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GROTTE |
anno 50, n° 147 |
Gruppo Speleologico Piemontese CAI - UGET
Sommario
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Notizie dal Gruppo |
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La parola al presidente |
A. Gabutti |
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Notiziario |
a cura di AA. VV. |
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Attività di campagna |
a cura di Sara Filonzi |
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Festa alla Capanna Backstage |
A. Gabutti |
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Lo spettacolo di Piaggia Bella |
M. Marovino |
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Ricordando i costruttori |
M. Di Maio |
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Il 50° (miglior) corso del GSP |
E. D'Acunzo, A. Remoto, M. Santangelo |
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Lo Speleologus taurinense |
D. Novello |
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Esplorazioni, documentazioni, incidenti e scienza |
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L'area carsica Valdinferno-Rocca d'orse |
B. Vigna |
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NO TAO |
I. Cicconetti |
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Fata Morgana |
A. Balestrieri |
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Pigramente posizionando il Mongioie |
U. Lovera |
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Le future esplorazioni a Piaggia Bella |
A. Gobetti |
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L'incidente speleosub alla sorgente Bossi |
A. Eusebio & R. Onorato |
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Come si scaldano i discensori |
G. Badino |
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Recensioni |
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La grotta di Rio Martino |
A. Eusebio |
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L'abisso - ottant'anni di esplorazioni ... |
M. Di Maio |
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Manuale di speleologia subacquea |
A. Eusebio |
Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n° 1 di gennaio - febbraio 2008
Spedizione in A. P. TORINO, comma 20c, art. 2, Legge 662/96
Direttore Responsabile: Alberto Riccadonna (autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13/10/1973)
Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino
Redazione: Marziano Di Maio, Sara Filonzi, Attilio Eusebio, Uberto Lovera, Luisa Musiari, Laura Ochner.
Fotografie di: D. Berzano, G. Carrieri, A. Eusebio, S. Filonzi, U. Lovera, B. Vigna
Foto di copertina: la Capanna Saracco Volante
GSP su Internet: HTTP://WWW;GSPTORINO.IT
Email:
La parola al presidente
Sono Lucido, per alcuni Ilghi e per quest'anno il vostro presidente.
Perchè sia Lucido lo sapete, perché Ilghi è banale. Ma perché il presidente? L'assemblea di fine anno 2006 aveva dipinto un gruppo spaccato tra i "vecchi" e i "giovani". Da un lato i "vecchi" arroccati nel loro "GSPiù", nato come scherzo e poi concretizzato in un gruppetto di persone che fanno attività tra loro e usano termini come "noi" e "voi".
Dall'altra parte i "giovani", la classe dirigente. Quelli che dovrebbero avere le idee e tirare il gruppo. Anche loro fanno gruppo, il loro. La gestione delle attività è "familiare", "chiusa", almeno così dicono gli "altri".
Direte: tranquilli, è il solito conflitto generazionale, i vecchi invidiosi e i giovani spocchiosi. Pero che c'entri tu? Vecchio rinco che hai ripreso a fare speleologia dopo anni di assenza e che continui a fare le cose nella tua solita mediocrità ipogea. Sono un "vecchio giovane" ecco, questo è il problema. Se ci si convince che il gruppo sia in crisi per un conflitto generazionale, che cosa c'è di meglio di uno che ha l'età da GSPiù e ha la fortuna di non ricordarsi nulla di quello che ha fatto e quindi prende le cose con l'entusiasmo della prima volta.
Trovato il pirla, fatto il presidente. Ma non risolto il problema.
In questi sei mesi l'esecutivo ha cercato di rafforzare lo spirito di gruppo per superare le "divisioni", per guardare oltre alla propria parrocchietta, per cercare di aumentare la visibilità del gruppo. Lo abbiamo fatto cercando di coinvolgere il più possibile le persone, utilizzando ad esempio la mailing list del gruppo, o stimolando più volte l'assemblea a far emergere eventuali problemi "nascosti" o "celati". Devo dire che di errori ne dobbiamo aver commessi molti, perché non siamo riusciti a migliorare il "clima" interno del GSP e il gruppo rimane in profonda crisi. Ma analizziamo un attimo. Nei primi sei mesi di quest'anno di cose ne sono successe. Tra le più importanti sicuramente le esplorazioni al Tao, la perdita del magazzino, la festa alla capanna e l'immancabile corso.
Esplorazioni al Tao: una bellissima esperienza di gruppo, con punte una dietro l'altra, addirittura tre nello stesso fine settimana. Bellissimo! Quando c'è l' "esplurasiun" la gente c'è e si "sente del gruppo". Devo dire che in questo clima quasi "idilliaco" abbiamo comunque avuto un timido tentativo di "noi" e "voi", ma si sa gli "anziani" metabolizzano lentamente.
Corso: anche quest'anno un bel corso, organizzato bene. Il gruppo si impegna e partecipa, i direttori formano una buona squadra e cercano di introdurre delle "novità" in grado di attirare gente. Pochi iscritti ma alcuni giovani e "promettenti", insomma forse "è la volta buona". Risultato: il solito zero, non si ferma nessuno, come oramai succede negli ultimi anni e anche quest'anno ci siamo fumati il "ricambio".
Dopo il corso, il disagio di alcuni diventa nettamente palpabile. Fin dall'inizio dell'anno, alcune persone del gruppo avevano assunto delle posizioni "critiche" verso l'attuale esecutivo, chiamato poi "direttivo" per rendere il disagio più apparente. Bene, nulla di male, anzi se ci sono delle critiche vuol dire che c'è gente che vuole tare e cambiare. Perfetto, così funzionano i gruppi!
A pag. 2 e 3 alcune delicate immagini del nostro Presidente
Se però ti senti "autorizzato" a criticare solo perché facevi parte della "precedente gestione" e quindi "devi" sparare alla divisa come se fosse un tuo diritto/dovere, rischi di criticare per dimostrare di essere vivo e non per proporre dei cambiamenti. Questo all'inizio si chiamava "governo ombra", poi il termine è caduto in disuso ma l'atteggiamento è rimasto. "Osservo ma non partecipo", "non sono d'accordo ma non lo dico" e via cosi'!
In questo clima è arrivata la botta del magazzino. Ultimamente la convivenza con la protezione civile era più da separati in casa che da "coppia felice". Si sa come vanno queste cose: basta un pretesto e la situazione precipita. Nel nostro piccolo, non ci siamo sforzati tanto per mandare in corto un PC e provocare una bella interruzione di corrente notturna a tutto l'apparato radio di Varvelli, bagni pubblici compresi. Buttati fuori su due piedi! Senza appello. Brutto colpo per il gruppo. Però anche questa volta, il GSP ha saputo rispondere unito all'emergenza organizzando un trasloco veramente di gruppo, con tante persone e anche il dovuto divertimento.
Persi i locali, ci siamo trovati con l'archivio in cantina e il magazzino in garage. In pratica archivio "congelato" e operatività del magazzino ridotta al minimo. Ma insieme al magazzino abbiamo perso anche la tana, il posto dove il GSP si poteva vedere e fare quello che voleva.
Poi è arrivata la festa alla capanna. Un impegno notevole per il gruppo. Non solo organizzativo ma anche economico, con tanti "punti critici". Riuscita da favola!, la più bella festa sul Margua a memoria di speleo. Più di 300 persone in capanna e uno spirito di festa veramente unico. Il gruppo ne è uscito a testa alta.
Dall'esterno la festa è stata vista come un risultato di gruppo, in realtà è stata un parto faticoso che non ha fatto altro che esasperare le dinamiche interne: dimissioni, capricci, prime donne, non partecipo perché tanto "decidono gli altri"
Ma il peggio è arrivato dopo la festa, che invece di essere un traino per le attività future del gruppo, è diventata un pretesto per mollare: "quest'anno mi sono già sbattuto abbastanza, ho dato e ora guardo".
Il risultato finale è stato devastante per le attività del gruppo che si sono ridotte "al lumicino" e alcune addirittura estinte.
Per non parlare poi dei "noi" e "voi", meno ostentati di prima ma ancora ben radicati nella mente e nei comportamenti di alcuni. E questo sicuramente non aiuta a ricompattare un gruppo.
Di errori in questi sei mesi ne abbiamo fatti in quantità, ma quando manca la volontà di confrontarsi, di fare critiche costruttive e di guardarsi negli occhi... non è facile trovare una via comune.
Cosa fare?
Partecipare, partecipare. Partecipare alla vita di gruppo, solo così si possono fare le cose. C'è la mailing list come veicolo di informazione sulle varie attività, pero è solo la presenza alle riunioni che permette il confronto e lo scambio di idee. Se non partecipo non "contribuisco" e aiuto a trasformare il GSP in un gruppetto di amici sempre più chiuso e senza idee, senza futuro.
Criticare, criticare. La critica è il motore del gruppo, ma deve essere motivata e soprattutto propositiva. Solo così si possono evitare errori e andare avanti.
Andare in grotta! Facciamo attività come gruppo e non come somma di gruppetti di "noi".
Alberto Gabutti
Notiziario
Assemblea di inizio anno 2007 del GSP
Dopo un'Assemblea straordinaria tenuta in sede il 12 gennaio 2007 per ultimare la discussione dell'ordine del giorno dell'Assemblea di fine anno 2006, di cui si è data notizia sul numero scorso, il venerdì successivo ha avuto luogo l'Assemblea di inizio anno 2007.
È stato approvato un bilancio preventivo impostato su una chiusura in passivo di 1.200 euro, passivo dovuto alle spese straordinarie per organizzare la festa della Capanna e per dotare il magazzino di attrezzatura irrinunciabile, tra cui il dispendioso generatore. Si spera di contenere la spesa per la festa, su cui incide l'intervento dell'elicottero per i trasporti.
Si è discusso come migliorare lo scambio di informazioni in gruppo e come pianificare meglio l'attività. Si dovrebbe cercare di usare di più il sito internet del GSP, come contenitore di informazioni, foto ecc., e di procedere negli opportuni aggiornamenti. È previsto l'arrivo di un nuovo computer da adibire all'archivio, alla biblioteca, alla visualizzazione di carte del territorio, all'utilizzazione di programmi e quant'altro.
Sono stati programmati due venerdì culturali a tema: l'8 febbraio con presentazione del CD del Progetto Marguareis da parte di N. Milanese e il 23 febbraio con proiezione di vecchi filmati di G. Villa. Dopo il corso sono previsti un venerdì a tema sul campo estivo anche per illustrare la zona, e una serata dedicata al lavoro di C. Banzato sulle aree carsiche piemontesi.
È stata programmata per grandi linee l'attività esplorativa invernale.
È prevista una revisione del regolamento interno, per adeguarlo alla normativa del CAI e della UGET e per modernizzarlo.
Al magazzino come luogo sia di deposito e sia di riunione è stata dedicata un'approfondita discussione. Dati i cronici problemi di convivenza con la Protezione Civile, appare ineluttabile darsi da fare per cercare di trasferirlo. M. Santangelo si è appellato alla doverosità di registrare i prelievi di materiali e la loro restituzione che dovrebbe essere sollecita. Pure le musette da rilievo vanno subito riportate in magazzino.
Hanno presentato i loro programmi i responsabili dei vari incarichi e sezioni così organizzati:
-magazzino e strumenti da rilievo: Marco Santangelo e Elisa D'Acunzo
-tesoreria: Luisa Musiari
-archivio: Deborah Alterisio, Marco Santangelo, Elisa Calemma
-catasto grotte: Nicola Milanese
-biblioteca: Giuliano Villa con Sara Filonzi
-capanna: Riccardo Dondana, Alberto Gabutti, Roberto Chiabodo
-bollettino: Marziano Di Maio, Sara Filonzi, Attilio Eusebio, Ube Lovera, Luisa Musiari, Laura Ochner
-biospeleologia: Achille Casale e Enrico Lana
-sito web: Alberto Remoto, Deborah Alterisio, Marco Santangelo
-corso di speleologia: Alberto Remoto, Marco Santangelo, Elisa D'Acunzo
-speleo a scuola: Elisa Calemma
-progetto Marguareis: redattori Igor Cicconetti, Elisa D'Acunzo, Marziano Di Maio, Sara Filonzi, Nicola Milanese, Luisa Musiari, Marco Santangelo
-rappresentanti nell'AGSP: Daniele Grossato e Marco Santangelo
-contatti con il CAI-UGET: Nicola Milanese
-festa della Capanna: Alberto Gabutti, Ube Lovera, Marco Marovino, Nicola Milanese.
Due giornate di studi sull'orso e la morte di Livio Mano
Il 9 e 10 giugno a Chiusa Pesio si è svolto un fine settimana dedicato al Progetto orso attivato dall'Ente di gestione Parchi e riserve naturali cuneesi insieme alla Soprintendenza
per i Beni archeologici del Piemonte, al Laboratorio di Paleontologia umana dell'Università di Torino e ai Gruppi speleologici piemontesi e liguri.
Tra le varie relazioni sono da segnalare quella di Livio Mano e Massimo Sciandra sull'opportunità di redigere un primo catasto delle grotte "ad orso" del Piemonte meridionale; una di Antonio Ricci Ris, Giuliano Villa e Giacomo Giacobini su "L'orso bruno nel Cuneese: storia di un rapporto millenario"; una di Giuliano Villa sul carsismo e su tutte le grotte nostrane dove sono stati reperiti resti ossei di orsi bruni.
La domenica è stata destinata a una visita nell'inghiottitoio Gnugnu all'Alpe degli Stanti. Purtroppo nell'uscire dalla cavità è stato colto da malore ed è deceduto Livio Mano, 60 anni, Direttore del Museo Civico di Cuneo, che anche nelle grotte aveva svolto le sue appassionate ricerche.
Riguardo agli orsi, sono pervenuti i primi risultati delle datazioni dei resti ossei: quelli del pozzo sulla cresta tra Ciuaiera e Antoroto hanno 8200-8300 anni, quello dell'abisso Armaduk oltre 9500 anni, cioè molto di più di quanto si pensasse.
Festa alla Mottera e alla Morgantini
Di per sè Mottera è una festa. Dalle gallerie del Blizzard, alla sala del Contatto, ai comodi, infiniti meandri e gallerie dell'Esselunga, la sequenza di ambienti pazzeschi è sterminata. Ulteriore godimento è garantito dalla recente giunzione con Fantozzi, grottina ampiamente scavata negli ultimi anni dall'SCT, grazie alla quale i 600 metri di dislivello si possono percorrere solamente in discesa. I Tanaresi han no così pensato, all'inizio di giugno, di festeggiare con una giga traversata, invitati tutti, cui hanno partecipato, credo, una settantina di persone provenienti dall'intero nord-ovest. La decina di ore di meraviglie ipogee (volendo anche meno), è stata preceduta da un paio di giorni di tempo ignobile che ha complicato non poco la logistica e l'avvicinamento all'ingresso, e seguita dall'immancabile festa. All'uscita è stato meraviglioso trovare, alle quattro del mattino, una pasta calda nonché molto, molto vino.
Del secondo appuntamento di questo 2007 festaiolo, il quarantennale della Capanna Saracco Volante, si parlerà diffusamente altrove per cui passiamo direttamente alla festa della Capanna Morgantini, giunta al trentesimo compleanno, organizzata ovviamente dallo GSAM. Un centinaio gli speleologi si sono così ritrovati a metà luglio presso l'hotel di Colla Piana. La partenza è clamorosa: cavatappi commemorativo per tutti i presenti. Quindi pannelli (belli) con l'evoluzione delle esplorazioni nella Conca delle Carsene e a seguire filmati e servizi vari conclusi dal solito diluvio di chiacchiere e vino e cibo e giochi scemi fino al giorno dopo.
XX Congresso nazionale di Speleologia di Iglesias
Dal 27 al 30 Aprile 2007 ha avuto luogo il XX Congresso nazionale di speleologia ad Iglesias, Sardegna sud-occidentale. Gli organizzatori avevano il dubbio che dal "continente" venissero in pochi: macché, è stato uno dei congressi più partecipati e interessanti di quelli fatti sinora.
Bravissimi tutti.
Buono il livello delle relazioni e soprattutto molte le occasioni di iniziative collaterali e gite in questo straor-
dinario territorio troppo poco conosciuto.
La nota dolente è al nostro interno: da Torino sono arrivati pochi partecipanti e fra l'altro persone di carattere "nazionale" che sono stati fra gli animatori di iniziative ai margini del congresso. La partecipazione di speleo torinesi curiosi è stata praticamente nulla.
La speleologia torinese sta riaccendendo i motori, ha al suo interno persone giovani che sono competenti in diversi rami della speleologia scientifica, ma pare ancora legata a schematismi di "attività speleologica" da anni '70 ("che me ne frega del congresso io vado in grotta..."), che altrove ormai stanno sparendo.
I congressi possono essere un'occasione di crescita personale ben più che la solita domenica a ripetere cose già fatte o che si potrebbero fare la domenica dopo; possono essere occasioni di imparare a vedere nelle grotte ben più di dove appoggiare i piedi e infiggere Fix. E il convegno di Iglesias lo è stato.
Bisognerà un po' riflettere su come rimediare a questa pigrizia e disinteresse nei confronti della speleologia intesa come "discorso sulle grotte". (gbad)
Di tutto un po'
Di commemorazione in compleanno ci siamo dimenticati di festeggiare adeguatamente il corso di speleologia che vedeva quest'anno la sua cinquantesima edizione.
Siamo alle rubriche. Riccardo Dondana al secolo Donda si è laureato in architettura, sommandosi ai colleghi Mantello, Perego, ecc. Alberto Remoto al secolo Remotino si è invece laureato in fisica aggiungendosi ai vari Badino, Gabutti, ecc. Non saprei dire al momento quale elenco sia più raccapricciante.
ABISSO BELUGA (Conca delle Carsene) - pianta
Non ricordo in quale momento, numerosi bollettini or sono, mi sia toccata la triste incombenza di tenere la contabilità della copula e delle sue conseguenze nella speleologia torinese. Vi segnalo pertanto come Sara Tarditi e Max Ingranata abbiano approfittato del paio di giorni intercorsi tra l'incidente di Piaggia Bella e quello di Beluga, dei quali parleremo diffusamente sul prossimo bollettino, per produrre Michele. Si sospetta peraltro che l'operazione sia iniziata con un certo anticipo.
Da qualche mese è attivo in sede un nuovo computer, nuovo nel senso di appena arrivato, che ospiterà le carte topografiche delle zone carsiche, l'elenco di quanto presente in biblioteca, il cd del Progetto Margua e tutto quanto possa servire ad un rapido reperimento delle varie informazioni.
ABISSO BELUGA (Conca delle Carsene) - sezione
Gli amici francesi ci hanno mandato il nuovo rilievo del Beluga, abisso marguareisiano oggetto di un incidente nell'estate. Ne pubblichiamo come sempre volentieri il rilievo.
Tristi vicende e una diffusa stupidità hanno prodotto il primo magazzino ambulante della storia della speleologia. Cacciato dalla sede di corso Regina causa una sterminata serie di idiozie e incomprensioni, il magazzino del GSP si è sdoppiato: dall'inizio di giugno l'archivio è accatastato nella cantina del negozio della mamma di Selma mentre i materiali sono stati portati provvisoriamente nel garage di Max. A fine ottobre nuovo trasloco di corde e affini che si trovano attualmente in un locale di villa Fausone. Procedono altresì le ricerche per una sede congrua e definitiva. Ne sentirete ancora parlare.
Novità anche dal fronte CAI UGET. Attilio "Poppi" Eusebio ne è diventato il nuovo presidente mentre Riccardo Dondana è entrato a far parte della Commissione Rifugi.
Nuovi recapiti:
Cinzia Banzato e Ube Lovera: via Vittorio Emanuele II, 22 (Cuceglio). Tel. 0124/503464
Sara Filonzi, via Carlo Noè 3
Attività di Campagna
a cura di Sara Filonzi (foto di D. Berzano)
1 Gennaio Grotta del Caudano (Val Maudagna CN): M. Pastorini (Marghe) e B. Vigna (Meo). Passano la notte di capodanno facendo foto, brindisi ...
5 Gennaio Morgana (Fenera VC): A. Balestrieri (GSBi), M. Marovino (MKL), R. Sella (GSBi), A. Ubertino. Proseguono nell'opera di disostruzione del condotto freatico che caratterizza l'attuale fondo. Rimosso 1 metro cubo di sabbia.. Alè!!!
7 Gennaio Monte Galero (Val Tanaro CN): M. Marovino (MKL), G. Carrieri, B. Vigna (Meo), E. D'Acunzo (Selma), A. Gabutti (Lucido). Giro conoscitivo della zona. Niente neve e niente buchi.
10 Gennaio Fenera (VC): A. Balestrieri (GSBi), M. Marovino (MKL), R. Sella (GSBi) e A. Ubertino. In battuta lungo la direttrice esterna della Grotta Morgana. Avanzando tra un mare di rovi, riescono a raggiungere il punto sommitale sotto cui s'apre la grande sala di Morgana. È situato alla base delle falesie su cui si apre l'Armittu e corrisponde ad un'ampia depressione dalla quale divergono due distinti canaloni. Scoperte un paio di cavità (in falesia) non agibili ma disostruibili. Posizionate.
14 Gennaio
Val d'Inferno (Val Tanaro, CN): B. Vigna (Meo), E. D'Acunzo (Selma), Al. Remoto (Remotino), F. Cucco (Fof), S. Filonzi (Sarona). Scavano un buco sopra il Grai che non porta a nulla.14 Gennaio Versante sud di Rocca d'Orse - Val d'Inferno: A. Gabutti (Lucido) e M. Marovino (MKL). Battuta verso la cava prima e verso il torrente poi. Il tutto a partire dai Grai. Nulla di nuovo.
18/22 Gennaio Lot (Francia). A. Eusebio + altri. Stage speleosubacqueo con immersioni in alcune grotte famose (Ressel, Trou Madame e Landenouse)
21 Gennaio Versante sud di Rocca d'Orse - Val d'Inferno: M. Marovino (MKL), B. Vigna (Meo), A. Gabutti (Lucido), Stefano Boh e Paola (Romani). I primi tre battono nella zona tra il Tao e l' Arma Sgarbà trovando due buchetti con sviluppo di pochi metri. Gli altri battono la dorsale di Rocca d'Orse trovando poco.
21 Gennaio Arma del Tao (Ormea): S. Filonzi (Sarona), E. D'Acunzo (Selma), R. Serra, Al. Remoto (Remotino). Armata la grotta fino al P 30.
28 Gennaio Grotta di Valdemino (Finale Ligure): B. Vigna (Meo), R. Cannas, Ezechiele Villavecchia (GSAM). Giro per far foto.
28 gennaio Arma del Tao (Ormea): R. Dondana (Donda), M. Marovino (MKL), I. Cicconetti (Aigor), A. Balestrieri (GSBi). Disostruito il fondo a -120, si intravede il passaggio in mezzo alle concrezioni.
29 Gennaio Arma del Tao (Ormea): E. D'Acunzo (Selma), A. Gabutti (Lucido), S. Filonzi (Sarona). Si continua lo scavo. Marcolino rimane fuori a dormire facendo finta di andare a battere e non trovando nulla.
3 febbraio Zona del Caudano: B. Vigna (Meo). Battuta nel settore sovrastante i rami finali della grotta e scopre un interessante buco con aria da aprire.
4 febbraio Museo Craveri di Bra: B. Vigna (Meo). Proiezione del servizio "El Topo" ad un folto pubblico.
4 febbraio Arma del Tao (Ormea): E. D'Acunzo (Selma), G. Perego, P. Fausone, Leonardo Zaccaro, Katalin Petrea, Stefano Boh e Paola (Romani), M. Marovino (MKL). Passata la strettoia (aspira), continua! P20 che soffia da scendere, ambienti in alto. Ritorno a notte fonda, dopo la micro festicciuola a Mondovì offerta dall'appositamente svegliato Meo!
10 febbraio Arma del Tao (Ormea): S. Filonzi (Sarona), I. Cicconetti (Aigor), M. Marovino (MKL), E. D'Acunzo (Selma), P. Fausone, G. Perego, Katalin Petrea, Paola e Stefano Boh (Romani), Leonardo Zaccaro e B. Vigna (Meo). Esplorata un P30 ed una stupenda galleria concrezionata (battezzata Naica dei poveri), eseguito rilievo.
11 febbraio Arma del Tao (Ormea): R. Dondana (Donda), A. Gabutti (Lucido), L. Musiari (Gigia), E. D'Acunzo (Selma), M. Santangelo (Marcos). Si gira nel salone alla ricerca della prosecuzione, ci si ferma Su un P 20.
18 febbraio Grotta del Caudano: tutti alla gita sociale.
23-24 febbraio Arma del Tao (Ormea): R. Dondana (Donda), Leonardo Zaccaro, I. Cicconetti (Aigor), P. Fusone. Dal salone su cui ci si era fermati la volta precedente si scende un P 25 (c'è Trippa). Ci si ferma su tre punti che continuano.
24-25 febbraio Arma del Tao (Ormea). S. Filonzi (Sarona), E. D'Acunzo (Selma), D. Alterisio, M. Marovino (MKL). Si cerca la prosecuzione alla base del P 20, è una zona complessa.
25 febbraio Arma del Tao (Ormea): A. Gabutti (Lucido), A. Remoto (Remotino), Stefano Boh e Paola (Romani), B. Vigna (Meo). Scesi una serie di brevi pozzetti fermandosi sul bordo di un salone inclinato, sul cui fondo si intravede la volta di un freatico. Ube, G. Carrieri, M. Taronna (Super), R. Cannas e Paolo C. risalgono un camino alla partenza della nuova via, chiuso dopo una ventina di metri.
3-4 marzo Arma del Tao (Ormea): R. Dondana (Donda), M. Marovino (MKL), D. Alterisio, E. D'Acunzo (Selma), S. Filonzi (Sarona). Si arma lo scivolo su cui si erano fermati gli altri... parte una galleria di 150m che dà su un P 40. Al fondo grossa frattura in discesa, ci si ferma su saltino da armare, va avanti!
4 marzo Grotta dell'orso di Ponte di Nava (Val Tanaro - CN). A. Eusebio & R. Jarre, preparazione logistica per esercitazione CNSAS.
10 marzo Arma del Tao (Ormea): A. Gabutti (Lucido), Leonardo Zaccaro, B. Vigna (Meo) e Salvatico (Aziz, GSG). Esplorato per pochi metri il meandro finale fermandosi su una strettoia con aria forte ma intermittente. Viene eseguita una risalita presso l'ultimo pozzo scendendo poi un ulteriore pozzetto di una decina di metri chiuso al fondo.
11 marzo Pollera (Liguria): GSP e allievi. Uscita di corso.
13 marzo Fenera-Morgana. A. Balestrieri (GSBi), R. Dondana (Donda), M. Marovino (MKL) e A. Sella (GSBi). Disostruzione. Un attacco di gotta consiglia a Renato di rimanere all'esterno. Gli altri, in Morgana, dopo aver svuotato i sifoni, entrambi colmi, continuano lo scavo sul fondo. Il condottino si restringe, speranze sempre più vane...
18 marzo Bossea: GSP e allievi. Uscita di corso, palestra.
25 marzo Orso di Pamparato: GSP e allievi. Uscita di corso
31 marzo - 1 aprile Mottera: GSP e allievi. Uscita di corso.
8 aprile Alta Val d'Inferno: B. Vigna (Meo) e M. Pastorini. Battuti i pendii settentrionali fino ai piedi del Monte Antoroto, individuando unicamente un buco in parete sul versante orientale di tale montagna.
9 aprile Versante meridionale di Rocca d'Orse: A. Gabutti (Lucido), M. Marovino (MKl), U. Lovera, C. Banzato, Leonardo Zaccaro, D. Girodo (Mecu), S. Capello (Saretta), V. Baldracco e B. Vigna (Meo). Battuto il versante sovrastante la strada statale fino alle pareti di Rocca d'Orse trovando soltanto una piccola condotta. Raggiungono quindi l'Arma Nera dove, al fondo sentono distintamente il rumore del trapano di Remotino e Selma che allargano un passaggio sul fondo dell'Arma del Grai.
9 aprile Arma dei Grai (Ormea): A. Remoto (Remotino) e E. D'Acunzo (Selma). Iniziati i lavori di allargamento di una condottino sul fondo della cavità.
14-15 aprile Val d'Inferno: GSP e allievi. Uscita di corso con battuta.
22 aprile Alta Val d'Inferno: N. Milanese, A. Gabutti (Lucido), B. Vigna (Meo), M. Marovino (MKL), S. Filonzi (Sarona), E. D'Acunzo (Selma), Leonardo Zaccaro e gli allievi del corso. Battuta nella zona alta della valle a partire dalla Grotta dell'Arma. Viene iniziata l'apertura di un buco con aria sottostante questa cavità e trovato unicamente una piccola grotticella da rivedere. Vengono individuati ma non raggiunti altri due buchi.
27 aprile - 1 maggio. Malchina - Carso Triestino: tanti istruttori e corsisti. Uscite nelle grotte Noè e Skilan. Visita alla grotta "San Canziano" in Slovenia.
28-29-30 aprile Congresso Nazionale di Speleologia ad Iglesias: G. Badino e B. Vigna (Meo) presentano due interessanti comunicazioni sulle correnti d'aria e di acqua.
29-30 aprile Arma del Tao (Ormea): I. Cicconetti (Aigor), P. Fausone, L. Sargiotto (GSVP), M. Chiri (GSVP). Vista una finestra sul P 20, parte un pozzetto che chiude su un laghetto, forte aria che arriva dall'alto, risalito il camino. In cima parte un pozzo chiuso in fango e un condottino franoso. Lo si segue fino a che non ne necessita di una corda. Forte aria che va via.
5-6 maggio Capanna e PB: G. Nappi, R. Dondana (Donda), E. Maupass, M. Santangelo (Marcos). Lavori di manutenzione in Capanna e giro in PB per fare prove acustiche in funzione del concerto per la festa della Capanna.
6 maggio Val d'Inferno: M. Marovino (MKL), A. Gabutti (Lucido), G. Carrieri e B. Vigna (Meo) battono il settore a destra della Grotta Donna Selvaggia scoprendo unicamente due condottine di pochi metri di sviluppo. All'Arma della Fea viene individuato un passaggio con acqua con debole circolazione d'aria.
12 maggio Arma del Tao (Ormea): E. D'Acunzo (Selma), P. Fausone, G. Perego, C. Bolis. Filtrati nella frana alla base del "c'è Trippa", dopo una strettoia trovato un camino di circa 2 m che sbuca in una saletta, c'è da risalire.
19-20 maggio Sciacalli. D. Berzano, C. Bolis, A. Remoto (Remotino), S. Filonzi (Sarona). Disostruzione a "Che Sturia", nella sala "Ci sta tutto il GSP", c'è ancora da allargare per capire: è un condottino dove passa acqua ma niente aria. Tolta la corda della risalita al Droctulft e lasciata al Pentivio (vicino all'acqua).
18 maggio Cava di gesso di Moncalvo d'Asti: B. Vigna (Meo) e tecnici cava. Scoperta una nuova cavità che esplorano per alcune centinaia di metri.
20 maggio Val d'Inferno: Agostino Cirillo, U. Lovera, C. Banzato, A. Gabutti (Lucido), M. Marovino (MKL), E. D'Acunzo (Selma), F. Cuccu (Fof) e B. Vigna (Meo). Battuta nei versanti settentrionali di Rocca d'Orse, ritrovando un vecchio pozzo GSP 84, con discreta aria, che ridiscendono fermandosi su frana da allargare, all'Arma della Fea svuotano il passaggio allagato al fondo che ributta sulla galleria alta esplorata decine di anni fa ed inesorabilmente chiusa al fondo.
25 maggio Cava di gesso dl Moncalvo d'Asti: S. Filonzi (Sarona), U. Lovera, C. Banzato, Strippoli e Meo. Rilievo di una nuova cavità e scoperta di nuove e grandi gallerie.
1 giugno Cava di gesso di Moncalvo d'Asti: U. Lovera, C. Banzato e B. Vigna (Meo) continuano il rilievo nella nuova cavità e esplorano, con respiratore ancora alcuni rami con assenza di ossigeno e risalgono un camino chiuso al fondo.
1-2-3 giugno Pippi (Pian Ballaur - CN): R. Dondana (Donda), I. Cicconetti (Aigor), M. Marovino (MKL), P. Fausone, S. Filonzi (Sarona). Fallita la rievocazione storica dell'esplorazione di Pippi causa bufera di neve che ha bloccato i recidivi per tre giorni in Capanna.
3 giugno Grotta della Mottera: U. Lovera, C. Banzato, A. Gabutti (Lucido), G. Carrieri, M. Ingranata (Max), R. Pozzo (Loco). Traversata del sistema Fantozzi-Mottera, Meo raggiunge gli altri alla successiva pantagruelica festa.
9-10 giugno Capanna: E. D'Acunzo (Selma), M. Marovino (MKL), R. Dondana (Donda), A. Gabutti (Lucido). Preparativi per la festa in Capanna.
10 giugno Grotta del Caudano: B. Vigna (Meo) accompagna i ragazzini dell'alpinismo giovanile di Mondovì e, nelle zone del fondo, scopre un nuovo camino con aria da risalire.
16-17 giugno Capanna Saracco Volante (Marguareis): M. Marovino (MKL), N. Milanese, A. Cotti, M. Santangelo (Marcos), A. Gabutti (Lucido). Montato scheletro del Gias per la festa.
17 giugno Zona Vaccarile-Baban (Val Pesio - CN): A. Gabutti (Lucido), Marcolino (MKL), Leonardo Zaccaro e B. Vigna (Meo). Battuto tutto il settore e scoperti, in una piccola conca sottostante Cima Jurin, alcuni pozzetti con aria variabile da rivedere.
31 giugno - 1 luglio Capanna Saracco Volante (Marguareis): 300 e più da tutta Italia! Festa per i 40 anni della Capanna. AUGURI!!
Festa alla Capanna Backstage
Alberto Gabutti
Siamo a fine 2006, il prossimo anno la Capanna compie i 40 anni. Deve essere una festa, ma una bella festa, con tanta gente, non solo per il GSP ma per tutti quelli che hanno vissuto in Capanna parte della loro speleologia. Insomma una festassa!
Si parte subito alti, i dubbi sono molti ma la possibile partecipazione dei New Crolls con concerto "live in PB" scatena l'entusiasmo. La festa si farà! Ma quando? Un calcolo astrale sulla posizione della luna impone il 30 giugno - primo luglio.
E iniziano i preparativi: viene nominato il comitato organizzatore (Marcolino, Ube, Nicola, Lucido) e si inizia a pensare ai "contenuti". E sì, perché vino e salame non bastano. Vogliamo usare questa opportunità per fare un po' il punto su quello che è stata PB negli anni e magari pensare al futuro.
Vengono pensate delle proiezioni di foto e vecchi filmati da far vedere a ciclo continuo durante la festa. Gli argomenti sono "Storia della Capanna", "I marguareisiani" e "Storia delle esplorazioni in PB". Come nelle migliori organizzazioni, vengono designati i responsabili: Meo, Marcolino, Lucido e Nicola.
Per fortuna, "Schegge di Luce" prima e poi un paziente lavoro di archiviazione del materiale fotogratico da parte di Deborah, mettono le basi per raccogliere giga e giga di materiale che verrà poi selezionato in più riprese da Marcolino e Lucido e poi dato in pasto ai "creatori". In più il Gobetti mette a disposizione delle vere chicche cinematogratiche che coprono gli anni '70 e '80. Giuliano, riaperto il baule dei suoi preziosissimi Super8, tira tuori "degli imperdibili". Insomma ce n'è!
Ma non basta, c'è sempre il famoso "Lavoro sul Marguareis" nel cassetto. Il CD ROM con tutti i posizionamenti, articoli e rilievi è quasi pronto. Questa è l'occasione giusta per presentarlo. Nicola si impegna a finirlo e l'AGSP a sovvenzionare la stampa dei CD ROM.
Il venerdì sera inizia il tormentone del Lucido: "Festa alla capanna". Non si perde riunione per parlarne e per iniziare ad immaginarsela. Risulta subito evidente che la logistica non sarà facile e poi quanta gente ci sarà? , dove la mettiamo? Cosa diamo da mangiare, da bere….
Viene nominato il comitato "Gias" composto da Donda e Marcos. Il loro compito è di pensare e realizzare un "Gias" degno dell'evento. Nel frattempo i New Crolls si trovano quasi settimanalmente per provare e preparano "Il concerto".
Passa il tempo e risulta sempre più chiaro che l'aspetto economico non deve essere trascurato. Il tormentone del venerdì diventa: "Festa alla Capanna: Bilancio". Le prime stime di bilancio fanno "pensare" e temere tracolli: 3000 euro di elicottero, 1500 euro di cibo e poi c'è il vino, i teloni per il gias…. Insomma il finale è sempre triste: è chiaro che si va a spendere molto di più di quanto si può incassare.
Nasce così il "Comitato Maglietta" (Deborah, Donda, Marcos) incaricati di realizzare una maglietta da vendere alla festa per autofinanziarsi. Le 300 magliette andranno letteralmente a ruba ed ora sono quasi un cult.
Ma non basta. Ci vuole la mamma, anzi il papà. Chiediamo aiuto alla AGSP che promette di pagare l'elicottero e la stampa dei CD fotografici più quello sul Margua. Così va meglio!. Facciamo i conti e vediamo che "bastano" 200 persone paganti per non finire sul lastrico. Paganti. Ma quanto?
Prezzo politico: voi ci date 10 euro, noi vi diamo da bere, da mangiare, i CD fotografici più quello sul Marguareis ed una bellissima festa... Però cosa ci facciamo con 200 persone se piove?
Il concerto "live in PB" viene portato fuori dalla grotta per motivi organizzativi. L'idea iniziale era di farlo in Sala Bianca ma dopo un'attenta valutazione si capisce che si sta parlando di fantascienza. È già complesso avere tutto quello che serve fuori, impensabile in grotta.
Il tempo stringe. Il Lucido continua a rompere e a "stimolare" chi si distrae. Siamo a quasi un mese e mezzo dalla festa. Vogliamo farci mancare il finale da brivido? Assolutamente no! Bene, Scatta il mese del delirio pre-festa.
Si inizia con il tormentone dei dirit-
ti di autore. Se fai dei CD con una base musicale e poi li dai ad una festa sei obbligato a pagare i diritti SIAE. "Ma figurati.. chi se ne frega!". "No, se non li paghi finisci in galera. "
Questo è il pretesto. La realtà è che in gruppo l'aria non è buona. Ci sono divisioni, gente che non si parla e parrocchie occulte, tutte cose che la preparazione della Festa non riesce a superare ma solo a sopire, a rendere meno evidente ma non a seppellire..
Per una serie di incomprensioni, Nicola si dimette dall'organizzazione della festa e dal "comitato CD", rimane a completare il progetto Marguareis. Una bella botta! Oltre che a perdere uno degli organizzatori, perdiamo anche la possibilità di "pubblicare" a gratis il CD fotografico con le proiezioni sulla storia della Capanna, la gente e le esplorazioni. Per fortuna Nicola porterà a termine la presentazione sulla storia delle esplorazioni, sicuramente la più bella delle tre. Per vostra info, le presentazioni sono ancora disperse negli HD di qualcuno e, nonostante le tante parole, non sono ancora state distribuite a chi le voleva.
Sul fronte gias, i "progettisti" si chiudono a riccio quando si cerca di capire che cosa stiano "pensando". Alla fine viene presentato un futurista progetto 3D per un Gias enorme a forma di pipistrello, bello da vedere ma di difficile comprensione ai non addetti. Per impegni personali, il "comitato Gias" non potrà salire in Capanna i giorni prima della festa, si decide quindi di fare una prova di montaggio la settimana prima per evitare sorprese. La cosa verrà fatta a metà per la prevedibile mancanza di materiale. Risultato finale: il Gias della festa sarà "inventato" al momento utilizzando metà delle vele previste.
I New Crolls stanno preparando il concerto mettendocela tutta, la scaletta è lunghissima ed è chiaro fin dall'inizio che sarà un successo. Devono affittare della strumentazione per l'evento. Riusciamo a trovare 500 euro in AGSP. Ma la tensione diventa palpabile quando si "scopre" che gli strumenti vanno imballati per essere
trasportati dall'elicottero. Anche in questo caso cercare di mettere ordine produce una ridda di reazioni, alcune delle quali poco edificanti. Per fortuna vince la ragione e il concerto dei New Crolls sarà veramente l'evento della festa.
Ci avviciniamo alla festa senza alcuni pezzi, con un po' di musi lunghi e con la certezza che dobbiamo "mirare" a 200-250 partecipanti. Allora il problema diventa: quanto cibo? Quanto vino? E qui scatta la bravura di Fof: 100 chili di pane, 5 forme di toma, una cassa di peperoncino, patate, carote e cipolle come se piovesse e si mettono le basi per il "minestrone", uno dei momenti più socializzanti e divertenti della festa. Per non parlare del vino: 350 litri potranno bastare?
Lunedì. Il meteo è incerto. Per il fine settimana non si sa, ma forse... Ecco, poteva succedere. Tutto a buca per una perturba e invece no, veniamo graziati con una settimana senza nuvole e vento.
Appuntamento mercoledì sera nel Maxazzino per caricare e portare tutto a Prato Nevoso per il volo del mattino. Una squadra raggiunge la capanna pronta per scaricare i 6 giri di elicottero necessari per trasportare il tutto. Siamo sulla strada del non ritorno. Ora si fa!
Delirio Gias. Siamo in una decina a cercare di capire: con in mano il foglio delle istruzioni guardiamo i paletti piantati per terra e cerchiamo di immaginare come agganciare il telone. I teli sono monumentali, per cucirli Laura ha passato i pomeriggi. Inizi ad aprirli e poi ti arrendi, no non è possibile che siano così enormi. E poi la paleria dov'è? Nasce uno dei momenti più divertenti della preparazione della festa. Spontaneamente si formano 3 squadre di montaggio Gias che si muovono in totale autonomia. La prima fa passare i tiranti negli anelli del telo, la seconda li toglie perché è meglio così. Intanto la terza è soffocata al centro dell'immenso telone e cerca di sollevarlo con un palo. Qualcuno si propone progettista e "modifica" il progetto originale, anzi poi si ravvede e vorrebbe riportarlo come prima ma nel frattempo qualcuno ha tagliato il telo e quindi bisogna farlo più piccolo…. Alle 6 di sera è montato! Una struttura tenuta su da due pali e tanti pietroni, adeguatamente aperta per opporre la massima vela, insomma ... contiamo sul meteo!
Montiamo anche la sala proiezioni, un tendone verde oscurato con sacchi neri e ampia veranda. Un vero forno! ma fa il suo mestiere. È un brulicare di attività, gente che si muove,
partecipa e contribuisce. Giampiero prima guarda il pavimento in legno del "suo" rifugio che viene riciclato in tavoli e poi partecipa anche lui, giù di martello a fare panche! Paolo e Remotino vengono letteralmente assorbiti nel vortice dell'impianto elettrico. Per tutta la festa correranno su e giù dietro ai generatori, cavi, faretti..
Sarona nella notte di venerdì ha già preso posto nell' "Autogrill" che accoglierà chi sale dal colle dei Signori. Sarà uno degli ingredienti della festa: accogliere chi arriva al Corno di Mezza Via con vino e birra per far capire come gira questo fine settimana! Altri si aggiungeranno a presidiare il posto tappa che diventerà il biglietto da visita per la festa. In Capanna viene allestita la segreteria con Luisa alla cassa, Saretta e i Gobetti Boys alla reception. Le magliette sventolano dentro e fuori dalla capanna, un enorme foglio bianco raccoglie le firme di chi si iscrive. Sì, perché abbiamo deciso di non timbrare o etichettare: andiamo sulla parola, paghi e firmi.
Venerdì sera arrivano i primi. Iniziano le scommesse: "forse non superiamo i 150", "ma no, fidati almeno 200". Sabato mattina continuano gli arrivi. Partono le proiezioni, i primi litri di vino e si taglia una toma. Ti distrai un attimo, poi ti guardi attorno e vedi più gente. Anche le tende, "massimo 50 mi raccomando mi aveva detto il Parco", aumentano. Nel primo pomeriggio parte il giro in PB guidato da Ube e il pellegrinaggio degli ingressi di Marsian aiutato da uno scalzo Gobetti. Entra in PB una marea di gente! E altri arrivano.
Siamo già in 200. Parte il bombolone di Pastis ed il mitico minestrone di Fof. Guardando le persone si percepisce il clima di festa e quanta gente si rivede! Bisogna tagliare le patate, e via si improvvisa una catena di montaggio della verdura. Verso l'ora di cena siamo quasi 300, il gias è pieno, c'è gente che continua a montare le tende, chi si saluta, quattro chiacchiere, un bicchierino, ma guarda chi si vede!…. birretta?
Intanto i New Crolls con dei volontari stanno preparando l'area concerto, montano le luci, le casse e provano il sound. Il trasporto è andato bene, la gente è "carica". La location del concerto è sopra la Gola del Visconte in una piccola conca che guarda Caracas. Nuvole Zero. Si preannuncia una chicca.
Finito il minestrone e la cena comunitaria, si attende il buio. Ancora una mezz'oretta e si sale. Spontaneamente il popolo di PB si ammassa pronto a partire. Come in una gara viene dato il via e la marea si muove passando prima per il tendone cambusa dove vengono distribuite birre e cartoni di vino e poi salendo lungo il sentiero che porta verso la Gola del Visconte. Un fiume di tikke, invade il sentiero verso la conca del concerto. Se ti giri lo
vedi che sale, se guardi in avanti vedi altre luci. Ma quanti siamo?
"Abisso Ferà / Campo interno a Piaggia Bella, Cuore di Pietra / Lavori alla Capanna..." e saranno 3 ore di musica indimenticabile! Ad un certo punto una stupenda luna piena spunta tra Caracas e il Balaur. La gente balla, ci si guarda: "fantastico" è l'unica cosa che viene in mente. Vicino a Donda, un Gecchele basculante dà il tempo al batterista, Z lo devono portare via di peso al decimo bis. Sax, voci, chitarre tutto "perfetto" e il pubblico continua ad applaudire e cantare.
Abbiamo spaccato!. Che concerto! Così ritorniamo verso la capanna in una notte serena di luna piena, una di quelle notti che il Margua sa dare.
In mattinata è previsto l'incontro con il Parco, che fino ad ora si è limitato alla burocrazia dei permessi arrivati letteralmente l'ultimo giorno utile. L'idea iniziale era un'altra: domenica mattina tavola rotonda sulla storia della capanna e delle esplorazioni in PB con molti ospiti illustri presenti sul territorio. Ma visto la presenza di alte cariche del Parco, abbiamo optato per un momento più ufficiale: il Parco incontra gli speleo. Due ore e la pratica viene archiviata: parole come al solito tante, per i fatti si vedrà.
Oramai la festa è finita e la gente inizia a partire già in tarda mattinata. Viene abbattuto il Gias, smontati i vari tendoni, reimballati gli strumenti, insomma si prepara il ritorno. Rimangono sul campo uno sterminio di chili di pane e circa 100 litri di vino.
Lunedì, tempo brutto, qualche goccia di pioggia. E l'elicottero? Arriva e con tre rotazioni verso Carnino portiamo giù tutto. Marsian parte in direzione Mastrelle per andare a presidiare con Massimo Sciandra la piazzola dell'elicottero in attesa dell'arrivo dei mezzi per caricare il materiale. Qualcuno rimarrà in capanna ancora qualche giorno, gli altri scendono, li attende un lungo giro prima di raggiungere Carnino.
È proprio finita. Alla fine, sforando ogni aspettativa, eravamo più di 300! L'organizzazione non è stata facile ma questo lo sapevamo fin dall'inizio. Il ricordo che ne rimane è più che positivo, una festa così non si era mai vista sul Margua e siamo anche riusciti ad evitare il tracollo finanziario!
Prima di partire saluto Marsian che è stato iperattivo per tutta la festa, non si è fermato un attimo. Lo ringrazio e lui mi risponde "dovere".
Lo spettacolo di Piaggia Bella
Marco Marovino
Sul poggio alto, mezza al solito affaccio sulla Carsena, e mezza altra in abbaglio da grandi lucciole e flash ben poco naturali, la Capanna tratteneva a fatica la commozione.
D'altronde perchè stupirsene, mai la Nostra si sarebbe immaginata una mischia sì folta ed impastata d'accenti, dialetti, storie, ricordi.
Non era successo mai. 300 e più anime, sorriso e bicchiere facile, giocherellavano ai suoi piedi, in brusio battente, ed erano lì per il compleanno, il suo compleanno!
Già, 40 anni prima, in un Marguareis ancora ben sfumato rispetto alle pianure ed alle piste di bitume, ebbe a crescere quella sghemba V rovescia, vestita in lamiera, giusto al centro di quello che già era il Teatro di Piaggia Bella.
"Col belino!", considerava piccata Piaggia Bella, la grotta, "Quelli lì son tutti speleo, e se son qui è soltanto per me!"
... Perchè la Bella, come amava farsi sintetizzare, se pur radiosa per la visita dei sessanta che, al mattino, n'avevano magnificato spazi ed oscurità, stizziva per l'insolente insopportabile lontananza dei festanti "Come v'è proprio d'esser lassù a far baldorie, nella Valle miserabile di Rio Bebertu? Io sono figlia di fiume, le mie pancie son d'acqua e di rii irrisolti e voi
lì, alle spalle d'una roggia prestata al lavaggio delle stoviglie!".
Tra le pieghe dello sdegno pensava a come allora avrebbe potuto richiamare attenzione. Disse che ci avrebbe ragionato su, l'avrebbe organizzata anche lei una bella festa, di lì a poco.
Ce ne saremmo accorti a breve...
Pure il Visconte manifesta disappunto "Che possa esser chiesto al Visconte di nasconder sé stesso agli ospiti, deliziosamente giunti da plaghe così foreste? Meschini!".
Dunque mise di ricognizione gli strali estivi, che vennero, per suo conto, a minacciare pioggie e grigiori.
Precipitarono temporali e coltre nebbiosa scivolò sul Margua.
Sarebbe stato solo l'inizio. Al fine settimana avrebbero dato il meglio di sé.
Così, nel dì di Venere, gli scagnozzi del tempo calarono nei pressi della Gola con il proprio armamentario meteo-balistico, pronti a colpire.
Ma andò diversamente; rotazioni d'elicotteri scaricavano prezioso materiale sonoro all'Arena della Gola, casse, chitarre, sax, una batteria? "Musica?" Rimasero interdetti.
Riferirono a chi li aveva sguinzagliati ciò che avevano visto e sentito: gli uomini stavano allestendo lo spettacolo della notte; sarebbe stato in gloria Viscons.
Fu così che il Visconte, inorgoglito di quell'immane trafficare, ammorbidì in poltrona l'irrigidita postura, ripose le maligne intenzioni e fece regalo di cielo lustrato a festa.
Si mise alla finestra ad osservare e venne il concerto.
Poi poi, tra un ridacchio divertito ed il fondo d'un gran bicchier d'uva, chiama a sé la Luna e la soffia sulle nostre teste.
Caracas non credeva ai propri occhi, il Visconte aveva gradito.
E la Libera Repubblica del Marguareis saluta la notte che fuggiva.
Il GSP abbraccia e ringrazia gli esploratori che da ogni dove sono giunti per salutare il Marguareis.
Le immagini che illustrano gli articoli sulla Festa alla Capanna sono di A. Eusebio, S. Filonzi e B. Vigna, a pag. 19 alcuni dei costruttori, in alto Beppe Dematteis e Marziano Di Maio, al centro Vittorio Valesio, in basso i due Baldracco, il giovane Vittorio e Giorgetto.
Ricordando i costruttori
Marziano Di Maio
Alla festa alla Capanna era presente solo una minoranza di coloro che avevano lavorato quando è stata costruita. Ma quarant'anni lasciano il segno, anche senza voler filosofare sui cambiamenti epocali e per molti versi stravolgenti che hanno caratterizzato l'ultimo quarantennio. Inoltre vari costruttori nel 1967 non sono potuti venire a festeggiare a Piaggia Bella per motivi familiari, ma hanno aderito in spiritu.
Un pensiero va innanzitutto a quelli che non ci sono più: Lino Andreotti progettista e figura determinante, Giorgio Peyronel, Giancarlo Zanelli detto ZK, John Toninelli, Dario Pecorini e ultimamente Gian Pianelli.
Impossibilitati a presenziare hanno raccomandato di salutare i festaioli: Carlo Balbiano (in gita sociale fuori Italia), Chicco Calleri con Giola Rosani, Anna Clerici, Carlo Clerici, Paolo De Laurentiis, Genio Gatto, Renzo Gozzi, Carla Lanza, Mario Olivetti, Saverio Peirone e il predetto Gian Pianelli che stava vivendo le sue ultime settimane. Ad essi si sono aggiunti nei saluti altri vecchi del Gruppo: Achille Casale, Paolo Henry, Beppone Maggi primo custode della Capanna e da tempo residente a Kathmandu, Mario Marzona, Cesare Re, Robi Thöni, Mariangela Toninelli con Pierangelo Saracco, Giuliano Villa.
Le statistiche dicono che quelli che hanno dedicato più giornate nella costruzione sono stati Giorgetto e Marziano, ed erano entrambi presenti alla festa, il primo diventato nel frattempo presidente del CNSAS. Dopo quei due, era stato Aldo Fontana ad impegnare più tempo libero ed è spiaciuto molto non essere riusciti a rintracciarlo. A seguire, troviamo poi Maurizio Sonnino (che dovrebbe risiedere a Cosenza), alla pari con Saverio Peirone, Anna Clerici, Chicco Calleri e Carlo Clerici, e via via Gian Pianelli con Mario Olivetti e Giusi Ferri, e ancora Beppe Dematteis, Dario Pecorini, Renzo Gozzi e Riccardo Sandrone. Hanno lavorato per qualche giornata Dario Sodero oggi in Canada, Giola Rosani, Genio Gatto, Dino Turletti. Con presenze occasionali troviamo infine tra gli altri John Toninelli, Edo Prando che inoltre si era interessato per far intervenire artificieri del Genio Civile per ineludibili lavori con l'esplosivo, Daniela Calleri, Vittorio Valesio, Piero Fusina, Gianni Follis, Giorgio Peyronel, Sergio Audino poi emigrato in Brasile, Giancarlo Zanelli, nonché Andrea Gobetti allora quindicenne costretto a di-
sertare sul più bello a causa di esami imminenti. In totale sono più di 40 gli speleo che hanno collaborato.
Agli speleo è doveroso aggiungere in primo luogo Lino Andreotti, all'epoca Presidente dell'UGET, che oltre ad aver steso il progetto si era dato alquanto da fare per reperire i finanziamenti. Vari alpini anonimi si sono sobbarcati viaggi su viaggi da Carnino con i muli, mentre due alpini muratori hanno lavorato di cazzuola, uno è Bruno Rege Gianas di Giaveno che essendo volontario del Soccorso Alpino abbiamo avuto occasione di incontrare per molti anni a seguire.
Va rinnovata gratitudine pure alla quarantina di ugetini che hanno dedicato una gita sociale a trasportare pezzi di Capanna da Carnino a Piaggia Bella. Tra essi c'erano lo stesso Lino Andreotti, Beppe Tenti che ha voluto caricarsi il pesante frontone triangolare, l'onnipresente Michele Gabutti, gli accademici Andrea Mellano e Giorgio Griva, la guida Piero Malvassora che aveva frequentato il 2° corso di speleologia del 1958, Luigi Dematteis, Annabella Cabianca nipote del Cabianca che nel 1925 si era fatto tirare fuori dal primo pozzo della Preta con i muli, e Beppone che meriterebbe di essere annoverato tra i costruttori per tutte le rifiniture compiute da buon metalmeccanico.
Accompagnamento a PB. (foto B. Vigna)
Il 50° (miglior) corso del GSP - Ecco
Elisa D'Acunzo, Alberto Remoto, Marco Santangelo
"Perseverare è umano, errare è speleo-logico".
(vangelo secondo seReMa, II.5.43.xyz)
In quel tempo si pensava di poter fare solo bene.
Ma si fece meglio".
(Marchese Sboronoff, 1715, op. cit.)
Eccheccazzo.
(saggezza popolare)
Sette, quattro, chi se ne frega di quanti anni hai, l'importante è sentirsi pronti e avere la voglia di fare, al momento giusto, nel modo giusto. La speleologia funziona così, vai in grotta, ti diverti, fai festa. Ma quando è l'ora di smettere di giocare e cominciare a fare sul serio, la speleologia te lo fa capire. Noi eravamo pronti ma con il senno di poi, perché nessuno lo è stato fino a quando tutto non è terminato. Quello che eravamo allora, al momento della decisione, era d'essere consapevoli. Consapevoli del fatto che - prima o poi - ti tocca, un po' come quando cresci. Sarebbe toccato anche a noi, magari in un momento in cui si avevano altre robe da fare, ma noi che siamo furbi, abbiamo deciso di andare incontro a quello che sapevamo ci sarebbe toccato prima o poi.
I tre direttori (foto di D. Berzano)
Certo abbiamo avuto qualche esitazione, ma quell'esitazione è stata utile. In quel "dubbio" si è successivamente concentrata tutta l'essenza di quello che abbiamo fatto, del modo in cui l'abbiamo fatto. Incredibile, abbiamo organizzato il 50° corso di speleologia del GSP.
Pare che tutto sia iniziato appena prima del campo estivo del 2006 e che abbia preso forma nei primi mesi dell'autunno. Di certo da ottobre ci si è visti per pensare a tutto e per ignorare ciò che come al solito ci si dimentica di prevedere.
Tra i primi impegni c'è stato quello della
promozione "innovativa". E nuove sono state le cartoline che abbiamo fatto stampare. Fiche. Nuove. Nuovissime, eccessive per un corso di speleologia. Sulle prime qualcuno ci ha detto che non era chiaro neanche l'oggetto da reclamizzare. Tzè, era proprio questo il punto: non farti capire subito cosa vorremmo da te. Erano anche belle, forse troppo. Come bello era il manifesto e come bella era la pur discussa pubblicità sul quotidiano. Come risultato sono stati attirati 12 allievi... 10 allievi... 8?
Ehm, all'inizio il numero di partecipanti era buono, considerando la media degli ultimi anni, dodici persone non sono male... beh in realtà nove persone perché alcuni iscritti si sono ritirati nel giro di una settimana: chi per motivi di salute, chi per strani incidenti con la bicicletta e chi ancora perché non si sentiva "idoneo". Va bin la vita continua comunque, nove era un buon numero anche da un punto di vista logistico-organizzativo. Che dire dunque degli allievi? Simpatici? Svegli? Attenti? Ehm, sì e no. Qualcuno si e qualcuno no. È vero che non ci sono state particolari difficoltà, è vero che non c'è stata nessuna vecchia ciabatta a rallentare le uscite ed è anche vero che c'è stata una buona partecipazione da parte di tutti; ma arrivare a dire che gli allievi siano stati tutti simpatici e svegli... forse non è possibile. Verrebbe meno il nostro compito di istruttori di speleologia che ci obbliga, come d'altronde ogni buon insegnante che si rispetti, a mantenere un certo distacco professionale con il giovane studente avido di conoscenza. Bravi sì, ma senza lode, questo non è possibile.
Forse anche i direttori non sono stati da 10 e lode, ma di novità ne hanno pensate!
"Quando abbiamo fatto il corso, che ci è rimasto impresso della lezione di geologia, di rilievo e di baboie?". Nulla, o quasi, come probabilmente alla maggior parte dei non geologi o dei non topografi. Perché non proviamo a togliere queste lezioni (sacrilegio!!!) e a metterci dentro ancora grotte, che rimangono più impresse? E così fu: abbiamo visto con Beppe i "grandi sistemi carsici che probabilmente non vedrete mai" ovvero le grotte nel ghiaccio piuttosto che quelle in Sud America o quelle asiatiche e con Meo come si trovano le grotte e gli effetti stupefacenti che dà l'esplorazione (!). E per finire, chicca delle chicche, cosa c'è da fare a casa nostra, ovvero super dibattito tra PB Lover e Carsenofili. Ed ecco venti teste, di allievi e non, piegate sull'interno-esterno della Conca delle Carsene, con gli indici di Marcolino e Donda che indicano "Questo è il Cappa, non si va più da tanti anni, c'è ancora un mucchio di roba da fare, poi c'è Parsifal che ancora ci na-
sconde qualcosa, poi c'è SuDimoniu, poi bisogna andare a beccare il mitico collettore nel Vallone dei Greci, poi...". E più tardi le stesse venti teste che assistono alla proiezione di Nicola e Igor su PB, "C'è da andare a Khyber Pass, agli Sciacalli, ai Piedi Umidi, alla Gola del Visconte, fare la giunzione Piaggia Bella-Labassa, ecc, ecc...". Figata. Gli allievi si pigliano bene e fanno un sacco di domande oltre che essere interessante anche per noialtri.
Anche qualche moditica sulle uscite è stata fatta: è stata inserita, subito dopo la lezione di Meo "andar per funghi e trovare grotte", l'uscita in battuta, tanto per mettere in pratica ciò che si è ascoltato il venerdì precedente. Località prescelta: la Valdinterno che grazie al Tao ci ha fatto sognare tutto l'inverno, magari troviamo il suo ingresso basso? Ed eccoli a pascolare nei posti più impensati e disagevoli, a cercare ovunque uno spifferino d'aria, a tirar via pietre armati di piede di porco. Fico ma infruttuoso, però si sono divertiti e si sono fatti una mezza idea di quello che si combina fuori. Anche la prima uscita di corso è stata alternativa, infatti non è stata una giornata trascorsa a fare su e giù dalle corde per impratichirsi con bloccanti e discensore, ma giù! Dritti in Pollera! Con glorioso rientro alle 3 del mattino a Torino, causa incastro di un'allieva nell'unico pezzo stretto della grotta (che incastrata non era perché riusciva a dimenarsi come un pesce fuor d'acqua, prendendo a calci in faccia la povera Saretta che da sotto cercava di sturarla!). Comunque sia siamo riusciti a giocarcela subito... intatti la poor christ dopo l'esperienza è scomparsa, lasciandoci in eredità l'amica Angela che aveva trascinato con sé al corso.
È stato l'anno dei ritardi, o comunque dei rientri assurdi. Come dimenticare la sfida alle intemperie dell'Orso di Pamparato? Abbiamo quasi ignorato Nimbus che dava neve; abbiamo solo detto agli allievi di portare le catene, che tanto non avrebbero usato, ma non si sa mai... e menomale che le avevano portate loro! Siamo usciti che aveva buttato giù al meno 20 bianchi centimetri, con tanto di macchina di Giovanni con la batteria scarica e macchina del Gabutti impantanata nella neve senza speranza di venirne fuori (aveva tolto le gomme termiche giusto il giorno prima, il minchionazzo)... fu la ritirata di Russia con rientro a Torino, di nuovo, alle 3 del mattino.
L'occhio vitreo della nottata in bianco fa venire un po' in mente la terribile lezione di Tarcisio "cerotti e suture". Terribile non
perché fatta male, anzi, solo che ci si aspettava una cosa un po' più, come dire, leggerina? Meno impressionante? La saletta del CAI-UGET, quella dove c'è la biblioteca per intenderci, vede arrivare prima Selma, con nausea per il troppo sangue nelle immagini, seguita da Marcos, troppo impressionato da chiappe e mani con ustioni di terzo grado per resistere oltre, Christian l'allievo, pallido come un cencio con bicchiere d'acqua in mano "mi siedo un attimo, non mi sento tanto bene, poi rientro" e gente varia che entrava, si riprendeva per due minuti, e prendendo fiato e coraggio tornava da Tarcisio... insomma, non una lezione per stomaci delicati.
Per ironia della sorte l'ultima lezione in magazzino, per far conoscere il funzionamento del GSP agli allievi. "Ciao ragazzi, questo è il nostro magazzino, lì ci sono le corde, lì ci sono i moschettoni, lì i trapani, lì le batterie... fate come se foste a casa vostra perché sarete molto spesso qui". Circa 12 ore dopo il Gran Capo della ProtCivCom ci comunica, con la solita gentilezza che lo ha contraddistinto in tanti anni di frequentazione, che ci voleva fuori dalle balle entro un mese. Non male come tempismo, vero? Meno male che poi c'è stata la festa di fine corso. Era da due o tre anni che non si faceva più e siamo stati contenti aver organizzato la classica grigliatona dal Fauso.
Certo, l'organizzazione è sempre una cosa fondamentale. Le persone organizzate fanno sempre colpo, anche se ti organizzi per andare a cagare nel momento giusto... è importante, almeno eviti la figuraccia di fartela nei pantaloni davanti a tutti. Importante dunque sempre ma soprattutto quando hai a che fare con persone che non conosci, che pagano per andare deve tu li porti e che da te si aspettano, almeno durante le prime uscite, serietà e puntualità. Già, le prime uscite sono importanti. Trascurando il fatto che, per qualche millisecondo, il venerdì precedente alla prima uscita ci era venuto in mente di andare in esplorazione al Tao il sabato, fermandoci a dormire a Mondovì. Infatti trascuriamo, siamo stati saggi e professionali tornando a Torino il sabato sera stesso. Comunque è andata bene, non è colpa nostra se la Pollera è in provincia di Savona e tale provincia dista svariati km da Torino. Noi abbiamo messo l'idea, se poi nessuno ha la macchina ultrasonica o il tele-trasporto non è mica colpa nostra se si torna a casa alle 4 del mattino, abbiate pazienza.
I direttori sono stati uniti di fronte alle critiche, a volte anche a rischio di sembrare rigidi. Ma o si tenevano serrati i ranghi, o un corso organizzato da tre pivelli (speleologicamente parlando) sarebbe stato un disastro.
... Dio che stanchezza, che ansia, che male al collo. Si cincischia per rimandare la conclusione. Si riprende a ricordare il tempo appena trascorso. Lo stage (alle frontiere orientali, in grotte assurdamente enormi, con partenze ritardate dalla perdita del magazzino...). A qualcuno, pensando allo stage, vengono in mente l'osmitza e l'atmosfera di confine. A qualcun altro le corde nuove roventi per i tiri lunghi della Noè. E che dire dell'incredibile Schilan dalle scalette o della San Canziano, che è troppo grande. Troppo, per un piemontese.
Abbiamo fatto una presentazione in esterni. Certo senza un pubblico numeroso e senza grandi risultati, ma finalmente ne abbiamo organizzata una. Anche a dispetto di un pc che non ha mostrato di gradire dei file troppo pesanti. E poi si è lavorato come orologi svizzeri nel tenere briefing prima, durante e dopo ogni uscita. Magari saremo sembrati un po' troppo cissati, ma per noi tre è stato importante capire se qualcosa andava sistemato e come.
Si ridacchia delle storielle che avrebbero tirato fuori alcuni allievi sull'organizzazione precaria degli speleo. Non sanno neanche di cosa parlano... sapessero!
D'altra parte, chi si è trovato in sintonia lo ha fatto da subito. Altrimenti non avrebbe capito il senso della serata in cascina, da Meo, prima dell'uscita in battuta (altra novità della quale potevamo essere ben contenti). In cascina siamo stati parchi nelle provviste (mal calcolate) e prodighi nelle cazzate: dalle sedie infilate a mo' di cintura alle giostre di corde appese alla tettoia, fino alla passeggiata gotica tra i rovi, nel cuore della notte (vero, Sara?).
E gli allievi? Sono diventati speleo? Mica tanto, o mica ancora.
Le immagini che accompagnano gli alticoli sul corso sono di D. Berzano
La Speleologus taurinense
Davide Novello
"Lo Speleologus taurinense si nasconde al buio di una grotta ma alla luce del sole non puoi fare a meno di notarlo. Si muove in branchi più o meno numerosi e attende il crepuscolo per andare a caccia di correnti d'aria all'interno di cavità naturali,o grotte, delle quali esplora minuziosamente ogni metro. Se la ricerca risulta fruttuosa alcuni individui del branco possono essere colti da infarti temporanei dovuti all'entusiasmo del momento, dopodiché,in preda all'eccitazione e alla ripresa circolazione sanguigna, intraprendono una vera e propria opera di scavo fino a quando l'elemento più minuto riesce a strisciare oltre l'antro e comunicare la possibile prosecuzione o l'interruzione dell'esplorazione.
Durante le sue ricerche lo Speleologus emette varie tipologie di suoni per mantenere il contatto e la comunicazione con il resto del gruppo ma il verso caratteristico e di riconoscimento della specie rimane il "gobbio", emesso a livelli di volume più o meno alti a seconda della situazione.
Specie onnivora ed estremamente altruista, si ciba di tutto ciò che risulta masticabile e riesca ad entrare nella sua cavità orale condividendolo con i suoi simili. La raccolta del cibo è di solito individuale a casaccio:vengono prediletti cibi unti e con un alto contenuto di suino e bevande la cui formula chimica sia più lunga di due H e una O.
Le abitudini sessuali e le modalità di accoppiamento non sono ancora del tutto note ma nonostante gran parte degli individui di sesso femminile si accoppi con i maschi dello stesso gruppo, la natalità è praticamente nulla e gli individui giovani, contrariamente a quello che si possa pensare, sono solo dei disadattati che spontaneamente e consenzientemente decidono di entrare a far parte della specie, previo versamento di una quota e frequentazione di un corso."
Sto pensando a quanti soldi potrei farmi vendendo un articolo del genere, con tanto di documentazione audiovisiva, al National Geographic mentre qualcuno con un pennarello blu indelebile, di quelli con la punta larga mezzo centimetro, mi sta scrivendo due grosse lettere sul collo. Sorrido, lasciando che questo psicopatico seduto di fianco a me faccia il suo lavoro e poi, sporgendomi verso lo specchietto retrovisore, osservo "l'opera d'ane". At. Auto-tendenza. Non mi è ben chiaro da cosa sia nato ma è così che è finito il mio corso di speleologia.
Sara sguinzaglia gli equini della sua Punto in direzione Venezia, poi Brescia ed infine Torino.
Lo stage è concluso, le nostre piccole anime speleo svezzate, e mentre l'autostrada ormai ci riporta verso casa mi è inevitabile ripensare ai week-end degli ultimi due mesi trascorsi in compagnia del Gsp.
Dire che ho scoperto il mondo delle grotte, pur essendo la verità, sarebbe decisamente troppo banale e scontato trattandosi di un corso di speleologia. Perciò tenderei a lasciare le banalità a ingegneri saccenti e nobili pieni di sé per raccontare invece quelle che per me sono state le vere scoperte, quelle degne di essere ricordate, quelle che fai fatica a dimenticare e che fanno di un corso fine a sé stesso un'esperienza e un'avventura.
Ho scoperto che il Gsp è come il Signore: le sue strade sono infinite e ci si perde molto facilmente.
Ho scoperto che ciò che è iniziato come passione o semplicemente come curiosità, può diventare una malattia, una sete continua.... roba da "un cappuccino e una concrezione, grazie".
Ho scoperto che i problemi di intestino non sono poi così rari e possono addirittura interessare percentuali elevate di individui.
Ho scoperto che si può essere schiavi anche senza catene. Soprattutto quando nevica! Ho scoperto persone la cui grandezza del cuore è seconda solo a quella del loro fegato. Ho scoperto amicizie solide come la roccia dei freatici fossili ma disposte ad aprirsi nuovamente al passaggio dell'acqua di nuovi arrivati.
Ho scoperto, uscendo da una grotta, il profumo del mondo.
Ho scoperto che il silenzio di una grotta non lo si ritrova in nessun altro luogo.
Ho scoperto che anche l'interruzione del silenzio di una grotta con canti poco adatti al catechismo non la si ritrova in nessun altro luogo.
Ho scoperto che non bisogna mai sbagliarsi a dire che il Pastis sa di sambuca.
Ho scoperto che esistono buchi nei quali non avrei mai pensato di riuscire a passare, ma soprattutto non avrei mai pensato di dovermici infilare.
Ho scoperto che esistono più marche di birra che specie di insetti.
Ho scoperto che il "gioco della sedia" è molto divertente quando nella sedia non ci sei infilato tu.
Ho scoperto le Sacre Divinità Speleologiche.
Ho scoperto che alla domanda "ma come fa lei a non sporcarsi senza tuta e con tutto questo fango??" purtroppo c'è anche la risposta "semplice, basta non toccare le pareti".
Ho scoperto che…..scusate…..qualcuno sta chiamando un ragazzo, un certo Daniele. Ma chi è sto Daniele!?! Ah già, sono io. Mi giro verso il mio interlocutore per…..ma…..aspetta un attimo...io mi chiamo Davide!'
Devo avere pazienza. Questo è il GSP. Don't feed the speleo!!
Elenco allievi
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Benedicenti Angela |
v. Ariosto34A Settimo T.se blabar77@hotmail.com |
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Berdugo Jose Antonio |
v. Goito, 6 Torino jose_berdugo1@hotmail.com |
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Berzano Dario |
v. Monviso, 17 Rosta 0115886734 dario.berzano@gmail.com |
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Bolis Christian |
v. Piave, 3 Gazzo christian.bolis@gmail.com |
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Michelini Andrea |
v. Cafasse, 15 Druento 0119941186 andrea.michelini@accessfree.it |
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Morello Michele |
v. Carnica, 1 Torino 0116820974 mik.novello@gmail.com |
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Nappi Giovanni |
v. Monastir, 6 Torino 0116065385 dongiovy@gmail.com |
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Novello Davide |
v. Ogliaro, 76 Biella - Pavignano 015562569 mad biker84@hotmail.com |
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Cravero Marco |
v. Mosca 12 Torino marcocravero@yahoo.it |
Ode all'acetilene
Andavo un giorno per la mia strada
quand'incontrai un compare della mia contrada.
"Ove ti rechi con zaino sì grosso,
se cammini chino finirai in un fosso!"
"In un fosso finisco davvero,
ma per mia volontà - e sono sincero!"
"Devi essere davvero fuori,
entri là dentro e magari ci muori!"
"Amico, non ho perso la retta via,
frequento un corso di speleologia!
Facciam con le corde salite e discese,
sul capo fiammelle sempre accese,
come quegli Undici dal lungo manto
che ricevetter un giorno lo Spirito Santo!"
"Deh, non facevo quell'ambiente
così devoto e di brava gente!"
"Le nostre in realtà son teste dure
ben poco avvezze alle Sacre Scritture
ma pur stando per ore appesi alle soste
conosciam bene la Pentecoste:
le lingue di fuoco non sceser dal cielo
sovra gli apostoli, come dice il Vangelo,
è scritto sulle apocrife pergamene
che inventaron la fiamma all'Acetilene!"
"Perdona il mio commento un po' integralista
fui vittima d'una terribile svista:
se le cose stanno davvero così
voglio tosto far parte del GSP!"
Dario Berzano
L'area carsica Valdinferno ─ Rocca d'Orse
Bartolomeo Vigna
Con la terminologia "area carsica Valdinferno ─ Rocca d'Orse" viene indicata una interessante zona ubicata in sinistra orografica della Val Tanaro, grossomodo all'altezza compresa tra i centri abitati di Garessio ed Ormea. Quest'area costituisce la propaggine orientale della grande struttura carbonatica che si estende dal Massiccio Monte Ciuaiera - Antoroto verso il Torrente Tanaro, lateralmente confinata a Nord ed a Sud dalle rocce del basamento metamorfico. Il contatto tra le rocce carbonatiche e quelle impermeabili basali è impostato in corrispondenza di due importanti lineazioni tettoniche orientate grossomodo est ─ ovest che hanno ribassato la struttura carbonatica per diverse centinaia di metri. Tale assetto strutturale ha pesantemente condizionato il carsismo dell'intera area che sembra essersi sviluppato, probabilmente già ad iniziare dai Pliocene, con una serie di sistemi a pieno carico, indipendenti tra loro e lateralmente confinati dalle rocce impermeabili. La ricarica prevalente dell'acquifero carsico sembrava provenire da nord dove erano probabilmente presenti vasti pendii impostati nelle rocce metamorfiche del basamento (quarziti e porfiroidi) lungo i quali scorrevano una serie di corsi d'acqua che si dirigevano poi verso la struttura carbonatica. Le successive fasi di approfondimento quaternarie hanno poi smantellato in parte tale struttura portando alla luce una parte dei diversi sistemi carsici. Lungo gli scoscesi pendii della Valdinferno sono presenti una innumerevole serie di condotte a pieno carico, caratterizzate in genere da uno sviluppo non elevato a causa nei notevoli riempimenti sia detritici ma soprattutto concrezionali, che hanno occluso le diverse gallerie. Le cavità del Garb del!'Omo superiore, dell'Omo inferiore, della Donna Selvaggia, della Fea, dell'Arma sono attualmente le grotte più estese e testimoniano, con le loro grandiose gallerie, l'esistenza di una importante fase carsica che si è sviluppata in condizioni di pieno carico probabilmente durante i periodi di clima caldo umido pliocenici. Sul versante opposto del
Immagine 3D dell'area carsica Valdinferno - Rocca d'Orse (elab. B. Vigna)
massiccio, lungo le pendici meridionali della dorsale di Bric Ronzino-Rocca d'Orse sono ubicate altre cavità, con morfologia molto simile alle precedenti (Arma del Grai inferiore, Pozzo del Grai, Arma Nera). Sulla base delle attuali conoscenze sembra quindi che in quest'area non sia presente un unico grande reticolo carsico bensì una serie di molteplici sistemi tra loro indipendenti. La Grotta del Tao, anche se caratterizzata da uno sviluppo prevalentemente verticale, si inserisce nel medesimo contesto essendo presenti a differenti altezze topografiche, i relitti di più livelli a pieno carico.
Interno-esterno delle principali cavità presso l'Arma del Tao (elab. N. Milanese)
Anche l'attuale circolazione sotterranea delle acque rimane piuttosto sconosciuta e forse caratterizzata da più circuiti indipendenti. Attualmente è conosciuta una sola sorgente, ubicata lungo il Rio Garella, all'altezza del Garb dell'Omo inferiore, ad una quota di 950 m s.l.m., ma con una portata relativamente ridotta rispetto alle attuali dimensioni dell'area
carsica. Sembrano essere localizzate altre emergenze nel subalveo del Torrente Tanaro, principale livello di base posto ad una quota intorno ai 620 m s.l.m., descritte da pescatori, ma non ancora individuate nonostante varie ricerche. D'altra parte lo studio della circolazione sotterranea risulta essere piuttosto difficile da condurre essendo quasi tutte le cavità, ad eccezione del Garb dell'Omo inferiore, caratterizzate dall'assenza di una circolazione perenne delle acque. Gli attuali fondi delle cavità principali sono ubicati, d'altra parte, a quote decisamente superiori rispetto a quella del livello di base; la Donna Selvaggia si arresta a quota 965 m, il sifone finale del Garb dell'Omo inf. è a quota 1070 (sicuramente sospeso, chissà cosa aspettano gli speleosub per passare e trovare sicuramente grandi gallerie), il fondo dei Grai è a 940 m mentre quello attuale del Tao si trova a 830 m, quindi ancora 200 m sopra l'ipotetico livello di base attuale.
A pag. 29 - Arma del Tao: la Galleria Subalpina a -300, a pag. 30 in alto: ambienti lungo la Galleria Subalpina, in basso l'ingresso dell'Arma della Fea (foto di B. Vigna)
L'area carsica Valdinferno - Rocca d'Orse con ubicate le principali cavità (elab. Banzato)
La circolazione dell'aria non sembra essere di grande aiuto per la comprensione del carsismo sotterraneo dell'area ed essendo piuttosto ridotta in quasi tutte le cavità sembra evidenziare la assenza di un unico e grande sistema. Lascia assai perplessa la situazione che si riscontra al Tao: all'ingresso l'aria è debole ad eccezione delle giornate molto calde o fredde quando si instaura una circolazione da ingresso basso ma con un flusso caratterizzato da notevoli pulsazioni e temporanee inversioni. Una simile situazione è anche molto evidente nella strettoia finale. In prossimità della nuova prosecuzione, a circa ─100 dall'ingresso, presso il pozzo denominato "c'è trippa per tutti"si notano invece strane inversioni, con aria che, nei periodi freddi, defluisce sia dall'ingresso sia dalla via del fondo eche potrebbero far pensare alla esistenza di un arrivo in questo settore collegato ad un possibile ingresso alto. Nonostante numerose battute eseguite nei settori più alti (dorsale Bric Ronzino ─ Rocca d'Orse) non sono stati rinvenuti ingressi alti ad eccezione del Pozzo Tramonto, cavità profonda una quarantina di metri, ubicata in prossimità della pista che conduce alle stalle presso Bric Ronzino e caratterizzata da una notevole circolazione d'aria. Le evidenti pulsazioni che si osservano al Tao potrebbero essere legate alla posizione altimetrica di questa cavità che si comporterebbe da ingresso intermedio, collegato ad un sistema carsico ben più ampio di quello fin ora esplorato.
La presenza di grossi ciottoli fluitati di natura metamorfica (battezzati dagli speleo torinesi con il nome di "tacchini") che si rinvengono in alcune zone di questa grotta, in particolare a partire da quota ─130 (pozzo del tacchino misterioso), suggeriscono l'esistenza di importanti masse idriche che, in passato, hanno attraversato l'intero ammasso carbonatico, trasportando questi detriti dalle zone del basamento (settore della Valdinferno) verso le paleorisorgenti.
Sulla base di quanto è stato esplorato sinora in questa interessante area carsica è quindi possibile ipotizzare l'esistenza di diversi sistemi carsici che dalle aree di alimentazione, ubicate in Valdinferno, si sono sviluppati verso sud, raggiungendo la Val Tanaro. Purtroppo, nel tempo, il concrezionamento ed altri riempimenti di natura detritica hanno quasi sempre occluso le vie principali. Forse, insistendo nelle ricerche, qualche interessante cavità si può ancora trovare: il Tao rappresenta sicuramente un tassello di questo complicato labirinto.
In alto immagine dell'area carsica Valdinferno - Rocca d'Orse, in basso concrezioni lungo la Galleria Subalpina, a pag. 33 "il carciofone" nella sala "C'è trippa per tutti" al Tao, a pag. 34 in lato l'ingresso del Tao (foto B. Vigna).
NO TAO
Ovvero la migliore dimostrazione del potenziale esplorativo GSP
Igor Cicconetti
Prima di partire con mirabolanti vicende di argute esplorazioni, raccontiamo da dove nasce il TAO.
L'abisso fu esplorato da un manipolo di speleo piemontesi nel mitico 97 (come non ricordarlo) che trovando, in una precoce primavera, un ingresso quasi aperto fu costretto ad esplorarlo. Ma non alla vecchia, con garbo. Poca corda, spit, ed entusiasmo un po' cospiratore e segreto. Tanto per far aumentare la voglia. In breve si arriva al fondo a ─114. Da quel momento si cercò di inventarsi prosecuzioni con traversi e disostruzioni senza speranza. Poi il disarmo e il riarmo e di nuovo il disarmo, senza ottenere risultati. A tempi alterni, nei periodi di magra esplorativa, si decideva di tornare al Tao e così via a ricercare l'ingresso e ad armare la grotta, a costatare che di aria ce n'é tanta e a disarmare.
Tutto questo fino al 2007, anno della svolta. Con un GSP allo sfascio per la caduta del passato regime ancora ricolmo di macerie e pieno di cecchini pronti a sparare su tutti e tutto ….. forse mi confondo sono le macerie che sparano come cecchini sui gerarchi del vecchio regime …… o forse... Beh non importa. Il Tao era caldo come un po' il clima e specialmente molto asciutto. Gli speleo poi erano un po' gli stessi, un po' diversi e un po' promessi e un po' vecchi. Nel complesso c'era la potenza per far esplodere il Tao e così è stato fatto. In particolare questa potenza si è concentrata, nella roccia, dentro dei fori da otto mm a meno 114 , dove un' enorme colata lasciava transitare forti correnti di aria. La strettoia era quella buona, e così dopo una, due tre punte molto attaccate fra di loro, si passa. Oltre il limite la grotta è grossa e poco dopo c'è un pozzo, forse un trenta. Tutti fuori ai telefoni. Così nasce l'euforia speleologica del TAO.
In settimana quasi tutti lavorano quindi si può giocare solo al sabato e domenica: due giorni, due punte. Siamo tanti, siamo forti, siamo fuori dalla adrenalina che scorre a fiumi. Così il sabato successivo eccoci lì sull'orlo del pozzo. "Sarona dai arma, daiii, dai scendiii". "Igor va bene se metto il chiodo qui sulla concrezione?". Il Si, Si ma Vai Sara scendi"." Igor, è grosso qua sotto e grosso". "Libeeeraaa". "Arrivo. Mio Dio quanto è grosso e tutto luccica". "Meoooo c'è Trippa". Stop, spieghiamo: Dopo la strettoia a -114 troviamo un ambiente ampio che immette in un pozzo dall'imbocco stretto. Il pozzo è un 28
che immette su una grossa sala con una enorme stalagmite al centro. Tutto si chiamerà C'è Trippa. Che fatica, l'emozione brucia tutte le energie della squadra di punta e pensare che non c'è neanche il fango. Dopo le prime ore di urla bisogna analizzare bene l'evento, oltre al C'è Trippa cosa abbiamo davanti a noi? Galleria da una parte e pozzo dall'altra. Decidiamo per la prima con la paura di non lasciare niente per gli altri. La galleria prosegue inclinata, completamente ornata da splendide concrezioni e notevoli eccentriche. Purtroppo o per fortuna la bellezza termina con un sifone fossile ricoperto da bellissime concrezioni e da grossi cristalli: diventerà la Naica dei poveri. Per fortuna all'altra squadra lasciamo un promettente pozzo. Si esce ad avvertire gli amici, la punta è ancora lunga e ci tocca ancora passare ore a fare scherzi telefonici ai nostri successori. Che dura la vita di chi esplora. La domenica si riproduce all'ingresso del Tao una squadra numerosa. Giù nelle viscere della valle Tanaro fino al pozzo ignoto che ovviamente chiude. Sconforto. Per continuare il gioco la divinità locale richiede tre carte in contemporanea: una finestra, un pozzo e un pazzo. Per fortuna tutti gli elementi ci sono (forse abbondiamo dell'ultimo) e Donda si inventerà una ripida arrampicata in discesa fino all'imbocco di un ulteriore pozzo. Siamo in un abisso oramai. Tutto fila liscio o quasi. Il sabato e domenica prossima io non posso. Bisogna organizzarsi in qualche modo per non morire stritolati dalla adrenalina. Come fare. Telefono agli amici, quelli più infami, quelli a cui puoi mettere il tarlo dell'esplorazione e proporre una punta all'insegna della velocità. Programma: si parte venerdì appena finito di lavorare, via di notte in grotta e si torna per le otto al massimo otto e trenta di sabato. Abbiamo 12 ore. Sincronizziamo gli orologi. Via. GSP in subbuglio, c'è chi critica, chi è geloso, chi dice che potevamo aspettare e chi ci loda ma alla fine tutti ci dicono buona punta. E così partiamo: Via nel buio. Eleganti come dei Badino e scattanti come dei Carrieri, in altre parole velocità. Prima battuta esterna notturna, poi giù nell'abisso. Armo del pozzo del pazzo e giù per lo stretto imbocco successivo. Il pozzo dei Polimeri Volanti, forse il più bello della grotta. Un altro saltino un passo in arrampicata e via giù su un altro saltino e…. chiude. No e adesso chi lo dice agli altri del GSP, quelli ci mangiano vivi. Bisogna trovare la prosecuzione a tutti i costi, per fortuna sotto un saltino laterale l'aria passa da una strettoia e si intravede la prosecuzione. E via così un'altra punta e altra punta ancora si allargano i passaggi, si esplora in discesa, la grotta continua. Pozzetti passaggi un po' bagnati un po' scomodi poi il P18, dove tutto si allarga. Diventa grande, molto grande forse c'è un freatico di 3 o 5 metri di diametro che parte in fondo allo scivolo. Oramai il GSP esulta. Ci siamo, siamo nel sistema della Valle D'inferno.
La settimana successiva molti sono impegnati con il soccorso, come si fa'. Chi può via di sabato per uscire domenica mattina presto per andare all'esercitazione. Bravi ragazzi. Il GSP è di nuovo in esplorazione ma il calcare trasformista modella il possibile freatico in una galleria di 2 metri di altezza, che con orgoglio chiameremo Galleria Subalpina 30. Questa va avanti come un siluro nel "sistema2, bella e impossibile da fermare. Ma perchè ti fermi dopo solo 150 metri e spro-
ARMA DEL TAO
Val Tanaro - Cuneo
Gruppo Speleologico Piemontese
Planimetria - Dis. Vigna
ARMA DEL TAO
Val Tanaro - Cuneo
Gruppo Speleologico Piemontese
Dis. Vigna
fondi in un pozzo da 50? Forse una faglia ci cambia i sogni. Che sfiga. Tocca uscire a spostare barelle. Chi non è del soccorso gli tocca fare un'altra punta alla domenica e correre giù per una grossa frattura fino a meno 390 dove al fondo di un bel pozzetto parte….. Cosa parte Paolo? Ripeto Cosa parte Paolo? "Un bel meandro largo anche un metro che finisce in una condotta che non ho guardato per lasciare dell'inesplorato agli altri".
Questa volta è quella buona, la settimana prossima facciamo tre squadre: una di sabato a meno 120 sopra il C'è Trippa composta da direttori di corso (già c'è anche il corso di speleologia). Un'altra il sabato per il fondo. La terza, anch'essa per il fondo partirà solo alla sera per la necessità di dover giocare con le rane nello stagno (cosa non si fa per Poppi). La prima squadra non trova niente. Poco male continuerà di sotto. No chiude, meglio stringe da disostruzione.." Ma il meandro largo: è solo una stretta e fangosa frattura". "Sì, ma la condotta c'è: no è una strettoia". Tutti concordiamo la necessità di iscrivere Paolo ad un corso di descrizione delle forme carsiche ipogee. Si risale dal fondo con i sacchi pieni di pive e non ci resta che sfogare l'energia contro la roccia a meno 230 dove un pertugio indica la partenza di un pozzo.
Stop alle esplorazioni, sale lo sconforto e ritornano i mugugni di gruppi, scontri tra fazioni e bande locali, la crisi è vicina. Poi c'è il corso da seguire e la festa per la Capanna da organizzare.
Passa un lungo mese di oblìo poi riscatta la molla, andiamo forti e cazzuti a disostruire al fondo. Niente ci potrà fermare eccetto la protezione civile che con abile mossa ci consiglierà di sgomberare tutto il magazzino entro 48 ore. Non cado nei dettagli. Così i materiali speciali cautamente scompaiono, giustamente, e a noi non resta che andare a esplorare a meno 230. Siamo sempre determinati. Si arma si scende pochi metri nel nuovo pozzo e….. chiude. Che noia. L'aria arriva da sopra. Risaliamo. Si intravede un terrazzo che ovviamente è solo un vertice di una piramide perchè dall'altra parte la grotta ridiscende. Il pozzo è senz'aria e chiude. L'aria arriva da un "condottino" laterale, lo si prende, strettoie verticali ed un pozzo concrezionato senz'aria termina l'esplorazione. In alto, dove termina la corda, sembra chiudere ma invece sale, l'aria si fa sensibile, la roccia cambia e diventa fragile e pericolosa. 10 metri di arrampicata in libera poi un condottino inclinato e l'ignoto. Bisogna fare un passo ed infilarti in un condotto verticale. Ma sotto c'è un salto. Troppo pericoloso senza corda. Il ramo si chiamerà B.R. (Bravi Ragazzi). Prima dell'oblio estivo ci sarà ancora una punta a meno 120 a sgattare nella frana sopra C'è trippa. Tra i blocchi una saletta occhieggia (rami dello Gnomo Cazzuto) e una risalita aspetterà il futuro prossimo.
Conclusione: In un mese abbiamo approfondito la grotta di 270 metri allungandola di più di mezzo chilometro. Ci siamo divertiti. Ora la grotta è ferma come nel '97 ma sono convinto che tra poco sfonderemo per cui vi elenco alcuni dubbi e punti da andare a vedere. Sicuramente non sono gli unici:
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1) |
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Il fondo è da disostruire, l'aria si inverte in modo forte ma costante. Una recente punta ha allargato il primo metro e mezzo ne mancano tre. In due punte si arriva sul saltino che occhieggia in fondo. Servono buoni disostruttori e pazienza. |
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2) |
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In fondo al P50 parte una larga frattura che porta al fondo. Partendo da molto indietro si potrebbe attraversarla per vedere se va da un'altra parte. Servono corde e coraggio e buoni speleo. |
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3) |
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Continuare a ─230, fare il passo della fede e vedere se la condotta che sembra occhieggiare è percorribile. È meglio armare e disgaggiare il primo tratto. |
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4) |
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Sopra il C'è Trippa, nel ramo dello Gnomo Cazzuto è necessario disostruire un condotto strettoia che si ciuccia l'aria. La risalita è stata fatta di recente e porta dritto alla strettoia. |
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5) |
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Capire chi o cosa ha portato i ciottoli fluitati "tacchini" nel C'è Trippa. Servono intuito e faretto. |
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Sempre nel C'è Trippa bisogna guardarne il pavimento che è traforato di pertugi molti ancora vedere. Servono corde, intuito e culo. |
Fata Morgana
Alessandro Balestrieri
La Grotta della Fata Morgana (2736 PiVC) rappresenta senza dubbio una molto gradita eccezione nel panorama delle cavità del Monte Fenera (Borgosesia). Considerato che la maggior parte di esse è costituita da buchetti di pochi metri e che quelle speleologicamente importanti sono perlopiù strettine (vedi grotta delle Arenarie) e/o scarsamente concrezionate, o comunque non impareggiabili dal punto di vista estetico (vedi Buco della Bondaccia), i vasti ambienti punteggiati di bianche stalattiti formato-Corchia di Morgana sono di per sé sufficienti a eleggerla grotta più bella del Fenera. Inoltre la relativa difficoltà di accesso (sifoni) e la presenza di potenziali svariate possibilità di prosecuzione ha preteso e continua a stimolare, seppure in modo non proprio continuativo, disostruzioni e risalite che potrebbero (o meglio devono!) dare ancora qualche sorpresa interessante. In altre parole, speriamo servano presto sostanziosi aggiornamenti di quanto segue.
Non pensate pero che sia una grotta di primo pelo. Quasi dieci anni sono trascorsi da quando una squadra dell'allora rampante GSBi-CAI ebbe modo di violare il rifugio di Morgana (probabilmente scacciata dall'isola magica di Avalon da orde di turisti in costume da bagno), la quale, constatato che dai tempi del suo ultimo risveglio (negli anni '40, per scongiurare l'invasione tedesca della Bretagna) l'evoluzione non era stata in grado di rendere più gradevoli gli esseri umani, deve essersi nel frattempo rintanata ben in fondo a qualche abisso sconosciuto.
Visto che il tempo trascorso è tanto e la memoria scarseggia, per raccontarvi le consuete vicende esplorative faremo spesso ricorso ai "notiziari" interni del GSBi, quando ancora disponibili, e al
selliano Καγω, in questo secolo principale memoria storica delle attivitΰ svolte dagli speleologi delle remote lande piemontesi al confine con i territori autonomi valdostani (e non solo).La scoperta
Nel gennaio 1998, di ritorno dalla Caudrola, cavità che oggi possiamo ipotizzare in collegamento con le gallerie di Morgana, perlustrando gli affioramenti di dolomia alla sommità del vallone a ovest di Fenera di mezzo che ospita le opere di presa dell'acquedotto di Borgosesia, viene individuato uno stretto pozzetto di incerta profondità. Franco Calzaduca si infila... mi lascio scivolare, ben attento a non trovare all'improvviso il vuoto, guardo in basso:
è solo uno scivolo molto ripido, non c'è pericolo. Mentre gli altri si apprestano ad entrare, mi dirigo velocemente verso il basso,... una bella galleria inclinata su un lato ed in forte discesa. Sul fondo un impraticabile passaggio punta ancora verso il basso. Poco prima, sullo stesso lato, noto un'apertura parzialmente occlusa da una lama di roccia che divide la nostra galleria da una parallela. Con una pietra rompo la lama e riesco a smuovere le pietre incollate da una colata al pavimento. In pochi minuti riesco a passare. Una nicchia ed un pozzetto di un paio di metri intasati da pietre a terra. Con mezz'ora di lavoro, in posizioni acrobatiche ed a testa in giù, rimuovo i detriti, mentre Sergio, dall'altra parte della fessura, li accumula sul fondo.
La galleria è simile alla precedente, ... un laghetto con le tipiche concrezioni che si formano a pelo d'acqua ed è finita veramente.
Il soffitto è in parte adorno di cristalli di aragonite lunghi due o tre centimetri, a destra una cascata di concrezioni ed una stretta ed alta fessura impraticabile.
Il pavimento è concrezionato con strane forme... sono ossa ricoperte da concrezioni! Un
Stralcio della carta del Monte Fenera (in azzurro i calcari, in rosso puntinato le arenarie, in diagonale rosso le dolomie. Il nord è verso l'alto. 2505 - Buco della Bondaccia, 2509 - Grotta delle Arenarie (ingresso vecchio e ingresso nuovo), 2567 - Pozzo di San Quirico, 2736 - Morgana
cranio, sembra di orso, rovesciato, con i grossi denti ordinatamente a posto...
(F. Calzaduca, Notiziario 130, 02/98).Si tratta effettivamente di un ben conservato cranio di orso delle caverne, che verrà successivamente affidato al Prof. Giacobini (Università di Torino).
In una successiva visita si stendono il rilievo (Quota ingresso: 478 m s.l.m.; Lunghezza: 25 m; Dislivello: -13 m) e una dettagliatissima descrizione morfologica. Si saggiano naturalmente le possibilità di prosecuzione: in alto la frattura prosegue ma è inagibile, in basso un'ampia "vela" e detriti concrezionati la occludono completamente. Si potrebbe rompere, ma ne vale la pena? E poi è dagli anni '70 che non si trova niente di importante sul Fenera...
GROTTA DELLA FATA MORGANA
Comune di Borgosesia 2736 Pi -VC - Sez. WNW/ESE
L'eccezione che conferma la (assenza di) regola
Per quasi sei anni nella grotta di Morgana torna il silenzio, forse rotto saltuariamente da qualche visita speleoturistica. Nell'ottobre 2003, Franco Calzaduca e Sergio Tosone provano a disostruire sul fondo, qualche martellata e... un piccolo spazio nero aveva cominciato ad occhieggiare... lentamente si era ampliato, fino a consentire il passaggio, abbastanza agevole, di una persona. Dall'altra parte una sala, più grande della precedente e, dopo pochi passi, un pozzo... Ci si trova sopra "sul tetto" di una relativamente ampia galleria. Il pozzetto, di circa 5 metri, viene sceso in libera con qualche rischio. In direzione dell'ingresso della grotta, la galleria si sviluppa pianeggiante, con il pavimento sabbioso perlettamente livellato. Quasi sul fondo, una frana sembra chiudere il tutto, ma una volta valicata, ecco aprirsi un'ultima breve galleria, parallela alla principale,... ornata da splendide aragoniti. Verso l'interno della montagna, invece, la galleria scende rapidamente, seguendo la direzione delle stratificazioni della dolomia, fino ad un lago-sifone.
In un'uscita successiva, ma intanto è quasi trascorso il 2004, si trova il sifone disinnescato: cerchiamo di rimuovere più fango possibile, poi, infangandoci in modo orrendo, superiamo il passaggio fortunatamente breve, penetrando in un grande ambiente, alto una ventina di metri. Siamo probabilmente penetrati in un antico collettore del monte. Alcuni gruppi di grandi e candide concrezioni si mostrano alle pareti. Procediamo eccitati ed estasiati. Una parete di fragili aragoniti ci sbarra il passo. Alla base, un secondo sifone... innescato!
Altre settimane d'attesa e di saltuari controlli, poi anche il secondo sifone si svuota. La galleria si perde nel buio, grandi formazioni concrezionali sono disseminate un po' ovunque... è uno spettacolo... Dopo un lungo tratto di grande ampiezza, la grotta comincia a restringersi. Nel contempo il pavimento si inclina verso l'alto. Saliamo, superando blocchi di frana ricoperti da colate calcitiche, le pareti si richiudono fino a diventare una stretta, ma agibile forra dove la progressione s'interrompe alla base di un ulteriore restringimento. Verso l'alto le dimensioni sono ancora molto ampie... Risaliti in libera 4-5 metri,... la forra, nuovamente pianeggiante, procede ancora per qualche decina di metri, poi... uno scivolo scende - per circa quaranta - verso il basso, dove raggiunge un livello d'acqua limpidissima e ferma. In avanti la forra continua, alta, tra due pareti verticali lisce e prive di appigli che si fronteggiano minacciose non s'intravede la fine... (F. Calzaduca e S. Tosone, Καγω 15/2005).
Le condizioni altalenanti dei sifoni ─ a volte è innescato il primo, a volte il secondo, comunque è presto evidente che basta una pioggerellina a riempirli ─, bloccano sul nascere
vari tentativi di continuare l'esplorazione. Ci si munisce di taniche, per mezzo delle quali, innalzando delle precarie dighe di fango per contenere le acque, con un po' di pazienza ci si può comunque aprire la via (occhio a tirarsele sempre dietro: non è detto che, dovesse mai piovere mentre siete dentro, al ritorno i sifoni siano ancora agibili).
Nel febbraio del 2005, risalendo un ripido pendio franoso raggiungibile traversando a metà circa del P40, si raggiunge, circa 20 metri più in alto, un'apertura poco sotto la volta della frattura. Si accede ad una diramazione relativamente complessa, formata dall'intersecarsi di numerosi condotti freatici a formare una ragnatela in 3D. Le vie percorribili sono numerose, ma o stoppano o riconducono sul già visto. Quella giusta si affaccia alla sommità di un nuovo ambiente abbastanza ampio, per scenderne alla base serve una 25, frazionata a metà discesa. Sulla volta occhieggiano varie apparenti aperture, ma le risalite effettuate non hanno dato risultati. Superato un ulteriore saltino di pochi metri, si percorre brevemente una frattura (nel primo tratto un soffitto pensile di sabbia testimonia remoti riempimenti) che termina con un condotto discendente di 1 m di diametro riempito di sabbia fine e asciutta. Sulle pareti scallops grandi più di un pugno invogliano allo scavo.
Per attaccare con decisione lo scavo del condotto terminale bisognerà attendere il 2006, quando speleo di varia natura (nel senso: approssimativamente tutti ascrivibili al genere Homo, ma appartenenti a diversi gruppi speleo piemontesi o indipendenti), nei mesi invernali convergeranno da varie direzioni sul cocuzzolo fenerense. Malgrado la forte inclinazione del condotto, lo scavo è inizialmente molto semplice e in poche uscite si approfondisce di 6-7 metri. Quindi iniziano a comparire, misti alla sabbia, ciottoli piccoli e medi di dolomia molto degradata (sembra carburo), a volte variamente cementati tra loro o al pavimento del condotto. La sistemazione del materiale rimosso è particolarmente faticosa e richiede la presenza di 4 persone per il passamano... tuttavia dopo un paio d'ore d'attività il condotto sembra svoltare ad "U" verso l'alto...
(R. Sella, Καγω 23/2006).Malauguratamente il condotto stringe, rendendo più difficoltoso lo scavo. Due ulteriori "punte" e, incredibilmente, passato il fondo della "U", il bel tubo freatico si suddivide in 3-4 condottini inagibili che sembrano bloccare definitivamente la progressione e mettere definitivamente in dubbio le nostre pochissime certezze relative alla morfogenesi delle cavità carsiche. Si attende il prossimo inverno per verificare se, al limite utilizzando un po' più di potere persuasivo, Morgana voglia ancora concederci qualche piacere.
Informazioni utili
Se volete andare a Morgana vi conviene lasciare l'auto davanti alla sede del Parco, in quel di Fenera Annunziata (Borgosesia). Un centinaio di metri prima del parcheggio, sulla destra per chi scende, un comodo sterrato porta in pochi minuti alla frazione Fenera di Mezzo. Attraversate le 4 case che la compongono, si prosegue in piano fino a incontrare, in fondo a un bel prato, un evidente vallone. Lo si bordeggia, risalendo vari piani terrazzati oggi invasi dal bosco e dai cinghiali. In corrispondenza dei primi affioramenti di dolomia si attraversa il vallone in corrispondenza di un restringimento che ne agevola il superamento. Poco più su, alla base di una paretina di 2-3 metri, parzialmente nascosto da fitti pungitopi, si apre l'ingresso della cavità (come avrete capito è utile il GPS; coordinate dell'ingresso: 32 T 446304 5061730).
Scendete tranquillamente in libera lo scivolo iniziale, superate un paio di comode strettoie in frana, quindi una breve galleria su frattura, e siete al vecchio fondo. Al di là del passaggio disostruito, un P5, che al ritorno salirete facilmente in libera. Un volta sul fondo, la via da seguire è evidente (frattura orientata approx. NW-SE), non potete sbagliarvi. Presto incontrerete i due sifoni, in rapida successione. Se sono pieni non perdetevi d'animo e datevi da fare con le taniche che dovrebbero essere ancora in loco. Uscendo dal secondo sifone un po' di sbalordimento è garantito, anche se siete speleo navigati e temprati dai grandi abissi. Sempre dritti per un altro centinaio di gradevolissimi metri. Giunti in fondo alla galleria, è giocoforza piegare a sinistra, risalendo di un 5 metri (fattibili in libera) la stretta
GROTTA DELLA FATA MORGANA
Comune di Borgosesia - SEZIONE- 2736 Pi -VC
Rilievo e Disegno: A. Balestrieri - f. Cossutta da cap. 1 a cap. 7 (1998)
F. Calzaduca - R. Sella - S. Tosone da cap. 7 a cap. 11 (2003)
F. Calzaduca - R. Sella - S. Tosone - Zandomenichi da cap. 11 a cap. 32 (2004)
R. Sella - S. D'Acunzo (G.S.P.) da cap 32 a cap. 47 (2006)
frattura che vi fronteggia (occhio che verso il basso scende parecchio). Da qui in poi la frattura, peraltro percorribile in libera, è stata arrnata con un lungo traverso che richiede 3-4 placche e 25 m di corda. Il pozzo che segue (P40) è stato attrezzato partendo da un passaggio stretto sulla sinistra. Scendetelo per metà circa, traversate e risalite di 20 m lungo un quasi verticale pendio in frana (attualmente la risalita è armata, i salti precedenti e la frattura no perché qualcuno s'è fregato le corde). Come già detto incontrerete ora varie diramazioni; indicativamente tendete a scendere sul fondo, troverete una saletta con una freccia in nerofumo che indica l'uscita. Quindi prendete "a destra", troverete una frattura ascendente che sulla sx si affaccia su un P20 facile (3 placche). Ancora un saltino di pochi metri (armo su masso) ed eccovi al condotto finale, con annessa spiaggia caraibica.
DATI CATASTALI
n°: 2736 Pi - VC
nome: Grotta della Fata Morgana
Comune: Borgosesia
Monte: Fenera
Valle: Sesia
CTR: 93080
Posizione: 32T 446304 5061730
quota: 478 m s.l.m.
lunghezza: oltre 350 m
dislivello: -55
Pigramente posizionando il Mongioie
Ube Lovera
Che ci faccio, solo, sotto un telo ma soprattutto sotto una bufera, in questa notte mongioiesca di giugno riflettendo sulla stupidità degli uomini - principalmente i presenti - su Mercalli - remote possibilità di temporali sulle Marittime - e intensamente a come chiudere questo spiraglio che porta scompiglio e neve direttamente nel sacco a pelo?
Più indietro nel tempo sta il Progetto Marguareis e la decisione dell'AGSP di riposizionare col GPS tutte le grotte piemontesi, forte del fatto che in base ai dati esistenti alcune grotte risultavano essere ubicate all'incirca fuori dall'Europa.
Mi è toccato in sorte il Mongioie, vale a dire il bel massiccione, cugino del Marguareis con un migliaio di metri di potenziale e circa duecentoventi grotte catastate.
Raccogliere dati dispersi in mille pubblicazioni, ritrovare grotte perdute nella memoria di pochi e presentare tutto ciò in bella forma informatica pronta all'uso per i
A pag. 44 -Vista del Mongioie dal
lago Raschera (foto B. Vigna), a pag. 45
la Zona M (versante sud) (foto G. Carrieri)
posteri che, presto o tardi, vorranno calpestare queste lande è la ragione urgente del lavoro. Come da contratto ogni buco a catasto dovrà essere segnato (in questo caso una U seguita da un numero progressivo), posizionato con il GPS, descritto in apposita scheda, fotografato e placchettato (praticamente come i pipistrelli). E se girando dovesse per caso capitare tra le mani un abisso intonso, magari percorso da furiose correnti d'aria...
Si inizia con un bel lavoro a tavolino scartabellando per le abissoteche. In questo caso poi è tutto semplice: un po' di lavori torinesi, un po' imperiesi e molti, moltissimi dati biellesi che nella metà degli anni settanta avevano perquisito l'area che va da Gias Gruppetti alle Colme, rilevando il tutto e pubblicando una quantità mostruosa di informazioni.
E se i biellesi avevano descritto il tutto peccando un po' in romanticismo,
E-72
La cavità si apre alla quota di 2152m slm a 255m in direzione SSO (202° N) dall'ometto Ew in una zona molto tettonizzata nei pressi della faglia di confine BE..
Roccia: Calcari del malm. Stratif. : Direz. ENE-OSO (75-255° N), Immers. NO (345° N), Inclinaz. -42°. Fratturazione: direz. N-S (5-185° N) immersione E (95° N), Inclinaz. -70°.
S: dr= 6m, dt= 5m; D: -5m (Ril: M.Consolandi, F.Cossutta 8/76; Dis. e Descr. F.Cossutta).
Il pozzetto presenta vistose forme clastiche impostate su forme tettoniche fittamente e parallelamente fratturate (fratt. N-S cit). Esistono principi di lapiazzizzazione.
e i torinesi privilegiavano la letteratura evitando di fornire qualsiasi dato utile,
Pozzo Tenetevi forte
a pochi minuti di distanza dal campo sembrava esistere, stando a calibrati sondaggi, un grosso pozzo, stimato ... 100 m di profondità. Perigliose disostruzioni hanno condotto una affiatatissima squadra GSP-GSG ad affacciarsi ad uno sfigato... P30, ovviamente chiuso al fondo.
da Imperia invece le informazioni giungono sotto forma di rado stillicidio.
Si comincia. Dopo mezz'ora risulta chiara la necessità di darsi un metodo. Al di là delle grotte già inserite nel catasto cosa è utile segnalare? Tutte le fratture più profonde di 5 metri? Tutti i buchi? Solo quelli significativi? Come si fa da fuori a sapere se sono significativi? Col
tempo maturano alcune certezze, o presunte tali. È utile comunque sapere come si comportano le correnti d'aria. Vengono pertanto posizionati buchi soffianti o aspiranti anche se con ridicole possibilità di trasformarsi in abissi. Quindi si decide che in una regione dominata dalla tettonica, sono interessanti le eccezioni freatiche o vadose. Benvenute quindi le condotte e i meandri anche di dimensioni non colossali.
Tre i punti di avvicinamento. A un'ora e mezza dalla sbarra di Pian Marchisa, via rifugio Mondovì, sta il gias Gruppetti ─ praticamente il punto d'inizio di tutta l'operazione ─ almeno fino a quando i lavori in Valle Ellero non ostruiscono la strada. In questo caso cambiano approccio e versante: da Viozene, Val Tanaro, alle Colme ci sono milletrecento metri di dislivello, in buona parte senza sentiero. Quanto basta per lasciarsi tentare dal demone della pigrizia, così da rinunciare alla tenda in favore di un più comodo e leggero telo che tanto Mercalli...
La terza via sale da Prato Nevoso al rifugio la Balma, per risalire verso la Brignola, in auto, a piedi o in bicicletta, ebbene sì, ancora Val Corsaglia.
Di qui in poi è roba da contemplatori podisti, di centinaia di ore di giri lungo le stesse fratture, di ipervedenti frustrati intenti a seguire labili tracce di vernice quarantennale, perché quello che fino a poco fa era uno squallido buco di culo, per il gioco della reciprocità - se questo è E12 e quello D2 - è ora diventato l'immancabile e irrinunciabile E18 e cioè sempre uno squallido buco di culo, ma altresì l'ultima grotta mancante prima di poter passare alla zona a fianco.
Così ci si trasforma da esploratori in collezionisti in modo che la speranza di incappare in una fessura soffiante sfuggita a tutti, sfuma nell'ostinazione degli innumerevoli passaggi e ripassaggi alla ricerca dell'infame e ormai noto buco di culo, il solito E18.
Nel suo complesso il Mongioie paga alla tettonica un tributo pesante, tanto che le descrizioni recitano tutte: "p10 (o p15 o più facilmente p7) in frattura". I pochi meandri o le scarse condotte vengono altresì festeggiate con solitari riti tribali. Anche le correnti d'aria non abbondano, salvo in zone ben delimitate, ma qui si registrano anomalie che dovrebbero insospettire e che potrebbero nascondere trappoloni da parte del locale Visconte. Buchi che hanno aperto colossali antri nella neve risultano, due mesi dopo, assolutamente silenziosi. Allo stesso modo fratture prive d'aria all'ingresso esibiscono l'intero campionario di soffi e succhi pochi metri più in basso. Insomma c'è da riflettere.
Relativamente alle divisioni dell'area, torinesi e biellesi si sono attenuti a quanto deciso dai primi esploratori all'inizio degli anni settanta, mentre Imperia ha preferito spalmare una
Carta di inquadramento del settore del Mongioie, le linee viola evidenziano i deflussi, a pag. 46 la Zona Gruppetti
nuova divisione delle zone contrassegnandole con lettere dell'alfabeto greco che però fortunatamente, a differenza delle scritte piemontesi (soprattuto quelle recenti) hanno resistito in buona parte all'usura del tempo.
Zona A. È quella prossima al Gias Gruppetti. È peraltro rimasta fuori dalle relazioni dei biellesi, essendo di competenza di fantomatici saluzzesi. Segnati numerosi buchi e, scomparse in buona parte le vecchie scritte, resterà per sempre ignoto ai posteri quale di queste fratture sia A8 e quale A36 anche se le grotte a catasto sono state trovate e placchettate.
Zona B. È a sud di Zona A separata da questa da ipotetiche ragioni geologiche nonché da una più concreta serie di ometti. Qui parte delle vecchie scritte hanno resistito, illudendoci che l'intera operazione avrebbe anche potuto essere indolore. Qui antichi torinesi e vetusti biellesi hanno catastato due ordini di grandezza oltre il sensato, segnalando, in un fazzoletto di terra, la bellezza di una novantina di cavità.
Zona C. Sarebbe dovuta corrispondere in teoria all'area delle Colme e di Pian Comune ma è stata in pratica erosa dalle zone limitrofe. Nessuna grotta è stata siglata con questa lettera.
Zona D. È una fettina di calcare limitata da faglie e quant'altro compresa tra le zone B ed E. Luogo ameno, ha l'indubbio fascino di ospitare solamente una quindicina di buchi.
Zona E. Adiacente a Zona B si spinge fino alla conca di Ngoro-Ngoro. Una novantina di grotte a catasto sono disperse tra frane, conche e mughi. Scomparse in buona parte le vecchie sigle è stata l'occasione per verificare la personale predisposizione alla filosofia zen.
Zona F. Si estende dalla conca di Ngoro-Ngoro alla cima del Mongioie e al passo delle scaglie. Zona semplicemente immensa non ha conservato che poche tracce delle antiche vernici. I pochi buchi a catasto sono stati identificati grazie alle descrizioni degli anni novanta. Albergano qui peraltro l'abisso di Ngoro-Ngoro e Big Sur.
Zona G. Tutto quanto dal confine con Zona F si spinge verso la Brignola (quindi potenzialmente anche Torino). Una sola grotta (G8), del centinaio posizionato, ha conservato una scritta leggibile. Il resto, ancora in corso, è affidato a interpretazioni dei sacri testi, letture della cabala, oroscopi, allineamento dei pianeti e divinazioni varie. Stiamo lavorando per voi.
Zona H. Misteriosa. Dalla punta del Mongioie scende con un vallone e un paio di colossali doline in un'apoteosi di faglie e fratture che si intersecano creando un macignodromo wagneriano. Nessuna sigla contribuisce a diradare il caos. L'unica grotta catastata è al momento dispersa.
Zona Z. Versante Tanaro, grosso modo dal Garbo del Manco fino al Passo delle Scaglie. Zona segnata dai GSI. Una ventina di grotte segnalate tra cui l'abisso delle Frane, Big Jim e Joe Gru, tutte di competenza imperiese.
Zona M. Corrispettiva della Zona Z, della parte opposta del Passo delle Scaglie. Trenta grotte segnalate (credo) con descrizioni e dati per le prime tredici. M16, anch'esso di esplorazione imperiese, è la bestia più grossa della zona.
Zona Ky. Copre grosso modo buona parte zona F e, sospetto, lembi di Zona G. Contiene una cinquantina di buchi di scarso sviluppo. Nessun dato bibliografico ma sgargianti sigle gialle su parte degli ingressi.
Zona Mu. Comprende una piccola area a cavallo tra Zona F, vicino all'abisso Ngoro-Ngoro, e Zona G.
Zona Lambda. Praticamente il delirio. Comprende i due versanti della cresta che unisce il Mongioie alla Brignola, più un lembo che si spinge in Zona G. Una venticinquina di buchi segnalati, brillanti di vernice gialla, dei quali una decina a catasto, si aprono nei dintorni del vecchio Sono Velenoso e del nuovo Terra Cava.
Zona Ro. Dal Passo della Brignola a Zona Lambda, versante Vallone Raschera.
Zona Pi Greco. Corrisponde al versante della Brignola che guarda l'omonimo lago.
A questo punto che fare? Alcune cose sono facili. Si potrebbe mettere tutto in un supporto informatico come realizzato per il Marguareis Sud e donare il tutto al popolo, quindi creare una carta delle correnti d'aria utilizzabile in chiave esplorativa. Già le correnti d'aria. La prima cosa che risulta evidente è come, contrariamente al consueto, gli ingressi alti conosciuti siano molto più numerosi e infuriati di quelli bassi. Ne consegue che, o la montagna sta immagazzinando aria al suo interno e sia quindi destinata ad esplodere nel prossimo inverno mite, o che esistano in località ignota ingressi bassi ancora sconosciuti.
Qua e là sono d'altra parte stati trovati buchi anche promettenti, come interessante potrebbe essere rivedere certe grotte chiuse da neve che grazie ai mutamenti climatici...
Le future esplorazioni a Piaggia Bella
Andrea Gobetti
La stagione estiva del 2007 ci ha rivisti, ahinoi! a Piaggia Bella.
Un Visconte benigno ha ascoltato la nostra musica, e poi ci ha fatto ascoltar la sua, con sicuro effetto drammatico. Le maggiori punte durante e dopo il campo sono quasi diventate degli autosoccorsi, e nel caso di Igor Jelenic, un soccorso storico.
Alle Carsene, d'altra parte non è che la musica fosse diversa, e le urla d'un Beluga tamponato hanno richiamato quei pochi che ancora si attardavano in zona Omega a far gli esploratori.
I Marguareisiani comunque, di costa o di monte che siano, qualcosa hanno combinato sia in Piaggia Bella che in Zona Omega. Così vorrei stendere qualche appunto esplorativo per la prossima stagione soprattutto a riguardo del territorio inesplorato che si ramifica nel cuore di Balaur tra gli Omega (o S che dir si voglia) e le due teste del complesso di PB, i Piedi Umidi e i Reseaux, che si spingono da quella parte.
I Piedi Umidi
La base di partenza per le nuove esplorazioni è l'immediato a monte del sifone dei PU, è un luogo assai scomodo da raggiungere, vuoi dalla Gola del Visconte che da PB, da esso partono tre direttrici esplorative.
A- Verso regioni già note del complesso.
Il ramo dell'Orologio a Cucù fu esplorato nel 1983 da Jean Francois Pittet, Giampiero Carrieri ed Emilio Franco.
Esso si stacca in guisa di piccolo freatico fangoso dalla riva destra del torrente principale un centinaio di metri a monte del sifone. A lui di fronte a sinistra del rio sale un camino inesplorato.
Colpisce che il buco d'entrata stia proprio su un vecchio livello del ruscello e la grande quantità di fango che s'incontra dopo testimonia che veniva allagato dalle sue piene. Avanza stretto con alcune terrificanti curve paraboliche che ne impediscono la frequentazione ai lunghi di gamba: poi al fondo si allarga e l'esplorazione finisce davanti a un meandrone da un lato e un pozzo da risalire dall'altro. Campeggia la scritta Gola del Visconte 1983 e arrivandoci quest'anno Tommaso Biondi (Tommy) ha creduto che anzichè inesplorata questa fosse la via da cui gli esploratori erano scesi dai Visconte.
La punta successiva è stata quella dell'incidente a Jgor ... bisogna quindi andarla ancora ad esplorare.
Dove può portare?
Molto lontano e soprattutto molto vicino.
È notevole che nel ramo del Cucù ci sia inversione di corrente d'aria rispetto al giro Gachè, Sifone, Gola del Visconte che domina il movimento nell'oltre sifone, l'aria infatti si infila nel Cucù e quindi trova una via d'uscita più comoda, credo quindi anche più bassa della Gola. Il Cucù è molto stretto, non riesce a ciucciarsela tutta, ma quella che può la porta a un'entrata più bassa di quella del Visconte.
Fortemente sospettata è senz'altro l'entrata principale di PB, ma quali parti del suo disegno possono essere quelle d'una congiunzione col futuro Cucù?
1) Il Montoneros - Ultimo affluente di destra orografica a valle del sifone dei PU è afflitto anch'esso da una curiosa anomalia della direzione del vento. L'aria estiva risale dentro quel ramo anziché scendere verso la Confluenza come tutto il corso e gli altri affluenti dei Piedi Umidi.
La sala al suo punto 11 del rilievo è molto alta. Giovanni Badino ed io ne raggiungemmo la sommità (una settantina di metri , 4° grado, 2 nuts), credo nel '74 e ci fermammo sotto
delle condotte molto inclinate, ma belle e si portavano via la corrente d'aria. Allora non c'erano ancora i trapani, per dirne una.
Se Montoneros e Orologio a Cucù congiungessero, forse la strada per l'oltre sifone sarebbe più comoda e sicuramente più breve di quella delle Hemmings, ma avremmo ancora da cercare dove va l'aria che entrambi i rami portano via ai percorsi classici: Gaché-Visconte e Gachè/ Caracas - Piedi Umidi - Confluenza.
Io una idea in proposito ce l'ho, folle naturalmente, e si affida al grande meandro in cui precipita l'abisso Jean Noir col suo Pozzo Debelijak, quando si scende questo pozzo si vede un discreto ruscelletto arrivare da una buia ed alta parete, risalirla, cosa magari mica facile, ma vicina a fuori, potrebbe spingerci lontano e nella direzione giusta.
Se si guarda la pianta generale si vede una grande collana di saloni pressochè paralleli (da ovest: Belladonna-Gal sud ovest-Besson, Galadriel, poi il nulla sino ai grossi ambienti dell'alto Montoneros e della Chiabrera.
Ricerche degli ultimi anni ci hanno mostrato come sia un unico meandrone quello che ha congiunto la Sala Bianca a Galadriel, ne attraversi tutta la sala in altezza (è alto circa 40 m) e divenga quello in cui si tuffa Jean Noir. Ed esso potrebbe portarci anche più in là, addirittura agli alti Piedi Umidi perché temo ci sia una regione di grandi spazi che ancora si nasconde.
B - Verso il Pas e chissà l'Ellero
Poco a monte del Ramo dell'Orologio a Cucù i Piedi Umidi si dividono, il ramo maggiore è quello di sinistra orografica e su di lui si butta più sopra il Visconte.
Oltre ancora l'acqua sgorga da un muro di flysch impermeabile, questo ramo di destra invece risale una frana colossale e assai inquietante (Passo del Pazzo) dentro una galleria inclinata di grandi dimensioni sino a una sala dove arrivò Patrick Penez con la muta addosso dopo l'esplorazione del sifone. Lì ha lasciato i suoi ometti e gli va riconosciuto onore al merito, visto che in quel caos l'idea di stracciarsi il neoprene al di là del gelido sifone non deve averlo sfiorato).
In essa, come abbiamo riconstatato quest'estate, da un'altezza tra i 15 e i 20 metri cade una cascatella su cui occhieggia il superiore meandro. È una risalita non facile, ma non impossibile (c'è da arrivarci in traverso perché sotto piove). Tale affluente non ha ancora nome anche se per definirlo tra noi lo chiamiamo "il lato del pazzo").
Ulteriori cose, non viste quesfanno ma sempre valide sono:
- Una ricerca nelle gallerie del Visconte immediatamente superiori al pozzo sui Piedi Umidi, - la risalita del pozzo da cui nasce l'infinito Meandro della Solitudine o Aureliano Buendìa, e per gli amatori di vecchi buchi dimenticati, l'A20 protondo circa 150 metri, piccoli pozzi e fango, visto l'ultima volta nell'82.
Verso e forse oltre il cuore del Balaùr.
Esse sono fondamentalmente legate alla risalita della galleria Kalenda Maja, oltre la cascata da forse 20m che ne costituisce il limite superiore. (M. Marantonio, M. Bianchini, P. Lucchesi e me nell'86).
Quest'esplorazione va intrapresa dalla galleria in cui si sbuca dalle Rousseau poco prima del Sifone oltre il famoso passaggetto di merda che ha scaricato quest'anno il pietrone sul piede del Lucido e ne tiene altri di riserva.
Panoramica dalla Capanna verso il Marguareis (foto di A. Eusebio)
Risalendo la galleria si scala un p. 6 su cui c'è una vecchia corda e quindi un altro poco più alto (salito in libera da Marco) con cordame preistorico conservato in loco.
Sopra inaspettatamente si incrocia un ruscello che a valle non è stato mai esplorato e forse potrebbe arrivare nel già noto, proprio da quel pozzo con cascatella che piove sulle JJRousseau subito oltre la strettoia della giunzione in fondo al Lady Fortuna. Ciò accorcerebbe la strada di quasi un chilometro.
A proposito di scorciatoie, ci fosse mai da recuperare di nuovo qualche barella è meglio calarla direttamente nel Bo Derek ch'a Caga, che dà sui PU, piuttosto che farla scendere verso monte e quindi a valle. Altra possibilità di star sopra i PU è la via classica alta, asciutta e veloce franosetta, con pietre che fischiano sotto sin nel torrente. Una volta trovavamo fosse la più comoda, usciti dalle Hemming si gira a valle nel fossile dei PU ma bisogna riarmare il temibile "Bo Derek ch 'a s'gava 'l Tampax" .
Dove va Kalienda Maja,? Ma?
Dov'è la frontiera idrologica tra i Reseaux e i Piedi Umidi?
E quella tra Ellero e PB è soltanto nel Gaché?
I reseaux
Accertata la dipendenza di tutti gli Omega noti e forse anche dei Grassi Trichechi con i Reseaux A ─ B ─ ecc., ci resta la terra di nessuno bordo Omega Masche e Saline che non si vuol far penetrare. Abbiamo provato di nuovo a "Fine di mondo" ma ci va un cantiere notevole perché la fessura continua nel Cretaceo assai stretta, dal che forse sarebbe meglio risalire dalla Kalenda e capire dove punta. Inoltre a lei sottoposto è anche il misterioso sifone di sabbia che chiude la corsa delle antichissime gallerie freatiche Gary Hemming verso il cuore del Balaùr, se riacchiappate quelle possono veramente portare lontano.
Senza entrare nel merito della Omega di cui gli esploratori di Genova, Savona e Imperia ne sanno certamente più di me (cfr il bel colpo di Omega 8 ancora da finire di esplorare) mi son però sempre chiesto perchè i Grassi Trichechi, alti come sono anziché aspirare soffino d'estate (cazzo! Omega 3 è a vista, è più basso, eppure aspira).
Quando si scende poi il pozzo da 100 la direzione della corrente d'aria si inverte e diligentemente scende verso una Piaggia Bella forse non ancora trovata.
Qualcosa deve dunque congiungersi sopra di questo e portare ad un ingresso più alto. In tal senso con Marantonio e Marco Valente e Valentina durante le riprese dell' "Ombra" si era provato ad esplorare la grande spaccatura oltre il p100, ma i meandri in essa affluenti si son rivelati, pare, insignificanti e chiusi da frana.
Più alti dei Trichechi e aspiranti ci sono Omega 1 e il C1 ma sono parecchio spostati verso Reseau A rispetto a lui e Fine di Mondo che potrebbe essere una valida presa d'aria. Eppure il sogno difficile da formulare sarebbe quello di un collegamento col Pozzo delle Saline visto che il cambio d'aria avviene proprio quando dopo qualche passo verso est l'abisso gira per ovest e PB. Insisterei dunque a riguardare la parte alta dei Trichechi.
Ci sono poi molti altri obbiettivi a PB ma l'articolo mi sembra già abbastanza lungo così senza citare Khyber Pass se non per implorarne la colorazione del ruscello, la possibile giunzione con Labassa e altre facezie.
Speriamo quindi di rivederci tutti quanti marguareisiani anche la prossima estate.
L'incidente speleosub alla sorgente Bossi
(Canton Ticino)
Attilio Eusebio & Raffaele Onorato
Domenica sera, momento dedicato mediamente al relax post attività, ecco il telefono che squilla.
Da anni temo il telefono della domenica sera, raramente porta buone notizie, troppo spesso annuncia disgrazie o ritardi di compagni e amici che non sono ancora arrivati o peggio hanno avuto problemi.
E anche questa volta la storia non cambia.
Infatti nel pomeriggio di domenica 29 ottobre 2006, durante una immersione alla sorgente Bossi (in Canton Ticino - Svizzera) due speleosub, GC e MC, perdono tra di loro il contatto; GC uscirà regolarmente secondo programma, sebbene provato dalla ricerca infruttuosa del compagno, mentre MC risulterà ufficialmente disperso.
L'immersione programmata era particolarmente impegnativa, condotta in acque fredde e con l'ausilio di varie bombole contenenti quattro miscele differenti (ipossiche di fondo ed iperossiche per la fase decompressiva). Il sifone risulta di medie dimensioni, ma lungo e profondo e rapidamente scende a circa -90 dove una strettoia immette nel ramo in risalita, questo ultimo, un po' più dolcemente, conduce ad ambienti subaerei e ad un nuovo sifone in corso di esplorazione. L'incidente avviene sulla via del ritomo, in prossimità della strettoia a -90 (il punto più basso della cavità) dove i due perdono il contatto. GC raggiunge quota -66 dove inizia la decompressione, qui avvedendosi che il compagno non lo raggiunge ritorna indietro, lo cerca per qualche minuto - quanto lo consente la grande profondità e l'aria a disposizione - e risale verso la superficie che raggiungerà dopo un lunga decompressione.
All'uscita, avvenuta circa tre ore dopo l'ingresso in acqua, GC dà l'allarme alle Autorità competenti.
Il Soccorso Svizzero prende contatto con la propria unità speleosubacquea e, in via cautelativa con i più vicini italiani, attivando di fatto tutte le procedure per un intervento di tipo internazionale (seppure svolto a poche decine di chilometri da Milano...). Era un evento a cui non avevamo sinceramente mai pensato, il Piemonte poi così lontano dalle grandi risorgenze si trova a operare a pochi chilometri dal confine italiano. La relativa vicinanza infatti e la disponibilità nostra ad operare in tempi rapidissimi fanno preferire un intervento diretto degli speleosoccorritori subacquei italiani del CNSAS. Scarsità di risorse e lunghe distanze impediscono di fatto agli svizzeri di operare rapidamente, così dopo poche ore dal momento dell'allarme la squadra italiana è sul posto con una ventina di tecnici completamente attrez-
LA SORGENTE BOSSI
rilievo tratto da "Lombardia Dentro", vol. 1 - 2005
zati per scendere a quelle profondità importanti.
La ricerca del disperso viene strutturata in modo tale da garantire la massirna sicurezza in acqua agli operatori e soprattutto con la speranza che MC sia riuscito, pur avendo perso il contatto con il compagno e la sagola, a uscire nuovarnente nella parte interna della grotta.
Ciò prernesso - perché questa è la ragione per la quale tutti hanno operato rapidamente nella speranza di rivederlo - nella notte tra dornenica e lunedì entrano in acqua, a più riprese, due coppie di speleosub italiani con il compito di mettere in sicurezza il sifone, di raddoppiare le linee di decompressione e sicurezza e di ispezionare la cavità fino alla profondità di -70 dalla superficie. In parallelo compito di queste squadre di intervento è
anche il controllo della linea decompressiva già posta in grotta da MC: infatti se le bombole posizionate dal disperso nel sifone fossero state utilizzate sarebbe risultato evidente il passaggio dello stesso. Ma le bombole di MC risulteranno integre e quindi la ricerca proseguirà verso le parti più profonde, sempre sperando nella possibilità di ritrovarlo incolume nel post-sifone.
Questa prima parte delle operazioni, apparentemente poco visibile e che ha impegnato la parte centrale della notte, è risultata fondamentale anche se apparentemente non indispensabile per la immediata ricerca di MC; essa infatti risulterà, nel prosieguo dell'intervento, decisiva per la componente sicurezza in quanto ben in due occasioni i tecnici hanno dovuto utilizzarla loro malgrado.
Nel frattempo è l'alba e giungono sul posto anche le squadre svizzere ─ attrezzate con i rebreather (ovvero riciclatori dell'aria già respirata reintegrata dall'ossigeno consumato, apparecchi che consentono di aumentare a dismisura i tempi di permanenza anche a grande profondità) e naturalmente risulta naturale ed ovvio unire e miscelare le nostre forze per ottenere il massimo risultato. Così la squadra successiva è composta da due svizzeri che scendono fino a -90, passano la strettoia e ritrovano, a -70 adagiato sul fondo, il corpo senza vita di MC. Rapidamente lo liberano dalle bombole in eccesso (quelle decompressive che partava con sé) e lo trasportano fin oltre alla strettoia dei -90.
Quindi escono ma durante l'uscita un malfunzionamento del rebreather principale costringe uno dei due speleosub ad utilizzare la linea di sicurezza posta in loco durante la notte. L'inconveniente risulta così prontamente risolto grazie alle procedure di sicurezza messe in atto nella notte. Una seconda squadra mista, italiana e svizzera, anch'essa attrezzata con rebreather, provvede, seppure con varie difficoltà ed inconvenienti, a ricuperare da -90 ed a trasportare MC fino quasi in superficie. Alcuni metri sotto, altri quattro tecnici speleosub del CNSAS, disposti a coppie si preoccupano di far uscire (intorno alle ore 14 di lunedì) la salma.
L'ultima discesa è ancora di due soccorritori del Soccorso Svizzero, che si occupano di recuperare le ultime bombole ed i sacchi di materiale.
Le cause dell'incidente risultano - come sempre - difficili da ricostruire, i dati certi sono che MC è ridisceso - in fase di ritorno - fino a -90, lì ha avuto l'ultimo contatto visivo, in strettoia, con GC. Probabilmente, considerata anche la scarsa visibilità di quella parte della grotta, ha perso il contatto con la sagola e la direzione giusta, ed inavvertitamente o forse anche volontariamente, ha così iniziato la risalita verso la parte sbagliata. Con l'aria rimasta nelle bombole ha quindi cercato - ma si tratta naturalmente di supposizioni che potranno essere anche smentite dalle indagini in corso dalla Magistratura Svizzera - di ritornare verso il post-sifone ma purtroppo la quantità di miscela presente nelle bombole non era sufficiente per il ritorno ed è stato ritrovato, completamente vestito ed in configurazione, con le bombole pressoché vuote.
Questi i dati tecnici dell'incidente e le probabili cause. L'accaduto rappresenta, al di là della tragedia umana, un evento estremo. Mai il soccorso speleosub, non solo italiano, si era confrontato con simili condizioni; era purtroppo l'incidente da tutti temuto, profondo, molto profondo e lontano, molto lontano, al freddo, insomma un complesso di circostanze che avrebbe messo a dura prova una qualunque squadra di intervento. Ora al di là della tragica fatalità - che purtroppo aveva già svolto il suo corso molto prima dell'arrivo dei soccorsi - va riconosciuto che le squadre speleosub del CNSAS hanno operato con estrema professionalità e coesione, hanno prioritariamente garantito la sicurezza a tutti gli operatori, con la messa in atto di procedure standard ormai codificate da due anni, ed hanno operato a profondità alle quali nessun Corpo dello Stato opera.
Ma la considerazione più importante - per la quale abbiamo ottenuto i ringraziamenti ufficiali ed il plauso anche del Soccorso Svizzero - è stata la capacità di dimostrarsi un unicum operativo, dove i singoli tecnici formavano una squadra affiatata e preparata.
A pag. 54 il laghetto di ingresso della Sorgente Bossi (foto A.Eusebio)
Come si scaldano i discensori?
Giovanni Badino
Le modalità di riscaldamento di un discensore sono abbastanza complesse e pieno di dettagli, ma è istruttivo e ci offrirà linee guida per riscaldare anche persone ferite. Vediamo.
In prima battuta possiamo pensare: il discensore si scalda trasformando in calore l'energia potenziale che va perdendo la persona che gli sta appesa. Traduciamola in numeri. In cima ad un pozzo di altezza H una persona di massa M ha energia potenziale rispetto alla base data da MgH (g è l'accelerazione di gravità = 9,8 m/s2). Se, per fissare le idee, il pozzo è da 10 metri (H=10), abbiamo un'energia iniziale di 80x9.8x10, cioè 8000 Joule.
La capacità termica del discensore (230 grammi di alluminio) è circa 210 J/K, cioè si scalda di un grado ogni 210 J di energia termica che assorbe; quindi ogni 10 m di discesa la sua temperatura sale di 40 °C! Non ci siamo, ma intanto notiamo che l'energia in gioco è proprio questa.
In questo primissimo calcolo abbiamo dimenticato il fatto che l'energia termica va sul discensore ma anche sulla corda. Diciamo che la corda pesa 60 g/m, i 10 metri di pozzo ne hanno 0.6 kg con capacità termica specifica quasi tre volte maggiore dell'alluminio, capacità termica totale 1300 J/K, quindi l'insieme discensore+corda si scalda di 5.3 °C (cioè 8000/1300).
Sono stime che vanno meglio, ma ancora non ci siamo. Chi ha detto che il calore deve andare in modo equilibrato in tutto il sistema? Accadrebbe se venisse fatta una discesa infinitamente lenta e termicamente isolata.
Nella pratica accade tutt'altro. L'energia termica sviluppata all'interfaccia nylon/alluminio tende a propagarsi sia verso la corda che verso il discensore, ma in un modo che dipende dalla temperatura dei due: quella della corda, che scorre, è sempre quella della grotta, quella del discensore va salendo.
Inoltre la propagazione avviene per diffusione termica, quindi quasi per nulla nella corda (e quindi fondiamo la superficie lasciando intatte le fibre dentro) e con una difficoltà molto minore nel discensore, che è un ottimo conduttore.
Quindi all'interno del metallo si forma un gradiente termico (la temperatura varia in ogni punto) che può essere molto notevole, e in pratica la superficie è caldissima, mentre l'interno è rimasto freddo. Questa variazione della temperatura all'interno dell'attrezzo è tanto più accentuata quanto maggiore è la velocità di discesa, cioè la potenza applicata, perché la velocità di diffusione del calore in un mezzo diffusivo è, di fatto, indipendente dalla temperatura applicata.
Inoltre questa variazione di temperatura va propagandosi come un'onda con modalità piuttosto complesse e con una velocità che va diminuendo via via che essa entra nel mate-
riale. Il punto chiave è proprio che questa velocità dipende dal tipo di materiale ma non dalla temperatura o della potenza termica applicata in superficie.
Lo stesso avviene in cucina: se una torta richiede un forno a 200 °C per mezz'ora, non possiamo sperare di cuocerla in un quarto d'ora a 400 °C... Aumenteremmo la temperatura alla superficie lasciando praticamente invariata la velocità dell'onda termica interna che la cuoce. Estrarremmo un pezzo di carbone crudo al centro.
Con i discensori è lo stesso. Questo gradiente di temperatura è tanto maggiore (cioè, nella pratica, "il discensore scotta di più a fine discesa") tanto minore è la conducibilità termica del materiale, proprio perché il metallo non ha fatto a tempo a distribuire l'onda di energia che gli abbiamo applicato, che quindi si è accumulata in superficie. Per questo le pulegge in acciaio "scaldano" di più (conduttività pari a 1/3 dell'alluminio) e quelle in titanio scaldano così tanto che avevamo provate avevamo visto che erano praticamente inutilizzabili (conduttività pari a 1/11 di Al) se non rallentando la discesa a livelli inaccettabili.
Le pulegge in argento sarebbero il massimo, da questo punto di vista, e farebbero anche assai fico, anche se non so come si comporti per l'usura...
La tabella mostra quanto dico, con dati un po' più precisi. In particolare vi ho introdotto la diffusività, un parametro che fomisce proprio la misura quantitativa della propagazione dell'onda termica nel materiale. Vi ho aggiunto anche una eventale puleggia di calcare che va bene anche per il marmo, o il granito, che gli sono molto simili.
Si vede che il disturbo termico arriva alla profondità di 1 cm (geometria a "parete infinita"... ma non ha importanza) in 0.5 s in alluminio, ma ben 3.7 s in acciaio, oltre 5 in titanio e così via.

Ho aggiunto la colonna "calcare" per un motivo preciso, che non è per suggerire un materiale economico per le pulegge del discensore, ma perchè è capace di darci un suggerimento prezioso per il condizionamento di un ferito.
Se appoggiamo la mano ad una parete la sentiamo fredda, ma poi via via più calda, perché, man mano che essa si scalda in superficie, la sua differenza di temperatura rispetto alla nostra mano si riduce e quindi ci succhia meno calore. Dopo 50 secondi l'onda termica è arrivata a 1 cm di profondità, dopo 200 s a 2 cm e così via rallentando (per i curiosi: col quadrato della profondità). Ma, soprattutto, assorbendoci meno calore, perché la roccia sino a quelle profondità ha preso circa la nostra temperatura.
Chi si siede sulla roccia ha quindi una botta di freddo, che poi va attenuandosi sin quasi
a sparire dopo pochi minuti. Non dite che non lo sapevate: lo sapevate benissimo, ma non ci avete mai riflettuto.
Ma questo fatto è molto importante per il condizionamento di un ferito. Scelto il posto dove posizionarla, bisogna che uno ci si distenda sopra, vestito in modo leggero, per qualche minuto, in modo da scaldare la roccia e ridurre lo shock termico al ferito. Fine digressione.
Ma anche questo approccio di considerare che la potenza termica si diffonde nel discensore a partire dalla sua superficie non va ancora bene. Com'è che certi discensori, anche leggeri, scaldano meno di altri? O pensiamo addirittura al nodo Mezzo Barcaiolo, che scalda abbastanza poco?
Già, l'energia non è dissipata solo sulla superficie di sfregamento, ma anche all'interno della corda, per attrito fra le fibre, un attrito che dipende dai raggi di curvatura e dalle torsioni cui la sottoponiamo, cose che a loro volta dipendono dalla forma del discensore. Il discensore speleo (Dressler) tratta particolarmente bene le corde, ma questo fa sì che il riscaldamento tenda a concentrarsi su di esso e pochissimo all'interno della corda. Un freno moschettone sotto il discensore non aggiunge solo capacità termica al sistema, aggiunge proprio un piccolo raggio di curvatura sulla corda che la obbliga ad assorbire calore.
Se poi la corda è bagnata il quadro cambia per le meravigliose e misteriose proprietà dell'acqua. L'energia termica sviluppata dalla discesa la scalda e la fa evaporare. La stessa energia (8000 J) dissipata in una discesa di 10 metri, capace di scaldare il discensore di 40 °C, viene assorbita nell'evaporazione di soli 3.1 g di acqua. Insomma abbiamo scoperto l'acqua calda: basta che la corda sia appena appena bagnata, che l'energia termica sviluppata dalla discesa pare svanire. Come in genere, per fortuna, avviene in grotta.
Ma non sempre è così, per esempio nel caso di lunghi pozzi molto asciutti o su pareti in una bella giornata il discensore ci si arroventa fra le mani in pochi metri. Ora sappiamo anche il perché. E allora insieme alla corda bisogna portarsi l'acqua per bagnarla (nel sacco), stracci bagnati da appoggiare alle guance del discensore, a volte anche avere due o tre discensori e soprattutto scendere piano, in modo che il calore abbia tempo di diffondersi e che anche l'aria faccia la sua parte.
Ma bisogna sempre ricordarsi che l'onda termica va pigramente verso l'interno, ma una volta arrivati a terra, al freddo, essa torna fuori, esattamente alla stessa, pigra velocità.
E quindi scendiamo in un pozzo, arriviamo alla base e sentiamo il discensore caldo, lo raffreddiamo buttandolo un istante in acqua e poi ripartiamo; già, ma lo abbiamo raffreddato solo all'estemo, creando una nuova onda termica, fredda, che migra pigramente a raffreddare l'interno... Quando lo estraiamo dall'acqua il calore interno riparte verso la superficie, sempre pigramente. In pratica l'interno del discensore è ancora caldissimo, e quindi se ripartiamo l'onda termica che usciva incontra quella nuova che ha iniziato a scendere, e quindi in pochi metri ci ritroviamo il discensore rovente fra le mani - da ustioni -, e sulla corda...
Al Gaché, grotta freddissima e bagnata, con tre pozzi molto lunghi, con questa tecnica di scendere rapidamente senza dare al discensore il tempo di raffreddarsi in profondità, sono riuscito ad annerire la corda su cui ero appeso... Eh sì, la termocinetica è complicata.
Sta di fatto che le velocità medie di progressione in grotta sono intorno ai 100 metri di dislivello all'ora - e parlo di gente che si muove…-, cioè 27 mm/s, più di mezzo minuto per fare un metro. Roba da bradipi con problemi di mobilità. Tenendo velocità un po' sopra questa - ed è proprio facile facile…- nessuno ci può dire che facciamo ritardare alcunché, e i riscaldamenti cessano di essere rilevanti.
In montagna e in grotta per andare veloci bisogna muoversi piano senza fermarsi mai.
Recensioni
La grotta di Rio Martino (valle Po - Piemonte) a cura di Federico Magrì. Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi, 104 pp
Alcuni anni fa venne in visita, nella nostra regione, una delegazione di speleologi cubani; nell'imbarazzo di cosa far visitare a tropicali frequentatori di grandi cavità nelle quali troneggiano concrezioni maestose e si passeggia con gradevoli temperature in ambienti da sogno, li trascinammo un po' preoccupati alla Grotta di Rio Martino.
Ne rimasero, nonostante il freddo pungente, entusiasti, il salone del Pissai con la grande cascata li lasciò senza parole ed al ritorno ci dissero che era la grotta più bella che avessero mai visto.
All'inizio rimasi abbastanza indifferente a questa affermazione, poi il passare del tempo mi fece riflettere, ed in effetti mi fece piacere convenire con gli amici d'oltreoceano sulla unicità di questo ambiente ipogeo.
Alla bellezza in sé della cavità bisogna anche collegare i ricordi ad essa connessi che ognuno di noi porta dentro di sé: per me infatti, come per molti speleologi subalpini, la grotta di Rio Martino ha rappresentato il primo contatto con l'ambiente ipogeo. Da allora sono passati ormai trenta anni, molte volte vi sono ritornato per accompagnare nuovi adepti, per esplorare nuove zone oppure semplicemente per fare un "giro": ...come quando si esce di casa per fare un giro sotto i portici...
Riomartino per noi piemontesi ha rappresentato questo, l'alternativa al passeggio nelle domeniche invernali (quando non ci eravamo ancora accorti che c'erano i pipistrelli a svernare), ma ha rappresentato anche l'evoluzione e la palestra in cui una scuola di pensiero e di ricerca si è evoluta, un ideale filo lega infatti questa valle con altre del Piemonte dove la speleologia non solo regionale ha tracciato tra le più belle storie di esplorazione degli ambienti sotterranei.
È con entusiasmo quindi che ho accettato l'invito a scrivere qualche riga di presentazione sul libretto ed a ripubblicare su Grotte ancora queste poche righe di ringraziamento.
Il libretto è infatti venuto bene, in un centinaio di pagine gli autori illustrano - in modo esaustivo ma chiaro e lineare - tutte le principali caratteristiche della grotta e del sistema alla quale la cavità appartiene: dalla storia, alla geologia ed al laboratorio micrometeorologico, piccola perla di scienza in un oceano di ignoranza (dove l'ignoranza è la scarsa conoscenza dell'ipogeo e del suo mondo).
I complimenti vanno ai soliti "lavoratori" che in questa ricerca ed in questa opera hanno creduto, in particolare all'amico Fricu (all'anagrafe Federico Magrì) che ha gestito in prima persona la costruzione dell'insieme ma anche agli altri che lo hanno aiutato formando un gruppo coeso e fortemente motivato. Tra i ringraziamenti vanno citati l'Ente Parco Alta val Po e l' Amministrazione Comunale di Crissolo soprattutto per avere tollerato per decenni la presenza degli ingombranti e chiassosi speleo. Ancora un ringraziamento particolare va - come sempre - alla Regione Piemonte, istituzione e individui che in noi credono e che ci fomiscono i mezzi economici, la solidarietà e la spinta non solo morale per proseguire la nostra strada di ricerca.
Un ultimo ringraziamento infine alle generazioni di speleologi che qui hanno lavorato, strisciato, sudato per aumentare anche solo di un metro la conoscenza del sistema, per fare conoscere ad un amico una nuova attività, per avvicinare nuovi giovani ad una delle più belle e sociali attività di questo tempo: la speleologia.
Attilio Eusebio
Francesco Sauro, L'Abisso. Ottant'anni di esplorazioni nella Spluga della Preta. Vol. di 263 pag. con loto b/n e colori, CdA&Vivalda Editori, 2007, 17 Euro.
Dopo aver stilato il soggetto e la sceneggiatura del noto film sulla Preta realizzato con la regia di Alessandro Anderloni, l'autore ha voluto scrivere la storia di questo abisso a lui familiare, di cui già all'età di 16 anni ha raggiunto il Fondo Nuovo. Il risultato è stato un corposo libro che diventerà un classico della letteratura speleologica e al quale non si può che augurare un successo come quello riscosso dal film omonimo. Documentatissima è la storia delle esplorazioni, calata nell'ambito mentale e nel quadro strutturale e organizzativo del tempo e, riguardo al progredire delle tecniche e della mentalità, specchio dell'evoluzione stessa della nostra speleologia. Le relazioni consultate dei vari autori sono state sapientemente filtrate, per cui assolutamente imparziale è la cronaca dei fatti, dando a chi legge tutti gli elementi per giudicare da sé. La prosa è semplice, fluida, piacevole, accattivante con il dare al lettore (speleologo o profano che sia) la curiosità di conoscere il seguito; una prosa ravvivata da spunti umoristici, da sprazzi naturalistici intrisi di poesia, e sempre pervasa dall'atmosfera psicologica e filosofica dello speleologo vissuto, anche se l'autore è molto giovane.
Certamente la Preta stessa con le sue eccezionali prerogative ha aiutato l'autore. In nessuna altra cavità si concentrano forse tanti elementi intriganti, avventurosi, curiosi, testimonianti le debolezze umane. La retorica delle prime volte, le misurazioni allegre, le voglie di primato favorite da insane ideologie, le esaltazioni e le smargiassate, le relazioni enfatiche e roboanti, i proclami e i comunicati e le sfilate con vescovo e onorevoli, sogni e speranze, l'alone di mito e di mistero da anticamera dell'inferno... E anche le esplorazioni rocambolesche, gli incidenti, le beghe tra speleo e con margari e FIE. Il tutto propiziato da vertiginosi pozzacchioni, da fessure impestate, da acqua e fango, da topografia complicata, da misteri tuttora irrisolti: le sorgenti, i pipistrelli al fondo. La Preta come la Nord dell'Eiger, nel 1954 (l'anno delle misure con l'elastico) in parallelismo con il K2...
È una bella storia che va dai pionieri tirati fuori con i muli fino agli speleo moderni che in un numero ridicolo di ore vanno e vengono dal fondo; da esplorazioni ritenute concluse fino alla riapertura dei giochi con nuovi fondi e altri rami. Brutta storia anche, vedi i materiali abbandonati senza scrupoli là dentro. Ma ecco la colossale Operazione Corno d'Aquilio per ripulire l'abisso, 1988-91, iniziativa messa in adeguata luce nel libro insieme al suo tenace fautore Troncon, che può vantare il miracolo d'aver coinvolto tutta la speleologia italiana e non solo.
MDM
Luigi Casati - Manuale di speleologia subacquea - Edizioni Olimpia, 2007, 299 pp, 28 Euro.
Conosco Gigi da una quindicina d'anni, ovvero da quando - non ancora così famoso - era il responsabile della ComSUB del CNSAS ed io ero il Vice Responsabile Nazionale Speleo.
Allora come ora, ma forse di più, l'ambiente era accompagnato da mille dispute, dal modo di vestirsi (sott'acqua naturalmente) all'approccio filosofico e così via. Fu allora che per cercare di capire, forse ingenuamente, gli chiesi perché non esistesse un testo che mettesse tutti d'accordo, perché non c'era un manuale dunque?
La risposta fu vaga e sinceramente non la ricordo ma nulla cambiò e fummo certi che la mancanza di uno scritto con tecniche di base condivise fosse uno dei problemi di fondo.
Tutto ciò almeno fino all'arrivo sul mercato del libro di Alessio Fileccia nel 1996. Qualcosa sull'immediato cambiò ma durò poco, il libro fu difficile da reperire, da alcuni fu dichiarato esaurito, infine invecchiò rapidamente.
Sono passati molti anni da allora, molti manuali e libretti sono stati scritti ma questo nuovo manuale è di un altro spessore, colma infatti una grande lacuna, ed era veramente atteso da anni. Nel frattempo l'autore da dilettante di lusso è diventato un professionista e come tale si confronta con il mondo da un altro punto di vista. Così quello che scrive non è solo più il racconto e l'esperienza di un bravo speleosub ma assume certamente un significato diverso.
E quello che Gigi ci racconta è veramente interessante: ai temi classici descritti nelle quasi 300 pagine, alterna box nei quali racconta le sue esperienze dirette, le sue inquietudini e narra delle volte che ha salvato la pellaccia per fortuna (per chi crede in questo) o per abilità e sesto senso (suggerisco io).
Una decina di capitoli ci conducono attraverso il misterioso mondo della speleosubacquea, si parla di materiali, di tecniche ma soprattutto si approfondisce il tema dell'approccio mentale e della conoscenza dell'ambiente. Le storie inserite nei box ne rappresentano la parte più umana, Il riconosco l'uomo che racconta con modestia le sue avventure, le sue pene e le sue paure.
In un box racconta anche dell'immersione a casa nostra, al sifone terminale dell'Arma del Lupo, quando una decina di anni fa, durante il Convegno di Chiusa Pesio, una banda mista tra cui erano presenti anche alcuni piemontesi lo accompagnò per proseguire le esplorazioni che raggiunsero la riguardevole profondità di -77 metri (per inciso dopo dieci anni nessuno è ancora ritornato...).
Nel testo si parla anche di incidenti, delle cause e dei rischi associati, infine, dulcis in fundo, si introduce un po' qui e un po' là, il problema delle nuove frontiere, sia in termini di immersioni complesse e difficili sia dei materiali utilizzati e dei rischi connessi.
Un bel libro insomma, io l'ho divorato in poche ore.
Attilio Eusebio
CAPANNA SARACCO - VOLANTE
(Conca di Piaggia Bella - Marguareis)
Gruppo Speleologico Piemontese CAI UGET Torino
Nella conca carsica di Piaggia Bella, sul massiccio del
Marguareis, è un'ottima base per l'attività speleologica della zona
La Capanna ha due locali, uno chiuso (bisogna richiedere la chiave)
con luce, telefono, cucina e 10 posti letto in cuccette
complete di coperte; un locale invernale sempre aperto con
12 posti letto e un telefono per le chiamate di emergenza per
eventuali soccorsi
Per informazioni:
Sede CAI UGET Torino
Galleria Subalpina 30, Torino
telef. +39 011 537983
info@gsptorino.it
(pagina bianca)