo. Studi assidui sono stati condotti sulla sua biologia da parte di Gianfranco Caoduro presso il Laboratorio di Biologia sotterranea di Verona. Sembra che prediliga prede morte o morenti; nei terrari del laboratorio gli esemplari in allevamento accettano volentieri resti di crostacei isopodi troglobi, come ad esempio i Titanethes. È essenziale che l'ambiente sia molto umido e nei terrari si trattiene spesso su fondi argillosi intrisi d'acqua.
Testimone vivente delle severe oscurità in cui vive, incede lentamente sulle pareti concrezionate, una zampa dopo l'altra, con lento e ritmico tocco delle antenne fino a scomparire in fessure inaccessibili agli umani.
Torniamo nel nostro vecchio Piemonte.
Una pietraia ripida intervallata da boschetti intricati e spinosi di noccioli e pruni; fra i sassi ed i roveti si vedono spesso guizzare scaglie di vipere dai colori bruno-rossicci.
È l'estate del '93 e sto arrancando sotto un sole cocente lungo le pendici della punta d'Arbella (Valle Locana) per visitare una grotta il cui nome è tutto un programma: "La Custreta". Posta sul lato nord di un promontorio calcareo che si erge fra rocce metamorfiche, questa cavità non è facile da trovare: nell'anno precedente ho dovuto fare parecchie uscite per capirne l'ubicazione. Sto tornando a visitarla per controllare le trappoline lasciate la vigilia di Natale dell'anno precedente, nel giorno in cui finalmente ne ho riscoperto l'ingresso salendo le cengette già ricoperte dalla prima neve su per il ripido versante del bastione carbonatico.
Dopo l'ultimo tratto esposto su un salto di una cinquantina di metri, raggiungo l'apertura: perfetta sezione di
un tubo di origine freatica, che immette nelle anguste gallerie interne intervallate da camini e salette.
Ed è proprio nella saletta centrale larga e bassa che ho visto il mio primo esemplare sulle pareti finemente e fittamente concrezionate: un coleottero leptodirino inaspettato; altri esemplari erano nelle trappoline lasciate in questa grotta fredda (4 °C) ed oligotrofica.
Pier Mauro Giachino mi ha confermato nei giorni successivi che si trattava di una nuova specie di un nuovo genere che è stato dedicato alla regione storico-geografica del Piemonte nord-occidentale chiamata Canavese.
Canavesiella lanai, colevide leptodirino specializzato, isolato dalle glaciazioni sulle cime più alte all'imbocco della Valle Locana sulla riva orografica sinistra, da me trovato in seguito anche in una lente di marmo sopra il santuario di Prascondù nel "Boo' d'la Faia", piccola cavità che si apre presso l'Alpe Roc.
Biologia sconosciuta ed adattata alle severe condizioni ambientali del sottosuolo d'alta montagna dove ogni residuo organico viene sfruttato ed utilizzato per sostentare la vita in bilico fra il gelo e l'ambiente degli oscuri interstizi della roccia.
Facciamo un salto in Sardegna sul Supramonte di Urzulei. Siamo nel maggio 2003, insieme ad Alessandro Molinu sto arrancando su per l'ennesima, ripida pietraia; per fortuna il dislivello dalla strada dove abbiamo lasciato l'auto non è molto.
Una spaccatura ombrosa dall'aspetto arcano: è l'ingresso della Voragine di Su Nercone; una breve risalita e poi scendiamo nel primo pozzetto; qui c'è un ambiente eutrofico con abbondante guano di pipistrelli ed una nutrita popolazione di pseudoscorpioni e di coleotteri colevidi leptodirini: una nuova specie di Patriziella in descrizione; ma non è questo il nostro obiettivo.
Scendiamo nel secondo pozzo alla cui base l'ambiente è molto meno ricco di risorse trofiche (oligotrofico) e le pareti superbamente fiorite di concrezioni. Fra gli abbondanti clasti ancora qualche colevide. Osserviamo attentamente le pareti e, dopo una mezz'oretta, quando ormai stiamo perdendo le speranze, dietro una lama verticale, fra i ricami di calcite, lo vedo: il mio primo Sardaphaenops. Si muove lento fra le sporgenze sondando l'ambiente con le lunghe antenne. Chiamo Alessandro e lo intubiamo; poco dopo, al "piano di sopra", allestiamo uno studio fotografico improvvisato su una pietra ed usciamo dalla grotta con una fortunata serie di immagini del Sardaphaenops supramontanus ssp. tipica. Molto più prosaicamente, le braciole di Giuseppe
A sin. Italaphaenops dimaioi, a pag.43 in alto Canavesiella lanai (esemplare maschio), in basso a dx Sardaphaenops supramontanus supramontanus (foto E. Lana)
Grafitti, che insieme ad Achille Casale ci aspettava in un vicino baraccamento, danno una nota di marcata euforia alla serata.
Qualche giorno più tardi scendo con Carlo Omnis e Paolo Marcia nei fangosi meandri della Voragine di Tesulali; dopo l'ultima verticale si arriva sul gigantesco cono di deiezione che testimonia la natura di inghiottitoio della cavità. Qui, in un ambiente relativamente ricco di nutrienti, convivono due specie di Sardaphaenops: la sottospecie grafittii ed una nuova specie di minori dimensioni che verrà descritta da Achille qualche mese più tardi come S. adelphus.
Usciti dalla voragine, saliamo sotto il sole pomeridiano a raggiungere gli altri in una radura popolata da maiali allo stato brado.
Per cercare le giuste condizioni ambientali, entro con Carlo Omnis in una grotticina talmente angusta che in due ci si sta già stretti; lo scopo è di fotografare gli animali catturati a Tesulali.
Accovacciati sulla ghiaia del fondo, Carlo regge un pezzo di stalattite su cui deponiamo un grafittii ed un adelphus; i due insetti vagano sulla calcite ora allontanandosi ora incontrandosi mentre il mio collega ruota la concrezione per mantenere i soggetti in vista dell'obiettivo.
In quelle condizioni precarie, con il dolore alle ginocchia che si faceva sempre più intenso, ho scattato una serie di fortunate immagini che ritraggono le due specie insieme e che rimangono tuttora fra le mie preferite.
Con un altro salto spazio-temporale, spostiamoci in Slovenia nei pressi del villaggio di Obrov; siamo nella settimana tra Natale e capodanno 2006; sono reduce da una notte di viaggio nella nebbia ed ho un gran sonno.
Un pallido sole invernale vivacizza con caleidoscopici riflessi la pesante brinata depositatasi durante la notte; l'aria è gelida e cristallina.
Sono le 9: la teutonica precisione di Fulvio Gasparo è ancora una volta confermata e lo intravedo in fondo alla via insieme a Giorgio Colombetta.
Ci spostiamo in macchina attraverso strade sempre più strette e dimesse; come la prima volta, posteggiamo al margine del bosco e percorriamo a piedi le poche centinaia di metri che ci separano dalla Polina Pećina; attraversiamo il prato imperlato di brina per affacciarci sullo scivolo sassoso che dà adito al largo e basso ingresso ornato di stalattiti di ghiaccio.
La grotta è decisamente asciutta, mi si dice, comunque molto più della prima volta in cui Achille Casale, Pier Mauro Giachino ed io la visitammo anni prima senza successo.
Tra le splendide concrezioni solo qualche raro crostaceo depigmentato palesa la sua presenza, poi, quando ormai le speranze sono quasi perdute, in fondo alla cavità, ne troviamo un esemplare sulle colate calcitiche.
Si muove lento come solo un insetto troglobio sa fare; le appendici sottili ed allungate creano un palese contrasto con l'addome globoso; ma questo è uno degli aspetti evolutivi estremi dell'adattamento alla vita sotterranea: la necessità di una costante umidità ambientale ha fatto sì che questi colevidi si siano adattati morfologicamente per portare con sé una riserva di aria umida per affrontare le parti più asciutte dei meandri sotterranei in cui vivono. Gli specialisti definiscono questo fenomeno "pseudofisogastria", ma comunque lo si chiami funziona molto bene e questi organismi ne sono testimoni viventi da milioni di anni.
Aspettavo questo incontro da decenni ed ora questo mitico insetto è lì, davanti a me, quasi irreale nella sua perfezione: Leptodirus hohenwarti, simbolo vivente della moderna biospeleologia.
Dedicato al conte Franz von Hohenwart e descritto nel 1832 dallo Schmidt, fu in realtà scoperto dalla guida Luca Čeč nel 1831 nella grotta di Postumia e da questi consegnato al von Hohenwart, singolare figura di naturalista/mecenate che ebbe grandi meriti nello sviluppo scientifico e culturale della provincia del Krain (l'attuale regione della Carniola in Slovenia). Sono riuscito a scattare all'animale un centinaio di foto inseguendolo fra le stalagmiti prima che scomparisse in una fessura inaccessibile.
Ringraziati i miei accompagnatori, ho affrontato un'altra avventura: il ritorno lungo e travagliato tra colpi di sonno e code autostradali; ma ne è valsa la pena: quelle immagini sono per me preziose e mi ripagano di qualunque fatica.
Terminata questa succinta cronaca di alcuni fra i momenti più interessanti delle mie ricerche ipogee, posso dire che attualmente sto inseguendo dei Duvalius nel natìo Piemonte e non potete immaginare quanto siano veloci a infilarsi nelle anguste intercapedini della roccia; ma questa è un'altra storia ...
A pag. 44 in alto Sardaphaenops supramontanus grafitii (alto) e S. adelphus (basso); in basso ed a pag. 45 Leptodirus hohenwarti (foto E. Lana)
L'uscita dalla Terra Piatta
Giovanni Badino
Si dice che il mondo sia a tre dimensioni, ma non è mica tanto vero, la Terra su cui viviamo è piatta. Se ci guardiamo attorno con attenzione vediamo che siamo circondati da intrecci di superfici, sulle quali la luce rimbalza in modi complessi che generano in noi la percezione di lontani monti, distese di dune, un tappeto Kerman, una farfalla.
Ma è ben raro che percepiamo anche il volume interno di quel che ci sta attorno, un volume che, è bene ricordarlo, è buio. L'interno degli oggetti, tridimensionale, sta sempre immerso nelle tenebre, in un'oscurità confinata da rilucenti ma bidimensionali superfici. Se cerchiamo le tenebre dentro un oggetto, aprendolo, ecco che non ne sgorga il buio, perché si forma una nuova superficie, capace di luce, e la tridimensionalità si ritira appena più in là, nell'incessante buio.
Noi vi pratichiamo l'immersione quando abbassiamo le palpebre, un'operazione che ci permette di entrare nel mondo tridimensionale e, insieme, nel nostro buio interno. Del resto molte delle cose più importanti noi tendiamo a farle a occhi chiusi, proprio perché, c'è da scommettere, aumentiamo la percezione del mondo tridimensionale.
Gli speleologi lo sanno. Le grotte sono buie perché sono il volume interno dei monti, un mondo tridimensionale. Le grotte non sono nella Terra Piatta, sono altrove, gli speleologi lavorano in un altro pianeta. Sanno che gli esploratori bravi sono quelli capaci di guardare in ogni direzione attorno a sé, perché a differenza dell'esterno, dove si può avanzare solo su 360 gradi verso un contorto orizzonte, in grotta si avanza in ogni direzione su angoli solidi, su "quattro pigreco" steradianti. Cambia persino l'unità di misura. L'orizzonte è diventato un cielo infinito, buio, tutt'attorno a noi.
Le grotte, quelle sì, sono tridimensionali. In esse la nostra percezione non occupa immani superfici complesse, come fa quello che chiamiamo "Monte Bianco", ma occupa volumi, l'interno buio delle cose. Come spiegarlo?
È quasi impossibile. Le nostre foto, i nostri racconti colpiscono solo chi già condivide le nostre esperienze, perché grazie ad esse è capace di aggiungere all'immagine di superficie interne le altre cose che contano, e che la foto non rende: il movimento dell'aria, l'echeggiare bizzarro, rumori d'acque lontane, il cielo di pietra. In una parola, la tridimensionalità del buio violato.
La foto con resa a 3-d è vecchia di più di un secolo ma venne sempre praticata ben poco, un po' perché era complicata da realizzare e da vedere, ma forse anche perché non dà un gran risultato aggiungere una dimensione a qualcosa che è comunque bidimensionale.
Aveva un suo senso all'inizio della fotografia per dare, letteralmente, spessore a foto irrilevanti e troppo statiche, ma quando le tecniche fotografiche si sono evolute sino a dare colori e profondità percettive al bidimensionale, che senso aveva insistere con complicati visori?
Ma ora la tecnica è stata ripensata utilizzando le tecnologie moderne. Ne è risultata una grande semplificazione tecnica, e la scoperta che c'è un ambiente naturale dove utilizzarla al meglio: le tridimensionali Terre della Notte, le grotte. Queste tecniche possono infatti aggiungere così tanto alle immagini di grotte da aprire seriamente la possibilità di una loro fruizione diversa.
Presentare ad una scolaresca immagini tridimensionali di grotta o di attività speleologica cambierà completamente la sensazione offerta dalle solite immagini. Le visite in certe zone estremamente sensibili delle grotte turistiche potranno essere abbreviate o sostituite da spettacoli tridimensionali, veri viaggi attorno a questi tesori del buio. Si potranno realizzare viaggi virtuali in grotta.
In generale le immagini 3-di e digitali aprono la prospettiva di superare il limite di cui ha sempre patito la speleologia che è la sostanziale impossibilità di rendere a estranei la percezione delle Terre della Notte.
Recensioni
Andrea Gobetti, Storie di Soccorso Speleologico, 175 pag. grande formato con circa 150 foto b.n. e disegni, CNSAS 2007, 18 Euro
La biblioteca del Soccorso Speleo è ricca soprattutto di dati statistici e di relazioni tecniche sugli incidenti, mentre mancava di un'opera che facesse vivere queste storie con passione, che facesse vibrare le corde dei sentimenti del lettore e soprattutto di chi ha partecipato a queste sfide avventurose di soccorso. Per una volta la prosa austera e un po' fredda che siamo abituati a leggere si illumina, si colora, è briosa e sovente scanzonata. Gli avvenimenti sono conditi da particolari gustosi e l'interesse è accresciuto da un mucchio di vecchie foto.
Cogliendo l'occasione del 40° anniversario del nostro Soccorso, è stata pertanto opportunissima l'idea del CNSAS di imboccare il sentiero della letteratura e di affidare l'impegnativa stesura a una penna brillante oltre che esperta in materia.
Presentano il tutto Giorgetto e Corrado Camerini. Il primo dà un saggio esemplare di come con poche righe si possa dire tutto in modo acuto e illuminante. Il secondo fa presente che l'arco temporale delle storie del libro si ferma al 1990, prima del radicale mutamento tecnico ed organizzativo del soccorso speleo.
Andrea parte da lontano, dall'incidente di uno sfortunato caduto 4000 anni fa nelle Stufe di San Calogero, e in breve arriva dove è nata la speleologia scientifica: nell'impero austro-ungarico. Qui la ricerca speleologica ha pure il suo lato utilitaristico: cercare acqua sul Carso tentando di arrivare al Timavo. Ma i primi incidenti mortali capitano proprio agli operai. Spiccano la speleologia triestina, poi quella francese con la Pierre St-Martin: prima chiamata di soccorso della storia della speleologia e laboriose operazioni ben sfruttate da radio e giornali calati come avvoltoi.
Da noi esistono ormai le premesse per la nascita del Soccorso, ma prima Andrea spara alcuni flash sulla speleologia torinese come l'ha trovata lui quando vi si è immerso ancora ragazzino. Dopo gli incidenti alla Guglielmo e a Su Anzu, il Soccorso prende avvio ed ecco subito la prova della verità di Roncobello, che pretende adeguato spazio sul libro. Rivediamo il Giorgetto dei primordi, la Dragonera, l'attrezzatura da naif di allora, gli incidenti che faranno maturare l'esperienza, mentre qualcuno inizia ad andare su sola corda.
Arriva tutta una serie di incidenti duri e di interventi a tutto campo, con ovvi echi mediatici: Cappa 1976, Omber '77, Pozzo della Neve e Spipola '80, Vermicino e Taramburla '81 e ancora nello stesso anno Gouffre des Trois, poi Vermicano '82, Grava dei Gentili '83, Elefante Bianco '84, e altri incidenti sub, Corchia '87. Decolla la Commissione Medica. Ormai i media imperversano tra tanta manna cadendo sovente nel ridicolo, ma per la speleologia ed il soccorso se non altro c'è il lato positivo di entrare nella considerazione del grosso pubblico.
L'autore non manca di mettere in luce grandi meriti del Soccorso che debordano al di là del lato umanitario: l'aver affratellato gli speleo, eliminato o smussato i provincialismi e campanilismi, unificato le tecniche e fatto crescere gli individui, i Gruppi, la speleologia di intere regioni. Vengono anche un po' a svelarsi la storia della speleologia, la sua evoluzione tecnica e mentale. Non viene taciuta la lenta concorrenza di altri enti soccorritori che hanno tentato di intrufolarsi sotto terra, specialmente quando a metà anni '80 alcuni incidenti molto sbandierati dal media hanno acceso le loro ambizioni di facciata. Anche le difficoltà istituzionali per il soccorso nel Sud trovano sottolineatura. Sono ben inquadrati i personaggi che hanno forgiato il Soccorso, anche facendoli parlare. E con pagine molto persuadenti il lettore viene edotto sulle immani difficoltà dei soccorsi speleosubacquei.
Arrivano poi i riconoscimenti: quasi vent'anni fa la parità con gli alpinisti, poi la legge Marniga del '92 dopo un 1990 da tregenda per gli incidenti (vedi il Veliko e la Chiusetta). Lo
stesso 1990, come si è detto, è preso come limite temporale per le storie di Andrea. Un anno che segna la fine dell'entusiasmo per un certo modo "a tutto campo" di andare in grotta.
L'ultimo capitolo è dedicato alla casistica dei possibili incidenti ("dei molti modi di farsi del male"). Con documentazione impeccabile come nei capitoli precedenti, vengono passati in rassegna i principali esempi di pericoli ma anche di comportamenti poco accorti. Esempi come al solito conditi con storie di cui l'autore serba un bel bagaglio e che sa ben raccontare.
Lo stesso autore ha pubblicato recentemente L'uomo che scala, di soggetto alpinistico, riportando suoi pezzi scelti usciti quasi tutti dal 1986 al 1996 su Roc ed inframmezzandoli con pagine attuali. Il testo di 175 pagine in piccolo formato è illustrato da vignette di Paolo Cossi, l'editore è Luca Visentini.
La lunga notte speleo, barella e dinamite, dvd colore 34 minuti di Andrea Gobetti e Tommaso Bondi, produz. Bebertu Videodeep 2008, 18 euro.
Il soggetto riguarda il complicato intervento di soccorso, con oltre 120 soccorritori che in 96 ore hanno riportato in superficie in Piaggia Bella dall'8 al 12 agosto 2007 Igor Jelenic (v. boll. 148). Le riprese esterne sono di A. Manfredi, quelle interne di A. Ubertino e P. Serri, le foto di grotta di G. Badino, le musiche di M. Bondi, la grafica di D. Alterisio. In allegato c'è uno scritto di Andrea. Sprovvisti come siamo di un critico cinematografico, riportiamo la recensione stesa da Renata Germanet su Alp n. 252 di agosto-settembre 2008.
La telecamera riprende i soccorritori nel quartier generale presso la capanna Saracco-Volante, in collegamento continuo con il campo base allestito alla Colla dei Signori, li segue sopra e sotto terra, lungo i cunicoli dove medici e specialisti si avvicendano ininterrottamente intorno al ferito, immobilizzato su una barella, con turni massacranti di alme no 20 ore a 400 metri di profondità e a circa 5°C. con un'umidità del 100%... Una cronaca emozionante e coinvolgente a cui, nonostante la drammaticità del momento, è stato dato un taglio decisamente positivo e, paradossalmente, solare. I coordinatori agiscono con calma efficiente, alla fine del turno i soccorritori escono dalla grotta stremati e infreddoliti ma sorridenti, la squadra che va a dare il cambio scende lungo il pendio con un sottofondo di flamenco. Si respira aria di grande impresa corale, in cui la tensione verso l'obbiettivo finale appiana i confini generando un'atmosfera serena. Niente a che vedere, dunque, con la spettacolarizzazione del dolore a cui i media ci hanno abituati: qui tutto è raccontato con semplicità, senza retorica né autocompiacimento. Di questi tempi, una rarità da non perdere.
Lo stesso numero di Alp ospita pure un articolo di speleologia glaciale di Giovanni Badino, Nelle viscere dell'Antartide, 8 pag. illustratissime.
MDM