Copertina

 

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GROTTE

anno 48, n° 144
luglio - dicembre 2005

Gruppo Speleologico Piemontese CAI - UGET

Sommario

Notizie dal Gruppo

 

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Notiziario

a cura di AA. VV.

Esplorazioni

 

5

Limpide carsene

M. Marovino

6

Diario del campo

a cura del GSP

15

Sensasciou

AA. VV.

22

Cocomeri e Parsifal visti ...

F. Felici

24

Parsifal: rami nuovi

R. Dondana

26

Pensieri e parole

B. Vigna

29

La via perigliosa

M. Marovino

34

De Mastrelle

R. Dondana

44

Emergere al di là

G. Badino

49

Sciacalli: l'ultimo ingresso...

G. Calandri & A. Pastor

Voci da fuori

 

52

Etna: bollori esplorativi

AA. VV.

Recensioni

 

64

Ragni Cavernicoli

M. di Maio

 

Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n° 3 di maggio-giugno 2006
Spedizione in A.P. TORINO, comma 20c, art. 2, Legge 662/96 Direttore Responsabile: Alberto Riccadonna (autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13/10/1973) - Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino
Redazione: Deborah Allerisio, Marziano Di Maio, Sara Filonzi, Attilio Eusebio, Uberto Lovera, Luisa Musiari, Laura Ochner.
Fotografie di: D. Alterisio. R. Pastor, G. Giudice e A. Bado.
Foto di copertina: Abisso Parsifal: le nuove gallerie 2005 (foto D. Alterisio).

GSP su Internet: HTTP://WWW:ARPNET:IT/GSPELE
Email: GSPELE@ARPNET.IT - Conto Corrente Postale 21691100

 

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Notiziario

Assemblea di fine anno 2005 del GSP

È stata convocata il 6 dicembre con il seguente ordine del giorno:

      1.      Relazione attività anno 2005

      2.      Attività delle sezioni anno 2005

      3.      Bilancio consuntivo

      4.      Verifica quota

      5.      Nomina dei nuovi responsabili delle sezioni

      6.      Elezione dei membri aderenti ed effettivi

      7.      Elezione dell'esecutivo

      8.      Elezione del nuovo presidente

      9.      Volpe d'argento

    10.      Varie ed eventuali

1- M. Santangelo ha riassunto l'attività esplorativa: allungato lo sviluppo di Parsifal di 1200 metri e dell'Arma delle Mastrelle di 500, aperto un nuovo ingresso agli Sciacalli, esplorato il complesso di Moncalvo (B. Vigna ha illustrato le ulteriori possibilità). A. Dondana ha relazionato su Ca' di Palanchi, lo stesso Vigna sulle Turbiglie, U. Lovera sulla quindicina di calate sulle Pareti Nord del Marguareis, A. Eusebio sull'attività speleosub al Lupo e poi in Montenegro e Albania, M. Marovino su Pis del Duca e Cocomeri. Infine I. Cicconetti ha riferito sulla partecipazione all'incontro nazionale di Imagna (vedi boll. precedente).

2- Per il magazzino M. Santangelo ha espresso una situazione soddisfacente, salvo per la carenza di corde e per la sorte delle mousettes da rilievo che è da chiarire. Anche per i materiali speciali (A. Dondana) tutto ha funzionato e per un po' la dotazione è sufficiente; è stato rottamato un generatore. Per la biblioteca G. Villa ha steso la consueta esauriente relazione scritta, da cui ha riassunto l'attività di schedatura (che porta ora il data-base a 3793 titoli), la riconquista di un mezzo armadio per far posto a libri e riviste, il proseguimento dell'aggiornamento bibliografico per Piemonte e Valle d'Aosta (il relativo data-base ha ormai dimensioni mastodontiche), l'inizio di una revisione totale sui testi originali delle prime pubblicazioni dalle origini fino a tutto l'800; un problema è costituito dal prelievo di libri in assenza del bibliotecario: sarebbe necessaria la collaborazione di qualcuno al riguardo; chi fosse interessato ad avere il dischetto della biblioteca può richiederlo.

      Il catasto (N. Milanese) si è arricchito di 44 nuove cavità. Per l'archivio (E. Calemma) si sono svolte tre serate di riordino. La relazione sull'attività biospeleologica (A. Casale e collab.) è materia di un apposito articolo sul bollettino. Del bollettino (M. Di Maio) sono usciti i normali due numeri e un terzo è ormai pronto; si sono fatte nell'anno 13 riunioni, peraltro relative anche alla pubblicazione del cinquantenario (Schegge di Luce, curato da D. Alterisio); il rafforzamento della redazione con persone molto determinate e propositive induce all'ottimismo. Il corso di speleologia (A. Gabutti) ha avuto una discreta partecipazione (17 allievi di cui 11 alla seconda parte) ma quasi nessuno è rimasto in Gruppo. Per le scuole (M. Marovino) si sono avute richieste un po' minori ma la situazione è soddisfacente; E. Calemma ha confermato il buon esito (con una prevalenza di scolari e per contro pochi ragazzi delle superiori) e ha invitato i membri del GSP ad essere più presenti e disponibili.

      Per la Capanna, A. Gabutti ha ricordato i lavori fatti ma anche quelli che il maltempo autunnale ha costretto a rinviare; andrebbe presentata una richiesta di intervento per la manutenzione ordinaria della Commissione Rifugi. Si è poi aperta la discussione sulla eventuale ricostruzione del locale invernale annesso.

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      Il sito internet (N. Milanese) è stato messo on-line ed è abbastanza aggiornato. A. Eusebio ha ricordato l'opportunità di agganciamento all'AGSP.

      L'AGSP (U. Lovera) ha proseguito l'attività di posizionamento delle cavità; il Progetto Marguareis viene portato avanti e così pure Speleo a Scuola; è stato edito Schegge di Luce; è stata presentata la seconda parte di Experimenta. Quanto all'Uget (A. Eusebio), il GSP non pare brillare troppo nel partecipare all'attività sociale e nel ricoprire spazi che pure vi sarebbero.

3- Il bilancio consuntivo è stato illustrato da N. Milanese. Grazie alle entrate del Corso ed agli introiti della Capanna per il soggiorno di speleo belgi, e per il contenimento delle spese (quelle maggiori sono state per il bollettino e per i materiali), il bilancio si è chiuso in attivo. Il bilancio preventivo è stato impostato in pareggio.

4- La quota sociale è stata confermata in 30 euro.

5- Responsabili delle sezioni: sono stati riconfermati per il magazzino M. Santangelo con E. D'Acunzo vice, per i materiali speciali A. Dondana (che sarà affiancato da A. Remoto), per la biblioteca G. Villa (coadiuvato da S. Filonzi), per l'archivio E. Calemma e A. Cotti, per il catasto N. Milanese, per la biospeleologia A. Casale, per il bollettino M. Di Maio, per la Capanna A. Gabutti coadiuvato da F. Belmonte e A. Mantello, per il sito internet N. Milanese (con M. Santangelo e D. Alterisio). Strumenti da rilievo: mentre si indaga ancora sul giallo delle mousette, si è deciso che saranno tenute da I. Cicconetti, N. Milanese e M. Santangelo (A. Dondana e B. Vigna le hanno personali).

Per l'AGSP U. Lovera non intendere essere confermato; rimane referente N. Milanese e si alterneranno i membri dell'Esecutivo. In Speleo a Scuola M. Marovino ha lasciato l'incarico ad E. Calemma.

Anche quest'anno è partita per tempo l'organizzazione del Corso, il 49°, che sarà diretto da I. Cicconetti e N. Milanese. Avrà inizio il 3 marzo e terminerà il 25 aprile con il tradizionale stage.

6- L'elezione dei membri effettivi ha visto il passaggio tra gli aderenti di 6 componenti, mentre sono passati tra gli effettivi Franco Cuccu (Fof), Marco Marovino (Marcolino) e Alberto Remoto (Remotino). Tra i membri aderenti il consueto rinnovamento tra cancellazioni e nuove adesioni ha portato il numero a 64.

7- Per l'Esecutivo sono stati riconfermati Deborah Alterisio, Sara Capello, Igor Cicconetti, Sara Filonzi, Nicola Milanese e Marco Santangelo. Nicola Milanese sarà ancora Presidente.

8- I premi speciali hanno avuto i seguenti vincitori: Volpe d'argento a Selma e Marcolino, Orientiring a Lucido, Nuvolari a Nicola, Jan Palach ancora a Selma che si è aggiudicata pure il Clitoride d'argento, il Colapasta a Strippoli, il Tant Palat a Igor e Marcolino, il Gardini al GSP.

9- Tra le varie si è aperta la discussione sul rifugio interno a Piaggia Bella e si sono presentate le varie soluzioni, su cui riflettere per poi prendere una decisione alla prossima assemblea. Si è discusso pure sull'eventuale pubblicazione relativa al Marguareis e sull'eventualità di un campo estivo in Montenegro.

Emanuele Cassarà

      Il 12 dicembre le note di Bella Ciao hanno salutato per l'ultima volta Emanuele Cassarà, Elio per gli amici, 76 anni, direttore responsabile delle pubblicazioni periodiche dell'Uget e perciò anche di Grotte. Giornalista di Tuttosport per una vita, aveva avuto il merito di proporre sul suo giornale l'alpinismo in una rubrica fissa settimanale a piena pagina: Il Bivacco dell'alpinista. Erano tempi, 1964, in cui i quotidiani parlavano di quell'argomento solo quando c'erano disgrazie, e i giornali sportivi tutt'al più per avvenimenti come la prima salita al K2. Lui stesso ha preso gusto ad arrampicare, i torinesi lo portavano in montagna, e insieme ad Andrea Mellano ha realizzato poi quell'evento storico per l'Italia e per il mondo occidentale

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rappresentato dalle gare di arrampicata sportiva (la prima volta a Bardonecchia, 1985), gare oggi divenute correnti ma a quel tempo in odore di pura eresia. È stato per tre anni direttore del Film-festival della montagna di Trento, succedendo a Paolo Gobetti. Ha scritto vari libri sull'alpinismo, con stile moderno, guardando dall'alto senza parteggiare e senza conformarsi al sentire comune. L'ultimo suo libro è dell'anno scorso, Un balilla partigiano, e ci ha lasciati di sasso perché Elio non aveva mai parlato di quella sua avventura: andato con i "ribelli" all'età di 15 anni, pochi giorni prima della Liberazione è stato catturato sopra Condove durante il rastrellamento culminato con l'eccidio di Vaccarezza, è stato condannato a morte ma prima che potessero fucilarlo è arrivato il 25 Aprile.

      Come succede a tutti gli innovatori, ha avuto contestatori. Devo confessare d'averlo criticato anch'io. Gli davo articoli e lui mi cambiava i titoli facendoli talmente altisonanti da farmi vergognare. Lui alle proteste rispondeva serafico che io non ero giornalista e dunque non potevo capire... Ma era un generoso dal cuore d'oro, posso testimoniare la sua foga nel prendere le parti degli svantaggiati, il categorico stigmatizzare le mancanze di rispetto per i deboli, il pretendere uguaglianza di trattamento per i signori e per i peones.

      M. Di Maio

Giorgio Luzzati

      Il 19 ottobre è mancato a quasi 80 anni Giorgio Luzzati. Aveva iniziato a fare speleologia con noi nel 1959, con il 3° corso e poi facendo ricerche con la Sezione Archeologica guidata da Alberto Santacroce, insieme alla sua inseparabile Dolores. Dopo pochi anni ha lasciato il Gruppo per essersi trasferito a esercitare la professione medica in Val di Lanzo, però è sempre rimasto affezionato al GSP e benché sofferente ha voluto essere presente alla nostra festa del Cinquantenario in quel di Verduno.

Al Museo della Montagna la speleologia scende nei sotterranei

      Dopo 26 mesi di chiusura per lavori di ristrutturazione e per approntare un allestimento espositivo del tutto rinnovato, in dicembre ha riaperto i battenti il Museo della Montagna. La nuova impostazione si presenta più snella, più coinvolgente per l'attenzione del visitatore, volta a catturarne l'attenzione e ad emozionarlo su otto argomenti chiave legati alla montagna: dal mistero alla civiltà, le comunicazioni, il turismo estivo e l'alpinismo, il CAI, alpinismo invernale, sci e sport invernali, montagna extra europea, sviluppo sostenibile. E basta. La speleologia non ha trovato posto, salvo lo scheletro di orso bruno della grotta del Piccolo Ferà (Alpi Marittime, sic) nella sala iniziale "dal mistero alla civiltà". Sarà finita nei sotterranei dei Cappuccini insieme a tanti altri argomenti, cimeli e materiali. Le fa compagnia anche il Soccorso Alpino, ma non è una consolazione.

Il nuovo rifugio alla Colla dei Signori

      Il vecchio rifugio Don Barbera del CAI Albenga con la sua struttura metallica prefabbricata verrà rimosso. Sulla Colla è stato infatti costruito un nuovo rifugio in muratura e legno a cura del Parco Naturale Alta Valle Pesio e Tanaro. Con una capienza di 50 posti più 4 per custode e guardaparco, il nuovo rifugio aprirà i battenti a giugno 2006 e sarà gestito dalla società Val Pesio 2005, la stessa del rifugio di Pian delle Gorre.

      A proposito di Parco, vi sono novità. La regione infatti sta procedendo a discussi accorpamenti ed il Parco Naturale Alta Valle Pesio e Tanaro perderebbe la sua autonomia, venendo incorporato in quello dell'Argentera con il nome di Parco Naturale delle Alpi Marittime. Da notare che non esiste contiguità tra i due territori protetti e che le alte valli Pesio e Tanaro non fanno parte delle Marittime ma delle Alpi Liguri...

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Limpide Carsene

Marco Marovino

"'o sciore cchiu felice è 'o sciore senza radice
Corre comme 'o cane senza fune, 'o sciore senza padrune"
['O Sciore Cchiù Felice, Sanacore, Almamegretta]

      Minacce, risse, privatizzazioni abissali e vanagloriosi deliri d'onnipotenza. Qualche tempo fa, anni, mica secoli, finite le ondate di trasversalismo targato AGSP, le Tanto Amate s'erano impaludate in queste belle espressioni d'umanità. S'erano, meglio, erano state, e certo non per loro volontà. Fu allora che improvvisamente, le aspre, ma chiare Carsene iniziarono a slavare i propri netti contorni in immagini grigie, pesanti, tramutate che furono in terre ostili, di confine e confino. Nessuno trasse vantaggio da quel periodo di meschinità, di sicuro non la Speleologia. E neppure noi. S'era rimasti in pochi a frequentarne in punta di piedi le estati e gli autunni. Se n'erano andati quasi tutti; d'altronde, come biasimarli, fuggire la quotidiana melma cittadina per ritrovarsela, al quadrato e in salsa montana, al fine settimana ? No grazie, sembrava cantare unisono il coro di chi stava benissimo anche altrove. Noi invece non se ne riusciva a fare a meno; le si sbirciava da lontano, dall'alto della Fascia, ove inutilmente pascolavamo mandrie di manzi in buchi di bassa lega, oppure appesi ad improbabili canalini in cerca di chissà quali glorie o ancora, più timidamente, mentre in macchina, correndo sul leggendario sterrato diretti pure noi verso lidi meno dolorosi, ne vedevamo creste e nebbie riflesse nella polvere dello specchietto. A pensarci ora, pareva necessario comparire in leggerezza, non chiassosi e cialtroni come sempre, quasi che dovessimo dar loro il modo di sturare le nostre umane immondizie. Comunque, chiunque ne fosse stato l'artefice, era davvero uno strazio vederle così, le Carsene, desertiche e spogliate del profumo che le belle storie là intessute avevano effuso, quando il Cappa si faceva grande e l'occitano del Pès era ancora lingua amica.

      Fortuna che esiste il Tempo, sempre lui, che non ricorda, non giudica, e che lento, muove i giorni, e le settimane, e li rimesta, e li pigia, e li occulta, chissà dove poi, e ne fa pacchi, ancor più quietamente, che chiama anni, che poi semina, nella notte, e calano il buio e le nebbie, che avviluppano i dispiaceri, gli impicci e le pene, e ai nostri occhi, perduti nell'osservare innanzi, rimane impressa solo più una immagine sfocata che del passato non richiama più nulla.

      Così sospinto, e grazie pure alla ritrovata tranquillità interna, nel benevolo agosto scorso, il GSP e la solita orda di balordi che gli si addice, ha esploso la propria brutalità intorno al verde pungente del Gias dell'Ortica, spruzzando di colore prati, monti ed abissi di questo prezioso, nuovamente limpido, ritaglio di mondo.

      N'è uscito un campo particolare, lungo, intimo, concentrato molto sulle esplorazioni e molto poco sulle tribalità che usualmente lo stampano nella memoria di chi ne vive anche solo un lampo. Non ci sono state le albe del 2001, né i deliri del Colle dei Signori di due anni dopo. Non s'è nemmen cantato! ... Che sian cambiate le abitudini ? ... O che non ci s'accontenta più di niente ? In realtà possiamo parlare di 17 giorni ottimamente spesi, che hanno prodotto più d'una chilometrata di nuovo, ad opera di tutti, una buona parte di cui, proveniente da sfornate decisamente recenti; 17 giorni che hanno rimotivato il GSP dopo stagioni di piaghe e carestie. Purtroppo anche 17 giorni di amici che non c'erano, ma che io avrei voluto lì.

      Comunque sia, 17 giorni 17 di puro, intenso e libero Margua.

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Diario del campo
a cura del GSP

      Sabato 30 luglio

      Inizia ufficialmente il campo alle Carsene... il posteggio della Morgantini rigurgita sacchi e speleo, che piano piano si trascinano in fondo conca (al Gias dell'Ortica, nei cui pressi è piazzato il campo) per poi risalire e prendere un altro carico di roba...

      Rispetto all'anno scorso:

      - non è lo stesso posto

      - non c'è il gias (dimenticato i pali...)

      - è iniziato in tempo: non c'è l'elicottero da aspettare... tutto a mano!

      - l'acqua forse è un po' infetta

      - non ci sono zanzare e tafani, ma ci sono 4.000.000.000.000.000 di ortiche!

      Domenica 31 luglio

      Inizia l'attività... Campo: si montano il gias, il magazzino, il reparto batterie e la cambusa.

      Serata: scendono 2 taniche di bianco, ma, incredibile, si parla subito di grotte davanti alla nuova e raggiante carta, con i posizionamenti, finita-stampata-portata il giorno prima da Nik. Si scopre però che il generatore NON funziona. E nemmeno i pannelli solari... Gloria: si guardano alcuni buchi non molto distanti dalle tende;

      • Il Frigo

      Praticamente tutti... È un pozzettino di 7-8 m, già usato come frigo nel 1984 (vedi pattume), in cui tira un po' d'aria; poco sopra il fondo parte una frattura da smazzettare...

      • Buco presso Il frigo

      Praticamente tutti... Posizionato vicino al frigo, ma con un po' a valle e con più aria, è uno scivolo intasato di frana; la pietra si sente rotolare per 10m. Iniziato lo scavo.

      • 2.21

      Fof, Elisa C. Rivisto, ha aria, ma è toppo da detriti.

      Lunedì 1 agosto

      Finalmente si entra in grotta

      • Cocomeri

      Marcolino, Elisa C., Strippoli, Sarona, Roberta

      Infilati dappertutto, scavato ogni abbozzo di nero, arrampicato il possibile.

      Nella zona che va dalla base della seconda cordina sino alla sala 2K (quella che da' sul P80), in alto sopra la galleria principale, ci sono molti condottini che si intersecano, ma tirano ad uscire (verso l'alto) o a ributtarsi nella galleria; tutti soffiano un po' d'aria.

      Aria: quella che c'è all'imbocco del P80 è molto simile a quella dell'ingresso: tanta e fredda.

      P80: mancato il riarmo del pozzo, il sacco che doveva essere appeso al chiodo dove parte il traverso che porta in Parsifal non c'era! Con la 40m presente all'ingresso si potrà finire il lavoro.

      Materiali: 3 buglioli, tiracavi, 2 scalpelli, 1 palanchino, una corda da 42m, un'altra corda da 20m, 3 sacchi, 3 risalite armate. Fuori ci sono ancora 2 teloni.

      • Parsifal

      Donda, Selma, Luisa, Elisa M., Candido, Ciuseppe

      Al bivio di -50 per il Tacchino Volante, fatta una risalita che dà in una galleria... ovviamente già vista (scritta 'ciao' sul fondo...).

      Girovagato per il Tacchino Volante; nella frattura che porta al Lochner, trovato un ramo con un saltino (passata Luisa); alla base partono 3 meandrini: il primo con aria, che pare continuare piuttosto stretto; il secondo, senza aria, largo solo una spanna; il terzo (lungo 1/2 metro e alto 30 cm) che va' verso il basso e finisce in

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acqua. Materiali: Portato il sacco di corde dal fondo del Lochner al primo pozzo da armare. Lasciate in grotta due corde da 15m e una da 30m.

      • Esterno-Bab

      Meo, Fof, Igor, Chiara, Lorenzo, Silvia, Manzo, Idris, Nik, Marcos, Lucido, Deb, più i ragazzi: Brunella, Thomas, Roy, Sonny, Pruel, Angela, Woodstock et altri

      Battuto la zona dei Bab, dalla Colla del Carboné alle Pareti sul Pesio. Sceso il buco trovato da Meo la settimana prima (Babbi II), posizionati altri buchi. Vagato per la mugheria tra la Colla e le pareti del Cros; risalito un 'canalino' con una spaccatura (soffia aria decisa, ma non è mai più larga di 5-10cm!), che ne segue l'andamento. In cima dolina invasa dai detriti.

      Martedì 2 agosto

      La pioggia mattutina rimanda al pomeriggio le entrate in Parsifal.

      Verso le 15.00 vengono a trovarci i "partecipanti" al II campo del GSP + amici alle Pareti Nord: Ube (Lovera), Ubertino, Loco (Riccardo Pozzo), Super (Massimo Taronna), Ico (Federico Faggion), con racconti d'atroci traversi sulle pareti. Oltre a pozzi 'toppi' non hanno ancora trovato nulla.

      • Parsifal

      Nik, Remotino, Marcos, Lucido, Chiara

      Armo: sino al salone "Welcome Torino".

      Dal salone rivista la galleria a monte: una frana enorme porta ad un ulteriore grosso ambiente (arrivo della terza via del fondo) chiuso su riempimento.

      La galleria a valle è, in realtà, una grossa frattura con relativo freatico in testa; alla fine della frattura stessa, 10m sopra il Grande Tacchino, si vede un oblò (con poca aria). Alla base, sempre della frattura, si prosegue seguendo l'aria (poca) nello strettino (ma passabile) fino ad un pozzetto arrampicabile di 5m circa (non sceso).

      Nel Meandro sopra il P23 ci sono molle cose da vedere. Aria: sembra arrivare tutta dal Geriatrico e andare tutta nel Meandro. Nota: Il P23 è rimasto da armare.

      • Parsifal

      Luisa, Selma, Sarona, Strippoli, Andrea (di Roma), Athos. Girato e guardato a -50. Sceso il I pozzo (invece di proseguire in galleria) della "II via per il fondo" da "Sala dello Scarburo", nel Tacchino Volante; alla base, un meandro, fangosissimo, dopo 30m dà su un traverso armato, che porta ad un pozzo con un deviatore. Sarona prova a scendere il pozzo e si ritrova alla partenza di un altro pozzo con una serie di traversi (prob. Zona Miniera) - ma attaccata da un'orda di Orchetti inferociti è rientrata sui suoi passi-.

      Strippoli, Andrea e Selma hanno armato il primo pozzo del "Ramo della Foca" (appena prima del Lochner) e sono usciti mentre Athos li riprendeva... Luisa e Sarona inseguono gli altri sulla via del fondo, desistendo poco prima di raggiungerli, una volta smarrito il doppino telefonico.

      • Esterno

      Meo, Donda, Deb. Giro sul Carboné; seguito il sentiero che porta al Pis del Pesio, poi tagliato sul versante del Pis, tra i canali. Risaliti sulla cresta e scesi al campo. Visto il "Pozzo del Carbonè", bella verticale con partenza stretta tra 2 massi.

      Scavi

      • Buco presso il frigo

      Marcolino, Elisa C., Elisa M., Roberta, Candido e Ciuseppe, Repettino.

      Continuato lo scavo al buco sotto il frigo, tolte molte pietre, ma ne restano ancora assai...

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      • Buco della sbarra

      Donda, Deb, Marcolino, Ottavio, Elisa M. Allargato il passaggio d'ingresso al pozzo, ora si arriva ad un terrazzino sospeso su un P10 circa, da allargare.

      Mercoledì 3 agosto

      Giornata che cambierà l'andamento del campo, per 2 motivi...

      1) Finalmente si esplora!!!!!

      2) Nik, Athos, Stefano e Marcos compiono un gesto strategico: portare le taniche di vino rosso al campo... le conseguenze sono state il ritorno dell'indimenticato Marcios, che approffittando della situazione stava con: la fa nella fi di Sa e le ma nelle te di Se! È la fine di mezza tanica nella sola prima sera!

      • Parsifal

      Donda, Marcolino, Igor, Deb, Elisa C., Elisa M.

      Obiettivo: andare a rivedere il Geriatrico; scendendo, Igor e Marcolino traversano sul quarto pozzo, all'altezza del cambio, ma si ritrovano esattamente sulla verticale del pozzo successivo.

      Geriatrico: mentre le Elise si dedicano al setaccio del ramo, Igor, Donda, Marcolino e Deb forzano, a varie altezze, il meandro su cui s'erano arrestate le esplorazioni degli anni precedenti.

      Davanti ad una strettoia tra concrezioni, ci si riunisce. Forte aria in faccia. Passa Donda (con l'imbraco...), poi gli altri. Oltre, un centinaio di metri nuovi: meandro prima e poi galleria in salita (con sfondamenti da rivedere), fino ad una saletta; 4m più in alto una piccola galleria freatica (ca. 1m) prosegue sino ad un restringimento, oltre il quale si fa più ancora più ridotta ed allagata. Stop. Aria discreta. Ben più interessante invece è la strettoia nella saletta che soffia fuori quasi tutta l'aria del Geriatrico. Rilievo del nuovo ramo (Gallerie Errico Malatesta) e poi fuori di corsa, per potersi marcire al gias insieme a tutti gli altri.

      • Esterno

      Meo, Candido, Sarona, Roberta. Battuta sui canaloni Nord del Carboné. Candido trova due buchi, un grande meandro e (forse) l'ingresso (franato) di 3-14.

      Athos Battuta sulle balze a SE del campo, trovato solo fratture con debole aria ed una (ma non lavorabile) con aria più forte in linea con B8 (pozzo a neve). Visto: B3: bel pozzo con neve sul fondo, piccolo passaggio tra la roccia e la neve; B36: grande pozzo, non sceso per mancanza materiale.

      • Buco presso il frigo

      Athos, Strippoli, Remotino, Sarona

      Continuato lo scavo; tolti un po' di rocconi, ma ne restano ancora parecchi... Si vede l'attacco del pozzo.

      Giovedì 4 agosto

      Si rialza il morale del campo, un po' d'esplorazione fa' sempre piacere!

      • Parsifal

      Sarona, Remotino, Strippoli, Andrea e Roberta (Roman-Casolani), Lucido, Roberta, Candido, Ciuseppe. Rivisto completamente il Meandro, dall'inizio (alla base dei Pozzi, -114) sino al P23.

      Raggiunti 2 arrivi laterali: uno sulla sinistra, poco prima della cordina da 8m, che stringe dopo 5m; l'altro, sulla destra e 10 m dopo la curva a 90° del Meandro, risale per 10 m, curva anch'esso di 90° e becca un condottino che stringe. Zero aria.

      Prese anche 3 finestre sulla sinistra, poco prima del P23; sono tutti arrivi d'acqua, senza aria, che stringono dopo una decina di metri, oltretutto già risaliti (trovato i chiodi). Sotto il P23, prima dello scivolo sulla destra vista una finestra, toppa, con scarburata. Rimescolamento di squadre... Ciuseppe, Roberta, Athos e Elisa M. escono.

      Remotino, Lucido, Sarona, Strippoli, Candido. Armo: fino alla partenza dell' "Incredulo".

      Aria: zona molto strana; ne arriva dagli Increduli, dagli Orientali e dal Meandro che da -114 porta sino a qui. Rivisto l' "Incredulo" fino al fondo, l'aria arriva da un meandrino stretto, già scavato (lavoro immane da continuare).

      Nik, Luisa, Marcos, Selma. Gallerie Malatesta: allargata la strettoia, si passa; partono un meandro e un condottino che si riuniscono poco dopo. Il meandro poi allarga, retroverte e diventa attivo; lo si risale sino ad arrivare in una sala 6x4 con molti massi di crollo. Buchi neri sulla testa. Rilevato sino a poco prima. (Punto 22, saletta con acqua, nel meandro).

      Esterno

      • Buco della Sbarra

      Donda, Deb, Marcolino, Elisa C. Forzato il passaggio e fatto collassare il terrazzino che ostruiva il pozzo. Passa Deb e decreta chiuso il buco a base del P15. L'aria forte all'ingresso si perde sul fondo di frana del

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pozzo.

      • Testa Murtel, vicino a Parsifal

      Meo + tutta la squadra giovani. Scavati 2 buchi con risultati deludenti, aria forte soffiante.

      Sceso un P10 con poca aria toppo sul fondo.

      Scavi

      • Buco presso Il frigo

      Donda, Deb, Marcolino, Elisa C. Continuato per l'ennesima volta a togliere pietre dal buco... Marcolino riesce a scendere parte del pozzo (è molto stretto). Continua ancora per qualche metro, ma bisognerebbe infilare qualcuno piccolopiccolo. Aria debole uscente, retrocesso a priorità secondaria.

      Venerdì 5 agosto

      Per non so quale strano motivo siamo riusciti in soli 4-5 giorni a mischiarci così bene che un giorno entrano in 15 e il giorno dopo in quattro... oggi è la volta dei 4 (ovvero 'squadra che vince... squadra che vince').

      • Parsifal

      Donda, Igor, Marcolino, Deb

      Gallerie Malatesta: dalla sala dove Nik e Luisa si erano fermati, si riesce a filtrare attraverso la frana, sbucando su un terrazzo in cima ad un pozzo, con la continuazione della galleria (in forte pendenza) di fronte a noi, con aria. Ci si rattrista un poco: la prosecuzio facile-facile sembrerebbe non esserci... Marcolino 'sguiscia' dentro la frana tra passaggi 'murtali', trovando un meandro ampio che parte, ma con accesso occluso da blocchi; la gimcana tra i massi-presse non ci convince a seguirlo. Comunque da non dimenticare.

      Si ritorna nella sala per fare il punto; vista la mancanza del trapano si prova a superare la frana, scalando in libera verso l'alto; 5/6m e... bivio; da un lato, dopo ancora una breve arrampicata prima su latte di monte e poi su concrezione, Igor si ritrova in galleria; dall'altro Marcolino fa un'altra arrampicata su pietrosi instabili ed arriva in un ambiente grande; ci si ricongiunge tutti, poco dopo, nella sala. Igor e Marcolino a sinistra, verso un abbozzo di galleria, però troppo pericolosa, sfondata e franata per essere raggiunta. Donda e Deb vanno invece a destra, sbucando in quella che diventerà la "Sala Ginevra". Ci si ricongiunge ancora e da qui si inizia a correre nel "Fiume Foffile", a strisciare nel "Ripieno di Tacchini", a sbiancare (dalla paura) nelle "Psyko", ad arrampicare e godere nelle "Mordred"...

      Al fondo di queste ultime, una frana ne ostruisce completamente la sezione. Si è molto prossimi all'esterno. Gli ambienti diventano molto grossi, sempre presente l'aria; normalmente si continua ad averla in faccia salendo, a parte nelle "Psyko" dove sembra fare giri strani. Lasciate ben 8 gallerie e 3 pozzi da vedere! Totale rilievo 250m (compresa una parte dell'esplorazione precedente).

      Pieni di Gloria si rientra al GianGias in tempo per GianRaccontare l'esplorazione grazie anche a GianMarco che GianTira sui pozzi GianSognando una GianBirra! Parte un altro tormentone del campo: il Gian...

      Esterno

      • Vallone dei Troiani

      Fof, Remotino. Elisa M., Lucido, Roberta, Elisa C., Candido, Andrea (di Roma), Sarona. Battuta nel Vallone dei Troiani (sotto Testa Murtel, versante ovest, destra orografica del sentiero che scende dal Passo del Duca). Partiti dal gias del campo '95-'96 e visti:

      G55: scavato ma scende di 1 m, poca aria. Continua a chiudere.

      G52: trovato nel '95; scendono Lucido e Andrea, toppa su neve, fango e pietre; impostato su una spaccatura, a sinistra (a valle) si traversa a metà pozzo, ma chiude; sulla destra c'è una strettoia passabile, si vede per circa 3m sotto al fondo, ma continua stretta.

      Buco nel prato: sotto Testa Murtel, nel Trias, scavato buco nel prato con forte aria, togliendo pietre e terra si sente rotolare la pietra su uno scivolo. (trovato da Fof).

      7MdiCC (7 Metri di Carne Cruda): scavato sul fondo di una dolina sfondata, scendono Roberta e Remotino per circa 4m, nel calcare nero. Arrivano in una saletta con fondo di frana (buona aria che arriva dai massi); da qui parte una galleriotta con aria, che però stringe dopo circa 3m.

      • Capanna

      Athos. Parte Athos in salvataggio del telefono della Capanna verso l'appuntamento con i Telecomunisti che devono ripararlo. Risultato: il telefono FUNZIONA di nuovo, hanno effettuato un controllo totale sia sulla stazione a terra che sull'impianto in Capanna. Campo OK (elettromagnetico non speleo!), batteria OK, elettronica OK, apparecchio tumore OK. Si ipotizza un malfunzionamento momentaneo dell'apparecchio. Il consiglio dei tecnici è la soluzione 'Microsoft': se non funziona, spegnere e riaccendere (dal salvavita)!

      Ritorno con deviazione all'altro campo in Pian Ambrogi.

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      Sabato 6 agosto

      Giornata della punta Baraonda...

      • Parsifal

      Squadra I: Lucido (Viscido), Chiara (l'Imperatrice), Ggggiulio, Elisa C.

      Messa la corda sulla risalitina dopo le Psyko (caposaldo 6) e presa una finestra in alto a destra, esattamente in faccia alle Mordred; dopo un condotto si arriva in una sala con un bivio. La galleria a sinistra (Fiume di Pietra) è un freatico di 5-6m di diametro con pavimento di tacchini rotondi che incredibilmente toppa dopo una 50 di metri, su riempimento di terra e tacchini stessi...

      Più meno ad 1/3, preso in alto a destra una finestra che porta ad una galleria fossile con pavimento di marmitte di 60cm di diametro (ramo delle GianMarmitte) che sfocia, dopo un saltino di 15/20m, sulla Forra di Avalon (per il momento nominata 'il gran canyon'). Si rileva e si torna indietro.

      Squadra II: Remotino, Elisa M., Andrea de Roma

      Raggiunto il caposaldo 19. Da lì, invece di girare a sinistra per Sala Ginevra, si continua dritti nella galleria, che è pero subito interrotta da un pozzetto di 7-8 m (della Protesi). Traversatolo, dopo una facile strettoia, si accede ad una galleria inclinata di 30°, con fondo ingombro di massi di frana (piccoli) e ghiaia: chiude dopo una ventina di metri su tappo di terra e ghiaia.

      Sceso poi il pozzo, anch'esso irrimediabilmente toppo.

      L'unica prosecuzione è rappresentata da uno stretto meandrino a metà del traverso, sulla destra, con arrivo di acqua; aspira una minima quantità di aria (come il resto della galleria) e punta in direzione della Sala Ginevra, ma purtroppo stringe inesorabilmente.

      Squadra III (Portatori di Carburo): Luisa, Marcos, Selma, Candido

      Dopo innumerevoli servigi e corse che neanche il Bianconiglio, alla squadra si uniscono Remotino, Andrea il romano, Sarona e Nik, reduci dai loro lavori (vedi sopra e sotto); al caposaldo 6, presa la stessa finestra della GianSquadra (la I), poi, al bivio, si va a destra, per una galleria su frana che scende e sale (Franosa Soprana e Franosa Sottana), arrivando in una saletta (Sala del Segone) con 3 gallerie che partono. Si prende la galleria in discesa (Prepuzio) che, dopo una salettina (del Puttanaio), si affaccia sulla Forra di Avalon ('il gran canyon' della Squadra I). Scesa la forra per 25m, fermi su pozzo con la forra che continua di fronte, raggiungibile traversando. Nella saletta del Puttanaio ci sono altri due passaggi: a destra, un meandro con poca aria, retroverte e finisce in strettoia; a sinistra, oltre una facile arrampicatina (il passaggio di Sarona), una galleriotta porta ad un affaccio sulla forra, dal quale è possibile vedere ed essere visti dall'affaccio delle Gianmarmitte. Nella galleriotta, da segnalare anche una spaccatura, che da su un marmittone con poca aria. Rilevato tutto.

      Squadra Bonificatori: Nik, Sarona, Athos

      Direttamente dalle parole di Nicola: "Dopo aver allargato tre strettoie per facilitare il percorso verso il nuovo, ci uniamo alla squadra II. Siamo all'inizio di Sala Ginevra. Con Remotino e Andrea ci infiliamo nella "galleria" a sinistra. La zona è molto franosa. Dopo pochi metri un arrampicata di 3 metri porta sull'acqua. Siamo in un meandrino che si infila sotto la frana di Sala Ginevra. Andrea filtra tra i rocconi, noi siamo immobili. Arrampicando arriva a metà di un pozzo, ma da lì non si può scendere. Mentre risale costeggiamo la parete sinistra (arrivando dal fondo) della sala. Tra i massi si aprono degli approfondimenti che portano alla base del pozzo di prima. Arma poi su naturale e scende quello più fattibile. Sotto trova quello che ci aspettava: l'acqua del meandro percorre la frattura, in pluricomunicazione con Sala Ginevra, tramite una sequenza di camini. La frattura stringe, ma l'idea che L'acqua che percorre la frattura sia la stessa che poi si ritrova nel meandro finale delle Malatesta non sembra campata in aria. Delusi per la breve esplorazione, ci avviciniamo agli altri gruppi. Nelle Psyko, prima di salire, prendiamo la galleria che si apre a sinistra; dopo una cinquantina di metri ci ritroviamo in un sala 20x20. Due arrivi portano poca acqua che si infila in un meandrino laterale. Lo scendo e sotto trovo un'ampia sala franosa con relativa galleria in discesa che dopo 50 metri chiude nella solita frana. Raggiungo gli altri alla sala superiore. Sentiamo deLle voci sopra la nostra testa. È la squadra III che sta

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percorrendo le Mordred. Le pietre che cadono indicano un passaggio che potrebbe permettere di bypassare la frana delle Psyko, poi ci accorgeremo che la sicurezza non sarebbe molto maggiore.

      Rileviamo, superiamo le Psyko e ci uniamo alla squadra dei portatori di Carburo.

      Esterno

      • GSP '95 (Buco dei Ragazzi)

      Tutti quelli che non sono in grotta!!!!

      Sotto i colpi di frusta di Fof tutti i ragazzi si alternano allo scavo di questo buco, vista anche la ricompensa: ben 3 magliette del GLD e, più che altro, 1 kg di pasta per la sera!

      Scavato e tirato fuori veramente l'impossibile; si vede solo la parete di fronte come roccia in posto, le restanti pareti sono un puzzle di massi e terra e il fondo è una frana con grandi e piccoli massi e terra. Scavato per 1-2 metri di profondità. L'aria è molto forte e fredda. Da posizionamento dovrebbe essere sulla verticale del fondo del Fiume di Pietra.

      Domenica 7 agosto

      • Parsifal

      MQ, Ubertino, Ivana, Iddu. Iniziato il traverso sulla Forra di Avalon; chiodati, fino ad esaurimento corde, una 20na di metri. La Forra è formata da una sequenza di pozzi di arretramento. Bisogna continuare a traversare per raggiungerne il lato opposto.

      Bardo, Valeriana, Felpe. Traversato sul P23 (del Meandro), a destra della partenza, si raggiunge un terrazzo dove è già arrivato qualcuno...

      Esterno

      • GSP '95 (Buco dei Ragazzi)

      Fof, Marcolino, Deb, Donda, Gaetano, Angela, Meo e ovviamente tutti i giovinastri

      Continua lo scavo, si raggiunge ora una profondità di 4m e una larghezza di 1.50m!!!!

      Fuori, Pruel dirige la costruzione di un muretto a secco, con finestra ed arco, alto 1 m e mezzo.

      Lunedì 8 agosto

      • Parsifal

      Meo, Gaetano, Angela, Deb. Punta fotografica nei rami nuovi, con scappate nelle zone di esplorazione! Deb rimane poi con la squadra che traversa la Forra.

      Donda, Marcolino, Igor, Sarona, Marcos. Finiti i traversi sulla forra, che si schianta contro una frattura che ha rigurgitato un cono di detrito-frana dopo solo pochi metri di galleria. Appena prima, si inizia una risalita per superare il soffitto della Forra e ribeccare le (ci fossero) gallerie; 20m di chiodato nello stretto e nel marcio, ma non se ne ve de la fine... Non è di qui.

      Esterno

      • GSP '95 (Buco dei Ragazzi)

      Fof, Nik, Ubertino, MQ, Vittorio, Saretta, Elisa C., Elisa M., Luisa, Thomas, Chiara, Selma. Si continua a scavare ma non si vede la fine...

      • Zona campo e Passo del Duca

      Felpe, Bardo, Valeriana, Luigi, Leone. Battuta della zona, visti alcuni buchi soffianti.

      Martedì 9 agosto

      • Parsifal

      Nik, Luisa, Selma, Remotino

      Tentativo di raggiungere il Tacchino Nano; non arrivati sul fondo causa stretto e bagnato. Dal ramo arriva una debole aria, che risale il camino. La maggior parte dell'aria segue il meandrino che scende verso il fondo.

      Lucido, Mazza, Paolo Tenda, Ivan Re

      Al Ramo degli Orientali, per trovare il punto della giunzione con i Cocomeri.

      Armato il P15 dopo l' "Incredulo", verificate le correnti d'aria. Sopra il P15, l'aria arriva dall'Incredulo, arriva dal P15 e arriva anche dalla spaccatura che parte dal P23: sembra dirigersi verso l'alto. Negli Orientali, l'aria va in direzione del P15 (in faccia scendendo) fino ad una sala con arrivo; da lì in poi l'aria inverte e va in direzione Cocomeri. Alla base e poco oltre il P15, visitato il rametto sulla dx (quota -272, pianta, rilievo su Grotte n. 118). Stringe. Ritornati sulla via principale, verso il fondo degli Orientali; si raggiunge la sommità della sala (-247) e si lascia scritta 1P. Scesi il P15 nella sala, toppa. Traversato a dx e percorsa galleria già vista nelle precedenti esplorazioni. Trovata scritta H1. Continuato fino alla strettoia finale, lasciata scritta 2P (-241). Oltre, parte un meandro con acqua e aria che dovrebbe portare al vero fondo. Lasciata scritta 3P all'inizio del meandro.

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      Ritorno con visita all'Incredulo.

      Chiara, Elisa M., + 2 allievi del GSAM.

      Visita al fondo dell'Incredulo.

      • Cocomeri

      Felpe, Bardo, Valeriana, Roberto, Luigi, Leone, Candido.

      Candido fa una risalita in sala prima del P80 (sala 2K) e becca un meandro in salita (che stringe) bloccato da una frana. Il meandro risulta interessante perché permette di sovrastare sia la sala che il P80. C'è aria.

      Sceso il P80; in fondo Luigi si infila nella strettoia a valle e scende altri 15-20m per fermarsi di fronte all'ennesimo passaggio stretto su meandro. Verso monte, uno smilzo e abile potrebbe passare.

      Mercoledì 10 agosto

      • Parsifal

      MQ, Donda, Marcolino, Valentina S. (GSF).

      Forra di Avalon. Affacciati sulla forra passando dalla galleria che da Sala Puttanaio, in Franosa Sottana, risale a sinistra; aria terrificante e freddissima che arriva dalle GianMarmitte e che sembrerebbe andare in alto, nella Forra. Disarmo di tutta la forra sino alla partenza del traverso di MQ; da questo punto, risalito 50m di artificiale verso la cima; rimangono ancora 7-8 m al soffitto, ma non si capisce cosa c'è.

      In Franosa Sottana e Soprana, sotto il pavimento, trovati dei freatichini di 1 m di diametro concrezionati e con poca aria.

      Sarona, Strippoli, Selma, Badinetto, Miriam. Abbattuta dal primo meandro Miriam batte in ritirata.

      Scesa la spaccatura (P7) prima dell'imbocco del Tacchino Nano e seguito il meandro sul fondo (Fi-Stre); in avanscoperta solo Saronza e Lo Strippo, per evitare un poco gestibile intaso a 4. Si fermano davanti ad un ennesimo restringimento. Molta aria soffiante.

      Esterno

      • Canalini del Carbone

      Fof, Meo, Remotino, Elisa M., Marcos, Deb, Fausta, Brunella. Andati a prendere i buchi trovati da Candido qualche giorno prima. Rivisto: 3-14: fino al primo chiodo dell'armo, allargato l'ingresso, probabilmente richiuso da un masso; continua ad avere una forte aria in uscita. Meandro sopra a 3-14 (6-28): bel meandro lungo una decina di metri con una strettoia in fondo, Fof riesce con la sola potenza delle sue braccia ad allargare il passaggio per un metro di lunghezza permettendoci di passare, al di là della strettoia (ex, è passato anche Fof) ci si ritrova a 3 metri di altezza su una sala di massi di crollo di circa 10x5m, provato a passare attraverso la frana, ma si arriva ad una sala più piccola sempre intasata di massi, sul fondo invece partono 3 meandri piccoli intasati anche loro da frana. L'aria nel meandro iniziale respira, mentre nella sala si perde.

      • Basso Vallone dei Greci...

      Felpe, Bardo, Valeriana, Candido. Rivisti alcuni dei buchi soffianti nei pressi di 'Bario'... tutti chiusi.

      Giovedì 11 agosto

      • Parsifal

      Lucido, Candido, Ciurru. Nel ramo "Alì Papà e i 40 Meandroni", poco prima dell' "Omino dai Capelli Dritti": rilevato un meandro già visto, che parte dove il ramo "Alì Papà" fa la prima curva sulla sinistra. Il meandro arriva a metà altezza su una sala ad occhiali. Scesi sul fondo (P8). Dalla sala il meandro continua nella "lente" di destra nello stretto, proseguito martellando e forzando un restringimento. Alla fine si intravede un slargo (non passati). Ritornati nella sala, sempre nella "lente" di destra, risalito un P10 fino ad un ambiente 2x2, in cui entra un gran camino alto circa 20m; nell'altra "lente" si vedono degli arrivi a circa 10 metri. In "Alì Papà", trovato un pozzo 20m sulla sinistra prima dell' "Omino dai Capelli Dritti". Pozzo non sceso, bisogna pulire la partenza che è franosa (ramo Caviglia?).

      Igor, Marcos, Remotino. In cerca dell'aria nelle zone nuove delle gallerie Malatesta etc... Il casino è tutto intorno a Psyko: l'aria va, viene, torna. Igor prova ad infilarsi in cima alle Psyko ma nulla. Rivisto anche il ramo che va sotto la Mordred, che è parte in realtà della Mordred stessa, ma toppa. Infine si torna verso le nuove gallerie sopra il caposaldo 6. Si segue l'aria (ma fa quello che vuole) in generale la Forra di Avalon continua ad aspirare. Si riguarda il passaggio di Sarona (sala Puttanaio, nelle Prepuzio) che, oltre a dare sulla Forra stessa e in un meandrino basso e stretto, ha un passaggio (Ualà) alto sul marmittone. Da lì (con tanta aria soffiante) si giunge, arrampicando con facilità, in una saletta, con arrivo in alto a 5-6m e passaggio in basso per pozzetto di circa 15m. Sceso il P15 si arriva ad un tappo di frana su un pozzo ampio (prob. 60 m) (Pozzo SePà). Dalla sala si scende un primo salto di 13m e di nuovo si è su un altro pozzone molto molto grande (Salto + Pozzo

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diventano P. Dio Fà). Aria mostruosa che soffia. Alla base del 15 c'è un arrivo: meandrino con finestra a Sm da terra. Vista anche la finestra sulla seconda cordina in testa a Psyko, ma ributta su Franosa soprana.

      Felpe, Valeriana, Bardo. Diretti verso il ramo Caviglia, per errore si arriva ai rami della Foca. Fatto discese, risalite e traversi, ma ritorna sempre tutto su se stesso.

      Esterno

      • GSP '96 (probabile II secondo Ingresso di Parsifal)

      Meo, Badinetto, Donda, MQ a lavorare, Deb, Miriam, Elisa M., Mkl. a guardare.

      Rivisto il buco trovato nel '96, che da posizionamento risulta essere sopra il 50 risalito nella Forra di Avalon. Scavato un po' sul fondo nelle pietre per cercare di capire l'andamento della parete e quindi della grotta. Mentre si cercava di allargare il passaggio il richiamo dell'Urissa ci ha portati tutti nel gias a difenderci dalla grandinata.

      Venerdì 12 agosto

      • Parsifal

      Donda, Marcolino, Nik.

      Continuata l'esplorazione precedente: sotto il P15, continuato dritto e sceso un P45 (Pozzo Sepà) con aria fortissima soffiante; stop su strettoia (da disostruire, facile) sospesa su altro pozzo (30m). Spostati poi su una finestra a metà circa del 45 (chiamata Il Nido del Falco); altra strettoia da allargare e altro pozzo da scendere.

      Allargato passaggio alla base del P15 che porta, con strettoie e due saltini, sul terrazzone da cui parte il II tiro Pozzo DioFà. Lo si scende quindi per 35m circa, fino ad esaurimento corde. Aria forte, moltooo grosso e 30m ancora da scendere.

      Luisa, Chiara, Strippoli.

      Visto la frattura a monte del Tacchino Volante, dove Sarona si era fermata (FiStre). Fatti ancora 10m circa di meandro, ma continua stretto con aria forte che ti arriva in faccia.

      Dopo 10m dall'inizio della frattura, il soffitto si abbassa e il meandro si inclina leggermente; fermati su un passaggio stretto (prima di una esse del meandro). L'aria è molto forte e varrebbe la pena tornarci per disostruire.

      Bardo, Felpe, Valeriana.

      Fatto traverso sul P90 della Caviglia: stringe tutto. Nella saletta prima del P90 fatto risalita che finisce in tre meandri stretti occlusi da frana. L'aria presente in tutto il meandro precedente il P90 sale su questi meandrini. Sembra lo stesso ambiente dei Cocomeri.

      Esterno

      • GSP '96 (probabile II secondo Ingresso di Parsifal)

      Fof, Sarona, Gubet, Christophe. Continuato lo scavo al buco.

      Sabato 13 agosto

      Grande seratona davanti al gias con mangiata comunitaria di ogni avanzo del campo e delle spettacolari salsiccie portate da Paolo e Gianna per i festeggiamenti del raggiunto km di esplorato durante il campo!!!

      • Cocomeri

      MQ, Candido. Disarmo. Lasciati armati il traverso a -40 del P80 e 2 risalite in Sala 2K (in cima al P80).

      Esterno

      • GSP '96 (probabile II secondo Ingresso di Parsifal)

      Fof, Sarona, Gubet, Chistophe, Donda. Ancora scavo al buco... Passa la strettoia Donda, ma si blocca davanti ad un'altra strettoia (fessura apribile) da cui arriva l'aria. Da non dimenticare.

      Altri... Inizio trasporto materiale in Morgantini...

      Domenica 14 agosto

      • Parsifal

      Paolo, Gianna, Gubet, Christophe, Igor, Remotino, Alby.

      Ultima punta del campo.

      Giunti alla base del P15, Gianna e Paolo scendono e disarmano il P45 (SePà). Christophe, Remotino e Alby continuano l'armo del pozzo DioFà, già iniziato la punta precedente. Sul P. Diofà si sente chiaramente la voce di Paolo che è all'altezza del Nido, nel vicino P. SePà. Giunti alla base ci si ritrova in una forra con pavimento in frana; stessa direzione della Forra di Avalon. L'aria arriva da una spaccatura perpendicolare, alta circa 10m e stretta; la si segue per 5m, ma stringe troppo. Risalendo si notano 2 finestre interessanti da prendere. A questo punto bisognerebbe scendere i pozzi della Forra di Avalon per verificare la presenza di arrivi d'aria dal basso.

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      • Esterno

      Trasporto di tutti i materiali verso colla Piana, nella speranza di riuscire a portare tutto su il giorno dopo con un solo giro!

      Lunedì 15 agosto

      Fine campo… si sale tutti lentamente lungo il sentiero che porta a Colla Piana sotto il peso dello zaino e dei materiali di gruppo… ma la cosa che ci spinge a salire è sapere del lussurioso pranzo ingolfatacchini che ci toccherà in Morgantini!

      Infatti, le aspettative non vengono deluse: intanto, dopo 15 giorni, sedersi su una sedia è già una grande cosa; se poi hai davanti vassoi con antipasti, il pentolone con la pasta, il vino nel bicchiere e soprattutto le meravigliose alucce di pollo alla birra, ah beh, allora…

      Montato sulla macchina di Sarona un bel ruotino che renderà il ritorno un attimo movimentato, carichiamo i fuoristrada e salutiamo Gubet, Giuliana, Paolo, Gianna, Fof e Fausta che si godranno ancora qualche giorno di Marguareis.

      Anime

      Selma (Elisa D'Acunzo), Marcos (Marco Santangelo), Roberta (Aloi), Lucido o Viscido (Alberto Gabutti), Chica e Peggy (Gabutti Dogs), Luisa (Musiari), Nik (Nicola Milanese), Gggiulio (Giulio Maggiali - La Spezia), Vincent (Il Belga), Repettino (Marco Repetto - GSBolzaneto), Athos (Diego Calcagno - GSG), Remotino (Alberto Remoto), Elisa M. (Maupas - GSG), Elisa C. (Calemma), Donda (Riccardo Dondana), Deb (Deborah Alterisio), Igor (Cicconetti), Chiara o l'Imperatrice (Giovannozzi), Lorenzo e Silvia (Cicconetti-Giovanozzi family), Fof (Franco Cuccu), Marcolino (Mkl, Marco Marovino), Sarona (Sara Filonzi), Manzo (Andrea Manzelli), Idris (Manzelli Jr), Strippoli (Stefano), Meo (Vigna), Margherita (VignaPastorini) e Brunella (Vigna), Sonny e Pruel (Terranova), Giulia (a bella de Pruel), Roy & Thomas, Leonardo (Woodstock), Candido (Ottavio Olliveri), Ciuseppe (Giuseppe Tortorici), Ubertino (Alberto Ubertino), Ivana (Ghiraudo) e MQ (Domenico Girodo), Iddu (GSAM), Valeriana (Mancinelli - GSUrbinate), Felpe (Filippo Felici - GSUrbinate), Bardo (Luca Bardovagni - GSUrbinate), Gianni G. (Guidotti - GSFirenze), Valentina S. (Seghezzi - GSFirenze), Luigi Russo (GSMatese), Roberto Capirossi (GSPerugia), Leone (GruppoPugliaGrotte), Andrea (Benassi - SpeleoClubRoma), Roberta (GSCasolano), Miriam (Badino), Badinetto (Andrea Sanbado), Fausta (Bianchi - Dolore di Fof), Simona (GSF), Gabriele (GSF), Saretta (Sara Capello), Vittorio (Baldracco), Gubèt (Andrea Gobetti), Giuliana (Celentano), Christophe (Peyre), Paolo (Fausone), Gianna (PegPeg Perego), Andrea M. (Mantello), Gaetano (Giudice - GSEtneo, Catania), Angela (GSEtneo, Catania), Alby (Cotti).

      Ed ora, prima di sciorinarvi, nude e crude, le risultanze di questa calda stagione, che tanto felicitano chi s'è prodotto per ottenerle, ecco una carrellata di scritti invece attenti alle emozioni che, durante le esplorazioni, impregnano d'umanità l'umida aria profonda.

 

Le foto che illustrano l'articolo rappresentano la vita al campo, le immagini di grotta sono di Parsifal, nei rami nuovi. L'autore è Deborah Alterisio

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Sensasciou

Inchiostri vari

La prima quindicina d'Agosto

      Gli iniziali approcci al Parsifal sono ovviamente in chiave revisionistica. Più squadre setacciano una parte del conosciuto, cercando eventuali prosecuzioni "sviste" dai primi esploratori. Prima verso valle, quindi verso monte.

La via del fondo

      Il Meandro con la M Maiuscola è una struttura che, dalla base dei pozzi (-114 m), si sviluppa per circa 150 m per poi buttarsi nel P23 e congiungersi, nella sala Welcome Torino (-205 m), con la spaccatura che porta ai rami dell'Incredulo e degli Orientali. Per lo speleologo frettoloso e facilone appare solamente come zona di passaggio per le belle gallerie del fondo, ma a noi (Sarona, Strippoli, Remotino), attenti e scrupolosi ricercatori, è subito sembrata una zona in cui soddisfare le nostre velleità esplorative. È stato proprio un bel sogno... Entriamo cazzutissimi; da -114 iniziamo subito ad annusare qualsiasi spiffero d'aria e a seguire qualunque ringiovanimento ci si presenti innanzi. Due sono interessanti... no, non è vero, stringono entrambi senz'aria. Prima del P23, notiamo tre bei camini da cui scende un avaro stillicidio. Sale Andrea (di Roma), ma nulla da fare, sono tutti arrivi d'acqua senza il minimo filo d'aria e soprattutto già risaliti. Bene, oltre la sfiga anche la beffa. Ormai carichi di sconforto scendiamo ancora fino all'attacco del P23; qui ci raggiungono Athos ed Elisa ai quali, con sottile diplomazia, vengono appioppati Giuseppe e Roberta. Morta ogni speranza esplorativa ci uniamo al Lucido e a Candido, consolandoci nelle gallerie dell'Incredulo. (AR)

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Siamo solo noi

      Un Cà-sottì per una Fì-stre. Ore 14,00: "Ok, siamo svegli, sazi e dissetati: mo' possiamo entrare in grotta. Ma dai Nico vieni, sei tu che ci hai indicato la retta via, e poi torniamo in serata. Niente? Va beh, noi andiamo". Obbiettivo: gallerie di -50, amonte del Tacchino Volante. In particolare, un meandro "strettignaccolo" al fondo del pozzo (P 20) che parte appena prima dell'inizio del Tacchino Nano. Si tratta di capire se c'è aria e cosa fa. Aria ce n'è, tanta e soffiante (circolazione estiva). Ci si guarda negli occhi... L'idea di esplorare in una zona fuori dal grande circuito investigativo del momento ci esalta e neanche poco. Strippolo si "sbraga" e si infila, Sarona gli va dietro; vigliaccamente questi due chiedono a Selma e Gabinetto di aspettare prima di seguirli, in caso serva allarmare il GLD. Il meandro sembra approfondirsi, ci si aspetta di trovare un pozzo da un momento all'altro, ma questo non arriva e la via proprio non ne vuole sapere di allargarsi. Così si torna indietro e mentre Strippo scivola fuori come un'anguilla, Sarona deve solo ringraziare i tre compari per il supporto morale; lei ci ha messo un'ora, cercando di allargare il passaggio (...puntando i gomiti contro le pareti), invecchiando di 60 anni e lasciando gli altri, che la rincuoravano, a combattere contro l'ipotermia. I 4 se ne tornano al campo galvanizzati per i 20 m di esplorazione e con un nuovo nome: il meandro "Fì-stre"; per l'etimologia chiedere a Strippolo. Seconda punta. L'Imperatrice, Luigia, l'Anguilla decidono di rilevare i 20 m nuovi e di stanare finalmente l'abisso. Risultato: la mousette da rilievo che cade in un pertugio (tranquilli, è stata recuperata!) cancella qualsiasi proposito topografico, e a causa di un rallentamento del processo carsico, il meandro risulta stretto quanto prima. Così non un solo metro di esplorato è stato aggiunto.

      Che dire: la zona promette bene... è l'organizzazione che langue un po'. Per il prossimo anno però diventeremo più saggi e allora... spaccheremo tutto! (SF, LM)

      Le sorprese non tardano ad arrivare; il morale del campo, un poco in stallo pur se iniziato da poco, si solleva.

Quat al Trùc

      All'ingresso siamo in sei, obbiettivo: riguardare la parte iniziale dei pozzi e il ramo del Geriatrico. Arrivati alla saletta (ultimo punto largo prima del meandro), ci dividiamo. Chi in alto... chi in basso... chi fermo (questa la parte femminile della punta), ma si sa, il richiamo è forte, abbandono le donzelle e mi metto all'inseguimento degli altri nel meandro. Trovo Marcolino alle prese con un passaggio stretto, ma si riesce a proseguire; poco dopo arriviamo davanti a una strettoia mai forzata; lì finisce il ramo. L'aria continua ad essere fortissima, la strettoia sembra esigua, ma superabile... ci proviamo! Niente da fare, il mio sterno tocca la concrezione e mi blocco dopo 2 cm. Nel frattempo arrivano gli altri (Igor e Donda); questo sembra il punto migliore per passare. A turno ci riproviamo tutti... Niente. Allora Igor e Marcolino si infognano più in basso, mentre Donda aspetta e ritenta ancora e... PASSA!!!!!! Richiamo gli altri e guardiamo Donda con un'aria stralunata - ma come, è passato?! E ora noi come facciamo?-, intanto Donda "corre" a vedere cosa c'è dopo per assicurarsi che ne valga la pena... e lo sentiamo urlare: - GOBIO, GOBIO, GALLERIA, GOBIO, GALLERIA, GALLERIA…- A quel punto la strettoia manco esiste, trasciniamo le nostra ossa con "facilità" oltre la concrezione e dopo pochi metri, ancora di meandro, SIAMO IN GALLERIA!!!!!!!! Corriamo con un sorriso ebete, è proprio una galleria... La nostra avventura finisce davanti all'ennesima strettoia, ma direi che 200 m di nuovo non sono niente male... e l'aria c'è ancora! (DA)

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Famiglia con amici

      La missione: disostruire il passaggio su cui si era fermata l'esplorazione precedente. Lo squadrone: il "gran" capo Nicola, il discepolo Marcos e le vallette Selma e Luisa. Punta interessante, non tanto per l'esplorato, quanto per la tragicomica crisi in Casa Milanese e per la candidatura di Selma allo Jan Palach 2005.

      Ma procediamo con ordine: "Selma e Luisa, andate a prendere i fix nei sacchi?" (i sacchi erano stati lasciati prima del vecchio limite del Geriatrico, lo squadrone stava armando un traverso poco prima del passaggio da aprire).

      "Ok, serve altro? Placchette, moschettoni & co. ? Oppure portiamo tutti i sacchi qui?"

      "No grazie c'è tutto".

      Torna indietro, strettoia, sacchi, fix, strettoia...

      "Ops! Mancano anche i moschettoni, tornate indietro?"

      "Sgrunf! Ok, ma guardate bene, manca dell'altro?" "No a posto così".

      Torna indietro, strettoia, sacchi, moschettoni, strettoia...

      "Oh no! Potreste ritornare indietro che mancano anche..." "AAAHHHHH!!!!"...

      Vi lascio immaginare la crisi isterica che ne consegue, lacrime, bestemmie e i "Lasciami stare Nico! Io esco! Basta! Voglio tornare indietro!".

      A tragedia terminata, continuiamo la missione; disostruiamo la fessurina e... si passa! Esploriamo qualche decina di metri, ma poi, un arrampicata poco simpatica, divide la squadra a metà, così si decide di girare i tacchi. Sulla via del ritorno, mentre sta superando delicatamente una strettoia del Geriatrico, a Selma si stacca il fotoforo che, sfoderando per l'occasione un fiammone di 10 centimetri, le sbruciacchia il casco... seguono dei secondi di panico in cui Marcos cerca di spegnere Selma senza successo; decide così di staccare il tubo, ma il piezo precipita sul fondo fondo fondo del meandro... Presto viene recuperato (grazie Nicola!)...(EDA, LM)

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Trapano e bogoli a casa!

      Morgana, sorella di re Artù, si finge Ginevra e si infila sotto le lenzuola con il fratello. Da questa scappatella nasce Mordred. Il re, all'oscuro di tutto, vede per la prima volta suo figlio in combattimento. Il primo ha Excalibur che lo rende invincibile, mentre il secondo indossa un'armatura d'oro con le stesse proprietà.

      Da questo scontro Artù uscirà ferito e andrà ad Avalon, Mordred invece morirà. Ammetto che questa storia mi aveva molto colpito ai tempi, tanto da farmi desiderare di dedicare al giovane condottiero vestito d'oro un qualcosa.

      Nell'estate 2005 finalmente mi si presenta l'occasione, ma cominciamo con ordine.

      La squadra è la solita, quella che vince. Entriamo tranquilli, senza trapano e batterie, cose inutili se devi correre in gallerie (e vorrei far notare la rima che porta fortuna). Invece cosa ti troviamo? Una bella risalita, bella tesa, che se non metti dei chiodi non cela fai! Bene e adesso? Morale sotto il vibram, vediamo già il sacco pieno di pive che ci aspetta, quando il Marovino ti inventa il passaggio in mezzo massi, poi il delirio. Sale-saline-galleriotte-gallerie, venite voi di qua, no di qua è più grosso, allora vi raggiungiamo, e senti che aria che c'è, poi bivi su bivi, ancora freatici e infine strettoia. La chiamiamo Ripieno di Tacchini, indovinate perché. Scaviamo senza troppa fatica, poi un posto di merda in mezzo ad una frana, rivela il suo vecchio aspetto di galleria. Sono le Psyko. Il nome è un altro vecchio cruccio, quando per colpa di loschi figuri si bazzicava in giro per il Margua da reietti, ma questa storia ve la racconto a voce se me la chiedete.

      Infine il bivio: da un lato le Mordred, dall'altro l'ignoto.

      Noi siamo lì, al fondo. Mi sto gustando la mia seconda sigaretta nel giro di tre giorni, anche se ho smesso di fumare. Il vento che inseguivamo è ormai quasi sparito e l'ambiente è intimo, perfetto per rilassarsi dopo un'esplorazione che sognavo da qualche anno...

      Ma adesso basta relax, è il momento di uscire di corsa che ci aspetta la festa! (RD)

Il GSP (tutto) all'assalto del Parsifal

      Ne entrano un bel po' prima di noi ultimi. S'è capito che di roba ce n'è tanta, dentro Parsifal, e allora si entra praticamente tutti. Si lascia al campo nessuno e in esterni chi ne è appena uscito e chi lavora di scavo. Per ultimi entriamo quelli un po' della chiacchiera e dell' "oggi vado tranquillo (che tanto di roba ce ne sta)". Ieri hanno lasciato mezzo chilometro di esplorato e gallerie quante ne vuoi da vedere. Il bel gesto spinge la (poi) cosiddetta Punta Baraonda. Chili di gente che si infila sottoterra e va in cerca di quasi certa gloria. Tra dementi si favoleggia anche di una mitica sala dalla quale si dipartono tra le 7 e le 11 gallerie... a zampa d'oca. Una stella di prospettive modello passiamocele tutte che oggi spacchiamo. Ma proprio spacchiamo.

      Ma le baraonde fanno anche brutti scherzi e le persone s'eccitano a scoprire. Inoltre i bei gesti non si ripetono sovente, altrimenti poi uno ci fa l'abitudine. Ti trovi appena dove ieri s'è lasciato e hai paura che i trenta chilometri che ti aspettano ti trovino a corto di carburo? Bene, chiedi a chi è dietro di procurarne un po'. Chi è dietro gira gli occhi verso l'alto come se avesse visto il dimonio, ma si move. La squadra ultima gira i tacchi e va in cerca del carburo che non c'è. Chi te lo chiede intanto va avanti (urlando ogni tanto: "carburoooo! ed esplora. Dietro no, dietro si cerca sto cazzo di bulacco o chi per lui. Ci si immagina l'Imperatrice oramai sull'orlo di una crisi di nervi, una erinni bestiale che si nutre di carburo affamata. Con lei consiglieri degni di Rasputin ed esploratori defilati. Noi con i nervi veramente a fior di pelle, perché tutti staranno scoprendo il mondo e noi a perderci dietro a segni e disegni, su e giù come minchioni. Poi ci si ritrova, dopo avere unito le forze con altri dispersi e si va nel nuovo anche noi. S'esplora godendo come mandrilli, o ricci, o quel che vi pare e si rivede pure una guardia imperiale che ci dice che però tanto loro hanno scoperto robe più belle delle nostre.

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      Lasuma stè. Succede perché è una Punta Baraonda. Ci si eccita e, se non ci si controlla, si viene prima. Prima di pensare cosa si sta dicendo o facendo. Molto prima. Ma allora, a questo punto, ancora prima si stava tranquilli e beati al campo. E (molto) dopo si sta ancora tranquilli e beati al campo. Imperatrice, Rasputin e Guardia Imperiale sono maschere lasciate lì sotto da qualche parte e fuori s'è usciti tutti con la soddisfazione di aver esplorato Parsifal. Si è tra gente goduta, euforica. Anche se tra quella gente ce n'è di quella che s'era immaginata una sala con 7 o 11 gallerie che si distribuivano verso l'ignoto. A stella. A zampa d'oca.(MS)

      Altre tre punte vengono poi spese per traversare tutta Avalon, senza che spunti La prosecuzione. Nell'ultima si risale, a metà forra, un 50. La volta non è ancora raggiunta, ma la via buona comunque non è di qua. Ci si diverte, attrezzando per la discesa, il pozzo. Tecnica "al buio con merdone che spinge". Servono nuove idee.

È così semplice... ualà, sepà

      Dopo i furori iniziali dovuti all'ebbrezza esplorativa, inizia a serpeggiare il malcontento. Che sia finita? La grotta non da più niente? Si organizza quindi una punta snella (Igor, Marcos e Remotino) con il compito di dare speranza. Bisogna capire da dove arriva e dove va via l'aria. Sembra facile. Così come cani da tartufi, ci mettiamo alla ricerca, analizzando ogni minima brezza e cercando di capire i flussi, riguardando con altri occhi posti che noi stessi avevamo già visto. Il trucco fondamentale da usare era viaggiare indietro nel tempo, per osservare l'evoluzione della grotta, per sentirne il respiro e la voce. Bisognava camminare nell'antico per cercare il presente. Così, quasi per caso, lei, la grotta, ci chiama. C'indica una parete di roccia che agli occhi di tutti sembrava chiusa. Per fortuna noi eletti avevamo la chiave, la parola magica, per aprire il varco nelle nebbie e proseguire. Ualà, parola druidica e lasciapassare per accedere al livello inferiore. La grotta che fino a quel momento ci ha fatto conoscere il piacere di camminare facendoci dimenticare le corde, si mette in verticale spalancando due grossi pozzi anch'essi battezzati in lingua druidica: Sepà e Diofà. Non avendo corde a sufficienza per scendere ci tocca riempire tre sacchi di gloria ed uscire. (IC)

Ualà, Sepà e gli animali del circo volante

      Siamo sul restringimento del Sepà, a -45 dalla partenza. Oltre, altri 20-30 m di verticale. Martelliamo a turno. Non ho mai visto un posto simile; chi lavora sulla strettoia, invece di scaldarsi, batte le brocchette più degli altri. L'aria è demoniaca. Poi, varie disavventure, storie di maldepanza ed imbraghi aperti a metà pozzo. Puntiamo allora il Diofà. Altra scenetta comica; appeso all'ultimo cambio, 40 metri sotto il primo fix, perdo il culo della bombola, fortuna che al collo c'è la tikka di Igor... Sono finite anche le corde; che forse sia meglio prendere la via del ritorno? (MM)

L'ultima discesa del campo

      Fuori si sta già smontando e dentro decidiamo di puntare il tutto per tutto. Io sono stanco così decido di fare il porta sacchi e di aspettare come un parassita i risultati. Mentre i compagni di merende armano il Diofà e disarmano il Sepà (si sentono gli uni con gli altri), Andrea ed io, che non siamo certo dei verticalisti, ce ne stiamo al sicuro su un terrazzo. Tra me dico - se là sotto non c'è una galleria io mica scendo nel baratro -, ovviamente mi devo smentire da solo; tocca appendermi alle corde per portare la mousette da rilievo a quelli in fondo al Diofà. Che paura. Ovviamente in fondo non c'è nulla di nulla, così lo si disarma. Un giro nella piovra, cibo, sostanze dopanti e via verso l'uscita. (IC)

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Post Campo

      Poca l'attività e scarsi i risultati. Gli entusiasmi agostani, per i più, si sono assopiti.

      Salire in Margua in mille per fare un milione di cose e poi entrare in grotta in tre per tentarne una, fa girare forte i coglioni. Riesce comunque il contatto arva-radio con la squadra esterna, piazzata al probabile II ingresso di Parsifal (Arvalon). Il 50 risalito in Avalon ne sarebbe il primo pozzo. Ritorno a notte più che fonda. (MM)

      La punta successiva tenta il colpaccio di fine stagione, ma ...

      Eccoci di nuovo sul terrazzone del Diofà (II tiro), questa volta per scenderne la parete opposta. Prima dieci metri nello stretto, poi altri venti quando torna grande. Traversiamo quindi su ampia cengia per prendere un terrazzo sospeso. Chiuso, con poca aria. Fregatura. Sarebbe bastato quest'epilogo a farci prendere, con i sacchi pieni di pive, la via del ritorno, ma fuori il tempo aveva deciso di strafare: l'Urissa Murtala... Parsifal, di norma fossile, va in piena. Il divertimento inizia subito, sul primo tiro del Diofà (mai nome fu più azzeccato), con un torrentello che corre sulla corda. Chissà sotto, con tutti i massi instabili che ci sono, come deve essere... Risalita salmonata sino all'uscita, con tubolari sostanziosi. Peccato manchi il docciaschiuma. Il ritmo è molto sostenuto, per cercare di scaldarsi un po', ma non sarà nulla in confronto a quello che Marcolino farà tenere per tornare alla Morgantini. (IC, MM)

      Contemporaneamente, in altre regioni...

      Il campo è oramai finito da tempo, e questa è l'ultima volta a Parsifal. Meno male, il meandro iniziale mi sta proprio sull'anima. Donda ed io, a disarmare Orientali e il sempre spettacolare Incredulo. Donda ne osserva bene la strettoia finale, che ha già subito una potente campagna di disostruzione. Il lavoro è da continuare. L'aria invece continua a prenderci in giro. Saliamo la corda dell'arrampicata, bella lunga e con uscita acrobatica, che porta al sifone pensile. L'accumulatore d'aria, se esiste, deve essere qui. Ma il sifone, sifona e dell'accumulatore nessuna traccia. Ricontrolliamo bene l'aria. Continuiamo a non capirci nulla. L'unica cosa che ci viene in mente è che ci siano delle circolazioni locali dovute alle grandi dimensioni delle gallerie. A terra percepiamo una cosa, ma in realtà il vero flusso è un altro. Rimaniamo col dubbio fino all'uscita, dove un bel temporale ci fa rimpiangere il campo. La Morgantini che ci accoglie chiusa non ci aiuta e in due, nel Land, dovremo aspettare per un bel po' gli altri che sono andati al Geriatrico.

      Pero è l'ultima volta di quest'anno! (AG)

      Chi di penna ha ferito: Deb (DA), Donda (RD), Igor (IC), Lucido (AG), Luisella (LM), Marcolino (MM), Marcos (MS), Remotino (AR), Sarona (SF), Selma (EDA)

      Le immagini sono di Deborah Alterisio nei rami nuovi di Parsifal.

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Interno - Esterno della Conca delle Carsene nella zona di Parsifal (il reticolo in grassetto ha il lato di 500 m, il nord è verso l'alto) a cura di Nicola Milanese

 

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Cocomeri e Parsifal visti dal Centroitalia

Filippo Felici

      Il nostro arrivo al campo 2005 del GSP alla Conca delle Carsene è preceduto da un lungo viaggio in una fiat punto carica all'inverosimile. Siamo in tre, Luca Bardovagni, Valeriana Mancinelli ed io, del Gruppo Speleologico Urbinate.

      La zona del campo non la conosciamo per niente, ma i bellissimi ricordi che ho del Marguareis e le sommarie indicazioni fornitemi da Nicola mi permettono di raggiungere e superare il Colle dei Signori. Parcheggio la punto al campo dei francesi e ci incamminiamo. Raggiunto il campo GSP, ben presto ci accorgiamo che le indicazioni di Nicola, oltre che sommarie, sono state anche imprecise: "Per il cibo ci pensiamo noi, al più un po' di buon vino rosso; quello non basta mai!". Le ultime parole famose. Vabbè, per un paio di giorni ci arrangeremo scroccando e, magari, integrando con i cracker. Tanto poi arriverà Luigi.

      La prima mattina è dedicata al secondo viaggio dei materiali ed il pomeriggio, con la solita svogliatezza che contraddistingue tutti gli speleologi nei campi estivi, entriamo, domenica 7 agosto, in Parsifal.

      Si va a fare un traverso sopra il P23. Che freddo che fa in queste grotte, "Non era meglio il sole, sulle ortiche?", mi chiedo. Si traversa verso destra. A vederlo da lontano pare un buon posto da raggiungere, ma un moschettone piantato là, proprio dove voglio arrivare, ci fa prendere la via del ritorno. Usciamo mesti.

      Il terzo giorno svacchiamo in attesa di Luigi Russo (GS Matese), Roberto Pettirossi (GS CAI Perugia) e Leone (Gruppo Puglia Grotte); con loro il cibo. Il pomeriggio ci si dedica all'ingressismo. La sera invece, al puro alcolismo, nel Gias. Si parla dei Cocomeri. Si parla di una giunzione fantasma, di ricordi imprecisi, lontani, sfumati. Occorre verificare. "Chi va?" "Noi!" rispondo io. "Chi ci accompagna?" "Mecu!" qualcuno risponde. Il buon Mecu. Quello che ho conosciuto ed apprezzato per la sua gentilezza in Filologa nel 2001. Sono contento.

      Così la mattina dopo (o forse è meglio il primo pomeriggio del 9 agosto) ci accompagna all'ingresso. Un indigeno è con noi, Ottavio.

      Lo scopo è cercare il passaggio che congiunge le lunghe gallerie scure con il Parsifal. Lui è lì, proprio lì. Si sente il suo gelido respiro. Dicono che, nella lunga notte del tempo (per la grotta? Non fateLa ridere), esplorando le gallerie degli Orientali in Parsifal, qualcuno è giunto sotto un grande camino lasciando una scarburata. Dovrebbe essere la stessa che si trova in fondo all'80 finale dei Cocomeri. Ma loro, gli smemorati del Parsifal, non ricordano la strada fatta.

      Salutato Mecu si entra. Gli ampi ambienti ci avvolgono, un po' di fatica a trovare la strada, ma in men che non si dica siamo nella saletta che precede il P80. Scendiamo. Alla base del P., io mi dirigo verso destra (idrografica) mentre Luigi verso sinistra. La via di Luigi è in discesa. Supera alcune strettoie e si approfondisce per una quindicina-ventina di metri. "Non è questa. E i racconti dicono che gli smemorati sono arrivati dall'alto!" dice Luigi.

      Dalla parte mia la scarburata c'è. Mi infilo in strettoia e noto chiare tracce di nerofumo, lasciate pero, poi saprò, dagli esploratori dei Cocomeri.

      Mentre risaliamo diamo un'occhiata ad un discreto numero di finestre. Penzolando in qua e in là ci infiliamo in ogni più piccolo buchetto. Tutto chiuso. E anche se il passaggio fosse stato lì, neanche Pupi, il marchigiano, avrebbe disarrampicato un (quel) P80. Da dove mai saranno arrivati quelli del Parsifal?

      In cima, un diverticolo ci attrae. Una piccola risalita, da sbrigare in mezz'ora. Ottavio è appena uscito dal corso. Rendiamoci utili: insegnamogli a risalire.

      Dopo un'ora Ottavio è su, 12 o 13 metri più in alto. "Sali Filippo!" grida. Lo raggiungo, poi meandro, qualche breve arrampicata, sala. Altro pozzo da risalire. Ma il meandro è alto,

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bello, ruvido. Arrampico. Altri 8-9 metri ed il meandro sembra continuare, per un po'. Seguo l'acqua ma il tutto finisce su un tappo di frana. Tutto calcificato, cazzo. Non si passa.

      Usciamo, un po' contenti, dalla storia dei Cocomeri. La nostra luce viene sostituita in fretta dal buio millenario dell'ombra del Marguareis con la consapevolezza di aver fallito il nostro obiettivo, ma con la certezza che il giorno seguente sarebbe stato un altro giorno di svacco.

      È così è stato. Svacco puro. Si saltella tra doline a rivedere vecchi ingressi accompagnati da manzi, trapano, Iron Maiden e del buon rosso piceno.

      La sera, dentro al gias, tra imbarazzismi sui cinesi e "riti" voodoo di Andrea, si passano dei bei momenti. Ma il mio pensiero è rivolto al giorno dopo. Meo racconta di un P90 a Parsifal (Ramo Caviglia, ndr) sceso una sola volta sul quale, si ricorda, occhieggiano alcune finestre non viste. Ci facciamo avanti: Valeriana, Luca ed io. Ci viene sommariamente spiegato il percorso.

      Il giorno seguente entriamo. Purtroppo non troviamo il passaggio chiave che conduce ad "Alì Papà e i Quaranta Meandroni" e girovaghiamo scendendo pozzi, facendo risalite ed altro. Decidiamo di uscire. Al campo ci faremo spiegare per bene la strada. Così è.

      Molte ore dopo l'alba del 13 agosto rientriamo in Parsifal con lo stesso obiettivo. Ci accorgiamo ben presto che la strada è ovvia. Il passaggio è lì. Il meandro è bello. La via un po' meno facile di quella descrittaci da Meo, ma arriviamo comunque sulla sommità del P90.

      Scendiamo, penzoliamo, illuminiamo col faro. Raggiungiamo tutto ciò che abbiamo illuminato ma niente, tutto chiuso. Sul P90 non c'è nulla! Nella saletta sopra il Pozzo, però, c'è una discreta circolazione d'aria. Decidiamo di risalire il piccolo arrivo sulla sinistra. Tra mille peripezie si riesce a salire in libera. Durante la risalita una sorpresa: viene intercettato un meandro in lieve discesa. Lo percorro, c'è aria ma, dopo una decina di metri diventa tappato da una frana, calcificata. Proprio come quella della risalita nella sala sopra il P80 ai Cocomeri. Stesso materiale. Ma la frana, sarà la stessa?

      Il pomeriggio del giorno seguente viene dedicato al primo viaggio per caricare parte del materiale sulla fiat punto. La sera un delirio, tanto da costringere Valeriana ad accompagnarmi in tenda. Straordinaria l'atmosfera piena di racconti di Andrea e di canzoni/poesie di Fof. Il giorno dopo si salutano tutti ed il Marguareis. Sarà per la prossima. Grazie al GSP.

Nell'immagine in alto l'ingresso di Parsifal. Foto di D. Alterisio

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Parsifal: Rami nuovi

Riccardo Dondana

      Riprendiamo il discorso dalla quinta riga di Grotte n° 118 (maggio-agosto '95).

      Qui si legge che, alla quota di -115 in un salone, partono due rami suborizzontali. Quello a monte è il Geriatrico che si sviluppa per circa 300m in direzione est per fermarsi davanti ad una strettoia passabile con poco lavoro.

      In realtà questo ramo, partendo da gallerie larghe più di un metro, si schianta nello stretto di botto. Più passaggi disagevoli, uno di questi in salita, portano al restringimento su cui si era fermato Agolini nel '95.

      Al di là incominciano le "Errico Malatesta". Sono gallerie che, dopo pochi metri, portano al primo trivio. Sulla destra un meandro in salita senz'aria, dritto invece una condotta che chiude dopo poco.

      La via giusta continua invece sulla sinistra (direzione est) tra sali e scendi, percorsa da una violenta corrente d'aria sempre in faccia. Dopo 50 metri circa, un meandro discendente porta, dopo un passaggio in frana, alla base di un grosso camino con un piccolo arrivo d'acqua ancora da risalire.

      Se si continua dritto si arriva ad un altro bivio. Una facile arrampicata porta ad una condottina che stringe e diventa allagata. In basso, un passaggio allargato, molto ventoso, conduce ad una zona meandreggiante. Alcune arrampicate, una di queste armata, e ci ritroviamo in una sala franosa. Sulla destra, alcuni passaggi tra massi portano da un lato a metà di un alto meandrone ancora da scendere e risalire; dall'altro lato invece, dopo delicate strettoie tra blocchi in bilico, ad un ambiente poco più ampio che sembrerebbe dar accesso ad una galleria con imbocco franato. La prosecuzione della via comunque è 5-6 m più in alto.

      Saliamo. Di nuovo bivi. Sulla sinistra (direzione nord) un freatico lungo circa 50 metri chiude malamente. Dritto invece una sala fa occhieggiare un pozzo (mai sceso) in mezzo ai grossi blocchi del pavimento, un meandro che chiude inesorabilmente e, sulla sinistra un'altra sala, la "Sala Ginevra".

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      Da qui parte una galleria verso sud, il "Fiume Foffile", dapprima larga molti metri, poi, impostata su una frattura, larga un metro e alta più di cinque. Al fondo, a circa 3 metri di altezza, un ventosissimo cunicolo, il Ripieno di Tacchini. Dopo essere sbucati di nuovo nel largo, incomincia una parte di grotta molto bella, ma molto delicata. Sono le "Psyko", una galleria in forte salita con il pavimento formato da lame incastrate alquanto instabili.

      In cima, un ulteriore arrampicata audace, ora con una corda, porta all'ennesimo bivio. A sinistra (direzione ovest) le "Mordred", gallerie larghe fino a 6 metri, che si piantano in una frana prossima all'esterno. A destra invece, dopo una breve galleria, il delirio.

      A sinistra il "Fiume di Pietra", enorme condotto che si sviluppa a sud per più cento metri e che chiude in maniera ignobile. A una ventina di metri dall'inizio del ramo, sulla sinistra, una finestra freaticone: le "Gianmarmitte". Lunghe cento metri e dirette verso ovest, cosparse di marmitte larghe anche più di un metro, finiscono, dopo un salto, su un marmittone - ballatoio che s'affaccia, in alto, sulla "Forra di Avalon".

      Torniamo al delirio. A destra (ovest) galleria franosa ("Franosa Soprana" e "Franosa Sottana") molto grossa anche questa. Le Sottana confluiscono in un bel freatico, le "Prepuzio", che dopo 50 metri diventa la "Forra di Avalon". Un salto di 10 metri e da qui si incomincia a muoversi in aerei traversi, per scavalcare 3 pozzi mai scesi, per circa 80 metri in pianta.

      Quando finalmente si mettono i piedi a terra, vediamo che la forra assume la forma di galleria, ma dopo due metri si pianta contro una china detritica, che sigilla ermeticamente l'eventuale prosecuzione. Qualche metro prima, una risalita di circa 30 metri non ha portato a nulla. Altra storia invece la risalita all'inizio della forra. 50 metri di chiodi portano esattamente sotto la verticale d'un probabile secondo ingresso (Arvalon), buco scavato e da scavare, siglato GSP 96, non molto lontano dall'ingresso storico.

      Tornando alle "Prepuzio", dieci metri prima della Forra, un bivio (Sala Puttanaio). Qui, a sinistra, una galleria con una quantità notevole d'aria (l'aria sembra essere evidente nelle "Psyko", poi la si ritrova nelle "Franosa Sottana", quindi nelle "Prepuzio"), porta di nuovo al ballatoio sulla "Forra di Avalon". Un'arrampicata consente la prosecuzione ("Ualà"), uno stretto cunicolo, sempre percorso da vento in quantità, che porta ad un pozzo da 15 metri.

      Sul pavimento, passaggi in frana conducono al bordo di pozzo, stavolta da 80 metri: il "Dio Fa'". Primo tiro di una dozzina di m, poi grande terrazzo e da lì, tra blocchi molto instabili, continua per i restanti 70, molto più largo. In fondo chiude con poca aria. Più finestre sono state prese, ma nessuna presenta continuazioni.

      Tornando alla base del 15, se si prosegue dritto in direzione sud, si arriva alla partenza di un altro pozzo, meno grosso del "Dio Fa'": il "Se Pa'". A metà circa, la sezione diminuisce, facendo percepire in maniera ancora maggiore la violenta brezza che risale. Al fondo, una strettoia ancora da allargare, sferzata dalla Bora, dà su un ulteriore salto da 30 metri e oltre. A 20 metri dal fondo una finestra ( "Il nido del falco") dà su un pozzo parallelo, non sceso per l'imbocco troppo stretto.

      Il "Se Pa'" e il "Dio Fa'" non sembrano, perlomeno da rilievo, in comunicazione; la tesi è avvalorata dalle traversate fatte sul "Dio Fa'".

Le nuove gallerie di Parsifal. Foto di D. Alterisio

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Pensieri e parole

Bartolomeo Vigna

Il campo

      Come ogni anno la scelta del luogo dove ubicare il campo viene lasciata ai pochi "esperti" della zona che valutano attentamente tutta una serie di fattori determinanti quali la morfologia del terreno, l'ubicazione delle risorse idriche, l'insolazione mattutina, la direzione dei venti dominanti, la vicinanza delle zone da battere e delle cavità da esplorare e così via. Quest'anno però è stato commesso un grave errore dagli "esperti" che si sono dimenticati che la Conca delle Carsene è da diversi anni inserita in un'area parco (Parco naturale della Valle Pesio e Tanaro) e che al campo partecipa in genere un'orda di scalmanati speleologi che dopo quasi un anno in cattività nella tetra città, sono tornati liberi. E così i pochi turisti che hanno frequentato queste zone nelle prime settimane di agosto si sono lamentati (forse anche giustamente) che nella Conca delle Carsene era presente una banda di "figli dei fiori" che vagava mezza nuda nelle lande calcaree, colonizzando con le loro colorate tende una vastissima area, imbrattando e sporcando queste magnifiche zone. In realtà gli hippies (definiti anche profughi extracomunitari) erano valenti e tenaci esploratori, che tornavano ovviamente al campo sporchi abbandonando il loro abbigliamento sulla nuda roccia (per asciugare rapidamente tute, imbraghi, ecc.) e si lavavano (ad eccezione di Meo e Sarona) alla fontana senza particolari problemi delle loro nudità. I responsabili del parco, che si sono lamentati con alcuni di noi, avevano in parte anche ragione soprattutto per alcuni particolari, non trascurabili, come l'abbondante contenuto di carta igienica abbandonato sui prati che il vento ha poi disperso ha destra e a manca. Se torneremo, nei prossimi anni, nell'area del parco dovremo quindi non più ubicare il campo come quest'anno, in prossimità del principale sentiero che dal fondo Conca porta alla Capanna Morgantini, perché i turisti non riescono a familiarizzare con gli speleologi. Anche il pastore che negli ultimi giorni è arrivato con il bestiame non ha simpatizzato con noi, irritato dal grosso cratere che abbiamo fatto aprendo un buco (il GSP 95) e nel quale potevano caderci i suoi animali (ma quanti centinaia di pozzi naturali sono presenti nelle Carsene?) e a causa della legna che in alcune occasioni abbiamo raccolto e poi bruciato al campo non sapendo che i pini mughi secchi, che si trovavano sparsi per la Conca, erano stati tagliati da lui negli anni precedenti per procurarsi legna da ardere (noi eravamo invece convinti di fare pulizia in questi magnifici posti).

Aspettando al campo. Foto di D. Alterisio

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Le battute in zona Baban

      Nulla di nuovo da questo settore nonostante numerosi giri e scavi effettuati in quest'area. Il buco più interessante sembrava essere un pozzo scoperto nelle settimane precedenti ed ubicato a poche decine di metri da un importante inghiottitoio tra i detriti dove i cuneesi avevano eseguito una colorazione risultata negativa verso il Pis del Pesio e, di conseguenza, presumibilmente positiva verso la Sorgente della Barmassa in Val Vermenagna. Questo pozzo, con un bellissimo ingresso nascosto dai pini mughi, è stato sceso da Lucido e di conseguenza si è stoppato alla profondità di ben -15 m. Sono stati eseguiti dalla squadra giovanissimi (Pruel ed attivissima compagnia) scavi in altri pozzetti individuati verso la Cima Jurin ma con risultati molto deludenti. L'aria è generalmente scarsa e le cavità sono costituite da fratture che chiudono dopo pochi metri. Rimangono da visitare i settori più alti che sono sempre stati lasciati in disparte da tutti a causa della loro lontananza.

Le battute sui versanti settentrionali del Carbonè

      La zona caratterizzata dagli scoscesi pendii che dai Bric Carbonè scende verso il Baban era conosciuta per la presenza di una profonda frattura di quasi 100 m di profondità chiamata 3,14, scoperta da Giorgetto nel 1995 e caratterizzata da una notevole e misteriosa circolazione d'aria. Quest'anno sono state effettuate alcune battute in questo settore spingendosi anche nella zona sottostante il sentiero del Baban, verso la grotta dei Cocomeri, alla ricerca di eventuali ingressi collegati con gli ipotetici reticoli che potrebbero svilupparsi al di sotto della conca del Gias dell'Ortica. L'unica novità è venuta dalla scoperta di una piccola cavità (chiamata 6,28) localizzata una ventina di metri sopra 3,14 e caratterizzata da forte aria, in genere aspirante e soggetta a temporanee improvvise inversioni. In seguito ad una divertente disostruzione presso l'ingresso, si è riusciti ad entrare ma, dopo aver attraversato un grosso ambiente, una fessura ingombra di massi ha decretato la definitiva chiusura della cavità. Sulla base di quanto osservato è stato quindi possibile ipotizzare l'esistenza di un collegamento, non percorribile con 3,14, spiegando così l'anomala corrente d'aria presente in questo settore. La dorsale prossima al Bric Carbonè offre in ogni caso spettacoli di rara bellezza con una magnifica visione sull'intero settore della Conca delle Carsene ed inaspettati incontri con moltissimi camosci.

Le battute e gli scavi nella zona Parsifal

      Perché girare sopra Parsifal? Per un semplicissimo motivo legato alla nostra nota pigrizia: per raggiungere le nuove gallerie occorrono ben due ore di percorso, in parte in stretti e rognosi passaggi, quando dalla superficie, trovando il passaggio giusto, dovrebbero occorrere tempi molto più brevi vista la ridotta distanza tra il cielo e questi ambienti (intorno ad una cinquantina di metri). E così sono state effettuate numerose battute in questa zona che hanno portato alla scoperta di una serie di buchetti, alcuni caratterizzati da una notevole circolazione d'aria, sovrastanti proprio i nuovi rami. Ovviamente gli scavi si sono concentrati nel buco (GSP '95) caratterizzato dal soffio maggiore, già visto nel '95 e profondo circa 50 cm. La squadra giovanissimi in perfetta forma, aizzata in parte da Meo che fantasticava grandi vuoti sottostanti, ma soprattutto da Fof che li prendeva per fame promettendo loro una pagnotta serale e un po' di pasta (i poveretti per colpa del ballerino, in senso di danzante Terranova, avevano a metà campo esaurito i viveri), iniziano l'opera di disostruzione. Passano i giorni del campo, l'erba dal verde intenso prende quella colorazione giallina autunnale, ma i giovani non si fermano ed alla fine, aiutati anche dai cuneesi (partecipa l'agguerrita squadra capeggiata da Ciurru), riescono a scavare un ampio pozzo di oltre 6 metri di profondità, che al fondo presenta l'aspetto che aveva all'inizio dell'opera, mentre sulle pareti non si

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riesce a capire come la forza di gravità e l'equilibrio statico siano tra loro in relazione. Alla fine una pietosa persona pone fine alle loro fatiche, (hanno perso chili di peso ma guadagnato una preziosa maglietta della squadra disostruzione messa a disposizione da Fof), decretando la chiusura e l'abbandono definitivo del buco. Purtroppo quasi alla fine del campo, quando la squadra giovani è ormai fuori uso, Meo e Brunella trovano e scendono in un pozzetto di 7-8 m di profondità (Arvalon), chiuso al fondo da un bel tappo di detrito, con poca aria ma ubicato proprio sulla verticale della risalita di 50 m effettuata da Valentina S. e Marcolino in Parsifal. Si inizia lo scavo con poco entusiasmo che si solleverà soltanto a settembre quando dalla cima delle risalite si riuscirà ad effettuare un contatto con il fondo di questo pozzo, prima con la radio e l'arva, poi sonoro, martellando la roccia. Il prossimo anno, con uno scavo non facile, occorrerà portare fuori tutto il detrito, si potrà quindi aprire questo nuovo ingresso di Parsifal. Non si è ancora capito perché il buco scavato dai giovanissimi, ubicato soltanto a circa 150 m di distanza, presenta una notevole corrente d'aria mentre in questo pozzo la corrente è appena avvertibile.

Le gallerie di Parsifal

      Come al solito questa interessante cavità ha lasciato tutti quanti a bocca aperta. La scoperta delle gallerie di questa estate, descritta in altri articoli, ha confermato la presenza di un esteso e grandioso reticolo, in parte a pieno carico, in parte con circolazione a pelo libero, ora posizionato molto vicino alla superficie, che si sviluppa ad una quota di circa 1850 m s.l.m e quindi in corrispondenza di un importante livello di carsificazione presente in tutta l'area marguaresiana. L'aspetto che stupisce maggiormente sono le morfologie presenti in queste gallerie che sottolineano l'esistenza di una notevole circolazione idrica evidenziata da bellissime marmitte e dalla presenza di enormi ciottoli fluitati che solo delle masse d'acqua imponenti hanno potuto trascinare in questi ambienti. Al contrario gironzolando in superficie si osserva unicamente una morfologia assorbente classica, diffusa e dispersa che non ha nulla da vedere e spartire con le gallerie sottostanti. Evidentemente, come già sottolineato in molti altri articoli, il carsismo profondo marguareisiano è molto antico, e si è sviluppato probabilmente nel Pliocene inferiore e medio quando nell'area della prospiciente pianura cuneese esistevano condizioni climatiche di tipo caldo umido, quasi tropicale, e quindi con condizioni idriche del tutto diverse dalla situazione attuale. Altro fattore rilevante è la posizione altimetrica di questi reticoli, ubicati ora ben 300 m più in alto rispetto alle gallerie attive attuali. Sicuramente questa differenza evidenzia un notevole sollevamento di tutta l'area e di conseguenza un importante approfondimento dei reticoli carsici e della rete idrica superficiale. Gironzolando, contento nelle nuove gallerie esplorate dai giovani, anche loro entusiasti nel vedermi goduto (Meo vieni a vedere qua... vedessi la - che bello essere trattato come un esperto vecchietto, ma non lo sono!!!), non ho capito e neppure intuito da dove potevano arrivare e dove potevano andare queste ingenti masse idriche. Verso monte sono in genere grandiosi riempimenti che occludono le gallerie (anche l'aria non riesce in alcune zone a transitare) mentre verso valle il reticolo sembra progressivamente diminuire di dimensioni dirigendosi verso settori già esplorati di Parsifal. Uno dei rami a monte sembra dirigersi verso la Grotta dello Strolengo, il cui fondo è posizionato ad una distanza planimetrica di soli 60 m; questo collegamento potrebbe spiegare la provenienza delle masse idriche dai settori nord-orientali di quest'area, dove anticamente potevano essere presenti vasti pendii in rocce impermeabili che convogliavano l'acqua verso importanti inghiottitoi come la Grotta dello Strolengo. Ora, in questa ipotetica zona, è impostato il vallone dei laghetti del Marguareis, scavato ancora in rocce metamorfiche, ma che adesso scorre diverse centinaia di metri più in basso rispetto a questi reticoli carsici.

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La via perigliosa

Marco Marovino

      PPP, Perché Proprio Parsifal

      Lo si capisce in fretta buttando l'occhio sul mirabile interno-esterno della zona, che potete vedere da qualche parte nel bollettino.

      Parsifal, scovato e spazzolato in lungo e in largo nel 1995 (Grotte n° 118) e negli anni immediatamente successivi, è una grotta generosa, con il pregio di ramificare i propri piani freatici verso gli avalle dei più importanti abissi delle Carsene, a loro volta cresciuti con forza nei periodi 1998-2000 e 2003-2005.

      Proprio per la sua fulcrale posizione, s'era guadagnato, allora, quell'epico nome, che richiama alla memoria un inestricabile impasto di storia e leggenda vecchio oramai di quasi un millennio.

      Se ne può leggere in "Percival ou Le Conte du Graal", romanzo cortese del poeta champenoise Chrétien de Troyes, scritto sul finire del XII secolo. Il chierico racconta di Perceval Le Gallois e del suo errare in terre lontane, una volta divenuto cavaliere della Tavola Rotonda, per leggendarie avventure ed amori indicibili. Un dì, di ritorno verso casa della madre che non vede da molto, smarrisce la via, bloccato dalle acque profonde d'un fiume che, per 20 leghe a monte e a valle, pare non aver guadi. L'incontro con un pescatore, che lo indirizza al vicino, ma nascosto, castello, risolve l'impasse. Qui, durante il banchetto tenuto in suo onore dall'infermo Signore del luogo, tale Re Pescatore, incrocerà il proprio destino con quello d'una misteriosa coppa, che, nelle mani d'una dama, appare e scompare alla fine di ogni portata; pur essendone incuriosito, ligio all'insegnamento del maestro di cavalleria secondo cui "non bisogna mai chiedere troppo", non indaga cosa sia e nel nome di chi lo si serva, riproponendosi però di occuparsene il mattino a venire. Non ne avrà l'occasione, perché al risveglio troverà un castello incomprensibilmente deserto. Soltanto in seguito, una volta riapprodato alla corte di Artù, scoprirà che quella sua mancanza avrebbe condannato il Re Pescatore ed il suo regno ad un'eterna sofferenza. Allora Percival riparte, giurando di non tornare se non "dopo aver saputo" del Graal. La storia segue quindi, per un buon tratto, le vicende di Galvano, altro cavaliere della table ronde. Quando Percival ricompare, sono trascorsi cinque anni, che il Gallese ha speso all'insegna dell'epica formazione, caricandosi degli attributi necessari a concludere la "ricerca" e a svelarne l'arcano.

A questo punto però, quando ci si aspetta solo più cre-

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scendo e finale, la narrazione mette P. e la coppa fuori di scena, e torna ad occuparsi delle mondane avventure di Galvano. Così, incompiuto, termina il romanzo, probabilmente per la morte dell'autore.

      Il Parsifal marguareisiano, che pur non mirava a tanto, comunque non mantenne le promesse di gloria profonda e congiunzioni abissali, e cadde in fretta nel limbo delle grotte estese, importanti, ma dimenticate.

      Oggi, alla luce degli "aggiornamenti" estivi, la situazione è discretamente mutata; P. ha nuovi limiti, sempre meglio indirizzati, e pare mostrarsi interessato al ruolo che noi ora pensiamo ricopra in questa porzione di Carsene.

      A nord nord-est lambisce (in pianta, viste le quote molto diverse) il troppo pieno del Sistema, il Piscio del Pesio, con i Cocomeri a far da testa di ponte.

      A sud sud-est punta il Collettore, il Rio Escher, che romba 400 m più in basso, ed un suo grande affluente, l' E bun ca l'è, che raccoglie le acque di zona Carbonè e di chissà cos'altro.

      A sud invece, s'avvicina al 6c, o John Belushi, e alle sue Gallerie dei Cristalli e del Più o meno infinito (ca. 1550), giusto nuove di pacca.

      Le altimetrie, come si è detto, sono però molto diverse. Parsifal s'apre a 1850 e l'esplorato di quest'estate ondeggia compreso tra i 1730 ed i 1830, affidabilità dei rilievi permettendo. Il Pesio mantiene più o meno i 1450 per tutto il suo sviluppo, come peraltro l'Escher e l'E bun ca l'è, più bassi soltanto di qualche decina di metri. Le Gallerie del 6c, come detto, fluttuano sui 1550, quota questa, intorno alla quale s'estende il chilometrico livello freatico di -500 del Cappà.

      Banale conclusione: occorre scendere, e di molto. In Parsifal, un nodo verticale importante lo si incontra nella zona in cui s'aprono i pozzi Diofà e Sepà. Il primo non pare aver sbocchi verso alcunché; il Sepà invece sembra essere meglio disposto circa le nostre intenzioni, anche se il restringimento che lo strozza a metà, ancora non ci ha permesso di verificare cosa ci aspetta oltre il successivo tiro da 30. Ma l'aria è folle, e uscente, ovvero arriva da zone complesse e profonde e va verso ingressi bassi. E laggiù nell'E bun ca l'è, guarda caso, il vento tira proprio ad uscire.

      Naturalmente, queste povere speculazioni tali rimarranno sino a quando la primavera non avrà deciso che sarà tornata nuovamente ora di P.

      Certo è che, se il Gallese diventasse l'accesso comodo del sistema, nuove schiere d'esploratori torneranno ad accendere i calcari e le acque brillanti dell'Escher e dei suoi tre affluenti, altrimenti davvero lontani quando l'ingresso di nome fa Denver e di cognome setteore.

Maggio-ottobre in un Margua senza agosto

      Forse, quest'anno, il GSP sposterà il suo campo estivo in Montenegro, ghiottissima regione jugoslava di cui già sono state assaggiate alcune bestiali risorgenze. Se andasse in porto l'iniziativa -lettori marci fatevi avanti-, che succhierebbe parecchio del tempo a disposizione per il Marguareis, dovremmo comunque trovare un modo per tenere sotto pressione anche Parsifal e soci.

      Io, una propostina in questo senso, ce l'avrei...

      Partiamo da maggio, quando la neve ancora domina le strade in quota, tenendo alla larga auto e pigri viandanti. Si potrebbe pensare ad un fine settimana extra-large, dedicato alla caccia di nuovi ingressi bassi, lungo le pareti del Vallone degli Arpi che, precipiti, sorreggono la soprastante Conca delle Carsene. E quando il tramonto colora di rosso le guance dei faggi, giù di filato a Pian delle Gorre a dar spazio a depravazioni ed eccessi.

      In giugno e luglio, invece, quando la neve inizia a sciogliere anche in alto, ingolfando d'acqua il cuore dei monti, quattro comodi obbiettivi, evidentemente pronti (?) a dispensare

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sogni e lustro e magnificenza. A) i Cocomeri, da rivoltare ancora come un calzino, prendendo a testate, se necessario, il fondo dell'80, fino a quando non si passa. Il Pesio è lì che aspetta, giusto 150 m più in basso. B) Arvalon, probabile secondo ingresso di Parsifal, destinato a diventarlo, con le buone o, più probabilmente, con le cattive. C) Fì-strè, di cui avete appreso da Sarona, portandoci vacche gravide per capire se oltre allo stretto e all'impestato, c'è un nuovo Geriatrico. D) Sepà, per avvertirlo della nostra intenzione di scendere filati filati altri 300 metri di pozzi.

      Poi viene agosto, che, come dicevo, forse parlerà serbo, quindi il settembre, mese di vendemmia, ai cui profumi daremo di brindisi mentre, passando da Arvalon ed E bun ca l'è, sperderemo i nostri cascami per Escher, Rio Briciole, collettore del Vallone dei Greci, eccetera eccetera eccetera, premurandoci di coglierne, qua e là, i maturi frutti; infine sarà l'autunno, ed allora, le sotterranee peregrinazioni raggiungeranno regioni nuovamente lontanissime, tali da costringerci a pensare, per l'anno che verrà, ad un'ennesima via più immediata, che la nostra insanabile inerzia pretenderà per lasciarci tornare a giocare sui fondali delle generose Carsene.

      Certo, si dovrà anche trovare il tempo per gli Sciacalli, piantati sulla faccia chiusettiana del Margua, che non vedono l'ora di fare di P.B, e Labassa una cosa sola, ma questa è un'altra storia...

      ...Schiocchìo di lenzuola fresche, roteare di lane e cuscini, doppio sbadiglio, stiracchio, tlac, s'accende la stanza - Mmh...devo aver fatto un sogno strano, non ricordo bene, forse parlava di grotte; grotte, grotte, sempre a quello stai a pensare, poca fantasia ragazzo! - yawn - marò che sonno, chissà se 'sto 2006 sarà generoso come l'anno scorso, boh, staremo a' vede, le promesse ci sono tutte... - yawn - le 5 ?!, dormiamo va, che è meglio - tlac, buio, buonanotte…

      Liberamente tratto da "Se una notte d'inverno un sognatore".

      BiblioSoundTrack

      Fondamentali, in un anno dolce e proficuo come questo, le musiche e gli scritti, che speleologando o meno, hanno accompagnato il nostro inquieto vivere. Si ringraziano a vario termine Almamegretta-Figli di Annibale kids, Anthony B., Area, CCCP, Comm. Centr. V. Verdi, FDA, Musicanova, Quintorigo, GiancaMurazzi, Chrètien de Troyes, Errico Malatesta, Robert Byron, TT.

      Fotografie di Deborah Alterisio

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Grotta Parsifal - n: PI/CN 3271
Coordinate UTM-EU50 32T 391867 4894499
Quota Ingresso: 1855
PARSIFAL Sezione Explo e Topo GSP 2006
Sviluppo Spaziale 1050m Sviluppo Planare 850m
Le quote si riferiscono all'ingresso di Parsifal
Parsifal - Zona Omino dai capelli dritti
Explo e Topo: GSP -GSAM 2005
Sviluppo spaziale: 150m Sviluppo planare: 120m

 

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De Mastrelle

Riccardo Dondana

      Bene caro lettore, ti stai apprestando a leggere un bel malloppo di articolo, sei pronto?

      La storia che vogliamo raccontarti parla di esplorazione, argomento a noi abbastanza caro, in una zona, il Marguareis, a noi ancora più caro. Vogliamo parlarti di una grotta, Piaggia Bella, ma più specificatamente delle parti terminali, quelle più prossime a quell'altra grotta, Labassa.

      Vogliamo parlarti di questa zona perché in quest'anno ci abbiamo fatto diversi giri che hanno portato oltre all'esplorazione di 200 metri freschi freschi, anche alla maggior comprensione di queste zone.

      Bene, cominciamo con ordine però e per intanto comincia a leggere tutta la cronistoria romanzata delle punte di quest'anno. Il tono è gioviale e tranquillo e vuole trasmetterti le emozioni di quelli che c'erano, perciò dovrebbe scorrerti via liscio liscio senza troppi intoppi.

      Buon divertimento.

Cronistoria

L'autista che ti guida
ha una sola mano
ma vede ciò che credi invisibile

(Manuel Agnelli, Ballata per la mia piccola iena, 2004)

      Il tutto inizia con una punta alla baraonda che potrebbe anche non significare nulla, ma è di fondamentale importanza perché finalmente giovani ex-allievi si sparano una bella gira in grotta e cominciano a capire che, in fondo, non ci stanno poi tanto male, anzi iniziano a divertirsi e a capirci qualcosa di più. Questa punta ha anche il pregevole significato di inizio della stagione esplorativa in Mastrelle (se per casa ti stavi chiedendo dove fossero andati).

      Ma lasciamo parlare chi c'era:

      

      "Si entra la sera del 28 maggio, siamo veramente in tanti: Igor, Sarona, Lucido, Marcos, Remotino e consorte, Tont (GSG), Athos ed io.

      Dopo diverse ore i primi raggiungono il campo interno... ci vorranno più di tre ore prima di riunirci tutti quanti! A quel punto qualcuno si mette a dormire per poi ripartire verso l'uscita e gli altri dopo 1000 the e 500 minestrine consumati nell'attesa vanno a rivedere le Che Schifo... per "rivedere" intendo "rivoltare come un calzino"; in particolare proviamo ad allargare un sifone di fango ma senza risultati, Sarona va a vedere una condottina sopra le nostre teste e

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proviamo ad allargare un altro condottino con risultati, anche qui, pari a Zero.

      Fatto ciò, si decide di uscire, sulla via del ritorno buttiamo un occhio al Droctulft (tanta aria e tanta acqua) e rileviamo il sifone di fango.

      Uscita a 24 ore dall'entrata, veramente cotti e ritorno su una Torino-Savona deserta ma, secondo la nostre menti allucinate, popolata da pedoni, ciclisti e TIR grandi come grattacieli!" (Selma)

      Segue a questa data un giovedì e tu dirai: che c'entra? Si son messi a far le punte infrasettimanali?

      No! Non sono così aizzati, o meglio lo sono, ma non è che han tutto questo tempo a loro disposizione. Organizzano semplicemente un giovedì culturale dal roboante titolo:

      19 MAGGIO 2005: E DOVE STA LA GIUNZIONE CON LABASSA?

      Il GSP fa sul serio. Si è deciso di aizzare la gente spiegando che cosa è la grotta attraverso la storia delle esplorazioni raccontata da chi c'è stato. L'idea sostanziale è partire da quello che sappiamo per poi decidere dove è meglio puntare, su dove è meglio lavorare. Così nasce un congresso regionale di esplorazione riferito alle Mastrelle. Non siamo in molti ma sono presenti alcuni che di punte in Mastrelle ne hanno fatte tante, ci sono anche dei Liguri. Si parla delle varie punte partendo dalle informazioni estratte da "Grotte" fino ad arrivare al momento chiave: dove cercare? La scelta è difficile. C'è chi dice di scavare, e chi risalire o stare alti per scavalcare le gallerie "Che Schifo". Tutte ipotesi sensate. Io butto la mia: andiamo a disostruire con le batterie pesanti al Pentivio per scendere. Qualcuno ride, altri dicono che è il solito posto di Igor, ma a volte le malattie esplorative si diffondono con l'aria e qualcuno si è già ammalato. Bisognerà aspettare il periodo di incubazione prima di manifestare i sintomi"(Igor)

      La domenica sono in grotta e indovinate un po' dove? Bravi proprio in Mastrelle. Incominciamo però con un piccolo salto indietro nel tempo.

      "L'inizio

      Ube, Nicola,Cinzia e Max dentro, Meo fuori. Obiettivo CheSchifo.

      Mentre Meo si prodiga per vincere il premio "Ian Palach", noi camminiamo, con poca voglia verso le CheSchifo. Appena prima del Bivio, un buco tra massi, sotto si intravede un meandrino. Aria forte, molto.

      Penso: "Stessa frattura delle CheSchifo, l'aria la prende da lì, è evidente".

      Chiedo: "L'avete già visto?". Risposta: "Certamente".

      Qualche anno dopo Igor esamina il posto, gli piace. Si ferma prima di un passaggio stretto.

      Settembre 2005. Abbiamo la voglia di rivedere le CheSchifo. Donda, Remotino, Luisa, Nicola, Sarona, Marcos e Selma. Dopo una breve sosta al campo ci incamminiamo verso le CheSchifo.

      Prima del Bivio una sorpresa.

      Scendo una frattura parallela alla galleria che porta all'acqua, mi ritrovo sotto la galleria stessa.

      Dall'alto arriva una cascatella... è l'acqua del Droctulft.

      A destra un saltino. Siamo esaltati, come al solito. Scendo il salto, Sarona mi raggiunge. L'acqua scompare in un piccolo e limpido sifone.

      Scornati andiamo ad affrontare la frattura d'ingresso.

      Dopo varie scene patetiche dei prodi strettoisti, siamo pronti a mangiare.

      Sarona offre un magnifico salame, tre quarti lo mangia lei, a Donda il resto. Il risultato è immediato, Sarona vomita l'anima, Donda la caca." (Nick)

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      A parte questi piccoli dettagli coloriti il ritrovamento dell'acqua del Pentivio dà l'illusione dell'esplorazione, oltre ad essere una gran bella notizia soprattutto per le gite future, ma l'obbiettivo di quella punta erano le CheSchifo perciò, visto che il tempo non manca, tornano sui loro passi.

      Donda è in coda che aspetta di infilarsi nella prima strettoia e lì gli vengono in mente le parole del Cicconetti. Di tempo da aspettare ne avanza allora si rivolge al Nicolino e gli dice:

      "Sai quel posto che diceva Igor. Andiamo a vedere cos'è?"

      "Andiamo!". Frattura che viaggia sotto le CheSchifo, aria forte, troppo per arrivare da lì. La concrezione stringe il passaggio, ci provo e passo. Sempre in frattura inclinata, con pochi appigli, ma tanto stretta che non si può scivolare più giù. Poi non si passa più.

      Mi zittisco e ascolto il rumore d'acqua che proviene da davanti a me. "È l'aria che passa nello stretto, ovviamente!". Tiro un pietra più avanti, scende. Tiro una pietra verso il basso, nulla.

      Torniamo dagli altri che aspettano, intanto cerco il punto dove l'aria delle CheSchifo potrebbe scendere nella frattura. Il punto non c'è. L'aria arriva da altri posti, più bassi, molto vicini al livello di falda. "Strano!".

      Ormai stanchi e un po' stufi proseguiamo la nostra strada. Sarona prova l'ebbrezza del tuffo nel fango, Marcos e Selma si ritirano, gli altri sempre avanti.

      Giro qua, giro là, nulla, ma la testa sogna una altra "Sturia". (Nick)

      Quel rumore d'acqua che si sente al di là della strettoia rimbomba per tutto il resto della grotta così come quell'aria pazzesca e per tutta la settimana seguente la mente dei vostri eroi non pensa ad altro. Si decide così che diventa un obbiettivo primario forzarla.

      Incominciano le danze Igor, Paolo, Mq e Meo, armati di tutto punto, sparano una vagonata di manzi, ma di lavoro ancora ce n'è da fare. Il buon Meo però sembra fiducioso.

      Le notizie girano in fretta e il 9-10 luglio si organizza una seconda punta di scavo. Una inutile riunione a Milano fa quasi saltare la grotta a Donda, ma alle 13,00 riesce finalmente a prendere un treno in uno stato di torpore causato dalle mille parole prodotte in via Petrella. Arriva così a Torino giusto in tempo per prendere zaino e macchina e arrivare in magazzino dove lo aspettano Igor, Marcos e Paolo.

      Parallelamente i ragazzi di Imperia, il 3 luglio, durante un'esercitazione di soccorso, informano che Piaggia Bella è dotata di un altro ingresso: gli Sciacalli. La grotta piomba in cima al Droctulft, vicino alla risalita della corda rossa. Il risparmio di tempo è infinito rispetto alle Mastrelle.

      Viene quindi organizzata una punta mista Imperia-Torino con gli obbiettivi del rilievo, della bonifica di alcune zone ancora un po' ostiche e della riscoperta di tutte quelle gallerie sconosciute ai più. L'unico dettaglio è che questa squadra entrerà domenica, mentre gli altri sabato passando dalle Mastrelle. L'appuntamento è perciò per domenica, intorno all'ora di pranzo al Pentivio.

      Torniamo a sabato. Ingresso in grotta intorno alla mezzanotte, appena prima del temporale, poi giù giù fino al punto di scavo.

      "La prima squadra è composta da me e da Igor. Ci infiliamo veloci nel budello che diventerà tanto familiare e cominciamo ad organizzarci. La zona di scavo è particolarmente ostica, perché ti ritrovi in una frattura molto scivolosa, a mezza altezza, senza appigli e neanche un posto per mettere i sacchi, il tutto esposto ad una violenta corrente d'aria. Proprio una merda!

      Incominciamo a bucare e botto dopo botto, la sensazione è quella che di oggi si passerà. Mettiamo un tot di manzi e poi ci facciamo dare il cambio". (Donda)

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PiaggiaBella - Zona Pentivio - Pianta

      La seconda squadra è composta da Paolo e Marcos che continua il lavoro con:

      "Un fottio di sbeng che ci fa passare un altro oltre e ci troviamo in un passaggio che rispetto a quello che ci lasciamo alle spalle ci pare largo, comodo. Lo si chiama "Che largo", dato che prima s'era in "Che stretto" (Marcos)

      Il passaggio è perciò aperto e si preparano a dare il via alle danze! Il primo a scendere sarà Marcos, a ruota gli altri. Le uniche corde che riescono a recuperare sono due 10 statiche in pessimo stato e una 50 rossa dinamica, quella che dà il nome alla risalita in cima al Droctulft, su cui è meglio sorvolare sia per l'età che per lo stato.

      È lei la prescelta per il primo scivolo.

      "I magnanimi cumpà di esplorazione, che sanno come ti carica l'ignoto, mi spingono avanti fino ad un saltino: un saltino è nulla in questi casi. Soprattutto se dopo c'è una sala che "Ci sta tutto il GSP", come grido a chi mi chiede di descriverla. Insomma, si va avanti ancora ed effettivamente lo striminzito GSP attuale nella sala ci starebbe anche largo.

      Saltini, altra saletta (si scende in tutto per una quarantina di metri) che ci vede tutti bestialmente eccitati (cazzoecchecazzo qui si passa!!). "Che toppo": si finisce sull'attivo, l'H2O del Droctulft, e nella fangazza. L'acqua si infila in basso, in posto luridazzo. Bon, fine della corsa, come alle giostre che mentre ti diverti ti fermano e chissà che gettone s'avrà da pagare per

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riprendere ad andare.

      L'aria dove va (i cavehound si mettono in moto)? A sinistra, su per una saletta escresciuta da "Che toppo" dalla quale parte una breve risalita infastidita da una poppa di troppo. Di lì, chissà.

      Prima di tornare indietro, anche senza soli ed orologi il tempo ad un certo punto ti tira per la manica, si va a ritroso lungo lo stesso livello (in direzione Pentivio), avanzando per una quarantina di metri e seguendo l'acqua che ti chiude in un sifone che forse è lo stesso visto qualche tempo prima in un pozzetto del Droctulft.

      Vabbè, riprendiamo la via verso l'entrata" (Marcos)

      Lasciano così la via aperta alla prossima punta e se ne tornano indietro incredibilmente appagati.

      Al Pentivio si ricomincia con i soliti the, nell'attesa che gli altri li raggiungano. Sono discretamente stanchi e con un sonno atavico e l'idea di risparmiare qualche ora di grotta non fa assolutamente schifo, ma al millesimo colpo di sonno seguito dal milionesimo li-sento-stanno-per-arrivare-ne-sono-sicuro, abbandonano il loro giaciglio e se ne tornano indietro.

      L'unico nanetto che vale la pena di ricordare è sul pozzo da ottanta quando "sento fischiare accanto a me una cosa blu, poi un tonfo. È il sacco di Paolo che gli si è staccato dall'imbrago ed è piombato giù facendomi un bel pelo oltre a farmi perdere qualche anno di vita. Scendo a riprenderlo e vedo una batteria, ormai scassata, ricoperta di piume del piumino di Paolo che aveva usato per fasciarla. Alquanto buffo". (Donda)

      Ma agli altri cosa è successo? Come mai non erano presenti all'appuntamento per pranzo?

      Ricapitoliamo, giusto perché magari non hai voglia di tornare a rileggere le righe precedenti. C'è una seconda punta piemontes-imperiese che è entrata in una grotta di nome Sciacalli.

      "Questo è il nome del nuovo abissotto, irriverentemente piazzato in fronte alla storica entrata di Labassa e divenuto tale dopo anni ed anni di cocciutissime disostruzioni ponentine.

      Perlomeno due i suoi meriti.

      Primo, ti spedisce, in un baleno, alle sottostanti regioni del Pentivio, ora nuovamente in esplorazione, facendoti risparmiare ingresso dalle Mastrelle e, conseguentemente, qualche ora di progressione in più. Secondo, centrare un esteso e misconosciuto piano di gallerie, da rivedere con estrema accuratezza, già raggiunto nel '90 da squadre miste, dopo la scalata d'una 50ina di m del Droctulft (camino) che dai Pentivio s'innalza per 80 m (Grotte n° 103, maggio-agosto 1990; n° 106, maggio-agosto 1991).

Bene, entriamo.

      Marco Bertora e Deborah danno di lima violenta agli ultimi fastidiosi strettumi.

      Fabrizio Nicosia e Sara rilevano con goniometro e precisione assoluta i pozzi mancanti. Nicola ed io, alla base dell'ultimo salto, cerchiamo la via che dovrebbe velocemente portare alla finestra sul Droctulft.

      Ma invece d'indagare l'aria, l'arguzia da tacchini ci fa frugare indistintamente ogni fessura larga più di 2 cm, cosicché, prima di scovare la strada giusta, riusciamo a sperderci per le Gallerie di Bruttadonna (così chiamate perché ricordano quelle Belle di PB) e a quasi farci male arrampicando un meandro totalmente privo di interesse...

      Rimediamo subito, si fa per dire, infilando tra i massi il passaggio buono, segnalato peraltro da una evidente corrente d'aria, poco dopo la Sala della Corda Rossa; mena ad un bel meandro in salita (P5, P7), che dopo un centinaio di metri biforca.

      A sx, pochi metri e si finisce in una sala; la cascatella che ci salta dentro sparisce subito

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nell'approfondimento del meandro che fin qui ci ha portati. Probabilmente è la stessa acqua che si incontra al Pentivio e in Che Sturia. Probabilmente...

      A dx invece, per un cunicolo basso che sputa aria in quantità, ci si affaccia sul Droctulft, a +50 dalla sua base, su di un ballatoio.

      In fronte, oltre un condottino, una galleria con aria che va via, incasina ancor più, se possibile, le nostre già stanche menti. La regione, come sempre, è ben più complicata del previsto; occorrerà riesplorare tutto. Usciamo.

      La piacevolezza della punta ci induce a condividere con i compagni liguri anche la consecutiva sbronza, splendida, al calcetto del più bel ristorante di Nava". (Marcolino)

      E siamo così alla punta successiva, l'adrenalina va a mille e l'esplorazione richiama il resto della gente.

      "La settimana dopo, presenze variopinte colorano di storia gli esigui pozzi sciacalleschi. Qualche esempio: Luciano Sasso, preso a prestito dal Museo Egizio, Badino in licenza dal Mesozoico, persino un Lucido Medievale! A ringiovanire, esploratori con medie anzianità di servizio. In pratica tutte le generazioni speleo imperio-torinesi dal Big Bang ad oggi.

      In breve, raggiungiamo la galleria che ci aveva incuriosito la scorsa volta. Dopo circa 50 m, Nico ed il sempre vostro infilano un ringiovanimento che conduce ad una zona bagnata, fangosa e, soprattutto, senza sbocchi. Saronza e Selma invece, scavalcatolo, si fermano dopo una 15na di m alla base di un saltino. Rilievo. Ci si riunisce tutti.

      Il baro rimescola le carte e butta in tavola 9 figuri. Donda, Nik, Il Medievale, Luciano e Marco Bertora agghindano il Droctulft con corde nuove e schizzano verso Che Sturia. Sara, Selma, Giovanni il Glaciale e lo scrivente a risalire il saltino di prima. Spitta il savonese. 10 m più in alto, diaclasi (Dia) ed aria che vanno; 30-40 m e, sorpresa, bivio (Biv 1): a sinistra, ambiente complesso, aereo; di quelli che ti fanno muovere poco senza chiodi e corda. E a destra? Beh, ovvio (?!!), frattura a quasi 180° rispetto a quella di provenienza, sempre con aria sulla schiena. Corriamo. Galleria. Frana. Comunque, ampie tracce di passaggio, frecce e 1 caposaldo. Strettoia tra blocchi, qualche gn-gn e nuovamente freatico. Bello, sembrano le Che Schifo. Lo sono ? Giovanni non sa, dice di non esserci mai stato, eh, sennò non se lo sarebbe mica dimenticato il posto...

      Altro bivio. A destra pozzo con corde marce (?!) che vanno verso l'alto e verso il basso. Giù chiude, in alto traversino e camino che infogna. Non è di qui. Ma chiccazzo ha messo 'ste corde? Giovanni: "Sarei un coglione se fossi già stato qui e non me lo ricordassi"...

      Torniamo al bivio e prendiamo a sinistra. Condotto affogato nel latte di monte e saletta di

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crollo con pavimento di frana. Frughiamo indiavolati. Ecco il passaggino - Senti che aria - Jeovani la scambia per una cascata !!

      Ma non ce n'è, è troooppo stretto. Finisce così, nel mistero estremo, anche questa punta.

      Fioccano gli interrogativi da crisi mistica: dove siamo, chi c'è stato prima di noi, dove andremo. Qualche direzione presa con un orologio travestito da bussola dà una vaga collocazione a queste regioni: rispetto al Droctulft, prima tornano indietro (est) e poi puntano sud, verso ingressi bassi. Quali ?" (Marcolino)

      Gli altri invece sono scesi dal Droctulft riarmandolo per benino e si sono buttati in Che Sturia.

      "La squadra sembra fatta a caso, in realtà le persone sono state scelte a modino. Sasso Luciano, noto cinghialotto imperiese si pianta in strettoia praticamente subito. Gabutti Alberto, altro noto cinghialotto torinese arranca nel disagio quasi cosmico, sembra farcela poi si pianta anche lui. Bertora Marco, noto falso magro di Imperia, sembra sguazzare nello stretto quando a un certo punto si pianta pure lui. Una bella serie di ciccionazzi.

      Molto bello è adesso immedesimarsi in uno di quei ciccionazzi. Gabutti ce ne da la possibilità, leggete un po' cosa è stata per lui quella punta:

      Gli Sciacalli, si va agli Sciacalli. "Ma sono stretti?". "Ma dai la parte scavata non è terribile e poi si allarga e si finisce alle Porte di Ferro, si va alle CheSchito in esplorazione!" Ecco, io con le CheSchito ci avevo già avuto a che fare poche settimane prima, e avevo penato il giusto stando nella parte "larga". "Devi vedere le CheSturia, vedrai.. " così Donda mi convince.

      Appuntamento con gli imperiesi Luciano e Marco. C'è molta gente, Giovanni che non vede l'ora di rivedere il Droctulf ma arrivandoci dall'alto. Marcolino, Donda, Sarona, Nick e Selma che vogliono continuare l'esplorazione alle CheSturia. Poi c'è il tappo, pronto per ogni evenienza.

      Fino al Droctulf tutto bene, ci dividiamo. La scelta è tra un gallerione che parte sopra il pozzo e che Giovanni stenta a riconoscere, anzi sostiene di non averlo mai visto, e le strettoie in fondo. Cosa avreste scelto? Ecco, l'altra. L'uomo Tappo, scende. "vedrai è dura all'inizio poi superata la prima strettoia e il meandro stretto, ti manca l'ultima ed è fatta."

      Quando si incastra il croll, cerchi di muoverti per spostarlo. Quando cerchi di muoverti e non ci riesci, cerchi di spostare il croll. Quando tutto è immobile, ti dici: l'importante è non incastrarsi ancora di più. Quando hai fatto anche questo, e sei veramente parte della strettoia ti rimane solamente il cavatappi. Nella forma di Donda, che pazientemente ha guardato il tutto ed ora è li che tira. Tira la mia longe ma tutto è immobile tino al terzo strattone, poi un rumore di croll ed un sonoro "poff". L'uomo Tappo è libero…. di tornarsene in dietro!" (Lucido)

      Bello vero? Per una volta è bello ridere della pancia altrui, ma il tempo stringe e ci costringe a ritornare sui due solitari.

      "Rimangono Milanese Nicola e il sempre vostro. In un attimo ci ritroviamo dove mi ero fermato la volta precedente e scopro, con molto stupore, che si passa agilmente in una bella strettoia a due metri di altezza cosparsa di fango. Da lì in poi ci si muove lungo un meandro in risalita abbastanza stretto e reso viscido dal fango.

      Dopo venti metri di menatine siamo a un bivio. Da una parte una bella sala con un arrivo di acqua, ma senza trapano non si va. Dall'altra un bel passaggio nel fango.

      Viene battezzato Merdosky giusto perché si tratta di una frattura inclinata cosparsa di fango sia sopra che sotto che in mezzo che ovunque. Il disagio comincia ad essere universale. Da lì in poi la grotta si arrampica in ambienti più larghi, ma franosi e sempre costantemente

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ricoperti di fango. Fango, fango, fango, fango, fango, fango, fango. Che merda di posto!

      Ne facciamo per ottanta metri di sto schifo e il nome non può essere altro che "Ancora più schifo".

      Torniamo indietro rilevando anche la parte esplorata la volta precedente, concedendoci giusto una pausa per scorticarci il, prova a indovinare cosa?... FANGO di dosso e ci ricongiungiamo agli altri che ci aspettano al pentivio.

      Il taccuino dirà 200 metri di rilevato." (Donda)

      I risultati sono ottimi ed esplorare in zone dove si pensava che tutto fosse già stato visto è entusiasmante, ma la vicinanza del campo estivo, quest'anno alle Carsene, consente di fare ancora solo più una punta ad opera di Igor, Marcos e Paolo, che andranno a risalire un bel camino lasciato da Donda e Nick la volta precedente.

      "Mettere su una punta non è così facile, a volte ti trovi in cento altre volte hai difficoltà a trovare due persone. Così ti trovi a fare il capo stazione e cercare di far viaggiare un TAV e dei treni locali alla stessa velocità. Ci troviamo il sabato a Torino, io, Giampiero e Marcos molto assonnato dalla notte passata in bianco al dormitorio. Il viaggio purtroppo o per fortuna ha delle stazioni intermedie. Dobbiamo caricare un ubriaco: Fausone che ci aspetta al banchetto nuziale (non il suo). Obiettivo è una lenta punta notturna in cerca di prosecuzioni alle "Ancora più schifo". Giampiero cerca di dissuaderci. Non ha voglia di prendere il treno notturno ma vuole usare il TGV che entra di mattina. Però noi siamo convinti ad andare o meglio io sono convinto, gli altri già dormono. Ci salutiamo a Carnino dove Carrieri ci lascia per andare a mangiare una pizza con vecchi amici di esplorazioni ed entrare l'indomani usando il veloce traforo aperto dai Liguri che in meno di un'ora ti porta a Lione….. ehm... cioè al Pentivio. Arriviamo al buco degli Sciacalli che è già sera. Al presidio del campo Imperiese vediamo lampeggiare una luce che per fortuna appartiene agli amici liguri. Mentre ci cambiamo scambiamo due parole con i Liguri sulla grotta e su cosa sappiamo delle eventuali zone esplorative. Li invitiamo a scendere a vedere cosa abbiamo trovato e ci confermano che manderanno una delegazione al più presto domattina. Purtroppo per noi è ora, bisogna partire. Si scende giù dai pozzi. È la prima volta agli Sciacalli. Ovviamente ci si perde e riperde ma ad un certo punto eccolo lì, il pozzo ... che si chiama Droctulpt, Drocktult.. ehm drock…. pippo mi sembra. Subito dopo siamo al Pentivio, seguiamo per CheSturia e via nel fango delle "Ancora più Schifo" fino ai piedi della risalita indicata da Donda e Nicola. Tra i sonni e le finte sicure arriviamo in cima. Ovviamente come sempre siamo alla base di un altro pozzo molto più alto del primo. Del nero occhieggia su una parete, che sia la galleria che ci porterà comodi in Labassa? Ci proviamo ma abbiamo poco materiale. La raggiunge Paolo. Ovviamente quella è solo una nicchia. In quel momento perdiamo la lucidità e usando il cervello su modalità anarco-insurrezionalista decidiamo di disarmare la seconda risalita. Ma perché? Bisognerà ritornare con una fiaccola, cioè con un faretto per capire meglio. Prima di tornare indietro andiamo ancora a vedere il Merdoski per spalmarci bene di fango e mimetizzarci con le pareti. Arriviamo alle nostre cuccette al Pentivio, fredde e sporche come quelle delle FS dove incontriamo

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due gitanti liguri. Li spediamo subito al di là nel mondo del fango a sporcare le tute. Con lentezza percorriamo la strada del ritorno tanto fuori c'è già Giampiero che aspetta da un po'. Lui entrando dopo è riuscito ad uscire prima. Misteri della cinematica. Con calma ci cambiamo e aspettiamo i Liguri per sapere se hanno "giuntato". Escono. Chiediamo a loro com'è andata. Purtroppo niente. Li invitiamo a partecipare al nostro campo in Carsene ma non li entusiasma e alla domanda di dove faranno il campo non rispondono. Allora chiediamo ad uno che sembra un capo se per caso lo vogliono fare alla Chiusetta, mi risponde di no. Vabbé non facciamone un seghino mentale, noi siamo dalla parte giusta delle barricate. Mica tutti hanno la ruspa poi.

      Per il ritorno accontentiamo Giampiero e prendiamo il Pendolino della linea diretta senza fermate Carnino-Torino che, guidato da capitan Carrieri, ci porterà in poco più di un'ora a casa. Pensare che non c'è neanche il tunnel. (Igor)

      Adesso la situazione è un po' in stallo. Le cose facili sono fatte, ora bisogna cercare di capire dove ha senso insistere e una bella pausa, condita oltretutto da esplorazioni in altre zone marguareisiane, è quello che ci vuole.

      Si passa perciò ad ottobre, al 15/16, quando Igor, Marcolino, Selma, Deborah e Donda si ripresentano al cospetto degli Sciacalli: obbiettivo risalire il camino su cui si erano fermati la punta precedente. Salutano un caldo sole autunnale e, armati di tutto punto, compresa la macchina fotografica per immortalare quei bei posti, si inabissano.

      "Già... anche la macchina foto!

      Il motivo?

      Semplice, come si fa a immortalare la Giunzione Nazionale se non si ha la macchina foto?

      Ovviamente non è andata proprio così, la squadra c'era, il morale pure, la fantasia anche, ma il Visconte anche questa volta non ha voluto.

      Ci siamo trascinati (io almeno...) nei nuovi rami 'CheSturia' per cercare la via della giunzione, sperando di trovarci, una volta in cima, in una galleria con l'indicazione Labassa.

      Ovviamente i nostri predecessori avevano pensato bene di disarmare la risalita per cui, dopo ben 3 chiodi piantati, Igor riesce a raggiungere il punto in cui si era fermato Paolo la volta precedente, quindi gli dà il cambio l'agile Marcolino, mentre Donda continua imperterrito a fare sicura... L'ora tarda non ci permette di finire, e quindi si lascia, anche questa volta, un lavoro a metà...

      Labassa è vicina, l'aria c'è, il ramo sale (ormai dall'acqua saremo risaliti di 30 m circa) e sapendo che di là sono fermi in un salone di frana con 3 risalite che occhieggiano... la cosa può essere veramente molto interessante!

      P.S. Nel 'pozzetto-meandro-frattura-strettoia' ho giurato di non mettere più piede in quel posto, di sicuro NON con una macchina foto infilata in un bidoncino, penso che lascerò agli altri la fortuna di tornare." (Deborah)

      Cala così la botola sugli Sciacalli. Alcune pietre la tengono ben piantata a terra e qualche metro di neve sigilla il tutto in questo freddo inverno. C'è stata la festa ad Imagna, gli scavi a Ca' di Palanchi, la Sicilia e le grotte laviche, il soccorso regionale e quello nazionale, i bimbi che piangono e le domeniche con i genitori, le partite di rugby e i giri eno-gastronomici, le olimpiadi e le notti bianche. Passerà ancora del tempo, ma prima o poi la neve andrà via e il sole tornerà ad illuminare quella lamiera sempre più arrugginita, su quel poggio proprio di fronte all'ingresso di Labassa. Staremo a vedere.

      ...come è andata? Piaciuta la storia? Hai capito qualcosa?

      Perfetto, adesso per darti maggiori informazioni ti ritrovi tutte le descrizioni delle zone nuove e della circolazione dell'aria nella zona a valle del Pentivio per non parlare del rilievo...

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Descrizioni Varie

      Rocce

      E con rocce si vuole intendere semplicemente la descrizione dei rami nuovi, niente di geologico, così mi risparmio un figurone.

      Siamo al Pentivio, noto a tutti credo. Da qui si va in direzione gallerie CheSchifo. Pochi metri prima della prima strettoia un passaggio in discesa in mezzo ai massi conduce in un stretta frattura in discesa che porta alla zona allargata. Da qui si continua a scendere in un meandro a salti con partenze noiose seguiti sempre dalla corrente d'aria e dai rumore d'acqua. Dopo l'ultimo pozzetto siamo finalmente sul fondo del meandro dove incontriamo l'acqua che continua a scorrere per 20 metri fino a scomparire in uno stretto passaggio assolutamente non transitabile. Guardando verso valle, sulla sinistra troviamo il passaggio giusto. Coperto di fango un meandro in salita conduce, dopo numerosi passaggi stretti a un bivio. Sulla destra una sala con un arrivo già in parte risalito. Sulla sinistra continua invece il meandro, sempre fra passaggi stretti, fino ad una zona di sale molto franose, che chiudono il ramo. (Donda)

Venti

      Le correnti sono ben complicate e la zona è ancora poco decifrata, nonostante milioni di punte, uomini, notti di gelo, etc.

      Provo a riassumere la situazione.

      Dal Pentivio, l'aria, sempre fortissima, infila tutte queste direzioni: Mastrelle (ingr. basso), Droctulft, Che Schifo, Che Sturia.

      Osservazione n°1, che farebbe anche una trota; c'è un generatore nucleare che ne produce o da dove arriva, ce lo siamo persi?

      Droctulft, dalla base a +50: aria che risale e va verso gli Sciacalli (i.b.) e verso le gallerie di cui ho appena scritto (visto che non hanno nome glielo do io: delle Inutili. Chiedete a Sara e Selma il perché). Al I bivio di queste, sopra la risalita del Savonese: a sx aria che arriva (i.a.), nella diaclasi da cui si è giunti e verso dx, aria che va.

      Droctulft in cima, a +80: la bibliografia dice che ce n'è poca.

      Osservazione n°2, trota furba; se il generatore non fosse a base pozzo o simili, che, per caso, sia piantato lungo il pozzo stesso, là innanzi, ove il nero ci sfugge ?

      Certo non è un trattato di meteo abissale, ma è pur sempre un piccolo compendio.

      Chi, in alto, tesse le trame ed inietta aria a più non posso?

      Toccherà scoprirlo, se non altro per poterne scrivere e non lasciare Grotte in balia del solo Badino. (Marcolino)

      "CheSturia" invece sono percorse da una violentissima corrente d'aria che va verso un ingresso basso. Poi prende la svolta a destra verso le "Ancora più schifo" e le percorre, anche se la sensazione è che abbia perdite di carico in alcuni punti, come il bivio verso il camino ancora da finire di risalire. Al fondo l'aria è sempre presente, ma si perde in passaggi non transitabili. (Donda)

      ...e per finire prova ad immaginarti in una sala di un cinema. Stanno ormai passando i titoli di coda. La musica in sottofondo ti accompagna. Le ultime note lasciate a Giovanni ti accompagneranno fino all'uscita.

      A noi intanto non resta che salutarti, sperando che ti sia divertito e che continui a leggerci.

      Buona serata.

 

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Emergere al di là

Giovanni Badino

      Al termine di uno scambio di mail che riguardava le circolazioni d'aria negli Sciacalli, Marco mi ha sollecitato di scrivere note esplorative per il bollettino con l'aggiunta di "qualcosa, poco, che unisca tali note con questo "perché entrare in grotta alla Chiusetta e trovarsi in PB è qualcosa di insensatamente bello"", che era una frase in uno dei miei precedenti messaggi.

      Eseguo in parte, commentando in modo minimale la frase; la circolazione d'aria invece aspetterà, ha molta pazienza.

Trasumanar significar per verba
non si poria; però l'essemplo basti
a cui esperienza grazia serba.

Paradiso, Canto I

      Ricordo benissimo le fantasticherie in cui immaginavo di superare il fondo di Piaggia Bella, allora un innocuo sifoncino che però ci pareva remotissimo e importante.

      Si trattava solo di risalire un po', e poi si entrava in una forra assai alta, dalle pareti lucide di veli d'acqua e scure.

      No, non avevo messo in conto che ci fosse del fango. Il fango lo odio e, dato che quello invece era il posto dei miei sogni, lì non c'era. Mi piace invece quando avanzi in una galleria sconosciuta immersa nel silenzio e a un certo punto, lontano, senti il rumore del torrente. Allora ti zittisci e lo gusti, immaginando le future esplorazioni.

      Le grotte sono la memoria delle montagne. Le zone fossili, crollate, aride, sono i vaghi ricordi di tempi passati, confusi, di cose che non sai neanche se le avevi vissute tu o te le avevano solo raccontate molto, molto bene tanti anni fa.

      Le zone attive sono memorie più recenti. Gli stillicidi rendono più limpidi e recenti i ricordi della montagna, i concrezionamenti bianchi si sovrappongono a fanghi dell'ultima glaciazione, quando il ghiacciaietto della piana che poi si sarebbe chiamata di Piaggia Bella trascinava ogni sorta di detriti negli ingressi e di lì giù, in quelle stesse gallerie che qualche anno dopo mi hanno insegnato a sognare prosecuzioni.

      Le zone rombanti di torrenti invece sono più che ricordi, sono le zone dove ti pare di incontrare lei, la grotta. Lì ti pare di poterle parlare direttamente.

      Ecco, io sognavo che, superato il sifone di Piaggia Bella, la complessità della grotta si sfrondasse e diventasse una limpida e buia galleria ampia che, dopo poco, portava su un discreto salto sotto cui si sentiva rombare il torrente. Scendevamo in questo pozzo, che ricordo ancora benissimo, a distanza di diversi anni.

      Le fantasie non includono anni di fatiche, non sono mai lente, e quindi la prosecuzione era rapida, nella stessa punta si arrivava ad un posto dove il rumore dell'acqua aumentava, dove la struttura cambiava, sempre evitando il fango, che odio. La galleria finalmente entrava in un'immensa forra piena di sabbie e di fiumi e di rocce lavate. A monte proseguiva verso la zona F, a valle andava al Lupo.

      Lì eravamo, lo ricordo benissimo, sotto la Chiusetta, che però non sapevo si chiamasse così.

      È importante dirti che io il Marguareis lo conosco poco, l'ho sempre e solo visto con uno sguardo da sotto; andavo dove c'era un motivo per le grotte, non ho mai fatto un passo di più. Niente passeggiate, escursioni, vagare. Ero fatto così un tempo, continuo fatto così anche

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ora, pensa che non sono mai andato sulla sua punta, non ne ho mai avuto un motivo.

      In quel tempo la zona esterna sovrastante il fondo non era utile, di lì non passavano se non spregevoli escursionisti, e quindi non la conoscevo. Sapevo che c'era una gola, la intravedevo quando salivo dalle Mastrelle, e così anche le fantasie da sotto includevano fantasie di fuori, confuse. La Chiusetta dei sogni, che avrei potuto confrontare con la realtà con mezz'ora di passeggiata che non feci per tanti anni, era più stretta di quella reale ma soprattutto più breve, irrilevante.

      No, nulla mi faceva sospettare il peso che quell'ambiente avrebbe avuto, poi, su tante cose.

      Devi anche capire che per me le prosecuzioni di Piaggia Bella erano proprio l'unico modo fisico per arrivare lì, al di là delle Colonne d'Ercole, al di là delle Porte di Ferro, che si chiamano così proprio per questo motivo. Erano il confine.

      Ancora adesso tendo a percepire l'esterno soprattutto quando vi emergo. Sono fatto così.

      Col tempo le vie interne della grotta andarono a sfiorare quelle zone, vi vennero esplorate grotte complesse, nacque Labassa. Ci andai.

      Percorrendo quei battutissimi sentieri, finalmente per scopi speleologici, le trasformai da luogo di fantasticherie in luogo fisico; ma erano comunque ambienti separati, come Labassa era "altro" da Piaggia Bella. Non come grotta, il Marguareis contiene una sola grotta, lo sanno tutti, così come il Canin e le Apuane. "Altro" nel senso di diverso, o meglio: che io non ero pronto a leggele di fila.

      I versanti delle Mastrelle verso il Ferà avevano per me una sottile barriera in cui le cose parevano cambiare colore, con pochi passi sulla stessa erba mi sembrava di passare dalla Grigna al Canin.

      Per questo motivo, benché mi sia sempre piaciuto parecchio cercare di superare il fondo della grotta che c'è sotto la conca di Piaggia Bella, non sono mai stato attratto dal cercare su quei versanti. Sul Ferà sì, l'ho fatto, ma sulle pendici delle Mastrelle no, mi sembrava un curiosare troppo irrispettoso. Ho provato a farlo, ma mi dava sottilmente fastidio, e ho continuato a cercare le vie giuste entrando, come in rituali di iniziazione, dalla Carsena del Pa e poi dall'Arma delle Mastrelle.

      Stessa grotta? Forse, ma in tempi diversi, tempi che ancora non erano giunti. Dovevano accadere diverse cose, diverse svolte nel labirinto.

      Le grotte di dimensione umana sono quelle che trovi per caso, che apri, esplori, rilevi, metti a catasto, e che dopo ti permettono di vantarti della "tua" grotta.

      Per mia fortuna, non ne ho quasi mai incontrate, o forse le ho subito dimenticate. Penso che incontrare solo queste grotte sia davvero una grande sventura per chi ama il mondo sotterraneo. E sì che capita a molti.

      Perché ci sono le altre, quelle non umane. Non sono "disumane", il termine giusto l'ha forse coniato di nuovo, maledetto lui, Dante Alighieri: "trasumane".

      Sono numerose, in un certo senso troppo numerose. Le riconosci perché ti trovano, ti aprono, ti esplorano, in esse avanzi quel tanto che ti permette il fatto che, vagandoci, ti trasformi, ti svuoti, muti mentre varchi tenebre. Non c'è mai nessuno che di una grotta del genere dica che è la "sua"; già, tutti sappiamo distinguerle bene, e non osiamo esagerare troppo quando deliriamo di proprietà.

      Non le esplori per la tua capacità, che per loro è sempre irrisoria. Le grotte trasumane ti mostrano quello che, via via, sei diventato adeguato a esplorare perché sei abbastanza cresciuto nel tuo incessante ritornare, nel tuo progressivo svanire, nel tuo staccarti dall'esterno.

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      Ovviamente, è impossibile esplorare le grotte trasumane.

      Le abbiamo incontrate quasi tutti, sono sicuro, ma in genere poi le si lascia perdere. È logico, quando ci entri in cerca di prosecuzioni, di pozzi nuovi, di passaggi decisivi, e cominci a capire che là dentro avrai tanta possibilità di condurvi le esplorazioni quante ne avresti nell'impedire il flusso di un ghiacciaio antartico o nell'ostacolare il sollevarsi dell'Himalaia, allora ti viene una paura tremenda, gelida.

      Capisci presto che lì non c'è più spazio per il gioco domenicale che vogliono quasi tutti, qui ti chiedono la tua vita, anche solo per iniziare.

      Ho visto che in genere le persone reagiscono all'incontro con queste grotte adducendo vari motivi di rifiuto -lontananza, spese, problemi di lavoro- e smettono del tutto, o rifluiscono sulle grotte umane, dove appassiranno con la segreta sensazione di aver perso la loro occasione. Altre volte fingono che siano umane e agiscono nel solito modo irrilevante fatto di rilievi, chiodi, di assidue escursioni profonde, di speranza che chiuda, per poter vivere il loro tran tran.

      Tutti sappiamo che in grotta non ci si perde. E invece no, quando incontri quelle grotte capisci che se ti inoltri, tu lì ti perderai, non potrai più tornare indietro. Sarai condannato a passi stanchi in tenebre incessantemente biforcanti, a sogni notturni di ritornare quando ancora avrai le ossa rotte per l'ultima discesa, a compagni che ti abbandonano per tornare nel quotidiano di tutti.

      Fanno davvero paura. La coscienza è lenta a svegliarsi. Ora so che diversi anni fa, senza capire, ho scelto le grotte trasumane. Sapevo che non sarei più tornato indietro, ma cosa poteva capitarmi di meglio?

      Due di queste grotte erano molto evidenti, ma con caratteristiche che parevano diverse. Nelle esplorazioni del Corchia gli inganni, l'aprirsi e il chiudersi di porte è stato così evidente che in un qualche libro ho scritto che quasi "avevano agito allo scoperto": non solo non esploravamo, ma per la prima volta ci era evidente che venivamo esplorati.

      Nella grotta del Marguareis no. Era molto più distesa nella montagna, difficile, fredda, vagarci è sempre stato complicato e così la nostra vista si avvalorava più lentamente, dandoci l'impressione che tutto fosse immobile. Ma ora, guardando confusamente, comincio ad avere l'impressione che sia stato come nel Corchia, solo su tempi più lunghi, ancora meno umani di quelli usati da quel frammento della grotta apuana.

      La grotta del Marguareis, meno densa nello spazio, si allungava nel tempo.

      Quest'estate stavo seduto accanto all'ingresso degli Sciacalli; è uno dei buchi soffianti della zona di confine fra i mondi, lì sul bordo della piana de Labassa. Piccola piana sospesa, bellissima, formatasi dove le acque esterne si distendono a monte della gola della Chiusetta.

      Alcuni anni fa Ramella mi raccontò che avevano denominato la grotta "Labassa" per qualche motivo banale che non ricordo bene (mi pare fosse legato al caffé Lavazza) e poi erano rimasti esterrefatti nel sentire che anche il pastore chiamava quella piana "La Bassa". Avevano centrato il nome senza saperlo.

      Sì, penso che anche questo sia stato un segnale -sin un po' troppo scoperto- che la grotta era trasumana.

      No, non sospettavo l'esistenza di questa piana nelle antiche fantasticherie che riguardavano il fondo di Piaggia Bella, ma quando poi la inclusi nel mio territorio mentale presi a sognarla con insistenza, mescolata con la piana Solai.

      Nei sogni notturni ricorreva una grotta sita sul bordo meridionale di questa piana La Bassa-Solai; scendeva a pozzi, poi c'era un lungo tratto orizzontale. A metà di esso partiva un approfondimento, vi scendevo perdendo quota in pozzi abbastanza stretti, a lame, attivi, un po' inclinati. Lì si è sempre fermato il sogno.

      Più volte ho pensato che l'ossessiva ricorrenza di questa grotta e del brusco arrestarsi

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della discesa non fosse un buon segno, che quando l'avessi trovata sarebbe stato opportuno fare un po' di attenzione supplementare ad attrezzamenti, compagni e sassi.

      Ho cercato a lungo questa grotta nelle due piane, ma non l'ho trovata. Non dispero.

      Guardando dagli Sciacalli, la piana è delimitata sulla sinistra dalla gola della Chiusetta. Sì, è lì che una volta mi è capitato di disseppellire nove nostri compagni dalla neve. Era la conclusione di una punta importante, in cui s'era formata una squadra mista di liguri e piemontesi a esplorare insieme il nostro comune enigma. Furono sommersi direttamente sulla verticale delle immutabili gallerie che congiungono Piaggia Bella con Labassa, la neve sterminò tutti gli esploratori, vennero risparmiati solo i neofiti.

      Credo che anche quello fosse un segnale di trasumanità, ma non l'ho capito. Dovessi commentarlo, direi che è stato brusco; poi cercherei inutilmente altre parole per rendere più precisa l'idea. Per fortuna nessuno mi ha chiesto di commentarlo.

      Ora i lavori di disostruzione degli Sciacalli avevano portato i nostri compagni liguri in Piaggia Bella.

      Quindi ero seduto lì, in quella piana recentemente inclusa come luogo esterno nei miei sogni sotterranei e poi sognata in tante notti e poi sognata in due valanghe e poi sognata come zona da raggiungere scalando pozzi in Piaggia Bella.

      Ero lì. A poco più di duecento metri di distanza, nelle pareti che coronano la piana verso sud, vedevo l'ingresso de Labassa, quel trascurabile e poco promettente buco in parete che poi era finito a stagliarsi, immenso come nessun altro ingresso di grotta era mai stato, dietro giornalisti dei TG nazionali mentre dicevano cose impossibili, elenchi di nomi impossibili.

      Quell'ingresso, poi tornato nell'ombra e alle sue modeste dimensioni, era lì dinanzi. A meno di seicento metri, a destra, sul coronamento occidentale, stava l'Ombelico, l'ingresso facile de Labassa. Io ora ero seduto nel punto dove, grazie ai nostri sforzi segretamente congiunti, Piaggia Bella era emersa alla luce, al di là delle Porte di Ferro, al di là delle valanghe, al di là delle zone Tabù. Era emersa di là, oramai.

      Dovevo constatarlo, il tempo era venuto.

      La grotta era la stessa. I sogni uniti.

      La giunzione fra le due grotte era fatta.

      Entriamo insieme, ed è come se ci separassimo. Gli altri entrano negli Sciacalli, dove tanto hanno lavorato per aprire l'accesso di Piaggia Bella più prossimo a Labassa. Io mi immergo nelle imperfezioni della piana di là delle Porte di Ferro, all'altro Capo del mondo, ed entro in Piaggia Bella. Ogni nostro identico gesto, in realtà, è diverso.

      In mezz'ora di discesa fra intrichi di pazienti disostruzioni arriviamo alle gallerie che avevo raggiunto diversi anni fa con pazzesche risalite.

      Erano remotissime, lo ricordo bene. Pur entrati dalle Mastrelle, grazie ad un'altra tappa del lavoro comune dei condiscepoli liguri, quelle ultime parti erano molto lontane. Franose.

      Per qualche ora ci aggiriamo con vaghi progetti nell'intrico di gallerie della zona.

      In realtà, se dovessi parlare fingendomi un esploratore di Piaggia Bella o, esagero, del Corchia, direi che il problema è risolto, ma che richiede diversi ulteriori passi, che in altre occasioni si sono dimostrati più lunghi di molte gambe.

      La zona è un intrico tridimensionale di piccole gallerie antiche, frantumate dalla tettonica recente che ha generato la gola della Chiusetta. Sovrapposto ad esse sta un reticolo di memorie recenti che lo ha attraversato con diversi colpi verticali, spesso molto vasti, intercettandone intere famiglie. Nelle zone profonde, dove scorre l'acqua e dove ci siamo infranti tante volte, dominano i riempimenti, il fango, l'aria vi entra con riluttanza.

      Decine di metri più in alto, sui livelli dove più volte siamo filtrati oltre, sino a passare da un sogno all'altro, l'aria si inietta in fratture, le condotte sono sbarrate d'improvviso da roccia compatta, le frane -o angosciosi terrazzi sospesi su sassi- dominano il paesaggio.

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      Dove passare? Non lo so. Come? Questo invece lo so: con calma. Con abbandono. Cercheremo con collettiva sistematicità o sperando nel colpo di fortuna? Chissà.

      Siamo esecutori di un piano così complesso che nessuno può abbracciarlo tutto con lo sguardo, ma solo fare la sua parte al tempo che gli tocca; smettere di lottare, abbandonarsi e crollare al di là delle porte che si aprono.

      Tutto è sereno e inevitabile. Ma so che ci sono problemi fra gli esploratori che agiscono lì, di tanti gruppi e di tante esperienze.

      Mi pare che fra noi speleologi alle porte delle grotte trasumane, le ansie nascano quando traduciamo il loro piano in un linguaggio umano, in linguaggio di grotta umana. Così come in Corchia, la traduzione fa apparire gare, sconfitti, successi e vincitori, dove in realtà ci sono solo esecutori immersi nel dormiveglia.

      Credo che in quell'accesso della piana verso l'Orsa Maggiore gli scavi cercassero una via autonoma, una grotta che da una parte cadesse in Piaggia Bella e dall'altra andasse in Labassa. Penso dovesse essere la giunzione fra Piaggia Bella e Labassa.

      Come nell'altra grotta trasumana, il Corchia, anche qui siamo stati marionette che credevamo di agire per chissà quali scopi, e intanto tessevamo un unico grande tappeto.

      Andando verso l'uscita mi rendo conto che per due volte mie folli risalite, fatte quasi in solitudine, hanno portato Piaggia Bella sotto gli scavi di esploratori che in quel momento erano più acuti di me.

      In entrambi i casi essi avevano individuato il punto debole, una volta l'Arma delle Mastrelle, l'altra gli Sciacalli; ma per due volte, come un sonnambulo, avevo eseguito tremende arrampicate portando le orme di Piaggia Bella nelle gallerie in cui essi sarebbero caduti. Li avevo così fatti rientrare sul tappeto comune.

      Inseguivo sogni confusi. Una volta fu il Li Po, l'altra il Droctulft.

      Quindi ogni tanto ho rappresentato Piaggia Bella. Altre, il Corchia.

      Vorrei ringraziarli dell'onore, ma non so come fare.

      Ora è un po' come in Corchia, quando i fiorentini fecero la giunzione portandoci le gallerie dell'Antro sotto i posti dove in Fighiera noi avevamo lasciato gallerie piene di enigmi, e poi forzandoci a esplorarle quando invece ce ne volevamo andare via a piangere la fine di un sogno.

      I piani delle grotte trasumane sono proprio incomprensibili, ma so che valgono la nostra vita. Le traduzioni che sappiamo farne in lingua umana mi paiono però sempre molto povere, ancora non riesco ad abituarmi.

La piana della Chiusetta, la freccia indica l'ingresso degli Sciacalli. Foto R. Pastor

 

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Sciacalli: l'ultimo ingresso di Piaggia Bella

Gilberto Calandri e Andrea Pastor (Gruppo Spelelogico Imperiese)

      Buco degli sciacalli: 14° ingresso del Complesso di Piaggiabella.

      Dal Giugno 2005 ormai si può entrare nel "Complesso" non solo nei punti più lontani (da Essedue a Essebue. manca solo qualche dettaglio tra Cima Galina e Masche) dell'area di assorbimento di P.B., ma finalmente anche sulla verticale degli estremi cunicoli della "vecchia" Carsena sotto il bordo della Piana della Chiusetta. A 80 - 90 m di distanza c'è il grande salone di crollo Riviera - Bruxelles, raggiunto da S. Delaby, terminale "a monte" di Labassa. Gli Sciacalli in questo senso sono davvero l'ultimo ingresso di Piaggiabella, quello che potrebbe permettere la congiunzione con La bassa: come dire 60 km di grotta, unico in Italia non solo per sviluppo metrico, ma per complessità di un sistema carsico sino alla zona freatica.

Sciacalli: una lunga storia

      Come tante avventure del G.S.I. sulle Liguri calcaree la storia degli Sciacalli comincia da lontano (nell'estate '87 con una prima fessura disostruita sul dosso arrotondato dalla glaciazione wurmiana che sbarra ad oriente la piana della Chiesetta): è il tempo delle grandi esplorazioni a Labassa e si crede fortemente nella congiunzione con P.B. Dopo vari tentativi nell'agosto 1988 si comincia a disostruire una microscopica frattura a quota 1830 m, proprio sopra l'abituale campo speleo: l'aria è quella buona delle Mastrelle che soffia lungo P.B.

Sciacalli: le gallerie (foto A. Bado), a pag. 50 i rami verso la congiunzione (foto R. Pastor).

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      In realtà gli Sciacalli sono una frattura dove ben poco hanno corroso le acque di percolazione: dodici anni di alterni lavori per "aprire" poche decine di metri, sino alla prima strettissima forretta seguita da piccoli pozzi cascata. Dal 2000 l'attività sempre più intensa; nel 2004 un pozzetto a campana porta a -84 dove la cavità sembra chiudere: a parte una fessura orizzontale che mi "ulula" l'aria gelida di P.B. Sono i giovani del G.S.I. che nella stagione buona (e meno buona) portano avanti un cocciuto lavoro da minatori sino alla frenesia del giugno 2005 quando un nuovo saltino indica ormai sicura la congiunzione con Piaggia Bella. Questa viene realizzata a -123 m da A. Bado, M. Bertora, A. Pastor il 24 giugno 2005.

      Un giorno si trovò l'Ombelico, secondo ingresso di Labassa, da lì (finalmente i giovani!) cominciarono a pensare agli Sciacalli come ad un eventuale collegamento fra Piaggia Bella e Labassa: qualcosa scatta, si comincia a scavare con grinta. La roccia è dura e non regala niente: un detto vagava nella nostra mente perversa: "dove c'è aria c'è speranza". E si continuava fino ad arrivare ad una profondità di 30 metri dove la grotta cominciava ad allargarsi: da qui cominciano i primi pozzi, ma anche le successive strettoie o piccoli passaggi scomodi. Ma noi eravamo entusiasti bastava che ci portasse fino al fondo a toccare senza grossi intoppi la cosa più voluta: il collegamento con i grandi complessi. Non fu così semplice: alla profondità di 84 metri dopo un pozzo scavato perfettamente dall'erosione delle acque, un piccolo rigagnolo continuava in una fessura improbabile, di lì il passaggio, l'aria diceva così: un'altra commedia ricomincia: ci si scoraggia un po' ma non si può mollare, ci siamo vicini "altri due anni di durissimo lavoro", Le punte si facevano sempre più insistenti, quasi tutti i fine settimana. Volevamo passare. Alla fine veniamo premiati, dopo 8 metri di strettoia si passa: gli ambienti sono più grandi, ormai ci siamo: il 24 giugno 2004 entriamo in Piaggiabella nella Sala della Corda Rossa.

La strada degli Sciacalli

      Dal Buco degli Sciacalli non contano i numeri (neppure 200 m di sviluppo): è la via buona per lavorare verso Labassa e tanto basta... La congiunzione con la Sala della Corda Rossa e le Gallerie Bruttadonna (e quindi i rami alti del Pozzo del Pentivio), raggiungibili con estrema rapidità (successione di angusti saltini: attenzione al pericolo di caduta pietre e ricordare che gli armi sono ancora da punta esplorativa, a tratti con corde su roccia e qualche pozzetto non raddoppiato...

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GROTTA DEGLI SCIACALLI (CARNINO - CN)

Rilievo topografico: M. Bertora - P. Denegri - F. Nicosia - A. Pastor - R. Pastor

quindi pericolosi!), può effettivamente permettere non solo tentativi di esplorazione ma soprattutto di disostruzione per chi avrà forza e costanza di tentare il mitico collegamento P.B. - Labassa.

      Gli Sciacalli sono una cavità rigorosamente verticale che scende più volte retroversa in corrispondenza di una delle fagliette, esaltate dalla neotettonica postwurmiana, che tagliano il dosso a monte della Gola della Chiusetta biancheggiante nei calcari del Malm.

      Intatti sino a ca. -40 si attraversano le compatte bancate di calcari grigi e rosati giurassici.      

      Quando comincia a prendere forma la grotta: cioè il meandrino vadoso interrotto da pozzetti di erosione regressiva siamo ormai nei calcari scuri vetusti del Dogger. Gli ultimi salti prima del salone di crollo e dei soffitti piatti di Bruttadonna, l'acqua è riuscita a scavarli nelle dolomie più o meno calcaree del Trias medio. Guardando dagli estremi di P.B., es. Sala della Corda Rossa, verso l'alto si capisce che gli Sciacalli erano davvero parecchi (l'esempio più lampante la risalita del 1991): purtroppo mancavano quei 30-40 m, più o meno tettonici, che solo un cocciuto lavoro di gruppo poteva vincere.

      Sciacalli per il G.S.I. può forse simboleggiare un passaggio di consegne tra i vecchi esploratori di Labassa, all'S2, all'Omega3 ed i giovani.

      Ma dovrebbe essere un messaggio per tutti gli esploratori margueisiani: c'è davvero tanto da fare "lavorando" sulle Liguri. Il primo passo…. P.B. - Labassa!

 

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Etna: bollori esplorativi

L'attività del CSE sull'Etna dal 2004 al 2005

L'ultima eruzione dell'Etna (settembre 2004 - marzo 2005) ha prodotto interessanti cavità di scorrimento lavico esplorate dal nostro gruppo a partire da marzo fino ad ottobre.

      Eruzione 2004-2005

      Il 7 settembre 2004 un complesso campo di fratture si è aperto nella zona sommitale dell'Etna, senza alcun segnale premonitore. Si tratta di un campo di fratture che, partendo dal basso fianco orientale del cratere di SE (quota 3000 m), si dirige, con direzione ESE, verso il bordo della Valle del Bove. Nei giorni seguenti, dalla zona a più bassa quota del campo di fessure, si è avuta l'emissione di una colata che è durata solo un giorno, mentre il campo di fessure si estende ulteriormente verso SE raggiungendo l'orlo della Valle del Bove e proseguendo al suo interno fino ad una quota di 2650 m. Lo stesso campo di fratture ha, intorno a quota 2820 m, un collasso con la creazione di una voragine ellittica da cui fuoriesce denso vapore bianco.

      Il 10 settembre sulla prosecuzione della frattura (verso est) a quota 2620 m si apre una nuova bocca effusiva (che darà luogo alla Grotta Licitra).

      Il 13 settembre si ha attività esplosiva nella zona del campo di fratture a quota 2820 m e un'ulteriore propagazione della frattura verso SE con l'apertura di un'altra bocca effusiva a quota 2320 m (dai cui prodotti si formerà la Grotta Bocca Bassa).

      Nei mesi seguenti il campo di fratture laviche non ha più alcuna evoluzione e l'emissione di lava continua dalle due bocche dando luogo ad un complesso campo di flussi lavici. La bocca di quota 2620 m dà luogo anche a due bracci lavici indipendenti che però hanno breve durata (poche ore). Le condizioni della colata rimangono stabili fino alla fine dell'eruzione l'8 marzo 2005.

      Il volume di lava emesso è stato stimato tra i 18,5 e 32 x 106 m3; lo sviluppo max della colata è circa 2.5 km; la quota raggiunta dalla colata all'interno della Valle del Bove è circa 1700 m s.l.m.

      Le esplorazioni

      Sono state individuate 3 grotte principali, una a quota 2600m, dello sviluppo di circa 350m e di circa 115m di dislivello, che abbiamo inteso dedicare alla memoria del nostro

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compianto socio Giuseppe Licitra, che ci ha lasciato di recente.

      Un'altra grotta, denominata Bocca Bassa e sita a circa 2300m di quota, raggiunge 432m di sviluppo con un dislivello di 197m, misura che porta questa cavità al secondo posto per dislivello fra le grotte etnee.

      Cauru Mannu infine ha uno sviluppo di circa 190m per un dislivello di 60m e ha l'ingresso intorno ai 2100m di quota.

      Le prime esplorazioni sono state condotte alla Licitra già a marzo, raggiungendo la grotta con gli sci da sci-alpinismo, ma la temperatura della galleria era ancora troppo alta da permettere l'ingresso: infatti lo "sputometro", universale metodo di misura per il test di temperature sopra i 100 °C, friggeva a contatto con le rocce della grotta, così da sconsigliarne la percorrenza...

      In aprile finalmente siamo riusciti ad entrare: la temperatura presso l'ingresso era circa 30°C, mentre alle due estremità raggiungeva i 70°C. Abbiamo riscontrato la presenza di piccole concrezioni saline, del tutto simili a quelle già da noi osservate in altre occasioni, di tipo metastabile. Tali concrezioni infatti sono stabili solo entro un intervallo limitato di temperatura ed umidità, e sono destinate nella gran parte dei casi a concludere il loro ciclo evolutivo di deposizione, crescita, reidratazione e quindi dissoluzione, in pochi mesi. Sono le stesse a suo tempo osservate alla Grotta Cutrona, anche se il fenomeno alla Licitra è risultato meno esteso.

      È comunque una grande emozione esplorare gallerie calde, in cui si può osservare un fenomeno di concrezionamento del tutto simile a quello presente nelle grotte carsiche, ma infinitamente più veloce, tale da poter essere colto nella sua dinamica evolutiva anche da noi, poveri mortali...

      Abbiamo scoperto altre cavità minori, tra cui alcune ancora troppo calde per l'esplorazione, ed un'enorme voragine larga circa 6 metri all'imbocco e profonda una quindicina di metri. È Cauru Mannu, o Il Pozzone, il cui fondo all'epoca della scoperta aveva una temperatura di circa 180°C, rilevata con un termometro a raggi infrarossi.

      Sempre in Aprile, in collaborazione con alcuni vulcanologi dell'INGV di Catania e di Palermo, dell'Università di Torino, oltre agli amici del GSP di Torino, abbiamo eseguito un rilievo termico alla Licitra, usando una telecamera agli infrarossi.

      La stessa telecamera è stata impiegata per fare il rilievo termico di Cauru Mannu, che sorprendentemente è risultato avere il fondo alla temperatura di circa 16°C, controllata anche con il termometro IR della volta precedente. Il terreno ai suoi bordi però superava i 350°C, tanto da riuscire agevolmente ad incendiare la carta, che come è noto brucia a partire da 232°C!

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Questo repentino raffreddamento ci ha colto impreparati: infatti non avevamo le scalette, indispensabili per discese in grotte laviche che presentano pareti con roccia taglientissima, pertanto non siamo riusciti a esplorare la verticale.

      Durante la discesa per uscire dalla Valle del Bove, grande depressione sul versante orientale dell'Etna, teatro di questa eruzione, abbiamo ricontrollato una vecchia conoscenza, MSC1 (Ma Su Cauru...). Questa cavità si è formata nelle lave della colata '91-93, e nel'96 risultava ancora positiva al test dello "sputometro"! Questa volta siamo riusciti ad entrare, esplorando, dopo una strettoia di ingresso e un saltino disagevole, 215m di bellissime gallerie, ampie fino a 6 metri! Il dislivello è risultato di circa 30m. La grotta prosegue a monte del grande collasso che costituisce l'ingresso, per circa 80 m, fino a raggiungere un piccolo ingresso costituito da un crollo del soffitto.

      A luglio abbiamo scoperto ed esplorato la Bocca Bassa, presso il cui pozzo di ingresso, di circa 12m di dislivello, abbiamo osservato un bell'esempio di concrezionamento salino, costituito da un crostone che intonaca la parete per una decina di metri quadrati, con decine di stalattiti di diversi colori, bianche, arancioni e gialle soprattutto, una delle quali raggiungeva quasi mezzo metro di lunghezza.

      Lungo la bella galleria, una sezione circolare di 3 metri di diametro al massimo, occhieggiavano stupende e candide stalattiti eccentriche, in una zona che superava i 30°C. Al fondo si superavano i 60°C, in una strettoia ventosa in cui era impensabile addentrarsi in quelle condizioni termiche.

      A luglio è iniziata una collaborazione con il Parco dell'Etna, che ci ha per-

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messo di transitare con due nostri mezzi in zone interdette al traffico. Raggiunte così le quote più a monte della Valle del Bove, abbiamo cominciato le prospezioni sulla sciara nuova, da 2600 a 1800 metri circa. Le zone esplorate in molti punti superavano i 45° di pendenza, su blocchi sciolti di lava taglientissima. La progressione in quei frangenti è risultata estremamente impegnativa, sia per indumenti e calzature, che si distruggevano in una sola uscita, sia per le membra degli speleologi, sollecitate fino al limite di sopportazione. Le cadute, le distorsioni e le ferite lacero contuse sono state all'ordine del giorno!

      Tra luglio e settembre abbiamo completato le esplorazioni nelle tre grotte principali, eseguendo i rilievi e la documentazione fotografica e video e scovando altri ingressi ancora intransitabili (Grotta di Elvira, Buca Orribile ecc.).

      (Gaetano Giudice e Angela Giuffrida Privitera, Centro Speleologico Etneo - Catania)

Avanti Savoia!

      Ovvero le nostre avventure siciliane, dall'eruzione alle visite esplorative nelle grotte laviche e, per finire, anche le sci-alpinistiche.

      Eruzione 2004

      Esercitazione GLD, Sicilia... come non approfittare del viaggio per fare una scappatina sull'Etna? Se poi c'è anche un'eruzione, - la tentazione è davvero troppa!

      Sbarco a Palermo con zaini e bagagli alle 06:00, giornata stupenda, caldo e sole a volontà, la nostra meta è Cefalù che sarà il nostro campo base per l'esercitazione, ma inizia domani, ci siamo presi un giorno per motivi logistici e per non entrare in grotta con ancora il mal di mare.

      Mentre ci aggiriamo per il borgo, arriva la telefonata di Gaetano - se fate veloci arrivate in tempo per salire sull'Etna e vedere l'eruzione!-.

      Un attimo e siamo già sul furgone, verso Catania. Raggiungiamo gli altri giusto in tempo per il solito pranzetto alla siciliana... (siamo usciti rotolando! Solo un assaggio di antipasti, di primi, di secondi, di dolci e anche della tipica bevanda: limone al limone) e poi via, dritti verso la funivia che ci porterà vicino (circa 40 min. a piedi) al Belvedere.

      Effettivamente è proprio un belvedere!! Sotto di noi si apre in tutta la sua maestosità la Valle del Bove. Si vede in lontananza del fumo... sono le bocche in cui scorre la lava.

      L'avvicinamento è veramente incredibile, zampettare come camosci sulla sabbia della lava è una sensazione indescrivibile!!!! In pochissimo tempo siamo davanti alla bocca più alta, incredibile, affacciandosi si vede proprio la lava che scorre, a 3 metri da noi. La lava fluisce ormai quasi tutta dentro ad un cunicolo (che si è formato con il progressivo raffreddamento), ma ci sono ancora delle aperture in cui la si vede. Seguiamo il biscione arancione finché non scompare con un balzo nella vallata...

      Ovviamente la sensazione è quella di non essere sulla terra, ma in paesaggio direi lunare, intorno a noi si vedono solo sabbie nere, serre gianicole nere, il cratere nero e queste lingue arancioni che contrastano in maniera assoluta con tutto il resto, in più il mare di nuvole ci allontana ancora di più da quella che è la realtà e Catania che sono appena sotto di noi.

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      La progressione sulla sciara non è per niente facile, la roccia ha una consistenza innaturale e in più è affilatissima, il che aumenta la sensazione dell'estraneità al paesaggio.

      Arrivati sul bordo non ci resta che tornare indietro. Il ritorno è mooooooolto più faticoso della discesa, in più arrivati alla funivia scopriamo che ormai ha finito il suo turno e quindi davanti a noi ora ci sono i 1000 tornanti che ci riporteranno alla macchina, dove arriveremo, ovviamente, con il buio!

      Dentro di noi però rimane la certezza di tornare per scendere ad esplorare le "non ancora esistenti grotte" che nasceranno non appena il vulcano si sarà svuotato. (Deborah)

      Ottobre 2005

      "Ma sei del CAI di Venaria?", "No", "Io si, e mi domandavo dove vai?", "In grotta", "A Venaria?", "No, sull'Etna".

      E inizia così sul trenino per l'aeroporto. Sto andando in grotta... in aereo. Mai fatto prima! Partenza ritardata di 1 ora: Spizzico per cena. Donda mi telefona: -stiamo mangiando del pesce incredibile in un posto fighissimo…- Quasi a mezzanotte arrivo anch'io. Gaetano mi porta subito all'appuntamento con "limone al limone", il primo di molti!

      Colazione con granita al caffè e cannolo. Sull'Etna si va domani per questioni di permessi e autorizzazioni, che fare? Bene, andiamo a funghi! Gaetano ci guida per mezza Sicilia e ci porta nel parco dei Monti Nebrodi. Con lui Angela, Elvira, Fiorenzo, Deborah, Donda, Marcolino, il Conte, Silvio, Mirco. C'è anche il padre di Gaetano, Turi, grande esperto di funghi che già sullo sterrato dentro il parco ogni tanto fa fermare la carovana di auto, scende e ne trova in quantità. E così è per tutta la giornata dentro bellissimi boschi abitati dai maiali selvatici. Tutti ne trovano, dico proprio tutti, tranne uno: il sottoscritto! Avevo visto riempire due ceste di funghi, ovviamente solo porcini e ovuli, e molti di quei funghi li avevo quasi pestati! ma roba enorme! Ma alla terza cesta posso dire di aver collaborato anch'io, depositando un esemplare maschio, sano e un po' sovrappeso.

      Digeriti perfettamente i funghi di ieri sera, si parte con la solita colazione a granita e cannolo. Salendo verso l'Etna, incomincio a pensare: come può essere una grotta a 60, 70 e addirittura a 100 gradi. Ma sarà poi così calda? Intanto la perfetta organizzazione di Gaetano fa radunare Elvira, Fiorenzo, Nino alla partenza della seggiovia dell'Etna. Ovviamente con mezzi idonei (fuoristrada) a salire lungo la pista della seggiovia fino al Belvedere, punto panoramico che sovrasta la Valle del Bove, 200 metri sotto le pendici del cratere di sud-est.

      Dal vento e dal freddo che fa, le grotte calde possono sembrare ancora più calde, mi dico. La prima che visitiamo è la Licitra, oramai a fine carriera; si è generata nell'eruzione del 2004 ed è in alto, vicino al colle. Visita con giro fotografico. La cosa che subito colpisce è la forma del condotto, la sezione è quasi perfetta lungo tutta la galleria. Le concrezioni di sale, sono poi di un eccentrico incredibile. Bene, il primo giro superpositivo. E poi non faceva neanche tanto caldo!

      Arriva la nebbia, ci dirigiamo verso la Bocca Bassa, quella calda. Si erano fermati Elvira e Gobetti ad aprile 2005 perché la temperatura superava i 70 gradi e la grotta continuava! Elvira, Angela e Fiorenzo vanno in esplorazione, faranno il rilievo e cercheranno di "forzare"

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il muro di calore. Noi, sceso il pozzetto iniziale con acrobatica scaletta, visitiamo i rami a monte fotografando tutto! Poi si parte, anche noi verso il caldo!

      Solo 35 gradi. Un'inezia. Si, ma siamo appena partiti mi fa notare Marcolino. È vero. Il tubo scende mantenendo la stessa inclinazione, la forma è geometrica. C'è molta aria. Aria calda. Pseudo strettoia, è come entrare nella bocca di un phon. Aria incredibile, calda, calda. Donda inizia a togliersi la tuta, sotto ha la Liod! -Leggera-, ci tiene a precisare. Saremo già sui 40 gradi. Inizi a percepire che fa caldo, anche perché l'aria è sempre forte e arriva da sotto.. dove fa ancora più caldo. Per fortuna c'è il trucco! Gaetano, lo sa. Si avvicina alla parete e va a cercare le fessure del tubo lavico che comunicano con l'esterno. Aria fredda! Solo aria fredda! come soffrire maggiormente il caldo? Mettersi ripetutamente al caldo poi al freddo e poi al caldo... però l'assuefazione è a un passo. Ogni fessurina è nostra, mentre si scende.

      Troviamo la squadra del rilievo molto vicino al vecchio fondo. Loro lo sanno già e ce lo dicono. Ma noi vogliamo andare a vedere! Tutti senza tuta, maniche rimboccate, tutte le lampo abbassate. 60 gradi, ci siamo. Se strisci fa meno caldo, il caldo va in alto. La pietra lavica però sta in basso, e siamo vicini ai 70 gradi. Per nostra fortuna, il tubo decide di averne abbastanza e chiude in sifone lavico con fessura. Non riusciamo a guardare la fessura perché tira un'aria pazzesca a chissà quanti gradi in più dei 70. Ci vai di schiena, ti avvicini e quando ti senti bruciare decidi di aver visto tutto e ti ritiri soddisfatto.

      La risalita è dura, interrotta da lunghe sniffate alle fessure, finché si raggiungono i già citati 35 gradi. Si esce in mezzo alla nebbia e al freddo. Nino che è rimasto fuori a fare sicura sulla scaletta del pozzo di ingresso, pur bagnato è di ottimo umore e ci racconta vecchi aneddoti mentre precipitosamente cerchiamo di evitare il "raffreddamento murtala", temuto virus della zona.

      La discesa sarà lunga. Ci attendono dei ghiaioni da favola, cenere e lava tritata fine ricoprono pendii inviolati. Visto da fuori probabilmente sembravo un bambino deficiente che scivola lungo i pendii inghiaiati con le braccia aperte. Visto da dentro: lo stesso! Una gran goduria sciare con gli scarponi. Dopo la discesa arriviamo davanti alla PB dell'Etna. Un inghiottitoio maestoso: manca il calcare, c'è solo lava! Nelle vicinanze zone con la lava

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ancora calda fumano, la nebbia si mischia. Inizia il lungo traverso e poi la salita nel boschetto per scollinare e scendere nuovamente verso il fondo. Abbiamo oramai tagliato la parte alta della valle del Bove e stiamo ritornando sulla strada che porta verso la seggiovia. Ma non alla seggiovia. Molto prima. Anche qui l'organizzazione Gaetano ha previsto tutto: una macchina d'appoggio porta gli autisti alle altre auto, alcune sono alla partenza della seggiovia e una è ancora su al Belvedere. Risalire e scendere la pista dei fuoristrada lungo la seggiovia con la nebbia e il buio saranno argomento di chiacchiera davanti ad un bel piatto di pasta al limone innaffiato da dell'ottimo verdello.

      Bella esperienza!

      (Alberto Gabutti)

      Febbraio 2006

      Tre persone, tre aerei, tre orari di arrivo differenti... evviva l'organizzazione! Ma partire per l'Etna con soli 3 giorni di preavviso non è così facile, i voli sono già tutti pieni.

      Questa volta all'aeroporto non arriviamo con solo l'attrezzatura da grotta, ma soprattutto con quella da sci-alpinismo! Già sull'Etna c'è anche la neve, e tanta. Il programma? Questa volta si cerca di raggiungere e scendere il "Pozzo di Elvira" che causa temperatura troppo elevata è rimasto ancora inesplorato.

      Arriviamo il venerdì dalle 12:00 alle 23:00, con tappa obbligatoria (ad ogni arrivo...) ai Ciospi per un "Limone al Limone", per i più fortunati anche una sosta con i cannoli...

      Si preparano i sacchi e si cercano seguaci al gruppo, l'avvicinamento con la neve non attira molto e quindi riusciamo a convincere una sola persona a seguirci (oltre a Gaetano e Angela organizzatori del tutto)!!!

      L'idea di mettere gli sci ai piedi sembra veramente strana visto che il clima a Catania è quasi da spiaggia...

      Sveglia neanche presto, colazione a Nicolosi a base di caffè, granita, brioches vuota, cannolo e per togliere il gusto del dolce un'accartocciata... ora siamo pronti!

      Arriviamo al Rifugio Sapienza, lasciamo come al solito una delle due macchine alla partenza della funivia, mentre l'altra viene portata alla fine della Valle del Bove (previsto come luogo dell'arrivo).

      Saliamo sulla funivia, tra gli sguardi increduli degli sciatori (abbiamo appesi allo zaino il

casco, le scalette, la scala...), che ci porta come sempre sulla strada per il Belvedere che

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percorriamo con gli sci.

      Al Belvedere il panorama è veramente grandioso, si vede tutta la Valle del Bove, innevata, con solo dei buchi neri nei punti in cui la sciara è ancora calda e scioglie la neve; ma il nostro itinerario sembra bello bianco, bene. Meno bene è invece la neve che abbiamo sotto gli sci, infatti si è trasformata in un attimo da neve a vetro... -forse ha preso un po' di vento-, sconfortati gli amici siculi inforcano i ramponi, ma noi resistiamo (arriviamo dai nord, ci siamo abituati!) anche se non ero mai scesa con una picozza al posto del bastoncino!!!!! Per fortuna dura solo pochi metri, sotto la neve è ancora dura ma bellissima da sciare!!!!!

      Scendiamo per i pendii seguendo l'itinerario fatto a piedi nelle volte precedenti, vediamo da lontano il Pozzo. Con l'aiuto del GPS ci dirigiamo verso di lui, ma sul più bello ci coglie la nebbia... Partono Gaetano e Donda in cerca del Pozzo, il loro fiuto da esploratori li porta dritti dritti sopra.

      Che dire, un cratere nella neve di 10x10 di larghezza e 5 m di profondità..., sono senza parole!

      Montiamo le scalette e ci avviciniamo alla bocca per la prova temperatura: 100°C, forse è ancora troppo calda, ma i vestiti e i guanti li asciuga benissimo!

      Per fortuna di noi sciatori la discesa è ancora lunga, si arriva al colletto (quello dei dicchi), si passa davanti alla finta PB, si attraversa tutto il piano (la sciara) e poi alla base dal canale da scollettare, da lì giù di nuovo per l'Acqua Rocca e finalmente alla strada dove ci aspetta la macchina.

      Inutile dire che per la terza volta (e quindi in tutte le mie salite sull'Etna) arrivo alla macchina con il buio, senza una luce, e senza aver mangiato per tutto il giorno... (a parte la colazione).

      Per fortuna la serata si conclude con una fantastica pasta al pesto di pistacchio innaffiata da buon vino.

      La domenica inizia con la Colazione, siamo al solito bar, con le solite ordinazioni... granita, brioches, cornetto al pistacchio, cannolo, accartocciata con formaggio e pomodoro; e continua con un giro turistico intorno all'Etna. Andiamo a visitare le Gole dell'Alcantara, con le sue pareti di basalto. Mettiamo i "piedi a bagno" nel mare di Aci Castello. La fine della giornata segna la partenza per Torino (e Genova), ma sicuramente non sarà la fine dei nostri giri sull'Etna!

(Deborah)

      E adesso, come ogni rivista scientifica che si rispetti, tutte le descrizioni, a cura di F. Fiorenza, delle grotte esplorate e documentate dal CSE e in piccolissima parte anche da noi.

      Per i rilievi dovrete ancora aspettare, ma qui o su un'altra rivista usciranno.

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Le cavità

      Grotta Licitra (Bocca Alta). Valle del Bove. Comune: Zafferana Etnea

      Descrizione

      La galleria, che presenta uno sviluppo di circa 346 metri ed un dislivello di 114, si estende a valle della bocca eruttiva apertasi sul fianco della montagna il 10 settembre del 2004.

      La caratteristica più evidente di questa galleria è la presenza di numerose finestre (aperture) lungo il suo percorso.

      Si accede alla galleria da una estesa finestra superando un dislivello di appena un paio di metri. Procedendo verso monte nel canale di scorrimento lavico, si percorrono appena 10 metri.

      Procedendo verso valle, dopo appena una quindicina di metri, sul fianco sinistro della galleria e alla sommità di un grosso cumulo di materiale scoriaceo si incontra la seconda apertura.

      Per altri 50 metri la galleria mantiene una sezione abbastanza regolare, di forma pseudo-triangolare, di circa 2 m di altezza e di larghezza, finché in prossimità di un cambio di direzione verso sinistra, si arriva ad uno slargo. Da questo slargo la galleria si biforca in due rami, ma il ramo di destra, peraltro molto angusto, chiude dopo circa 7 m. Quello di sinistra porta ad una strettoia, resa quasi impraticabile dalla presenza del materiale scoriaceo, che peraltro è presente sul pavimento lungo tutta la galleria. Superata la strettoia ci si trova in un tratto, lungo una ventina di metri, con la sezione a guisa di arco orientale. Ancora una strettoia rende difficoltoso il passaggio in un tratto in cui la galleria assume un andamento serpenteggiante, ma con sezioni sempre contenute (nell'ordine del metro); qui, in alcuni punti, la volta è totalmente rivestita da classici "denti di cane" (brevi stalattiti di rifusione), estremamente lunghi ed aguzzi. Quindi dopo altri 35 m si giunge ad un'altra biforcazione, ma questa volta uno dei rami, quello di destra, dopo un paio di metri comunica con l'esterno attraverso uno stretto passaggio.

      Proseguendo invece verso sinistra, e superato un saltino di 2,5 metri la cavità continua con una pendenza leggermente maggiore e si mantiene rettilinea per circa 70 m con una sezione perfettamente tubolare.

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      Alla fine di questo tratto ci si trova all'esterno per la presenza di una finestra che dà origine ad un breve canale (probabile bocca effimera). Ancora 45 m di galleria e si torna nuovamente all'aperto, ma stavolta in un canale a giorno lungo ca. 20 m, intervallato da pittoreschi archetti di lava. Dopodiché altri 15 m. di tunnel portano all'ennesima apertura, imbutiforme, ma proseguendo in grotta per altri 8 metri (in strettoia), si arriva definitivamente all'aperto, dove uno spandimento pianeggiante di lava cordata pone fine al rilievo.

      Grotta Bocca Bassa. Valle del Bove. Comune: Zafferana Etnea

      Descrizione

      La galleria, che presenta uno sviluppo di circa 432 metri ed un dislivello di 197, si pone come la seconda grotta più profonda sull'Etna (dopo la Tre Livelli), e si estende subito a valle della bocca eruttiva di quota 2320, apertasi sul fianco della montagna nel settembre del 2004.

      Essa presenta due ingressi a pozzo, entrambi della profondità di circa 10 metri. Raggiunta la base del pozzo la galleria si presenta subito in forte pendenza.

      Risalendo verso monte è possibile percorrere solo una ventina di metri.

      Proseguendo verso valle la galleria presenta un andamento piuttosto regolare con una sezione che, inizialmente ampia fino a ca. 5 m di altezza e 4 di larghezza, va costantemente diminuendo fino a formare una angusta strettoia (che per mesi ha rappresentato il limite delle esplorazioni, anche a causa della elevata temperatura, >60° C).

      Superata la strettoia e percorsi ca. altri 40 metri, la galleria torna ad allargarsi gradualmente, fino ad incontrare la seconda apertura, una finestra che si apre nella volta su un pozzo di 11 metri.

      Da questo punto la galleria devia leggermente la direzione verso Sud, pur mantenendo l'inclinazione costante. In questo tratto, lungo circa 100 metri, la volta presenta un andamento molto irregolare, dapprima bassa poco più di un metro, poco dopo alta oltre i 5 metri, poi nuovamente bassa fino ad innalzarsi ad oltre 10 metri in una sorta di grande camino.

      Dopo una leggera curva, la galleria torna ad essere parallela al primo tratto, con una larghezza di ca. 3 metri, e dove la volta si innalza, la sezione assume la forma "a buco di serratura".

      Percorsi altri 40 metri il pavimento assume un andamento irregolare, con piccoli salti, il più alto dei quali supera i quattro metri di dislivello, ma si riesce a superare in libera.

      A questo punto si possono percorrere facilmente i restanti 50 metri di galleria, che in questo tratto assume una pendenza legger-

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mente meno acclive, e si arriva al punto in cui pavimento e volta si uniscono facendo terminare la grotta in un sifone di lava solida.

      CauruMannu (il Pozzone). Valle del Bove. Comune: Zafferana Etnea

      Descrizione

      La galleria, che presenta uno sviluppo di circa 183 metri ed un dislivello di 61, ha un andamento in sezione piuttosto irregolare, probabile causa di ciò sta nel fatto che la colata in questo tratto ha sommerso quella che era la "Serra Giannicola Piccola".

      Raggiunta la base del pozzo iniziale (15 m), la cavità si sviluppa prevalentemente verso valle e solo per pochi metri verso monte.

      La galleria si presenta subito molto ampia, per un primo tratto di circa 40 m, con sezioni veramente imponenti (circa 8 m di altezza per 6 di larghezza). Percorsi così circa 70 m, si arriva ad un salto di 8 m. Superato il salto, la cavità devia leggermente a sinistra e poi subito a destra in un tratto in discreta pendenza (per circa 40 m) con una sezione di dimensioni minori (alta circa 5 m e larga 2 m). Qui si incontra una forte corrente d'aria che tende a salire. Superato un dislivello di circa 4 m, ci si avvia nell'ultimo tratto di galleria con sezione ovale (alta circa 2 m e larga 4), che ci conduce, dopo aver percorso una quarantina di metri, ad una saletta parzialmente riempita da un grande cumulo di detriti. Superata con cautela questo ostacolo si giunge alla saletta finale, denominata la sala della nevicata. Qui si incontra una grande quantità di esili concrezioni filiformi, a covone, a struttura fibroso-raggiata, od arborescenti, di colore bianco e dal sapore astringente, probabile solfato di sodio, che rivestono la volta, le pareti e anche il pavimento, e alla minima variazione di temperatura tendono a staccarsi e fioccare come neve. A questo punto la cavità si stringe e si biforca in un budello sul lato destro, che chiude dopo appena 1,5 metri.

      Concrezionamento

      Nelle grotte di scorrimento, dopo un periodo di tempo compreso fra pochi mesi e alcuni anni dalla fine dell'eruzione, si formano delle concrezioni di vario colore, costituite sostanzialmente da sali di sodio (Thenardite NaSO4 e Mirabilite NaSO4+10H20). Una spiegazione sulla genesi di queste concrezioni potrebbe essere la seguente:

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      1) Partiamo dall'ipotesi che inizialmente, subito dopo la fine dell'eruzione, l'intera massa della colata sia molto ricca di sali (P. Forti et al., 1994) e l'acqua piovana non riesca a penetrare a causa della temperatura ancora molto elevata della roccia.

      2) Il raffreddamento superficiale con l'andar del tempo permetterà all'acqua di penetrare fino ad una certa profondità, al di sopra dell'isoterma dei 100°C, portando in soluzione i sali. Se lungo la discesa sarà presente una cavità, con opportune condizioni di umidità e temperatura (ad esempio meno del 30% di Rh e oltre 30°C), i sali si potranno depositare facilmente, così da formare le concrezioni. (Ma se le infiltrazioni d'acqua piovana raggiungono zone laviche già molto raffreddate, è ipotizzabile che il contributo al concrezionamento di cavità sottostanti sia irrilevante e che in tali cavità non si trovi concrezione alcuna). In zone già molto raffreddate al momento in cui le infiltrazioni di acqua piovana raggiungono le lave, è ipotizzabile che il contributo al concrezionamento di eventuali cavità sottostanti sia irrilevante, quindi in tali cavità di fatto le concrezioni potrebbero non apparire del tutto. In ogni caso, quando la temperatura e l'umidità all'interno delle gallerie di nuova formazione oltrepassano determinati livelli (grosso modo meno di 15°C e oltre il 70% di Rh), un eventuale apporto d'acqua riporterebbe in soluzione anche i sali precedentemente depositati, facendo regredire rapidamente il concrezionamento stesso. Questo fenomeno è stato ampiamente osservato alla grotta Cutrona (G. Giudice e A. Leotta, 1995) e alla Grotta del Salto della Giumenta.

Le immagini che illustrano l'articolo sono di Gaetano Giudice (a pag. 52, 53, 54, 61) e di Deborah Alterisio (pagg. 57, 58, 59, 60, 62, 63)

 

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Recensioni

      Claudio Arnò ed Enrico Lana, Ragni cavernicoli del Piemonte e della Valle d'Aosta, AGSP 2005, vol. di 255 pag. con 58 foto a col. e 134 in b/n.

      È di argomento aracnologico l'ultimo volume edito dall'AGSP con il contributo della Regione Piemonte. Ne sono autori Enrico Lana ed il compianto Claudio Arnò, aracnologo di valore recentemente scomparso a soli 55 anni e al quale lo stesso Lana dedica un commosso ricordo.

      Sui Ragni cavernicoli italiani aveva fatto il punto nel 1972 Paolo Brignoli, allora massimo esperto mondiale, con un successivo aggiornamento nel 1985. Arnò e l'esuberante Lana hanno reso vecchio il predetto aggiornamento con le loro ricerche diffuse e capillari in Piemonte e Valle d'Aosta, modificando il numero di specie trovate e quello di nuove stazioni, il tutto con catture avvenute direttamente e senza ricorrere a trappole.

      Illustrato da una quantità di immagini a colori ed in bianco e nero, il lavoro è articolato per cavità elencate in ordine di numero di catasto con le relative specie ospitate (si tratta di 180 grotte), più i ritrovamenti in un'altra novantina di cavità non catastate oppure artificiali elencate per ordine alfabetico di provincia. Seguono il catalogo sistematico commentato di tutte le specie citate, famiglia per famiglia, con tutte le grotte in cui ogni specie è stata rinvenuta, e infine la bibliografia.

      È un lavorone, che avrebbe potuto essere ancora più polposo se gli speleologi avessero l'abitudine di portare con sé un boccettino e di raccogliere anche solo qualcuno dei ragni contro cui si va a battere il naso durante le esplorazioni.

      (M. Di Maio)

 

      Quando si parla di estate fortunata ... Dopo un bel po' di tempo il GSP è tornato ad esplorare, pertanto questo bollettino ha voluto racchiudere la soddisfazione e l'esaltazione di un gruppo che si sta rigenerando. In questi mesi però è successo anche dell'altro: un campo estivo parallelo alle pareti nord del Marguareis, un raduno nazionale, esplorazioni in altri luoghi, scavi vari.

      Per motivi di spazio tutto ciò troverà degna collocazione nel prossimo numero.

 

4a cop.