Copertina

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GROTTE

anno 47, n° 141
gennaio - giugno 2004

Gruppo Speleologico Piemontese CAI - UGET


Sommario

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Lettera del Presidente

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Notiziario

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In ricordo di John

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Corso 2004: è solo culo

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Il 47° corso GSP, "Cronache dal repartino ex-troglofili"

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Il corso visto da un ex-istruttore

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50 anni di gruppo

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Patagonia: sul ghiacciaio Grey

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Riflessioni sull'ombra del tempo

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Caccia grossa tra le pietre

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Inseguendo Meo

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Speleologia senile: il Buco delle Radio

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A "squola"

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50 anni

63

 

Elenco Soci

Supplemento a CAI - UGET NOTIZIE n. 6 di novembre-dicembre 2004
Spedizione in A.P. TORINO, comma 20c, art.2, Legge 662/96
Direttore Responsabile: Emanuele Cassarà
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13/10/1973)

Redazione: Deborah Alterisio, Alberto Cotti, Marziano Di Maio, Attilio Eusebio, Uberto Lovera, Laura Ochner, Riccardo Pozzo
Foto di copertina: Sul pozzone di F5 (foto storica di Saverio Peirone della spedizione del 1966)
Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino
Fotografie di: Athos, G. Badino, A. Gabutti, E. Lana, U. Lovera, O. Maroni, R. Pozzo, A. Romeo, B. Vigna, G. Villa.

GSP su Internet: HTTP://WWW.ARPNET.IT/GSPELE
Email:
GSPELE@ARPNET:IT - Conto Corrente Postale 21691100

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Lettera del presidente

Nicola Milanese

      Franz Vacchiano. Grotte n.132. Gennaio-Aprile 2000

      "Eppure ancora qualcosa non va. L'aria che si respira alle riunioni non è serena: è presente un senso di insoddisfazione quasi generalizzato. Spesso chi si occupa di lavori per il gruppo (corso, bollettino, presidenza, ecc.), a volte dedicando anche molto tempo a scapito di ben più salutari trombate, si trova esposto a critiche feroci (e poco documentate), come se la "visibilità" autorizzasse automaticamente l'attacco e lo sfogo. Peccato che pochi siano poi disposti a far seguire ai loro argomenti impegni precisi e assunzioni di responsabilità. Il "tu devi" regna sovrano, quale regola di condotta che serve, a mio avviso, molto bene a creare un ruolo autorevole (autoritario?) per chi se ne fa portavoce, costa poco e rende molto in termini di immagine sociale, ma poi lascia il gruppo in una situazione di estrema incertezza e difficoltà. Senza contare poi che, nonostante la nostra naturale attitudine masochistica, anche noi... (attenzione eresia...) andiamo in grotta per divertimento e non per dovere."

      Max Ingranata. Grotte n. 135. Gennaio-Giugno 2001

      "Schiva di qua, schiva di là, colpito!

      Ho sempre sperato che la tegola della presidenza mi sfiorasse solo, invece...

      Gestire la Tribù!!?? Cinque o dieci anni fa era molto difficile, adesso è una vera tragedia. Il grosso problema è la mancanza di giovani che si fermino dopo il corso e la solita schiera di gente che crede di far parte del gruppo vacanze Piemonte. Comunque l'affiatamento dell'esecutivo quest'anno ci ha fatto proporre e portare avanti una serie di mercoledì culturali piuttosto ben riusciti (a parte le volte in cui ci siamo trovati in cinque)."

      Max Ingranata. Grotte n. 138. Luglio-Dicembre 2002

      "Si parla sempre di crisi... Sì, non è bello iniziare con la parola crisi, ma non posso negare che dal punto di vista esplorativo abbiamo raggiunto i minimi storici. Ma le grotte non mancano, considerando che abbiamo ben due abissi armati che continuano e vari punti interrogativi in altre grotte. E quindi? Le motivazioni di questo minimo storico sono assai varie.

      Uno dei grossi problemi è l'eccessivo carico di lavoro, sia a livello AGSP che di soccorso, suddiviso su pochissime persone. Quello che di sicuro non riusciamo ad ottenere dai corsi sono giovani malati di speleologia, che riescano ad interessarsi all'attività come qualcosa di coinvolgente e continuativo. Ma perché questo accade? Esplorazioni troppo complicate e faticose oppure la mancanza di coesione al nostro interno? Quanti interrogativi! Forse quello che ci manca è un obiettivo esplorativo comune, un obiettivo da far nascere e crescere in un ambiente sereno."

      Max Ingranata. Grotte n.140. Luglio-Dicembre 2003

      "Ma veniamo al corso di Speleologia.

      Quest'anno è stato ricco di novità, probabilmente grazie ai tre giovani direttori.

      (...) Tra le novità interessanti c'è stato l'acquisto di otto attrezzature complete che sono state date in uso agli allievi.

      (...) Altre novità anche nei locali sociali. Il magazzino di Moncalieri viene lasciato, per motivi economici, interamente al Soccorso. Ci trasferiremo dopo vari lavori di ristrutturazione in Via Vanchiglia."

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      Nicola Milanese. Grotte n.141. Gennaio-Giugno 2004

      Devo dire che i miglioramenti che Max ha citato nel suo ultimo articolo danno molta fiducia nel prossimo futuro, ma, nei primi sei mesi dell'anno, le cose si sono ulteriormente e positivamente evolute.

      Cominciamo dai nuovo magazzino, che, grazie anche ad un inverno spropositatamente nevoso, ha subito grandi trasformazioni, diventando abitabile e piacevole. Con sorpresa di tutti anche il tavolo ha avuto una sua buona collocazione. Insomma sta diventando il "nostro" covo. Anche il Corso ha dato soddisfazioni. Nonostante la poca esperienza, le direttrici hanno condotto in porto un bel corso che….. udite... udite….. ha rispettato gli orari in modo mai visto in GSP. La nota più positiva sono gli allievi che continuano a venire alle riunioni e soprattutto continuano a seguirci in grotta. Vedremo cosa ci dirà il campo.

      Altra nota positiva dai corso sono le tre nuove attrezzature acquistate, ora ne possediamo undici. Un bentornato a tre vecchi del gruppo: Vittorio Baldracco, Alberto Gabutti e Gianni Nobili.

      Saluti, ci sentiamo tra 6 mesi, sorridenti per le esplorazioni e per i riuscitissimi lavori in capanna.

 

Notiziario

Assemblea di inizio anno del GSP

      Si è tenuta in sede il 30 gennaio per discutere sui programmi di attività, per approvare il bilancio preventivo, per vagliare proposte per il 50° anno di fondazione del gruppo e per programmare i lavori in Capanna e nel nuovo magazzino, più varie ed eventuali.

      L'attività esplorativa dei primi mesi dell'anno sarà ovviamente rivolta a cavità minori, anche in relazione ad un inverno che si prospetta nevoso, essendo iniziate buone nevicate già il 19-20 ottobre. Tra le grotte cui dare la precedenza vi sono Fata Alcina e Turbiglie. Per l'estate si punterà ancora sul Marguareis, portando avanti le ricerche in corso. Non emergono chiare indicazioni sul luogo in cui tenere il campo estivo e se ne riparlerà. Si discute su un corso italo-francese proposto da Thierry Fighiera, che intenderebbe fare un campo per O-Freddo.

      Il 47° corso di speleologia ricalcherà un po' la buona traccia del precedente (criteri innovativi e durata più ristretta). Si svolgerà dal 12 marzo al 2 maggio e avrà una direzione tutta al femminile: Deborah Alterisio, Sara Capello e Luisa Musiari.

      Il bilancio preventivo pur se ridotto all'osso, presenta un passivo di 1500 euro. Sara Filonzi ha elencato per sommi capi qual è la dotazione del magazzino e quanto materiale deve rientrare, mentre Nicola Milanese ha relazionato sul magazzino nuovo e su quanto c'è ancora da fare.

      Circa i lavori in Capanna, essi sono indifferibili ma purtroppo comportano una spesa che il gruppo da solo non è in grado di sostenere.

      Stefano Strippoli ha illustrato l'attività nelle scuole per il Progetto speleo-a-scuola (v. articolo sul numero precedente) e quali sono le prospettive e le necessità future.

      Per il 50° di fondazione del GSP è in fase di laboriosa gestazione una pubblicazione rievocativa. Le difficoltà nella consegna degli articoli sono più aspre del previsto e ci si dovrà

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dare comunque un termine, a rischio di sacrificare qualche contributo su cui si era fatto affidamento. Quanto al programmato raduno generale dei soci vecchi e nuovi, si è riferito dei tentativi vani di trovare un locale in cui un'adeguata capienza riservata (circa 300 posti) si accompagni altresì a un buon trattamento e a costi non esorbitanti.

      I Giaset e l'alta velocità

      Negli anni '60 avevamo esplorato un inghiottitoio nella zona del Moncenisio: il Giaset, che si apre a 2690 m di quota sotto la punta Malamot e che a piccoli salti scende a -232 m. Qualche anno dopo ne abbiamo colorato le acque, che hanno lasciato tracce nei fluocaptori addirittura in una decina di punti diversi, di cui uno a -1000 esatti dall'ingresso.

      Il fatto è giunto all'orecchio del nutrito stuolo di coloro che nella Valle di Susa stanno sostenendo una dura battaglia contro il TAV, il treno ad alta velocità destinato a collegare Milano e Parigi. La nuova linea, dopo aver percorso la valle portando un bel po' di sconquasso, dovrebbe infine sottopassare le Alpi sotto il massiccio d'Ambin con una galleria di 54 km. La zona del Giaset non è lontana dalla verticale del megatraforo. I fenomeni di diffluenza del Giaset sono diventati uno dei cavalli di battaglia degli oppositori della superferrovia, dato che le fuoriuscite d'acqua durante lo scavo della galleria potrebbero essere imponenti. Così il GSP ha avuto un po' di pubblicità sui giornali non solo locali, e su qualche rivista, tra cui Diario.

MDM

      Gli incidenti 1998-2002

      Ad opera di Pino Guidi e Lelo Pavanello è uscito un aggiornamento del loro lavoro precedente "50 anni di infortunistica speleologica in Italia 1947-97": riguarda gli incidenti in grotta e in forra 1998-2002. La parte sugli incidenti è preceduta da un inquadramento della speleologia attuale e da brevi note sul torrentismo in Italia. Viene confermato un rallentamento in atto nello sviluppo della speleologia italiana: cioè si fa più lento il trend incrementale dei gruppi speleo, degli speleologi e delle grotte catastate; però continuano ad aumentare le grandi cavità, dato che fervono ricerche più approfondite di prosecuzioni. Per la cronaca gli incidenti in grotta net quinquennio considerato sono stati 86 coinvolgendo 148 speleo di cui 9 morti (5 erano sub). Nelle forre gli interventi sono stati 40 con 121 persone coinvolte e 3 morti.

      Le cavità delle Pale di S. Lucano

      Il primo ad essersi avventurato sulle Pale di S. Lucano in Dolomiti in cerca di grotte è stato Maurizio Sonnino a fine anni '60; poi nell'85 c'è stato l'incidente in cui ha perso la vita lo svizzero Jean Francois Pittet mentre era là ad esplorare con Andrea Gobetti. Ci è sempre rimasta la curiosità di sapere come fossero progredite le ricerche nella zona, ed ecco sull'ultimo numero di Speleologia Veneta un articolo di G. Ferrarese del GS Padovano CAI che fa il punto dopo le esplorazioni padovane effettuate dal 1994 al 1999.

      Le cavità esplorate sono 36, delle quali la più estesa è il Complesso del regno di Fanes, 751 metri di sviluppo e 87 di profondità, con molti ingressi. La massima profondità, 173 metri, è quella dell'abisso Morrison Hotel-Hard Rock Cafè, il cui ingresso era stato "individuato da Gobetti & C.". Il complesso di 500 metri di sviluppo originato dalla congiunzione dei vecchi L1 e L2 è stato dedicato a Jean François. Quasi tutte le cavità chiudono allo stesso livello. Per alcune è rimasto il punto interrogativo del fondo con ghiaccio.

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      Varie

      La Colla dei Signori è da sempre punto di contatto tra genti, perché cosi ci piace intendere i confini. In occasione dell'esercitazione CNSAS di luglio alle Mastrelle abbiamo così incontrato i compari francesi nelle persone di Thierry Fighiera e Jo Jo Lamboglia sempre munito di deliziosa Kathy. Da quest'ultimo abbiamo ricevuto la conferma al sospetto che nel 1981 in Penthotal non avessimo guardato proprio dappertutto. Da anni sappiamo che traversando alla sommità del pozzo della Papesse i francesi hanno trovato un ramo parallelo alla via da noi esplorata, che raggiunge anch'esso i 500 metri di profondità. Recentemente inoltre gli stessi amici, sempre sopra alla Papessa, hanno bombardato il sifone sospeso ricavandone un chilometro di gallerie che passeggiano poco sotto Pian Ambrogi. Le ultime nuove riguardano invece l'imbocco del p.90, dove un traverso e una risalita hanno portato ad un paio di salti e a un p.40 con aria, ancora da scendere. Attendiamo novità.

      Vi abbiamo informato da queste pagine, sulle vicissitudini giudiziarie del nostro ex presidente Franz Vacchiano. Il noto pregiudicato sta al momento scontando qualche mese di momentanea libertà in attesa del prossimo arresto.

      Andrea Gobetti ha presentato il suo libro "L'ombra del tempo" il 12 febbraio a Condove, insieme a Fulvio Mariani che ha proiettato un magistrale film da lui girato con lavoro di mesi in Siberia. Gran parte della platea era composta da speleo di mezzo Piemonte.

      Il 6 marzo Armando Poli è stato riconfermato presidente nazionale del CNSAS per il prossimo triennio. Sarà affiancato dai due vice Corrado Camerini e Piergiorgio Baldracco: il nostro Giorgetto è anche vicepresidente del CNSAS Piemonte.

P.S. Con un balzo nel tempo e notevoli doti di preveggenza possiamo anche anticiparvi che in settembre Piergiorgio Baldracco sarà il nuovo presidente del CNSAS.

 

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In ricordo di John

      Ci sono personaggi incredibili e unici che credo solo in un gruppo speleo possano nascere e crescere e finire nella leggenda: John era uno di questi.

      La stagione speleologica fatta di scalette e le storiche esplorazioni all'F-5 nei lontanissimi anni '60, lo avevano passato alla storia della speleologia piemontese tra i grandi esploratori di quell'epoca. Oltre alla speleologia John aveva fatto un po' di tutto: dallo scrittore al pranoterapeuta, dal riparatore di accendini (proprio così!) in una buia "boita" nel cuore della vecchia Torino, al radioamatore (la leggenda vuole che girasse con una mitica 500 con l'antenna da due metri e mezzo piantata sul tettuccio!), dalle prime trasmissioni sulle radio e TV private (tra l'altro forse la prima trasmissione televisiva sulla speleologia in Piemonte) alla passione per il "sotterraneo" in genere. Suo è il libro sui misteri della Torino magica ("L'altra Torino", 1978) e un contributo a uno più recente sui misteri del Piemonte sotterraneo. Inoltre la sua passione per le radio lo aveva portato a sperimentare le comunicazioni in grotta ed era così stato trovato nel '78 il 4°ingresso di PB (il Buco delle Radio).

      Era tornato in gruppo nel '76, dopo anni di silenzio, un venerdì sera; era di pochi mesi prima il soccorso nell'interno dell'abisso Cappa, che aveva rivoluzionato l'organizzazione del soccorso speleologico in Piemonte, e si era presentato più scheletrico che mai sulla porta ai molti più o meno giovani delle nuove leve che non l'avevano mai visto, con un saluto laconico "bravi ragazzi, avete fatto un bel lavoro!". Da allora aveva ricominciato a frequentare assiduamente il gruppo, sempre disponibile a dare una mano ai corsi, a fare i lavori che pochi volevano sobbarcarsi (magazzino, la cucina ai campi...).

      Molti di noi rimanevano soggiogati dalle sue incredibili storie, raccontate alla luce dell'acetilene di sera ai campi o alla "piola" dei Cappuccini davanti a una birra, sui misteri delle gallerie sotto Torino che raccontava di avere trovato anni e anni prima calandosi nottetempo nei tombini delle piazze della città, sempre alla ricerca della mitica "galleria reale", quella che avrebbe dovuto arrivare fino a Rivoli e che consentiva il passaggio di ben due carrozze affiancate! Ricordo una notte passata nel magazzino del gruppo, che allora era in un sotterraneo di una delle più vecchie chiese nel centro di Torino: ci aveva convinto che sotto il pavimento in terra battuta c'era l'imbocco che avrebbe portato alla leggendaria "galleria", e così, preso un elemento dello storico palo smontabile per risalite artiticiali in grotta, l'aveva piantato a suon di mazza nel terreno, facendo rimbombare nel cuore della notte i locali abitati ai piani superiori, con la speranza di trovare il vuoto! Un'altra volta, sempre lì, pensando di avere localizzato l'imbocco di una galleria in discesa, avevamo aperto un varco

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in un muro ritrovandoci nel magazzino di una farmacia; inutile dire che il resto della notte era stato impiegato per ricostruire il muro!

      E il campo a Pian Ambrogi nell'80 con l'abisso Penthotal e il terribile e franoso pozzo della Papessa che nessuno voleva scendere: tutti finivamo per stare al gioco di John che consultava il pendolino per decidere la composizione delle squadre e le possibilità esplorative (e ci preparava pure dei fantastici risotti al barolo).

      E la tosse! Mitica anche l'eterna (di anni) tosse di John, una tosse che aveva in sé un qualcosa di ancestrale, l'essenza stessa della "tosse", che gonfiava e squassava la tendina, dando la sveglia la mattina ai campi, forse ci era nato con la tosse, si diceva... tosse che se l'è portato via.

Giuliano Villa

      Se n'è andato da questo mondo il 20 settembre 2002 il vecchio John, l'abbiamo saputo solo quando, in occasione della festa del 50° del GSP, si sono fatte ricerche più pressanti per rintracciarlo. Ce l'aspettavamo però, da tempo sembrava essersi defilato come quegli animali selvatici che sentono vicina l'ultima ora. Da un po' di tempo al telefono non rispondeva nessuno, persino il sempre informatissimo signor Cecchi sembrava essersi arreso. Amico affezionato di John, il signor Cecchi è il proprietario di un grosso esercizio di via Cibrario, esercizio cui a suo tempo era persino stata dedicata una grotta sul Marguareis, il C 50 Bar-tabaccheria Cecchi. Da un po' il buon uomo confermava i vani tentativi di ristabilire un contatto: "non si fa trovare". Anche secondo lui l'irreperibilità sottintendeva qualcosa di grave. E così è stato: la causa è stata il male più ovvio per una persona che incurante di una tosse ostinata e cronica persisteva in diabolici consumi di tabacco.

      Giovanni Toninelli, Gianni per i suoi e John per gli altri, è arrivato in gruppo proprio 40 anni fa, d'estate. Era del giro della scuola d'alpinismo Gervasutti, ma aveva già dei trascorsi speleo, più esattamente di speleologia urbana. A 13 anni si era dato con amici a esplorare le cantine del rione torinese dov'era nato, scoprendo molti cunicoli di comunicazione. A partire

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da lì le scoperte si sono estese ad altri quartieri e sono diventate sempre più importanti. Nel 1954 (aveva 18 anni), a quanto diceva aveva trovato e esplorato per diversi chilometri la mitica Galleria Reale che correva dal Palazzo Reale di piazza Castello fino al castello di Rivoli. Ma a leggere il libro "I segreti di Torino sotterranea", nel suo capitolo "Dal diario di uno speleologo metropolitano" si trovano descrizioni chilometriche di gallerie principali straordinarie e delle loro diramazioni.

      È giunto a noi senza aver fatto il corso, ma in effetti non aveva molto da imparare. L'ambiente gli è piaciuto e si è integrato sul momento. La prima volta è venuto di appoggio agli speleosub alle Vene e all'Orso di Ponte di Nava. In luglio è venuto al Marguareis (Pozzo dell'Arco, Pozzo del Pettine, Piccolo Pas) e se ne è innamorato.

      Quell'anno, che era il 1964, il campo è stato fatto in Cilento e lui vi ha partecipato con la tenera e paziente Piera, la sua prima Piera madre più avanti di Janos. Eravamo già lì quando li abbiamo visti arrivare stracarichi e con un maialino al guinzaglio, sistema pratico per evitare il trasporto della carne e averla fresca al momento. Era carnivoro obbligato John, non poteva mangiare né frutta né verdura, né alcunché che contenesse zuccheri. Con un regime alimentare del genere e con i polmoni stressati dall'assiduo fumare, non sono poi da disprezzare 66 anni vissuti. E intensamente vissuti.

      Essendo smilzo, le fessure erano il suo forte. Poi sapeva arrampicare, aveva grinta da vendere, si cissava quando c'erano problemi da risolvere, era concentrato e determinato. Ed era un tecnico. Da buon meccanico specializzato qual era, si è subito rivelato prezioso negli aspetti riguardanti le tecniche speleologiche. Nello stesso 1964 per prima cosa ha rivoluzionato i nostri approssimativi sistemi di illuminazione, facendo adottare a tutti le lampade a carburo con il tubo collegato al beccuccio sul casco. Poi ha perfezionato la costruzione delle scalette leggere (v. il suo articolo con Gecchele sul n.31\1966 di Grotte), come dire che ha portato importanti innovazioni al nostro pane quotidiano.

      A fine '64 è passato effettivo e vi è rimasto per i tre anni successivi. Dopo il Cilento non ha più fatto campi fuori Piemonte: mentre altri andavano in Sardegna, lui nei tre anni seguenti ha sempre preferito la Colla dei Signori, con le esplorazioni all'abisso Volante, al Saracco, al Ferà, F15, ecc.

      Nel 1965, dopo la morte di Eraldo, insieme a Willy Fassio ha dato il via all'organizzazione del soccorso speleo. È di settembre la prima proposta di costituzione di una struttura nazionale, con una relazione sua e di Giulio Badini presentata al Convegno di speleologia emiliana di Formigine.

      Spulciando i vecchi bollettini lo troviamo nel '66 responsabile con Dario Sodero della costruzione attrezzi. A quel tempo si marcavano le presenze in magazzino a fare scalette e lavori vari (a fine anno valevano per valutare l'attività di ognuno), e lui ha primeggiato con 34 presenze. Nel 1967 ha scoperto tra l'altro un nuovo ramo alto a Rio Martino e, con buon fiuto, gli stretti condotti delle Vene che portano il suo nome.

      Aveva lasciato la "boita" dove lavorava, avendo trovato un posto come tecnico al Poli, ma non l'ha tenuto per molto. Gli anni '68-70 gli sono stati critici: matrimonio finito, lasciato anche il lavoro al Politecnico, frequentati ambienti equivoci con attività perseguite dalla legge. Pizzicato, si è beccato oltre due anni di "villeggiatura" passati alla Castiglia di Saluzzo. Là non è stato senza far niente: studiava, leggeva, si è appassionato a fenomeni paranormali e ha scoperto di avere doti di pranoterapeuta. È uscito con in mano un nuovo mestiere e presto ha avuto un buon lancio, allorquando si è sparsa la voce che aveva guarito un tale di Barge affetto da tumore incurabile: davanti agli studi dove riceveva (ne aveva due) c'era la coda. Ufficialmente peraltro faceva il riparatore di accendini, aveva una botteguccia nel cen-

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tro storico in vicolo Santa Maria.

      Nel '71 è rientrato in gruppo, al campo sull'amata Colla dei Signori. Alla fine del '72 è tornato effettivo nonché responsabile del magazzino (con il Bonelli) e membro dell'Esecutivo. Per un paio di mesi ha fatto funzioni di presidente: era il tempo in cui questa mansione era svolta a turno da quelli dell'Esecutivo perché non c'era Presidente. Nel '73 altro proficuo campo estivo, questa volta a Piaggia Bella dove con Massimo De Michela ha esplorato la via dei Montoneros. Un suo articolo sul n. 52 di Grotte dedicato ai 20 anni del GSP (I materiali e le nuove tecniche) è eloquente sul suo contributo nel progresso delle attrezzature.

      Per altri due anni è sparito, ricomparendo nel '76, e aveva 40 anni. Nel '77 e '78 gli sono state affidate le pubbliche relazioni, anche per il fatto che sembrava avere amicizie influenti che potessero rilanciare le esplorazioni del sottosuolo di Torino, cui era interessato direttamente. Ha fatto il campo '77 a PB e sperimentato trasmissioni radio in grotta. Per vari anni, fino al 1986 e a 50 anni di età, ha svolto attività da aderente. Nel 1980 ha portato al corso il figlio Janos, tutto sua madre nel delizioso carattere; ce lo siamo goduto poco perché ben presto è andato a lavorare a Milano dove si è fatto una famiglia rendendo John due volte nonno.

      Dal 1987 ha rarefatto la sua presenza e ha cominciato ad avere seri problemi di salute. Più di una volta, con il suo rendersi irreperibile, ha rischiato di essere dato per defunto, ma era una pellaccia e incontrando qualche vecchio amico poteva dirgli che "anche stavolta ce l'ho fatta". Fino a che è arrivata l'ultima volta.

Marziano Di Maio

      John Toninelli era arrivato in gruppo dalle parti del '64, veniva dall'arrampicata e a causa d'un favoloso pendolo che si era fatto sulla Parete dei Militi lo chiamavano John o' Clock, ma nei vicoli della vecchia Torino , dove operava come specializzatissimo riparatore di accendini era noto come "coriandolo".

      Magrissimo, occhi pungenti, da attore, su ghigno dentierato alternava profondi colpi di tosse a tiri di sigaretta dall'alba a notte fonda, predicendo che ciò nonostante ci avrebbe seppellito tutti.

      Il Gsp era particolarmente in salute in quegli anni, forte di felici campagne meridionali, nonché del fondo della Preta ritornava al Marguareis per trovare sul Colle dei Signori un'imprevista alternativa a Piaggia Bella. E non era solo, gli erano compagni di ventura i celebri mangiapreti bolognesi, e i sereni e positivi faentini. Era l'epoca d'oro dell'ultima generazione delle scalette.

      Eraldo Saracco con Dario Sodero aveva dato il via alla speleosub, si stava organizzando l'embrione del soccorso speleologico, la foca monaca veniva immortalata al Bue Marino e John Toninelli intuiva la "strettoia dell'uomo nudo" sfondando al Ferà.

      "E adesso che gh'avemo armato il Ferà

      In mezza giornata al Lupo si va…. "

      Poi nel 65 sverginò (diceva così John, "Ho sverginato"...) la famosa "strettoia delle tre madonne", tra roccia e neve aprì il tappo all'F5, che diventerà purtroppo l'abisso Saracco.

      John era un protagonista d'un gruppo che aveva una dinamica fondata sull'inventare, collaborare litigando, divertirsi dandosi un sacco di botte, sopportare fatiche inumane possibilmente sbronzi, cantare sconcezze ed esser di parola, per giungere in piena forma alle mitologiche feste al Castello di Casotto.

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      Il fisico faceva di John uno strettoista, la grinta un uomo da punta per tutte le stagioni. Magazziniere, aveva costruito il prototipo di più moderne e leggere scalette d'alluminio con il ferma scalino all'interno del medesimo, e il passo a 30 centimetri che furono a lungo vanto del GSP. Non inventò gli spit, ma fu tra quelli che cominciarono a sperimentare prototipi di chiodi a pressione e poi a espansione. (Ricordo quando dei quattro chiodi che dovevano reggere la lapide al Saracco tre si spaccarono piantandoli e l'ultimo uscì tirato via a mano).

      Subito m'affascinò per come sapeva raccontare le storie, smorfiando con gli occhi quel che le parole non arrivano a dire, l'invisibile scintillio dell'epica mitologica.

      John era un uomo della vecchia Torino, e per i vicoli malfamati attorno a via Barbaroux si snodavano le sue avventure notturne e multiformi.

      Era rimasto nelle ombre di quei vicoli stretti un riflesso del mondo alla Fred Buscaglione, con i duri e le pupe platinè, il Whisky e le King Size dove il dialetto torinese stretto identificava quelli del giro e li proteggeva dagli infiltrati.

      In quelle ombre John esplorava l'underground umano, ogni tanto spariva dalla speleologia e riappariva anni dopo con una qualifica nuova , ma sempre la stessa tosse.

      Nei '70 era spiritista esperto, ricordo l'evocazione dello spirito di Vincent Van Gogh, facendo ballare un treppiede di calcare, il segnale di divieto di sosta sul Colle dei Signori, e la successiva rivelazione che l'abisso Volante scendeva a -600 e il prossimo suo dipinto ancora sconosciuto l'avrebbero trovato ad Arles (se il Volante è ancora a -327 bisogna riconoscere che l'ultimo Van Gogh fu davvero trovato pochi anni fa ad Arles).

      Non passò mai alle corde, era un uomo di gruppo non d'elite, e nel '73, l'ultima estate delle scale esplorò la via dei Montoneros a PB- Piediumidi. Poi svanì.

      Ricomparve anni dopo nei panni di maestro esoterico, scrittore, autore di alcuni titoli di successo dedicati ai misteri della Torino magica città, e si evolse in pranoterapeuta di fama, corteggiato dalle prime radio locali.

      Ormai leggendario ricomparve al Pian Ambrogi, nel 1980, profetizzando, pendolino alla mano, le vicende dell'abisso Penthotal a proposito di cui dai suoi tarocchi aveva sortito l'Arcano della Papessa. Dopo era nuovamente sparito.

      Quando lo abbiamo saputo John se ne era già andato da più di un anno, la tosse alla fine l'ha avuta vinta, John non l'aveva potuta tuonare con la sua antiquata Glisenti né addomesticare con i flussi spirituali.

      Ci lascia il ricordo d'avventuriero costantemente attirato dal mistero, capace a tener viva quella voglia, dall'opprimente città delle officine, narratore di gesti, sogni e poesia operaia, sempre in procinto di fantastiche evasioni fallite.

Andrea Gobetti

Le foto che ricordano John sono di Giuliano Villa

 

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Corso 2004: è solo culo!

Deborah Alterisio, Sara Capello, Luisa Musiari

      Forse Ube ha ragione, del resto il direttivo di quest'anno era tutto al femminile: Saretta, Luisa e me, e con la partecipazione straordinaria di Sarona nei preparativi pre-corso... poi lei è volata in Messico!

      La prima cosa a stupire tutti è stato il numero degli allievi (ben 16) anche perché un po' di 'ritardi' nei preparativi ci sono stati.

      Il corso è risultato corto e abbastanza concentrato, è durato circa due mesi, nei quali abbiamo cercato di avvicinare il più possibile gli allievi a noi, organizzando week-end lunghi con grigliate e notti sotto alle stelle.

      "Almeno capiscono subito come siamo fatti!"

      E in effetti se ne sono accorti già dalla prima uscita visto che qualcuno dopo aver partecipato all'addio di Sarona è arrivato con quasi 2 ore di ritardo al Caudano (ovviamente c'era anche la direttrice meno seria).

      Purtroppo la mancanza di ponti lunghi non ci ha permesso di organizzare l'uscita fuori porta come negli ultimi anni, e la chiusura del corso è stata fatta in Corchia completata da un pranzo 'regale' dalla Piera.

      Qualche disguido c'è stato, come l'uscita alle 03.00 dalla Donna Selvaggia, ma malgrado questo all'uscita dopo le solite presenze c'erano! Incredibile!

      Anche quest'anno il GSP ha fornito agli allievi tutta l'attrezzatura, cercando di attirare anche i poveri studenti con le tasche vuote, ed effettivamente di studenti ce ne sono stati, anche se una parte di loro è stata attirata dai crediti dati dai corso all'università più che dalla curiosità di entrare in grotta, ma non possiamo certo lamentarci, anzi, incredibilmente è stato il corso che negli ultimi anni ha portato più persone all'interno del gruppo.

      Ormai a circa 4 mesi di distanza girano ancora in gruppo ben 8 allievi, che hanno partecipato anche al campo, e in maniera molto attiva!

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Gli allievi

Elisa Calemma

Elisa Da Cunzo (o meglio Selma)

Roberta Aloi

Marco Santangelo (meglio conosciuto come Marcos, in alcuni casi Marcios!)

Andrea Sambado (ovvero Badi, da Badinetto)

Oscar Maroni

Paolo Licordari (Paolone, il giocoliere)

Fabio Livori (Altris, per il suo incrocio con il ghiro!)

Giulia Bertolino (la fidanzata di Pulce)

Lorenzo Rodighiero

Elena Cogo

Stefano Benato

Matteo Gilardi

Simone Antonello

Claudia Campodiaro

Marco Di Matteo

Il 47° corso GSP, "Cronache dal repartino ex-troglofili"

Marco Santangelo

      E l'ora della visita medica incomincia. Ecco arrivare dalla lunga strettoia ed entrare nel reparto più disperato dell'ospedale psichiatrico il medico e tutti gli assistenti al suo seguito.

      Dove stanno entrando? Nel nuovo reparto destinato ai poveri "neo-speleo" usciti, "quasi" indenni, dal 47° corso GSP.

      Subito l'attenzione della dottoressa Saretta si posa sul più disperato dei pazienti.

      Si aggira con fare furtivo, come se dovesse stare attento a non farsi scoprire nel bel mezzo di una operazione segretissima. Lo sguardo basso sulle piastrelle bianche del pavimento, una linea al posto delle labbra che borbottava: "Quella cazzo di grappa! È iniziato tutto con quella grappa di merda... prima capivo meglio, mi davo delle spiegazioni... poi è apparso quel bottiglione: "È acqua - dicevano - bevi!". Bastardi! Peggio della

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benzina era. Chi l'ha portata? Ube? Se lo scopro, faccio stragi... tanto, prima o poi, di qua io esco". Stefano continua a pensare le stesse cose ormai da mesi, non una parola in più, non una in meno. Suor Luisella lo guarda e scuote la testa, sapeva che sarebbe finito così. Prima di lasciare la stanza, si assicura con lo sguardo che l'imbrago di Stefano sia ben chiuso, poi si volge verso il ragazzo vicino, anche il suo imbrago è a posto. Lui però ciondola: sempre sullo stesso punto, in piedi, a ciondolare.

      "Povr'om - pensa la piccola sorella - chissà cosa gli passa per la testa".

      Paolone ciondola da quando è stato portato qui, al repartino. Non ha ricordi molto precisi della sua vita fuori da questo posto, però ha la sensazione che fosse bella. Del suo passato gli viene in mente solo una persona, un certo Marcolino, ma non sa esattamente perché. Si ricorda vagamente di esser stato male, di aver forse vomitato... e poi gli viene in mente Marcolino che dorme in un'atmosfera, come dire... piena di nuovi odori.

      Deborah, la caposala, arriva in ritardo per la distribuzione delle medicine trovando la solita scusa: "Belin scusatemi ma son dovuta andare a prendere il Badinetto". Anche lui ora era ricoverato. È infilato sotto una coltre di almeno 5 coperte e 3 piumoni, ma trema come un disperato. È così da quando aveva inalato i terribili gas di Paolone in uno stretto buco. Forse non è neanche ammattito, ma dovrebbe smettere di tremare, per poterlo capire. Deborah deposita sopra di lui altri chili di lana e si allontana in silenzio osservando i pazienti, li conta uno ad uno... "quattordici, quindici, ... ma dov'è il sedicesimo?". Alza gli occhi al cielo disperata, con le mani infilate nelle tasche del camice, e sull'armadio di metallo vede Elisa. È felice, ride beata, a cavalcioni dell'anta aperta. Pensa di essere a cavalcioni di una lama. Si è in qualche modo liberata le braccia da l'imbrago e si è arrampicata sull'armadio.

      "Belandi, ancora 'sta storia! Ma vuoi venir giù?"

      "L'ho fatto anche io! L'ho fatto anche io! Cosa pensate, che io non li sappia scavalcare i cancelli? Che fra un pozzo e un cancello sceglierei il pozzo? Visto? Lo ho fatto senza staffe, io! Mica come voi!"

      Deborah si guarda intorno, vede un tavolino rotondo, lo prende per una gamba e comincia ad agitarlo verso Elisa: "Scendi o ti colpisco con questo! Ma guarda te, quest'anno ci è capitato proprio il peggio" .

      Ad osservare la scena, appoggiata alla parete e con le gambe elegantemente incrociate, c'è la bella Giulia. "Senta caposala - dice pensierosa, rivolta a Deborah - il vero problema è che io devo uscire per le 10...". Deborah si impone di stare calma. "...quantomeno tra le 10 e le 10.30, altrimenti succede il finimondo. Va a finire che chiamano il 118! È importante, capisce? ...facciamo così : lei fa scendere Elisa, poi chiama i miei. Dica loro di non preoccuparsi, che tra poco arrivo. Se non dovessero rispondere, cerchi sul mio cellulare il numero del mio Pulce, e chiami lui, che è tanto bravo". Deborah sta per esplodere, ma viene sorpresa dal richiamo di un altro paziente: "Che mi può aiutare?" La caposala si gira verso la voce: è Simone.

      "Cosa vuoi tu?" "Non riesco ad aprire il maillon. Sa, do-

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vrei andare in bagno".

      "Ma che idea geniale che ha avuto il Direttore Nicola! Questi arrivano scemi da un'esperienza traumatica e lui li vuole curare con la psicologia imparata per corrispondenza... Facevano speleo: invece delle camicie di forza gli imbraghi! - parla ad alta voce, tanto loro non capiscono - E tu, Simone, ti sei incrodato fin dal primo giorno e ancora non hai preso confidenza con l'attrezzatura. Ti appenderei alla Pollera, se non fosse che ci hai già passato un bel po' di tempo! Faccio scendere questa qui e poi ti aiuto".

      "Faccio io, caposala! Faccio io!". Si intromette un ragazzo dal fondo della sala. "Lei porti Simone di là, che io aiuto Elisa. Non è difficile, sono allenato. Avrebbe dovuto vedermi all'uscita "Cani e Porci", dell'Orso di Pamparato. Siamo riusciti, certo grazie al mio contributo, a convincere il capitano Meo a tornare sui suoi passi e disarmare, mentre un manipolo di valorosi avrebbe compiuto la traversata e sarebbe uscito da uno strettissimo cunicolo artificiale irto di trabocchetti e poi...".

      "Va bene, Oscar, va bene. Ma per carità non ripetere sempre la stessa cosa. Anzi, stai proprio zitto" .

      

      Un rumore improvviso li scuote tutti, anche Paolone smette di ciondolare. La porta è stata aperta con violenza e ha sbattuto contro la pa rete.

      "Scusate, mi è scappata!", dice Saretta.

      "Vabbè, tanto sono già rincitrulliti. Stai un attimo qui, che io accompagno Simone in bagno".

      Saretta è appena entrata che Selma le si avvicina: "Che facciamo? Lo continuiamo il discorso, dottoressa? Che per caso ha una cicca?".

      "Lo sai che non fumo, Selma. E anche tu dovresti ridurre la quantità di sigarette che fumi ogni giorno".

      "Ma dottoressa, se è per i soldi, non è un problema. Mi sono iscritta come volontaria ad un progetto di ricerca del Ministero delle Salute: loro mi passano 157 sigarette al giorno, ogni giorno una marca diversa, e io sono a disposizione per esami dei polmoni, placca dentaria, stipsi e altre robe".

      Saretta ha un punto interrogativo al posto della faccia.

      "E poi io sono al sicuro. Da quando ho installato la parabola, sono protetta dai rosari che trasmette costantemente Radio Maria".

      Saretta guarda il parabolone argenteo che Selma ha montato sul casco, dal quale non si separa mai. Rammenta così come mai da qualcuno Selma è chiamata Al Jazeera. Lì per lei c'è veramente tanto lavoro da fare, per almeno 4 bei rapporti di ricerca.

      Ed ecco che dottoressa e assistenti si rivolgono forse al caso più disperato: Matteo. Lui aveva provato ad andare in grotta solo per recuperare due crediti all'università e adesso ha sviluppato una dipendenza patologica dalla speleologia: non può fare a meno di pianificare uscite, pensarsi in grotta, immaginare punte, rotolarsi nella pauta, attaccarsi a corde lise mentre scende da pozzi che danno su pietraie, sale sotterranee raggiungibili mediante pendoli e innumerevoli frazionamenti. Se ne sta seduto sul letto, guardando fuori dalla finestra

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con la speranza di chi un giorno potrà tornare a cavalcioni di una lama. Sorride. Saretta non può fare a meno di pensare che per lui è meglio così, meglio non sapere che per il momento non potrà tornare per 10, 15, 30 ore in un buco nelle viscere della terra.

      Un po' più in la c'è Marcos. Saretta con lui dovrebbe riuscire a scambiare qualche parola, a meno che...

      "Ciao Marcos, Come va oggi?".

      "No, ma capisci? È stato fantastico! Cioè, io cosa mi ero perso prima? - Saretta perde rapidamente le speranze di poter lavorare con lui - Che figata! Ma io me la preparo per colazione, altro che ciumbie del Mulino Bianco al Sedano rapa! Tu ti svegli, no?, e ti metti lì col caffè in una mano e la tortina nell'altra... il caffè normale, senza "sturie", ma la tortina speciale, la tortina di quelle più... più...".

      Saretta cerca di trovare un argomento per distrarlo, ma per sua fortuna entra in quel momento Suor Luisella.

"Oh, meno male sorella, questo qui è partito di nuovo".

      "È tutta colpa di quei loschi individui che girano intorno all'edificio, e aspettano che i ragazzi abbiano l'ora d'aria per avvicinarli - dice Suor Luisella con lo sguardo infuocato - Chissà cosa danno ai nostri pazienti! Ce n'è soprattutto uno, loschissimo... mi pare che lo chiamino Dinda, Denda, Dunda ... qualcosa di simile".

      "Ah, ma siete qui - dice la caposala, rientrata con Simone - vi ho cercata dappertutto sorella".

      "Ehm, ero dal direttore - dice Suor Luisella arrossendo vistosamente - Cosa volevate?".

      "È sparito il caffè. - Gianna la cuoca è disperata - quattro volte in una settimana".

      Tutte si voltano verso Fabio. Lui, fischiettando, fa tinta di guardarsi l'imbrago. "Beccato! - esulta Deborah - polvere di caffè sulle maniche e imbrago richiuso malamente!".

      "Su di lui dovrò lavorare parecchio - ammette Saretta - dato che non riesce proprio a riprendersi dallo shock. Ma non è facile, sapete. Dopo che la sua bombola nuova nuova si è comportata da caffettiera, bollendo e sbuffando in grotta, minacciando di esplodere è rimasto contuso. Adesso cerca sempre del caffè da mettere nella bombola e del carburo da infilare nella caffettiera. In questo modo l'altro ieri ha mandato il dottor Lucido a casa con l'imbarazzo di stomaco, subito dopo pranzo".

"Così imparano a far fare il caffè ai pazienti! - Suor Luisella è infuriata - E comunque ben gli sta: se lo becco ancora a urlare "Patatiniiii" nei corridoi glielo preparo io un buon caffè... Comunque, io ho portato altre coperte per il poverino nell'angolo".

      Tutte e tre si voltano (un po' Come le Charlie's Angels, ma in versione casereccia) verso Badinetto.

      Vicina alla porta, Elena sta in piedi con la fronte contro il muro. Lo sguardo fisso su una macchia dell'intonaco.

      "Come stai oggi, Elena?" domanda Suor Luisella.

      "Per ora bene. Ma come faccio ad essere sicura? Metta che mi venga voglia di fare una punta, poi svengo per non aver fatto colazione. Poi cadendo batto il mignolo e devo stare ferma. O magari perdo le lenti a contatto, e sono rovinata. E qualcuno va a chiamare i soccorsi, e i soccorsi arrivano dopo 13 mesi, e io sono sola in fondo alla grotta e ho paura. O magari non sono sola, ma ho lo stesso paura. E se mi perdo?".

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      "Fate fare le lezioni di soccorso a Beppe Giovine, mi raccomando! Sempre la stessa storia! Ogni anno alme no uno rimane traumatizzato" sbotta Deborah.

      "Le lezioni? Sì, certo, sono interessanti, ma anche i chiodi e le pareti su cui piantarli. E che dire delle supercazzule prematurate? A volte anche in televisione vedi le grotte, i troglobi, ma più frequentemente i troglofili". A parlare era stato Claudio. Insolitamente taciturno fino a quel momento, aveva all'improvviso aperto bocca. "Ma se devo scegliere fra Rimini e Potenza, scelgo la caldaia...".

      "Caposala, ha portato i tranquillanti? - si informa Suor Luisella - Diamoli a tutti, che è meglio. Non a quello della torta, però. A lui diamo una pastiglia Leone".

      "Dottoressa, ci dia una mano anche lei - sollecita Deborah - che sennò si agitano tutti".

      "Avete le pile? - chiede Saretta - Sapete che se non gli diamo delle pile poi Sprecapile non prende le pillole".

      "Eh la peppa, ma ne ha consumate già dieci questa settimana!". Suor Luisa è anche l'economa del reparto.

      "Il fatto è che le mischia", lo giustifica Saretta.

      "Fossero tutti come Lorenzo!", sospira Deborah. "Mai una lamentela, mai una rottura di balle. Stoico!".

      "Sì, però è qui come gli altri. Quindi è svitato pure lui", e mentre lo dice, Suor Luisa si fa roteare un dito vicino alla tempia. Lorenzo le guarda: "ma che avranno da dire?"

      Le tre sante donne hanno quasi finito di dare le medicine a tutti, quando si accorgono di non aver visto Roberta negli ultimi minuti. All'improvviso si guardano con gli occhi sbarrati. Dal lato opposto della stanza arriva un urlo belluino: "Il mio regno per un coniglio!".

      Roberta, in piedi sull'armadio, si è liberata le braccia dall'imbrago e con la longe lunga si attacca al lampadario. Così assicurata si lascia andare nel vuoto.

      "Siiii! Ancora una volta appesa nel vuoto! Longe di tutto il mondo, unitevi!".

      Sotto lo sguardo atterrito di Deborah, Saretta e Luisella, tutti gli ex allievi cominciano ad agitarsi. Badinetto esce da sotto le coperte, Paolone comincia a correre, Elisa salta di nuovo sull'armadio... sono tutti agitati, ma come se sapessero esattamente cosa fare.

      All'improvviso un attimo di silenzio, tutti e 16 circondano le tre benefattrici.

      Infine, liberatorio, esplode un urlo:

      "D. P.! D. V.!
      Tutti i santi in porcile!
      Tutti gli angeli in colonna!
      E avanti P. D., P. M.!".

Le foto che accompagnano l'articolo sono di A. Gabutti e O. Maroni

 

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Il corso visto da un ex istruttore

Alberto Gabutti

      La trappola viene posizionata ad agosto dell'anno scorso. Dopo 15 anni di felice astinenza, ricomincio a frequentare il Lovera. Mi accorgo subito che qualche cosa non va: lo trovo identico ai miei ricordi, a parte i capelli.

      Una cena, una birra, "…. tieni ti ho portato l'ultimo numero di grotte". Una passeggiata nel Canavese, " ….. guarda caso ho qui con me una copia del libro di Giovanni su PB". Va bene, penso, cose passate le grotte, mica ti vorrai infognare nuovamente nell'umido, al freddo e senza il sole. E poi non hai più l'età, mi dico.

      La trappola viene abilmente caricata: "... quasi quasi mi iscrivo al corso di speleologia" mi dice Roberta. Faccio finta di non sentire. "….. chissà come deve essere bello andare nelle grotte", insiste. Lascio stare, buttare via 15 anni di rieducazione così senza opporre resistenza non mi sembra corretto. Poi, diciamocelo, oltre all'età' ci sono anche quei chiletti in più…. è vero anche il Lovera li ha, però lui non si è mai rieducato.

      "Ti chiamavo per dirti che, nel caso ti possa interessare, tacciamo un'uscita di pre corso alle Vene. Te lo dico così in caso, non si sa mai". Sì molto volentieri, pero non ho più l'attrezzatura. "Guarda caso ho a casa casco e luce sia per te che per Roberta". A che ora e dove?

      Puzza di carburo, da quanto!

      Va bene, se Roberta si iscrive potrei fare l'aggregato. Posso? "Devi", risponde. E la trappola fa un sonoro clack!

      Mi ritrovo ad urlare "patatini" nel cavernone della Pollera attorno al fuoco, in mezzo a vecchi amici e nuovi compagni di avventura. Ho appena riesumato dalla cantina vecchi scatoloni con discensori, maniglie, moschettoni e fettucce (queste buttate via!).

      Nel fango dell'Orso di Pamparato, sento: "Lucido, chi è con te?". Lucido, ma allora è tutto come una volta! Stai a vedere che stiamo facendo di nuovo sul serio. Peccato che subito dopo Deborah mi dica "ma sei sicuro che il croll si monti così?" Certo!, beh a dire il vero io un croll non l'ho mai avuto, sai andavamo di jumar... ecco forse è meglio se tolgo e rimetto. Un gruppo di allievi mi guarda in silenzio.

      La Donna Selvaggia, che grotta! Un balzo indietro di quasi 20 anni! Puntone mitico, tutta la potenza di fuoco del corso, con la grotta già armata dai Giavenesi. Ritrovo alle 7 di mattina, partenza alle 8, ingresso in grotta alle 14, uscita dalle 20 alle 4 di mattina del giorno dopo. Questa sì che è speleo da altri tempi! Ritornare a casa lunedì mattina alle 7 dopo 12 ore di grotta per fare un -150, che ritorno alle origini! Da studente si faceva, ma ora doversi fare le flebo di caffè davanti alla macchinetta dell'ufficio, fa proprio eroe sfigato, però se giocata bene fa il suo effetto!

      Corchia. Quante code abbiamo fatto in autostrada alla barriera di Sestri? Mi viene in mente la 500 di Stefano con il motore spento e le porte aperte. Per muoversi nella coda, bastava tirare fuori la gamba e zampettare. Il distributore di trippa lungo la strada per Levigliani si è evoluto in ristorante. Le nostre auto sono cambiate. Molte facce pure, e per fortuna! La gente simpatica ora abbonda.

      Il corso è finito. Il Lovera nega, come al solito. Dice di non saperne nulla, anzi è pure scappato in Patagonia sperando di sfuggire alle sue colpe. La trappola era un vecchio modello, forse un fondo di magazzino. Gli esperti dicono che ci vorrà tempo per riuscire ad aprirla - e "patatini", è oramai un incubo!

 

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50 anni di Gruppo

a cura di Nicola Milanese

      23 Novembre 1953:

      Fondazione del GSP Cai Uget

      12 Giugno 2004:

      Cena per il 50° anniversario della Fondazione del GSP

      Come scegliere gli invitati da invitare?

      Selezione su tutti coloro che in cinquant'anni sono passati in gruppo.

      Chi ha la lista dei giessepini da sempre ad oggi? Nessuno. E qui entro in gioco io, il solito Pirla. Sfoglio tutti i 140 numeri usciti di Grotte, uno per uno inserisco nomi, cognomi, ruoli, ecc….. Risultato: la lista quasi completa dalla fondazione ad oggi.

      Finita la cena si pone il problema, che ne faccio di questo papirone?

      Per cominciare un bell'articolo per GROTTE. Quindi buona lettura.

      Numeri

      Presenze

      958 (Novecento cinquantotto)

      Questo numero ci dice quante persone sono circolate in gruppo dalla fondazione.

      A dire il vero pensavamo fossero di più, ma dividendo il suddetto per il numero di anni di esistenza compaiono due cifre, 2 e 0. Accostandole si scopre che "mediamente" ogni anno il GSP ingurgita quasi venti nuove persone.

      Direi che il numero è sensato e la sensazione che potesse essere almeno il doppio non era poi così tanto razionale. Comunque sono 958 in 50 anni.

      Tanti pensando alla speleologia.

      Pochi pensando che sono l'uno per mille della popolazione attuale di Torino, qualche centesimo degli spettatori di una partita di calcio o pari ai clienti giornalieri di uno chalet su una pista da sci.

      I Primi furono quattro, il clan dei Fondatori, Giuseppe Dematteis, Eraldo Saracco, Michele Messina, Paolo Chiesa. Gli ultimi nomi sono gli allievi di questo Corso.

      Sesso

      Ora dividiamo i nostri cari consoci per sesso.

      694 erano o sono sicuramente dotati di una protuberanza ad altezza inguinale.

      216 avevano o hanno due protuberanze, più o meno pronunciate, ad altezza polmonare.

      48 non so, non c'ero e non ho potuto verificare. Percentualmente i maschietti sono stati il 72%, le femminuccie il 22%, gli ignoti il restante 6%.

      La presenza di una donna ogni quattro uomini può essere alla causa di molti eventi:

      1) Scarsa permanenza in gruppo di uomini, quelli che non battono chiodo

      2) Scarsa permanenza in gruppo di donne, quelle stufe di essere battute

      3) Liti intestine per la conquista della preda

      4) Pace e tranquillità con comunione dei beni

      Il risultato è che alla fine siamo tutti fratelli e sorelle, e in fondo ci piace così.

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      Ruolo

      Partiamo sempre dai 958 e qui troviamo che

      169 sono stati i membri effettivi.

      571 i membri aderenti, di questi 426 non hanno fatto ulteriore carriera

      673 altri membri, e di questi 363 sono rimasti tali 169 + 426 + 363 = 958 perfetto, ci siamo tutti.

      Chi sono i 673 altri membri?

      Sono allievi del Corso e membri simpatizzanti.

      Questo dato è molto impreciso; infatti nella storia del GSP, ci sono stati momenti in cui le eterne discussioni su Aderenti/Effettivi si risolvevano con "tutti simpatizzanti", quindi molti sono simpatizzanti per mancanza di informazioni. Inoltre, inizialmente non veniva pubblicato l'elenco degli allievi, e quindi molti di noi sembra che non abbiano fatto il corso.

      Infine ci sono i simpatizzanti veri, ovvero gli speleologi di altri gruppi che si aggregavano al GSP. In definitiva:

      Il numero totale degli altri membri dovrebbe essere maggiore di 958, in quanto "quasi" tutti siamo stati allievi del GSP e molti allievi non sono recuperabili.

      Il numero è comunque alto perché alcune volte tutti i membri del gruppo erano ritenuti simpatizzanti. I 363 allievi rimasti tali, sono allievi scomparsi subito dal gruppo, con l'aggiunta di qualche simpatizzante. Potrei fare altre discussioni su questi numeri, ma lasciamo perdere e cambiamo settore.

      Anno per anno

      E qui devo utilizzare delle bellissime tabelle, che saranno più esemplificative delle mie chiare e dettagliate spiegazioni.

      Le presenze

      Dalla fondazione ai primi anni 70, gli elenchi dei soci sono piuttosto vaghi, generalmente si ricavano dai verbali dell'assemblea in cui vengono "eletti" i membri effettivi e aderenti, e vi sono pochissime notizie sugli allievi dei corsi. Dal 1970 in poi diventa una prassi inserire una volta l'anno l'elenco dei soci e degli allievi, ma negli anni 70 vi era la consuetudine di promuovere gli allievi meritevoli a membro aderente.

      Per questo in alcuni casi gli allievi sono meno di quelli che hanno fatto il corso in quanto risultano essere già membri del gruppo. Negli anni 80 è poi entrata in uso la consuetudine, tuttora applicata, che per essere socio fosse sufficiente pagare la quota di autofinanziamento, senza troppa rigidità sui ritardi (anche quinquennali).

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Presenze

      I numeri dicono che:

      1) il picco massimo di presenze è stato raggiunto del 1998 con 120 soci che escludendo gli allievi scendono a 99.

      2) Ogni 5-6 anni viene effettuata una revisione degli iscritti con conseguente crollo delle presenze.

      3) Tra il 1998 e il 2001, il periodo "dimissionario", i numero dei soci è crollato.

      4) Dal 2000 abbiamo meno di 20 allievi.

Sesso percentuale

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      Il sesso

      Qui il grafico è chiaro, la presenza di donne in gruppo è in continua crescita.

      Prima del 1983 la presenza femminile raramente supera il 20%, con un picco minimo del 6% nel 1974, ovvero una donna ogni 16 uomini (non oso pensare cosa fosse il gruppo).

      Negli anni 80 la rivoluzione, la razza femminea supera costantemente il 20%, ormai il rapporto e di 1 a 4, con un picco mostruoso nel 1999, solo il 67% di uomini, il rapporto era di Non ho "studiato" il problema, ma credo che le permanenze femminili post Corso siano di molto inferiori a quelle maschili, dovrei approfondire il discorso. Sarà per il prossimo bollettino.

      PREVISIONI

      Prima ho giocato il passato, ora mi sollazzo con il futuro.

      Se credi che la statistica sia una scienza esatta e vada presa sempre sul serio, allora leggere questo paragrafo significa un gran mal di testa per te e un sacco di insulti per me.

      Abbiate pietà, sto giocando.

      Presenze.

      Facciamo finta di voler prevedere il futuro.

      Quale linea di tendenza scegliamo per i dati?

      La logica direbbe un esponenziale negativo, ma non so come si faccia con Excel, quindi Polinomiale del secondo ordine. Risultato crescita fino 2018 con un massimo di 89 presenze, poi il lento calare per scomparire nel 2085. Mi immagino la situazione del 2084, Marziano protesta per il ritardo degli articoli con Giuliano impegnato a catastare il milionesimo buco del Piemonte (poi si ritirerà) e Ube che perde l'ultimo capello (e dice basta alla speleologia). L'anno successivo, Marziano ormai solo, chiude il gruppo e parte per il Tibet.

Tabella Previsione Sesso

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      Età

      Gli anni, nota dolente che grava sul groppone di tutti quelli che se li sentono addosso. Mea culpa, questi dati non ci sono, ma mi diverto ugualmente a prevedere il futuro. Valutando che i fondatori erano 4 ragazzi di 16-17 anni e che l'età media del 2004 è di circa 35 anni ne risulta che ogni 5 anni l'età media aumenta di 2 anni.

      Sesso

      Abbiamo già detto che le donne aumentano e i maschi diminuiscono.

      Ma continuando così quando ci sarà la parità? Ora considerando sempre una linea di tendenza polinomiale del secondo ordine si ricava che nel 2033 il gruppo sarà composto dallo stesso numero di uomini e di donne.

      Conclusioni

      Nel 2033 il gruppo sarà formato da 84 persone.

      I membri effettivi saranno 45, di conseguenza gli aderenti 39. Gli allievi del corso saranno 24. In totale 108 persone, 54 uomini e 54 donne. L'età media? 47 anni.

      Le persone

      Facciamo un po' di nomi. Chi è stato più anni in gruppo:

      44 anni per Marziano Di Maio, 39 Piergiorgio Baldracco, 36 Andrea Gobetti, 34 Laura Ochner e Carlo Balbiano, 33 Achille Casale, 32 Uccio Garelfi, 31 Giovanni Badino.

      Chi è stato più anni membro effettivo:

      32 Marziano Di Maio, 28 Meo Vigna, 25 Giovanni Badino, 25 Poppi Eusebio, 22 Ube Lovera.

      Chi è stato più anni membro aderente:

      30 Laura Ochner, 25 Achille Casale, 22 Adriano Gaydou e Loredana Valente, 21 Carlo Balbiano, Piergiorgio Baldracco e Andrea Gobetti.

      Effettivi e basta:

      Meo Vigna è nel GSP da 28 anni ed è sempre stato membro effettivo, come lui Domenico Girodo con 14 anni, Max Ingranata 10, Loco Pozzo 9, Franz Vacchiano ed Eraldo Saracco 8.

      Aderente e mi accontento:

      Vince, anzi stravince, Laura Ochner membro aderente per 30 anni senza mai una "promozione" a membro effettivo. La inseguono Adriano Gaydou 22, Margherita Pastorini 18, Simonetta Carlevaro 17, Consolata Lusso 14, Rossella Cabula 12, Patrizia Cannonito 12, Jo Lamboglia 11, Andrea Mantello 11.

      Ripetenti:

      Walter Caresio batte tutti con 3 corsi, lo seguono; Marco Amodei, Stefano Brunasso, Davide Cerruti, Luigi Colombo, Adriana Fara, Paolo Giaccone, GianGavino Ladu, Lorenzo Rodighiero, Nagi Tartamella, Carlo Zampogna.

      I nomi

      Maschili

      Abbiamo visto che i maschietti in gruppo sono stati 694, ma i nomi sono solo 190. 33 sono i Roberto, 28 Paolo, 27 Marco, 19 Carlo, 18 Franco.

      Molti sono i nomi appartenuti solo ad una persona, tra gli altri:

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      Achille, Adalberto, Antonello, Agostino, Bartolomeo, Giuliano, Marziano, Massimiliano, Uberto. Se vogliamo sapere quelli strani troviamo: Basilio, Carmelo, Elido, Gael, Gaudenzio, Gerard, Gualtiero, Olimpio, Teodoro, Vasilios, ecc... Se volete la lista completa, chiedetemela.

      Femminili

      Sono stati necessari 121 nomi diversi per identificare le 216 donne passate in gruppo.

      La classifica è la seguente:

      8 Laura - 7 Maria - 6 Daniela - 6 Elena - 5 Alessandra - 5 Carla - 5 Paola

      Alcune curiosità: Chiara. Sono state 3, Giovannozzi, Silvestro e Calvetti. Allieve dal 1997 ad oggi. Giulia. Anche qui sono 3, Mortara, Capello, Geologa. Allieve dal 1996 ad oggi.

      Elisa. Tre su quattro negli ultimi 2 anni. Sara. Sempre 3, Tarditi, Filonzi e Capello. Senza commenti.

      Conclusioni

      Bello questo articolo, vero?

      Pensate bene a cosa rispondere, chè potrei farne un altro identico.

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PATAGONIA"
                  ... sul ghiacciaio Grey

di Giovanni Badino e Riccardo Pozzo

            Introduzione

      Il Ghiacciaio Grey, meta della ricognizione da noi effettuata a primavera, è una delle propaggini meridionali dello Hielo Patagonico Sur, la più grande estensione continentale ghiacciata della terra (escluse le calotte polan). È costituito da una lingua glaciale lunga circa trenta chilometri e larga da 5 (sulla fronte) a 15 (a nord) che termina sul lago Grey con una fronte alta una ventina di metri da cui si staccano continuamente enormi blocchi di ghiaccio. Questi blocchi galleggiano sul lago sotto forma di iceberg di colore azzurro, oppure blu intenso, a seconda di quale sia la parte emersa. L'intensità del blu aumenta infatti con l'aumentare della profondità del ghiaccio rispetto alla superficie del ghiacciaio. La varietà dei colori di cui è composto il paesaggio che ci circonda lascia senza fiato: il blu, in tutte le sue sfumature, l'arancione, il rosso e il giallo delle foglie dei faggi in tenuta autunnale sulle pendici delle montagne che costeggiano il ghiacciaio, il bianco delle vette innevate, il grigio livido dell'acqua del lago... basta, ci sono le fotografie!

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      Ci troviamo nel parco nazionale delle Torri del Paine, nella Patagonia Cilena, e tutti, senza esclusione, siamo molto felici di essere qui. Siamo in 13, provenienti da diverse città italiane. Da Torino e dintorni: Giovanni Badino, Cinzia Banzato, Ube Lovera, Riccardo Pozzo e Valentina Bertorelli. Da Firenze e zone limitrofe: Alessio Romeo, Simona Menicagli, Filippo Capellaro e Massimiliano Frasconà. Da Genova: Luca Massa. Da Ferraina: Filippo Serafini. Dal Messico, ma passando per Caserta: Ivan Martino. Da Roma: Marco Mecchia.

      I motivi per cui ci stiamo per imbarcare sul traghetto, che dopo un paio d'ore di navigazione ci sbarcherà al campeggio posto di fianco al ghiacciaio, sono diversi e alcuni inconfessabili, diciamo che quello che ci accomuna è il desiderio di partecipare al programma di ricerche sul carsismo nello Hielo Continental Sur che l'associazione La Venta conduce da più di due lustri, in collaborazione, fra gli altri, con gli enti parchi nazionali argentino e cileno.

      Il progetto prevede di individuare le vie d'accesso più facili alla zona carsica del Grey, perlustrare l'area, scendere quanti più mulini possibile ed eventualmente posizionarli con il GPS, tutto ciò in vista di una spedizione vera e propria, da farsi in futuro.

      Il bello delle prespedizioni La Venta in questi posti, è proprio il fatto che non si è legati a un obbiettivo da raggiungere, sia esso di documentazione o esplorativo, cosa che potrebbe tradursi in un inferno di fatica e in lunghissime giornate da portatori, bensì si è liberi di vagare abbastanza leggeri, esplorando anche con la mente, le bellezze stratosferiche di questi luoghi.

            Il viaggio

      Abbiamo fatto base di partenza Rio Gallegos, grazie all'appoggio degli amici locali. Uno di noi ha preceduto di un giorno la squadra completa per risolvere alcuni problemi logistici, primo fra tutti quello dei fornelli e dell'affitto mezzi per il Paine. il grup-

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po di 12 persone è arrivato la sera del 14 aprile. Abbiamo dormito a casa di don Horacio e l'indomani, nel primo pomeriggio, siamo andati in autobus di linea a Puerto Natales, in Cile (6 ore buone). Base all'ostello "Turismo Maria José" dove abbiamo avuto il chiaro vantaggio della stagione alla fine, sia per le camere sia per i mezzi. Abbiamo sostato un giorno intero a recuperare e acquistare i viveri e riservare i passaggi in barca e poi con un mezzo affittato, siamo andati sino al parco delle Torri del Paine, dove siamo entrati gratis grazie agli accordi col parco.

      Il personale dell'Hotel e il comandante della barca sono stati gentilissimi, senza il loro appoggio avremmo fatto assai meno.

      Dopo tre ore di navigazione siamo arrivati al camping Grey, molto semplice e relativamente caro. Lì abbiamo dormito, sistemando il campo nell'ultima ora di luce (17 aprile).

      Il giorno seguente abbiamo fatto tutti un giro a caricare il campo Los Guardas (sentiero ottimo, circa un'ora e mezza di cammino) e in tre siamo andati fin sul ghiacciaio, a circa un'ora dal campo: ci si arriva con una passeggiata nel bosco seguita da una breve discesa (100 m di dislivello, facili), mentre gli altri facevano un secondo giro.

      Le entrate sul ghiaccio sono diverse e tutte abbastanza comode. Dopo circa un chilometro quasi pianeggiante di ghiaccio immobile si entra in zona ondulata, piuttosto semplice ma nella quale abbiamo messo una corda fissa dato che il livello medio di uso attrezzi era piuttosto basso. Superata la difficoltà si può spaziare su tutta la zona carsica, addirittura attraversando facilmente anche i canyon, che hanno le pareti dolci.

      La lingua di sinistra, su cui è la zona carsica, è delimitata da una linea di seracchi in corrispondenza dell'area di incontro con la lingua principale, di destra. Abbiamo fatto un paio

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Torres del Paine: percorso "W"

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di tentativi di superarla ma, forti dell'esperienza dell'Upsala, abbiamo presto rinunciato.

      Le prospezioni si sono svolte limitatamente alla lingua di sinistra, una vera e propria "stanca" del ghiacciaio.

      Dopo cinque giorni di attività (23 aprile) in quattro ci siamo spostati, grazie alla barca dell'Hotel Grey, sul lato destro del ghiacciaio, dove abbiamo fatto un campo molto più rustico di quello principale. La zona è pietrosa, denudata ed esposta alle perturbazioni. Non pare ci siano posti più favorevoli nei pressi e la zona non può ospitare più di tre o quattro tende.

      Con due distinte puntate abbiamo potuto spazzolare la lingua di destra, caratterizzata da carsismo di tipo epidermico su cui torneremo.

      Sul ghiacciaio la strada verso monte è sbarrata da zone seraccate invalicabili. In pratica anche da lì l'esplorazione è limitata alle parti terminali della lingua.

      Siamo rientrati la sera del 25 aprile al campo Grey, dove ci siamo riuniti al resto della squadra. La mattina dopo la barca ci ha riportato all'Hotel Grey, sotto la pioggia, e siamo rientrati a Natales sfuggendo a un netto peggioramento meteo che nella notte ha coperto di neve le alture attorno alla cittadina.

      Da lì l'indomani mattina siamo andati a El Calafate dove in quattro siamo rimasti, mentre gli altri andavano a El Chalten con lo stesso mezzo.

            Qualche aneddoto

      Il giorno successivo all'allestimento del campo siamo andati tutti quanti sul ghiacciaio, per fare le prove generali di passeggiata su ghiacci con piedi ramponati e mani piccozzate. È stato parecchio divertente. Per molti si trattava della prima volta, altri, già addestrati, procedevano senza malizia. I più esperti istruivano i neofiti.

      Sotto un dosso ghiacciato, che dovevamo superare, occhieggia il primo mulino blu, con un piccolo rivo che sprofonda all'interno. Passano tutti, incolumi, meno uno che, spavaldamente idiota, scivola e si ferma a pochi centimetri dal mulino, frenando dolcemente coi ramponi. Peccato, un'esplorazione mancata?

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      Poco dopo a uno degli esperti si sfracella un rampone, prontamente riparato con elastici da camera d'aria e un cordino giallo.

      ***

      Campo, sera, dopo cena. Un cinese entra in un negozio di ferramenta impugnando un mazzo di chiavi e dice alla commessa: "Signolina... chiaviii... subito?". Simona, che è affacendata in altre faccende, subito... non ci bada e lo trascura. Poco dopo nel cestino dietro il bancone trova una bella cacata cinese. Esce dal negozio, lo vede, lo insegue e, prima che il cinese possa inforcare la sua bicicletta, gliela sfila da sotto e poi 10 picchia con una chiave inglese Beta serie Z424.

      ***

      È da qualche tempo che il nostro Ube, l'esteta, lo snob, il fine intellettuale del GSP, ha ceduto al fascino discreto dei numeri. Da quando ha appreso a usare un GPS non fa altro che aggirarsi per territori carsici di ogni tipo, compresi quelli glaciali, con a tracolla lo strumento satellitare, e scrivere coordinate su un taccuino. La cosa davvero incredibile è che riesce a dare l'impressione di sapere esattamente quello che sta facendo.

      ***

      Valentina ha imparato invece a far stare dritti i sassi, roba da circo e passatempo strambo, ma che riscuote un buon successo tra gli esploratori patagonici. L'equilibrio dei sassi, però, è subito travolto dal lancio di pietre dei compagni, che giocano al tirassegno. L'equilibrio di Valentina anche.

      ***

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            La zona

      La carta realizzata da Marco rappresenta la zona di sinistra. L'orientazione delle fratture su cui sono impostati i pozzi mostra che l'intera zona è in fase di scorrimento estensivo, in caduta verso il lago. La situazione è veramente gemella dell'Upsala, con una riduzione di scala di circa un fattore 2 e un più limitato franamento verso il lago, che dunque ha permesso la formazione di carsismo, anche profondo.

      I canyon sono molto ampi ma dolci, e i mulini si formano numerosi nel loro letto, senza però risultare mai punti di assorbimento veramente vasti. L'impressione che ci siamo fatta è stata che, mentre sul Moreno e il Tyndall la zona di inizio della crepacciata della fronte (scorrimento estensivo) era abbastanza ben netta, qui l'intera lingua di sinistra è debolmente in estensione e sufficiente a creare punti di assorbimento sin dalla zone più a monte.

      Un discorso a parte merita a questo punto il carsismo che prima abbiamo definito epidermico.

Si tratta di morfologie simili a quelle incontrate nel Tyndall e, in parte, sull'Upsala. Sono forme di scavo ampie, soprattutto gallerie, che paiono poco associabili a forti drenaggi. In alcuni casi si tratta sicuramente di forme createsi in fondo a piccoli laghi superglaciali.

      Sono forme ampie, articolate, che non vanno praticamente da nessuna parte ma che rappresentano vere finestre sull'interno del ghiaccio. È all'interno di queste che abbiamo

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potuto osservare le strutture frattali fatte di bollicine coalescenti, che a volte creano reti di drenaggio millimetriche o centimetriche veramente interessanti.

      L'impressione generale è stata che si tratti di forme che si creano sott'acqua grazie al fatto che un bacino d'acqua sulla superficie diventa una zona privilegiata di deposizione dell'energia solare, con quindi la formazione di piccole circolazioni d'acqua più calde che, scaldandosi, affondano e scavano. I casi in cui le strutture non erano in un possibile fondo lago sarebbero dunque "emerse" a causa dell'erosione dei bordi. In genere questo è plausibile, ma siamo lontani dal ritenere questa genesi come totalmente convincente.

      Campi di queste forme carsiche sono presenti nella parte a valle della zona carsica principale, separata da essa da una linea di gobbe a seracco.

      Più impressionanti ancora le forme sulla lingua di destra, che ne è ricchissima in tutta la zona di discesa, ma con una concentrazione di forme nella zona subito a monte della fronte sul lago. Il ghiacciaio lì è percorribile facilmente sin sul bordo.

      Vi sono state discese 17 grotte. In genere si tratta di strutture abbastanza piccole relativamente alle dimensioni dei canyon e del ghiacciaio, appunto perché sono numerose.

            Conclusioni

      Le speranze di trovare condotte epidermiche che abbracciassero l'intera lingua glaciale

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sono andate nuovamente deluse. Le zone del Grey in cui abbiamo potuto lavorare sono zone di discesa estensiva verso il lago, per fortuna meno accentuata e catastrofica del caso dell'Upsala.

      È rimasta in sospeso, completamente, la zona più a monte sulla lingua di destra. La strada per raggiungerla è sbarrata sia lungo la linea centrale che lungo la morena di destra e dunque bisognerà pensare a un sorvolo per vedere se ci sono zone favorevoli o no.

Si noti che abbiamo ispezionato accuratamente 3 km sulla sinistra e sommariamente 2 km sulla destra di un ghiacciaio che ha uno sviluppo di circa 25 km, pro-

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babilmente in gran parte adatti alla formazione di grotte.

            Logistica

      Nel complesso è risultata una spedizione in cui la tempistica delle soste e dei mezzi è risultata perfetta. L'intervallo di 90 ore fra il momento in cui la squadra è sbarcata in Argentina e quello in cui si sono trovate le prime grotte è un risultato strepitoso, permesso da una logistica abbastanza semplice ma soprattutto alla rete di conoscenze sviluppata e in altra parte alla stagione morta. Anche i costi, che sono stati molto contenuti, meno di 200 euro a testa per l'operazione da Rio Gallegos a Calafate, hanno quell'origine.

      Abbiamo utilizzato fornelli a gas e sono effettivamente risultati molto più comodi di quelli a benzina in quelle condizioni di facilità di avvicinamento e assenza di gruppo elettrogeno.

      La lista cibi ha funzionato in modo perfetto, al punto che i resti a fine spedizione avrebbero permesso altri due giorni di pura sopravvivenza, e non hanno permesso a qualcuno che lo desiderava di rimanere ancora qualche giorno nel Paine.

      Lo scatolame è indubbiamente un punto debole della zona, dato che fa schifo. La qualità di ciò che si trova a Rio Gallegos è

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sensibilmente migliore di quanto si trova a Natales.

Non abbiamo fatto pane e non abbiamo insistito nel tentare di fare il pane fritto, che potrebbe essere una alternativa in futuro. Invece c'è stato un errore grave di acquisto (5 kg di pane per 120 giorni uomo) a cui abbiamo potuto rimediare grazie al fatto che ci siamo tenuti in contatto radio con l'Hotel Grey che ci ha mandato altri 25 kg di pane senza costringerci a mandare qualcuno a Natales (cosa comunque possibile).

      Il campo Los Guardas è ben riparato e ha delle strutture di appoggio, soprattutto una utilissima e vasta tettoia, acqua vicina, possibilità di fare fuoco. Il campo Paso è invece da escludere. Il viaggio dall'uno all'altro, che sulla carta appare rapido, è un grossissimo saliscendi su terreno a volte difficile e persino pericoloso con forti carichi. Dal Paso l'accesso al ghiacciaio avviene con una grossa discesa poco vantaggiosa e si arriva poco oltre il punto in cui si entra dal Guardas.

      Luce. Il guaio del periodo è che si ha luce dalle 8.30 alle 18 scarse e dunque il periodo operativo è davvero breve. Inoltre c'è l'assoluta necessità di buona illuminazione elettrica per essere operativi di notte e di primo mattino.

            Etologia del dromedario patagonico.

      Il dromedario patagonico vive solitamente in branchi di sette\otto componenti, si nutre delle cazzate che fanno gli speleologi, è quasi sempre sordo, ha costumi sessuali contronatura e zoofili, e predilige accoppiarsi da dietro con esemplari di specie umana quasi mai consenzienti. Ama nascondersi, celandosi dietro un albero o una roccia, ma agli osservatori più attenti può accadere di scorgene la gobba o la sua ombra, per pochi istanti. il dromedario patagonico è un gran burlone e gode nel giocare scherzi feroci agli ignari glaciospeleologi boreali, specialmente quando questi giochetti riescono a sovvertire il già fragile equilibrio che sovrintende al loro senso dell'orientamento. Per esempio una sera, dopo aver fatto dannare tutti quanti

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nascondendosi dietro a certi pannelli dipinti che riproducevano fedelmente la strada del ritorno fra i ghiacci, si mettono a inseguire una squadra di quattro umani, isolatasi dai resto del gruppo nella ferale speranza di trovare una via alternativa al rientro al campo. Tale squadra è composta da Ube, Giovanni, Loco e Filippo, il restauratore fiorentino. I quattro, che si erano spinti un po' più a nord del dovuto, individuano una probabile uscita dal ghiacciaio e, seguendo con lo sguardo il profilo dei monti che lo costeggiano, credono di intuire una linea apparentabile con un sentiero. Basta seguirla e in pochi minuti, mezz'ora al massimo, una volta raggiunto il sentiero, arrivare al campo sarà una passeggiata, pensa qualcuno. Due dromedari, ben nascosti cominciano a ridere sommessamente e per poco non vengono scoperti.

      In effetti raggiungere il sentiero è facile, del resto c'era ancora luce. Dopo una facile arrampicata raggiungiamo il sentiero e da lì, in pochi minuti, siamo al campo. Tutto bene, no? No, perché quello non è il nostro campo, ma quello della tappa successiva del trekking del Paine, a mezza giornata di cammino da quello in cui abbiamo piazzato le tende! (Si ode tra i boschi la sardonica e tetra risata del camelide dispettoso). Marciamo per ore al buio, percorrendo salite e discese per un dislivello complessivo pari a quello fatto dai compagni in tutta la settimana. Gli scarponi fanno male ai piedi, arriviamo al campo Guardas un po' storditi e con un fastidioso bruciore al fondoschiena, sorvegliati a distanza dalla telecamera con teleobiettivo di Luca e da un dromedario travestito da tronco secco.

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            Clima

      La meteo è stata molto favorevole sino al penultimo giorno, quando è arrivata una perturbazione che ha insistito per vari giorni, con nevicate. Il vento, a inizio autunno, è quasi assente; la temperatura poco più bassa del periodo estivo. Nelle zone operative, tra i 100 e i 300 m di quota (il lago è a 50 m slm) è stata intorno ai 5°C, quindi sotto zero per una parte sensibile della notte, e infatti sul ghiacciaio le pozze gelano. Comunque bassa fusione, ma poi il maltenpo ha tenuto la fusione sensibile anche di notte.

            A proposito del vento della Patagonia...

      "Allorché si incominciò a estrarre legname dalla foresta di faggi sulla costa settentrionale del lago alcuni lavoratori Chilotes lasciarono il loro canotto (non si tratta di un gommone, bensì di una vera e propria imbarcazione di legno e metallo, nda) alquanto nell'intemo della spiaggia assicurandolo a un albero presso l'accampamento. Ritornati dopo alcune ore, mentre infuriava uno di questi cicloni, non videro più il canotto. Dopo inutili ricerche uno dei boscaiuoli, sollevando lo sguardo, scorse l'imbarcazione sospesa sui rami degli alberi. Più che dallo stupore i cileni furono invasi dal terrore superstizioso. Quello non poteva essere che il malefizio di qualche strega che abitava nella foresta... Un fatto consimile accadde allo stesso Ramston mentre estraeva tronchi dalla foresta. Avevano legato a un albero la barca e per essere più sicuri che le raffiche di vento non la sollevassero trascinandola nel lago, la riempirono d'acqua per metà, ma durante l'imperversare del temporale una delle raffiche sollevò di qualche metro l'imbarcazione e poi la scaraventò al suolo, fracassandola".

      (Padre Alberto Maria De Agostini, Ande Patagoniche, 1949)

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      Elvio Gaydo racconta che a El Chalten, qualche anno fa, mentre stava tranquillamente bevendo all'osteria, un colono stabilitosi di recente nel paesino vide, dalla finestra del locale, la sua abitazione volare in cielo, scavalcare l'osteria e schiantarsi al centro della strada. "Eh, si vede che non l'avevo ancorata bene" fu il suo commento.

            Il resto del viaggio

      Il gruppo, abbiamo visto, si è separato a El Calafate il 26 aprile. Quelli che sono restati in Patagonia si sono spostati a El Chalten, in Argentina, posto mitico dell'alpinismo internazionale, per fare qualche giorno di trekking e godersi il panorama del Cerro Torre e del Fitz Roy.

      Il 27 aprile Ube Lovera compie gli anni. Siamo ospiti di Elvio Gaydo, guida e speleologo di origini piemontesi, vecchio amico di Giovanni, di Ube, di Alessio e di tutti quelli che, con la scusa delle grotte nel ghiaccio, sono passati a trovarlo negli ultimi 15 anni. Elvio e sua moglie Karina hanno deciso di vivere a El Chalten, paesino a esclusiva vocazione turistico-alpinistica di appena 250 anime, costituito da un agglomerato di casupole a 240 chilometri dal centro abitato più vicino. Elvio e Karina, quando vanno a fare la spesa, stanno via una settimana e si fanno più di 800 chilometri. Hanno costruito un accogliente albergo, "la casa di pietra", da soli, utilizzando le tecniche speleo alpinistiche per sollevare travi tramezzi e così via. La loro ospitalità è inenarrabile, pari soltanto alla simpatia. Ci accolgono sotto la tormenta, ci sistemano nelle camere (Marco Mecchia e io dormiremo, a turno, nel letto in cui ha dormito Walter Bonatti) e ci danno indicazioni per fare il trekking l'indomani. La sera del giorno dopo, rientrati dalla passeggiata, scopriamo con sorpresa che i nostri ospiti hanno organizzano una vera e propria festa per il genetliaco dello schivo vegetariano Uberto. E son bottiglie di ottimo vino, e allegria, e sorrisi, e dolci buonissimi, e addirittura una torta con 147 candeline... e circa dieci chili di bistecche di manzo argentino cucinate come dio comanda, estasi per il palato di tutti. Un tripudio, ma il festeggiato si schermisce.

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            La vera storia della conquista del Cerro Torre

      Nel gennaio 1959 Cesare Maestri e Toni Egger scalano la ripida parete est, totalmente incrostata di ghiaccio, del Cerro Torre e in soli tre giorni raggiungono la vetta. Cominciano a scendere investiti dalla bufera e dalle tremende valanghe che si staccano di continuo. Dopo altri tre giorni di calate in quell'inferno, e due notti trascorse bivaccando in parete completamente fradici, quando ormai sono prossimi alla base, un'ultima valanga si porta via Egger e la sua macchina fotografica. Spariscono così anche le prove dell'avvenuta ascensione: le fotografie scattate in vetta.

      Maestri, sconvolto, bivacca ancora una notte, e il giorno dopo raggiunge Cesarino Fava, terzo membro della spedizione, che lo stava aspettando al campo base.

      Due anni prima avevano tentato di scalare quella che ancora oggi è considerata la montagna più difficile del mondo Walter Bonatti e Carto Mauri. Si erano arrestati poco sotto la cima, reputando il fungo ghiacciato che ricopre la sommità del Cerro Torre impossibile da superare.

      Le polemiche tra Bonatti e Mauri contro Maestri infurieranno per tutto il decennio successivo, coinvolgendo nel dibattito il mondo alpinistico degli anni sessanta. Nel 1970 Cesare Maestri decide di ritornare al Torre e di dimostrare così che l'ascensione di dieci anni prima era stata realmente compiuta. Porta con sé un compressore, per chiodare la via (diversa da quella che aveva sostenuto di aver percorso nel '59), che abbandonerà a pochi metri dalla cima. Al suo ritorno in Italia, però, le polemiche anziché quietarsi, divampano ulteriormente, l'alpinismo mondiale si divide tra sostenitori e detrattori dell'impresa. Si parla di etica e di purismo, di morte dell'alpinismo, divampa la querelle sui mezzi artificiali (specie sui chiodi a pressione). La via direttissima Maestri-Egger del '59 a tutt'oggi non è mai stata ripetuta, nonostante numerosi tentativi.

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      Le cronache alpinistiche ufficiali, però, non registrano quella che è stata la prima vera ascensione alla vetta del Cerro Torre, effettuata dalla cordata Mecchia-Pozzo nel gennaio del 1963, senza utilizzo di mezzi artificiali e in puro stile alpino-visionario.

      La storia di questa salita, che state per leggere, non è mai stata raccontata prima, vuoi per la modestia dei due protagonisti, vuoi per il timore che l'autenticità del fatto, viste le polemiche che ancora infuriano sulla presunta prima ascensione, potesse essere messa in discussione dal gotha alpinistico mondiale.

      Ecco come è andata (dal diario di Loco, giugno 1963).

      Ci troviamo in Patagonia essenzialmente per svago, nonostante siamo stati inviati qui per compiere uno studio sui faggi che popolano queste regioni. Domenica mattina decidiamo di uscire per funghi, io ero convinto che la macchina fotografica l'avesse Marco e Marco era certissimo che l'avessi portata io. La macchina fotografica ci serviva per fotografare i faggi.

      Camminiamo per qualche ora attraverso i boschi, ma di funghi nessuna traccia. A un certo punto alzo lo sguardo e vedo un enorme fungo ghiacciato sulla sommità di una guglia altrettanto enorme, tremenda per bellezza e per l'impetuosità dei venti che ne spazzano le affilate e strapiombanti pendici.

      "Ma è di ghiaccio, non è commestibile" - mi fa Marco.

      "Che importa - dico io - è pur sempre un fungo, andiamo a raccoglierlo".

      "Non ci starà mai, nel cestino!" - borbotta l'ingegnere.

      "Non fare il pignolo, dai, saliamo".

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      Abbiamo con noi un paio di corde e facciamo i primi tiri senza incontrare particolari difficoltà. Ci aiutiamo anche con le corde fisse lasciate dalla spedizione Maestri cinque anni fa. Poi d'improvviso, come dire? veniamo dal vento rapiti e una folata gelida ci trasporta direttamente sulla vetta. Lì effettivamente constatiamo che il fungo non entra nel cestino, e che, oltretutto è molto difficile da raccogliere. È il primo pomeriggio, soffia un vento mostruoso, da est. Decidiamo di scendere. Ma come, se le nostre corde sono rimaste mille metri più in basso?

      "Niente paura, Riccardo - mi rassicura Marco - facciamo come Maestri sulle Dolomiti, scendiamo arrampicando, facendo attenzione a dove mettiamo i piedi e a non scivolare".

      "La fai facile tu" - gli dico.

      "E che sarà mai? Forza, ché domani ci aspetta una giornata di studio impegnativa... ma lo sai che esistono ben sette specie di fagus patagonicus australis?"

      Rassegnato mi accingo a scendere, quando una nuova folata ci coglie alle spalle e ci soffia sulla sommità del Fitz Roy.

      Abbiamo compiuto la prima salita invernale al Cerro Torre senza l'aiuto di mezzi artificiali, in puro stile alpino, e per la durissima parete est (la direttissima di Maestri). E, contemporaneamente, abbiamo effettuato il primo concatenamento Cerro Torre-Fitz Roy; in giornata e senza nemmeno essercelo prefisso come un sogno irraggiungibile da anni e anni.

      Peccato non aver potuto fotografare l'impresa, la macchina fotografica è rimasta a El Chalten, nessuno ci crederebbe.

      Decidiamo allora di scendere, è quasi buio e abbiamo parecchio appetito. Questa volta non ci viene in aiuto alcuna folata di vento e siamo costretti a fare molta attenzione nel muoverci. Il Fitz Roy è indubbiamente più facile del Cerro Torre, ma scenderlo arrampicando, al buio, slegati e affamati è pur sempre impresa di non semplice esecuzione. Ce la caviamo in qualche ora, ma torniamo a El Chalten troppo tardi per la cena. Siamo costretti a cucinarci da soli un brodino insipido, io volevo un risotto, ma non avevamo trovato nemmeno un fungo commestibile...

 

      Le foto che illustrano l'articolo sono di G. Badino, Alessio Romeo e Riccardo Pozzo.

pag. 24 - Immagine del ghiacciaio Grey

pag. 24 - Gruppo in avvicinamento al ghiacciaio sul lago Grey

pagg. 25, 26 , 33 , 39 - Condotta epidermica sulla destra del ghiacciaio

pag. 28 - Sentiero di avvicinamento tra il campo e il ghiacciaio

pag. 28 - Valentina

pag. 29 - Complesso delle Torri del Paine

pag. 30 - Fronte della lingua sinistra del ghiacciaio Grey - Crepacciata finale

pag. 31 - Zona carsica lingua sinistra ghiacciaio Grey a cura di M. Mecchia

pagg. 32, 33 - Panoramica del ghiacciaio

pag. 33 - Fenomeni glaciali di fondo lago

pag. 34 - Simona

pag. 36 - Corsi d'acqua superficiali sul ghiacciaio

pag. 37 - Sullo sfondo il Cerro Torre

pag. 38 - Nel Grey; discesa di un pozzo

pag. 40 - Fronte del ghiacciaio

 

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Riflessioni sull'Ombra del tempo

Andrea Gobetti

      Adesso che è finito vi dirò che era qualche anno che non pensavo ad altro e che durante questi parecchie volte ho pensato d'aver perso il filo, la sagola, la corda, e di non venirne fuori. Così, in pace col mondo, come dopo una lunga punta vorrei scriverne una breve, frammentaria relazione.

      Prima venne il libro, e, già lì, c'è voluto un anno e mezzo per capire cosa volevo dire, era complicato spiegare che il tempo che sta sotto il destino e il mondo che sta sotto il mondo si assomigliavano, e che non erano lineari.

      Ma siccome un libro e per di più di speleologia non se lo fila più nessuno e la minima prova d'intelligenza è presa dagli arroganti dell'ignoranza come giusta causa per non saperne niente, ho cercato di far vedere quello che pure gli analfabeti potrebbero capire.

      Poi c'è stato un bell'esercizio, trasformare in film il convegno del 2001 al Corchia. Anche quello andò bene soprattutto grazie al fatto che si sedette al montaggio Claudio Cormio che è uno dei migliori montatori di cinema al mondo, lo conoscevo da anni, lavorò con mio padre prima di farlo con grandi produzioni che tutti avrete visto qua e là nei cine, ultimo suo mestiere prima dell'Ombra e dopo il Corchia fu "Dopo mezzanotte" di Davide Ferrario, ottimo regista per cui più volte Claudio ha lavorato.

      Claudio è un tipo speciale, se a causa della poliomielite non cammina, in compenso beve, canta et coetera quanto un'intera banda di speleo. C'erano dunque le condizioni per capirci. E data la sua totale lontananza dal gesto atletico la sua valutazione era libera da invidie e disprezzo con cui spesso ci guardano i non speleologi.

      I soldi

      Grazie Regione Piemonte, grazie AGSP! E grazie anche al parco della Val Pesio che ci ha imprestato il prode guardiaparco Masprese.

      Grazie a chi ha brigato, aiutato, deciso di farceli dare, da quel lontano sabato a Saracenia di Garessio dove per la prima volta ho presentato il progetto.

      Per me, quello dei soldi in burocrazia era un ostacolo insormontabile, ma il mio socio, Fulvio la sa più lunga di me su questi argomenti e tra scogli e procelle, ha portato in porto la grana. Per conto mio credo che non ci sarà da vergognarsi a essere co-produttori di questo lavoro.

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      Il progetto

      L'unica idea era quella che doveva essere lei l'ombra a guardare noi, e questa è stata rispettata.

      Avevo preparato una bella "lista della spesa" cioè, filmare questo e quello, registrare quell'altro, stare attento a, mi raccomando non manchi, intervistare lui, lui, e lui, ce la faremo solo indossando mutande di latta, mi son detto, ma poi...

      Gli uomini

      Già da tempo sapevo che a parte rare eccezioni la partecipazione scenica degli speleo era paragonabile a quella di ostriche imbevute nel vinavil.

      Dal nostro fondatore Beppe, al guru Marziano, sino all'ultimo dei benemeriti Zombie, con rarissime eccezioni di riprovata gigioneria, gli speleo fuggono obiettivo e microfoni per poi dare mirabile sfoggio di sè e della propria oratoria come questi si allontanano. Condividendo moralmente quest'atteggiamento ne conosco però i punti deboli, le crepe dove un agile videoteppista può infilare il suo nastro.

      Il mio vero insostenibile problema era quello di chi scegliere in luce e chi lasciare in ombra, ed è stato risotto lasciando fare le scelte cinematografiche di questo tipo completamente a Claudio, in base a vatutazioni esclusivamente sceniche, senza mai dirgli : "Questo è uno speleo importante per tale gloria e quest'altro necessario per quest'altra ragione dinastica". Claudio era lo spettatore perfetto che nulla sapeva né doveva conoscere del Margua oltre a quanto filmato e così anche se appaiono volti assolutamente sconosciuti alla speleologia, mentre ne mancano altri invece popolarissimi, Lo spettatore vero, quello che non sa nulla di noi, ottiene un panorama non modificato da scelte dal suo punto di vista incomprensibili e chi appare lo fa perché funzionale al discorso e non per meriti speleologici.

      Le riprese

      Dopo due giorni a Pian Ambrogi con Athos e Valentina, Fulvio torna a casa dove alzandosi dal divano riuscì a rompersi un depauperato menisco.

      Addio quindi alla completa "lista della spesa". Qualche giorno più tardi arriva Luca Venchiarutti, che di speleo ne sa abbastanza per essere riuscito a sopravvivere a due piene tropicali col sottoscritto ed altre facezie. Non aveva ancora spento l'auto che già lo trascinavamo a La Bassa, per la disostruzione verso l'alto che è un dei piattini delicati del film. Che Fof non l'abbia ammazzato bensì trovato simpatico non è poco, dopo alcuni precedenti cinematografici che avevano afflitto lui ed altri speleo deportati in video.

      Luca così si è trovato in battuta con Giorgetto, poi all'O5 con clan Fighiera su corde da 8, e in altri teatrini suggestivi.

      Poi il 15 è arrivato Fulvio risanato e subito ha provato il ginocchio nella traversata del Caracas, a PB, ai grassi Trichechi, e finalmente al Lupo.

      Le sue sono immagini spettacolari come è sempre stato da quando ha avuto in mano la sua prima macchina e la sua capacità di strizzare fuori l'emozione non è venuta meno in questa occasione.

      Impacchettato tutto, siamo poi tornati in inverno sul film facendo alcune interviste, tra cui la più fortunata nella cantina di Beppe, nonché, nella mia, "l'ignobile sceneggiata" che solo i più sgamati sapranno riconoscere.

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      Un unico vero problema è saltato fuori a posteriori e ha condannato due parti, le foto e il rilievo, date per fondamentali in sceneggiatura. Ora sappiamo che gli schermi di computer filmati non rendono e mortificano l'immagine che li filma.

      La cosa migliore sarà preparare un elegante cofanetto, o un dvd dai "contributi speciali" contenente separatamente film foto, rilievi...

      Al suo opposto ha furoreggiato le ombre, ovvero la più antica forma di cinematografia.

      L'idea di proiettare un'ombra non sul solito lenzuolo, ma sul tessuto del carsismo è stata buona, anche se è venuta a me.

      Valentina poi si è mossa per quell'abile attrice e favolosa speleologa che è sempre stata.

      Quanto ai movimenti di camera siamo stati puniti da quelli più faticosi e complicati che non hanno dato ciò che speravamo, altri invece più intimi e scanzonati sono andati molto bene.

      Quel che manca

      Da 57 ore di video si possono montare non uno, ma almeno una decina di documentari e film passando accanto a questo o a quello e ignorando questo e quello. Moltissime cose date per fondamentali in sceneggiatura non sono state neanche girate (la Papessa, la Foce in piena, il manco con Randone, le scritte della confluenza….) era un'estate secca, avessimo girato l'anno precedente sarebbe stato un altro film e un altro Margua. Nel 2003 poi non si esplorò per tutto il campo, non certo per demerito, ma per caso, non ci furono pertanto gloriose sbronze di dopopunta, vestizioni nervose, svestizioni omeriche, discussioni su possibilità, rilievi bollenti e altro del genere.

      Io stesso non sapevo che pesci pigliare, in realtà non era accaduto niente di quel che di solito peperonzia le nostre vicende e i miei libri, ma un giorno l'amico Fabrizio mi tranquillizzò "Non ti preoccupare, tanto poi monta Claudio".

      In montaggio

      Per quella frase Claudio, a Matraia, lo voleva ammazzare, per sei settimane siamo andati avanti e indietro.

      Io a non trovare spunti e parole, a non saper come far filar la storia e Claudio a unire e disunire pezzi che parevano usciti dalla sala "Crisi di rigetto".

      Al principio vista l'enorme mole di materiale e ascoltata una settimana di spiegazioni su come é fatto il Marguareis lui chiese a Fulvio e a me.

      "Come lo volete? Esplicativo o emozionante?"

      "Emozionante" lo sventurato rispose.

      8 settimane dopo avevo l'herpes alle palle, il fumo usciva dalle orecchie, l'arrosto bruciava, ma non era cotto. Poi durante un passaggio di Luca, lui e Giuliana fecero delle giuste osservazioni e di colpo tutto andò a posto, bastava capire cosa diceva quella frase a Labassa. ..

      Insomma ho visto montare e adesso so che è come trovare la grotta nuova dove tutti sono passati e ripassati. In quelle 57 ore di grotte ce ne sono ancora molte da visitare.

      Repertorio d'archivio

      C'erano previsti alcuni pezzi forti come il campo del 73 e il soccorso dell'inglese a PB filmato da Riccardo Pavia (che dopo aver trasportato il ferito dal fondo del Caracas alla Confluenza rientrò e filmò la squadra ligure nelle sale di PB). Altre sequenze potevano entrar-

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ci, ma erano viste con estremo sospetto per qualità di immagini ed il normale rapporto fra materiale fresco e repertorio che non deve mai superare più che tanto il peso di quest'ultimo.

      Ma anche per quei buoni propositi ci fu un momento in cui non sapevamo più come andare avanti e si è aperto un archivio imprevisto filmato da me in genere tra il male ed il peggio in cui strani frammenti hanno preso nella mente di Claudio la forma che mancava nel puzzle. In quella mi sono accorto che è difficilissimo filmare per caso, che normalmente il discorso più emozionante è stroncato dalla richiesta casuale di uno che passa di lì per caso o da una salva di "porcodio" in sottofondo che cela la parola essenziale, che la macchina ti balla di mano quando non deve, o, peggio che tu, proprio tu, Gobetti di merda, invece di stare zitto hai fatto una domanda scema, una risatina da frocio, un commento alla cazzo, o, come nel caso di amici che più non ci sono, ho mancato di chiedergli qualcosa della loro arte che era allora tanto evidente da sembrare quasi superfluo che la raccontassero.

      Conclusione: sono contento, per me è un bel film. Spero di ridare a voi, miei amici, complici e compari di speleologia e alla montagna un po' di quell'emozione e di quell'allegria di cui mi avete sempre abbondantemente nutrito.

      Ne farai ancora? Rispondo come per i libri:

      Sì, tra altri 25 anni se sarò ancora da questa parte del buio.

 

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Caccia grossa tra le pietre

Enrico Lana

      Sole a picco, arsura, sudo copiosamente, -"… ma chi me lo fa fare?…" - penso tra me e me, mentre arranco su per la pietraia -"… eppure Sturani l'ha visitata durante la guerra e dentro ci dovrebbe essere il ghiaccio… sì il ghiaccio, il fresco, dissetante, rinfrescante ghiaccio…" -. Questi erano i "sentimenti" che mi animavano nell'estate del 1995, mentre ansante ed in preda a disidratazione incipiente faticosamente mi trascinavo su per la ciclopica pietraia che ammanta il lato sud del monte Cavallaria. Forte dei successi riportati sul Mombarone, a poco più di un paio di chilometri in linea d'aria, stavo salendo verso la cresta che unisce la cima del monte Cavallaria (La Cavallaria, per i locali) al contrafforte del Monte Gregorio, estrema propaggine del versante orografico destro della Valle d'Aosta.

      Io sono un cercatore d'oro, oro con le zampe, di valore inestimabile, oltre i limiti delle ere geologiche; avevo già trovato un tesoro nel '93 più a sud-ovest, all'imbocco della Valle Locana, il cui nome è Canavesiella; un anno più tardi, alle pendici del Mombarone, sul versante opposto della Valle d'Aosta, un'altra scoperta aveva arricchito la scienza di una nuova specie del genere Archeoboldoria. Gli specialisti li chiamano Leptodirini (in passato Batiscini) e sono davvero ricoperti d'oro: una fine peluria dai riflessi ambrati, che li rende simili a piccole gemme che zampettano fra i sassi; ma per raggiungerli bisogna calarsi sottoterra, avvicinarsi agli inferi entrando nel loro mondo ipogeo. Tecnicamente sono insetti della famiglia dei Colevidi, hanno 6 zampe ed un piccolo corpo globoso, sono ciechi perché nel loro regno d'ombra non è necessario vedere, hanno antenne e zampe lunghe per "sentire" gli ostacoli nell'oscurità più totale, un po' come facciamo noi quando protendiamo le mani per muoverci in un ambiente buio.

      Archeoboldoria lanai (specie gemella di A. sturanii) scoperta nel 1994 nelle grotte del Maletto, sopra Carema (TO) (Disegno di Dante Vailati, da GIACHINO & VAILATI, 1997).

 

      Mario Sturani li aveva conosciuti frequentando la Grotta del Pugnetto nelle valli di Lanzo, Leggiamo il resoconto di una sua visita alla Borna Maggiore nel suo splendido "Caccia grossa tra le erbe" (ed. Einaudi, 1942): "... E qui, in uno spazio pianeggiante, incomincio ad alzare pietre. Ed ecco, sotto i

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un pezzo di legno marcio, un Coleottero d'aspetto globoso e di dimensioni simili a quelle di una piccola Coccinella [...]. Avvicino la fiamma per osservare la cattura: quattro perline allungate, castano chiare e, sporgenti da ognuna di esse, due lunghe antenne e sei zampette allungate e sottili [...] anche le mie quattro perline hanno una loro delicata bellezza ed un nome gentile: "Royerella" o per essere più precisi "Della-Beffaella Roccai" dal nome degli scopritori, piccolo Coleottero cieco esclusivo delle grotte del Pugnetto ...".

      Instancabile osservatore delle bellezze naturali, capace di meravigliarsi dell'universo in miniatura che è possibile trovare fra gli steli d'erba di un prato, appassionato di entomologia, Sturani visitò e cercò grotte della provincia di Torino fra le quali, nell'agosto 1942, anche la "Grotta del Ghiaccio" di cui scrisse una breve nota pubblicata postuma a cura di Achille Casale nel 1978. Da questo scritto ho estratto alcune frasi riportate qui di seguito: "... nota da soli 10 anni e pressoché sconosciuta dagli stessi valligiani, si apre [...] tra i massi accavallati di un macereto, a circa una sessantina di metri dalla cresta che unisce il M. Gregorio col M. Cavallaria [...] all'imbocco della Valle d'Aosta. il suo percorso è sempre assai stretto ed occorre procedere ventre a terra. Dopo circa 8 metri si incontra un primo salto verticale di 3 metri, dopo il quale non giunge più la luce esterna.

Immagine a sinistra (sopra ndr) - Le specie piemontesi della linea filetica di Boldoria e la notevole coincidenza delle loro località tipiche con la linea di massima espansione dei ghiacciai di fondo valle (in grassetto).

A pag. 46 foto in alto l'autore E. Lana. A pag. 47 la pietraia in cui si apre la grotta (foto E. Lana)

 

Si passa attraverso un passaggio ristrettissimo, e si giunge al secondo salto di 4 m, dopo il quale la grotta si divide in tre rami: uno frontale discendente ed ostruito con poco ghiaccio; uno laterale a sinistra senza ghiaccio ed

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uno laterale a destra, ramificato a sua volta e costituente la "grotta del ghiaccio" vera e propria. Il fondo di questa, in leggerissima salita, è coperto completamente di ghiaccio dello spessore di circa 30 cm, sotto il quale sono visibili dei piccoli ciottoli rotondi. Le pareti sono coperte anch'esse di ghiaccio in alcuni punti, sotto forma di colate verticali spesse almeno 20 cm [...] In quest'ultima camera la temperatura è di -1°C. Lo stillicidio è limitatissimo e non sono presenti correnti d'aria. Due coleotteri Carabidi (Nebria sp.)*1 sono stati trovati da me in una gita precedente (2 agosto 1942) vaganti sulle pareti ghiacciate, ed un altro esemplare l'ho trovato il 12 agosto su di un'esca da me posta nel più profondo della grotta. Qui pure ho trovato 4 Friganee adulte e due Ditteri di diverse specie (di questi ultimi uno venne divorato dalle Nebria dentro l'aspiratore). Tutte queste specie penso debbano essere amanti dell'umidità e delle basse temperature, attirati da questi fattori in fondo alla grotta; non è stata riscontrata la presenza di troglobi veri e propri." ("Grotte" n. 65:9-10).

      Inutile dire che un resoconto del genere ha fatto rizzare le orecchie a uno come me, che da anni cerca cavità sotterranee nei territori che erano situati al limitare dei ghiacci durante le ultime glaciazioni; già le Grotte del Maletto e "La Custreta" avevano riservato sorprese e questa "Grotta del Ghiaccio" si trova proprio su quella linea che demarcava il territorio racchiuso dalla gelida morsa decine di migliaia di anni or sono. Fra il ghiacciaio di fondo valle e la calotta che ricopriva le cime in questa zona vi erano delle fasce libere dai ghiacci, nelle quali rimasero confinati gli antenati di molte delle attuali specie, alcune delle quali si adattarono a vivere nelle zone limitrofe alla massa ghiacciata fra i sassi umidi e gelidi dove traevano nutrimento dai pochi residui di materia organica che qui si accumulavano. Con il ritirarsi dei ghiacci, al termine delle glaciazioni, questi insetti che si erano adattati a questo ambiente si rifugiarono sempre più profondamente nel terreno e nelle fessure della roccia dove trovarono condizioni simili a quelle del loro ambiente al limitare dei ghiacciai. In questo modo si sono isolate delle popolazioni di insetti che col passare dei millenni si sono differenziate e che oggi costituiscono dei veri e propri marcatori biologici della massima estensione dei ghiacci durante le ere glaciali.

Concrezioni di ghiaccio e fondo ghiacciato (foto E. Lana)

      Ma torniamo alle nostre peregrinazioni sulle pietraie del Monte Cavallaria.

      Sole a picco, arsura, doppia arsura, anzi tripla: in una giornata immancabilmente e spietatamente torrida (poteva forse esser diverso?) dell'agosto 2001 ci siamo trovati Achille Casale, Giacomo Calderini ed io a calcare gli instabili massi alla ricerca della fantomatica cavità descritta da Sturani. Il primo, Achille, grande amico di Mario Sturani, col quale periodicamente avevo parlato della grotta della Cavallaria, il secondo, amico di Achille, alpinista eclettico che quarant'anni prima aveva visitato la cavità e rivestiva ora la funzione di guida ed il sottoscritto, disperato cercatore di anfratti fra le rocce. Abbiamo battuto quasi tutta la pietraia, curiosato in ogni

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BUCA DEL GHIACCIO DELLA CAVALLARIA 1609 Pi -TO
Rilievo e disegno: E. Lana - R. Sella - G. Villa

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fessura fra i blocchi di roccia seguendo il nostro conduttore che, frustrato quanto noi, non riusciva a ricordare l'ubicazione della cavità; del resto quarant'anni sono lunghi e non òp posso biasimare, dato che mi è già capitato di cercare affannosamente cavità visitate solo pochi mesi prima! E poi una pietraia, specialmente se costituita da grandi blocchi come quella della Cavallaria, è il posto più assurdo dove cercare una cavità sotterranea, dato che ne include migliaia, per la maggior parte impercorribili a noi umani, specialmente a quelli più "spessi", come nel mio caso. Con Achille avevamo ragionato sul fatto che un'altra specie di Canavesiella, oltre a quella della Valle Locana, era stata da lui trovata sotto forma di resti di un solo individuo nei pressi di Vistrorio, ai piedi del Monte Cavallaria, per cui avevamo l'aspettativa di trovare altri esemplari di questa specie nella cavità sopra il monte. Dopo aver trascorso l'intero pomeriggio sulla pietraia, siamo ritornati con le pive nel sacco, con molta sete e nessun risultato concreto.

      Due anni più tardi, nel luglio 2003, ci siamo ritrovati, ma in quattro: stavolta la guida era Rosanna Beratto, giovane ed entusiasta geologa locale rintracciata da Achille e sguinzagliata l'anno precedente per scovare la fantomatica "Grotta del Ghiaccio" di cui tutti nel paese di Brosso avevano sentito parlare, a partire dal sindaco, ma di cui nessuno conosceva l'ubicazione: a quanto pare, in passato gli abitanti della zona salivano alla "ghiacciaia" d'estate per cavarvi ghiaccio da usare per conservare i cibi deperibili e per rinfrescare gli ammalati febbricitanti, e di questo la memoria è rimasta fra i locali. Con un po' di difficoltà iniziali Rosanna ha ritrovato la cavità di cui aveva scovato l'ingresso pochi mesi prima, a dimostrazione di come ci si possa facilmente confondere nella monotonia di una pietraia. Sulla parete piatta di un blocco sovrastante un pozzetto buio è incisa a belle lettere la scritta "BUCA", affiancata da una eloquente freccia diretta in basso.

Detto fatto, mi sono bardato da speleologo ed ho varcato per primo quell'oscurità nella quale da decenni nessuno era più penetrato; il "passaggio strettissimo" descritto da Mario Sturani esiste ancora: un'angusta quanto breve fessura fra due massi accostati sui cui spigoli ho fatto l'inventario delle costole della mia voluminosa gabbia toracica; tutta questa fatica per poi sco-

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prire che si poteva aggirare calandosi in un pozzetto adiacente. I cunicoli seguenti, alla fioca e traballante luce dell'acetilene, si sono rivelati molto meno difficili rispetto alla descrizione di Sturani, ma l'apprensione generata dal pensiero di come facciano le ciclopiche pietre incastrate sul soffitto a reggersi, specialmente nella saletta finale, non mi ha mai abbandonato: ero sotto una frana e nonostante la mia formazione scientifica non ho avuto alcuna curiosità di scoprire quale fosse la pietra a far da chiave di volta reggendo il precario equilibrio delle altre tutto attorno. Giunto sul fondo ho constatato che tutto il ghiaccio*2 descritto da Sturani è solo un ricordo del passato: anche qui si palesano gli effetti del riscaldamento globale; comunque, in luglio, un residuo velo ghiacciato di pochi millimetri si stendeva su parte del pavimento della saletta terminale. Subito l'istinto da biospeleologo mi ha calamitato verso le fessure delle pareti e nel giro di pochi minuti avevo inventariato buona parte della fauna locale: alcuni crostacei iposodi del genere Alpioniscus affini a quelli della Borna del Pugnetto, un Ischyropsalis, opilione specializzato alla vita nelle cavità fredde ed alcuni ragnetti diafani del genere Troglohyphantes, molto promettenti quanto a specie endemiche. Inoltre ho piazzato alcune trappole a caduta in punti strategici e quando, una decina di minuti più tardi sono arrivati gli altri, avevo già terminato il primo, sommario esame della fauna di questa singolare cavità. Achille ha inoltre recuperato i resti, consunti e arrugginiti, di un martello e di un piccone emergenti dal ghiaccio, a testimonianza del lavoro immane che la gente del posto si sobbarcava dopo una lunga salita a piedi direttamente da Brosso, molto più lunga del tragitto che oggi occorre percorrere da dove si lascia l'auto per raggiungere la Buca del Ghiaccio. Siamo usciti esultanti per la piacevole riscoperta della cavità caduta nell'oblio ed io mi sono ingegnato per costruire un evidente ometto che si vedesse da lontano a contrassegnare l'ubicazione della "ghiacciaia"; molto meno faticoso è stato divorare gran parte del cibo che Achille mi ha ancora una volta incautamente offerto: è proprio vero, alcune persone commettono ripetutamente lo stesso errore!

      Due mesi più tardi, nel settembre 2003, ho fatto un ritorno biospeleo-topografico alla cavità in veste di coordinatore del catasto speleologico regionale, insieme ai miei valenti colleghi Renato Sella e Giuliano Villa. Stavolta l'avvicinamento è stato molto più facile seguendo una traccia di sentiero che avevamo scoperto al ritorno la volta precedente e che si avvicina alla cavità da sud-est. In questo modo si è ovviato alle difficoltà motorie e "baricentriche" di Renato sbilanciato dal fatto che il suo maggior diametro è in corrispondenza del ventre. L'ometto che avevo costruito era miseramente rovinato giù per la pietraia, ma ho riconosciuto senza difficoltà il posto. La prima decisione unanime come rappresentanti del catasto, vista l'iscrizione all'ingresso, è stata di denominare ufficialmente la cavità "Buca del Ghiaccio della Cavallaria"; dopo di questo, al solito, mi sono inabissato per primo fra i massi evitando oculatamente la conta delle costole attraverso la fessura di Sturani; gli altri sono arrivati sul fondo una decina di minuti più tardi seguendo le mie esclamazioni di giubilo - "C'è una specie nuova, un insetto nuovo, proprio quello che cercavamo!"- che ho poi ripetuto per tutto il tempo del rilievo a cadenza regolare mettendo a dura prova le orecchie e i nervi dei miei compagni. Nel frattempo ho trovato opilioni, isopodi e ragni come la volta precedente ed in più altre due specie di ragni: Meta menardi e Tegenaria. Inoltre, nelle trappole, oltre a decine di Leptodirini, c'erano anche alcuni esemplari di Nebria gagates, il carabide criofilo già osservato da Sturani sul ghiaccio che ricopriva le pareti interne della cavità sessant'anni prima; peraltro, in settembre, anche il sottile strato ghiacciato osservato in luglio era ormai scomparso.

Fotografie a pag. 50: in alto - la scritta che indica il pozzetto d'ingresso (foto E. Lana), in basso un cunicolo della grotta (foto E. Lana)

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      Ritorno frenetico a valle con discesa a balzelloni e subitanea telefonata ad Achille: - "C'è la Canavesiella!"-. La sera, con Giuliano, abbiamo cenato a casa dei Casale in quel di Bienca sulla Serra d'Ivrea, dal cui giardino si gode uno splendido panorama sulla Cavallaria, sul Gregorio e sulla colletta dove si apre la grotta; ma già da un primo esame degli insettini Achille ed io eravamo meno sicuri si trattasse di una Canavesiella, come sperato.

      Qualche sera più tardi, a casa di Pier Mauro Giachino, specialista di questo gruppo di insetti, abbiamo constatato definitivamente che non trattavasi del genere dedicato al Canavese, bensì di un' Archeoboldoria; inoltre, un sommario esame dell'apparato riproduttore ci ha dato la quasi certezza di aver scoperto una specie nuova per la scienza.

      Un mese dopo, durante un'uscita col detto Pier Mauro e con Dante Vailati di Brescia, che descriveranno la nuova specie, si è concordato di dedicarla a Mario Sturani, in modo che il suo nome sia legato indissolubilmente ad un'entità biologica che sopravviverà ben oltre l'effimero periodo di vita che è accordato a noi umani.

      Questa è la storia della scoperta dell'Archeoboldoria sturanii, che aggiunge un altro tassello al mosaico delle conoscenze biogeografico-geologiche della nostra regione, così ricca di ambienti contrastanti che sono stati oggetto di formidabili sconvolgimenti legati ai periodi glaciali, succedutisi ripetutamente in epoche in cui nessun piede umano aveva ancora calcato le nostre valli.

      *1 Nota 1: Tali esemplari, identificati come Nebria gagates Bonelli, 1810 da A. Casale, ora in coll. A. Casale, portano le precise indicazioni di Sturani: "Grotta del Ghiaccio. Monte Cavallaria", "Val Chiusella m 1513 12.Ag.1942 M. Sturani".

      Si tratta di una specie rigorosamente specializzata a questo tipo di ambiente (fessure profonde in paleo-frane e "ciapère"), dove risulta abbondante, ma difficile da reperire. È esclusiva delle Alpi Cozie e Graje, sui versanti sia italiano, sia francese.

      *2 Nota 2: L'inverno e la primavera 2002-2003 sono stati particolarmente scarsi di precipitazioni e l'estate che è seguita è ricordata come una delle più afose e torride degli ultimi decenni. L'inverno e primavera dell'anno seguente sono state invece ricche di precipitazioni e la neve è caduta copiosa; in una visita effettuata nell'estate 2004 (particolarmente fresca e temperata) abbiamo potuto constatare che il ghiaccio si è nuovamente formato all'interno della grotta e che non si tratta di neve pressata, bensì dell'acqua di scioglimento della neve che percola fra le pietre e si ricongela sulle pareti e sul fondo della sala terminale formando stalattiti e concrezioni lamellari ghiacciate ed uno strato di ghiaccio diafano, di spessore variabile stimato fra i 5 e i 15 cm, attraverso il quale si vedono chiaramente le pietre sottostanti come se si trattasse di una lastra di vetro.

      Scheda Catastale Nome: Buca del Ghiaccio della Cavallaria n° catasto: 1609 Pi/TO Comune: Brosso Carta C.T.R.: 114060 Coordinate U.T.M.: 32T 405988 - 5041431 Quota: 1550 m s.l.m. Lunghezza: 24 m - Dislivello -13 m Terreno geologico: Scisti Rilievo e disegno: E. Lana - R. Sella - G. Villa (2003) - Itinerario Da Brosso (piazza del Municipio), sulla strada a percorrenza regolamentata (permessi in Comune di Brosso) per il Colle "Pian dei Muli" fino alla "cava di quarzo". Nell'ultimo spiazzo (adiacente alla strada, a quota 1381 m s.l.m.) seguire la traccia di sentiero che risale il versante verso la sommità di "le Colme", lungo la linea di massima pendenza. Raggiunta una sorgente, a ridosso di un grande masso, il sentiero devia a sinistra e, valicato il dosso, in leggera salita fino ad una vistosa pietraia. Tra i massi di questa, indicato dalla scritta "BUCA", si apre l'angusto ingresso della cavità.

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Inseguendo Meo

Ube Lovera

      Anche quest'anno si è rinnovata una delle più inossidabili tradizioni della speleologia torinese. Al cadere della prima neve gli scarsi individui interessati agli abissi anche in periodo invernale, piombano colpiti da crisi di astinenza. I sintomi, perdita della memoria e dei capelli, generale senso di sconforto, richiedono sempre la stessa cura: il ricorso al mago delle aree carsiche sconosciute, il principe di val Corsaglia, il magico, l'inossidabile, l'onnisciente Meo Imperator.

      S'intende che per profittare dell'immensa cultura carsica del nostro vate occorre sottostare ad alcune facili regole.

      1) qualunque zona carsica, foss'anche la conca di Piaggia Bella, che non riceva visite da parte di speleologo conosciuto per più di tre mesi, torna invariabilmente vergine.

      2) qualunque regione del globo terracqueo, anche la meno carsificabile, è sospettata a priori di nascondere "qualcosa di grooosso".

      3) evitare di evidenziare il notevole divario tra le grandiose premesse mattutine e gli scarni risultati serali.

      4) fondamentale essere di ritorno a Mondovì entro e non oltre le 19 di domenica sera.

      Facili umorismi furono usati in passato per commentare come il nostro, implacabile, ci conduca da trent'anni in nuove pieghe di Monregalese, virtualmente sterminato, salvo poi ritrovarsi sempre in punti diversi della abusatissima Val Corsaglia (che dovrebbe quindi avere una superficie pari al Sud America).

      Certo anche Marameo subisce, causa l'età, momenti di flessione. Da alcuni anni non propone più i colossali pacchi che ci turbarono l'infanzia. Niente più "facili 8 metri di risalita e poi la grotta" con duecento metri di strapiombo sotto le natiche (Cars, inizio anni '90), e nemmeno "comodo traverso di 30 metri" che si beve una corda da 80, una 20, una 13 e alcuni spezzoni (Val Corsaglia - sic - fine anni '90).

      Ma tant'è, la neve cade, quest'anno abbondante, e gli esploratori si guardano smarriti, irraggiungibili gli alti abissi, e dalle loro gole sgorga un flebile richiamo: Meoooooooo….

      Ormea. Si sale verso Colla Termini per fermare i mezzi in corrispondenza della strada pianeggiante che si snoda parallela alla cresta, pardon alla displuviale, che separa la Val Tanaro dalla Valdinferno. Nicola, Cinzia, Ube e il Vate alla ricerca di un ricordo, in un luogo che potrebbe chiamarsi Piancavallo. Un buco che: "dovrebbe essere qui, forse là, l'ho visto venti-venticinque anni fa con Giorgetto". Numerose ore di battuta, questa volta tra boschetti

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e pratoni inclinati, ci convincono che "il buco è molto più in là". In zona c'è però una frattura con aria, scavata dai tanaresi nonché una seconda fessura che Meo individua a due passi dal sentiero. Parte stretta, da disostruzione, ma allarga dopo poco. Segue un saltino. Da non dimenticare.

      Natale: la neve copre implacabile anche le spiagge. Cinzia, Ube e Meo in macchina per destinazione sconosciuta, almeno ai primi due. Frabosa Inf., Monregalese profondo, deviazione per Frabosa sup., cresta, pardon displuviale, e... aaaargh, Val Corsaglia.

      Scendiamo ancora un paio di tornanti quindi proseguiamo a piedi per una ventina di minuti con la neve al ginocchio. Qui una frattura, un ingresso alto che sputa una buona quantità d'aria. Breve la sua storia. Dopo un saltino e una frana, passiamo, al solito, una buona mezz'ora a strisciare tra i massi al termine della quale siamo pronti per il secondo buco, una piccola condotta priva di correnti d'aria palesemente toppa. Usciamo convinti che nessuno sarebbe mai più tornato in quel buco e infatti "mai" dura esattamente due giorni, quando Paolo, Sarona e Igor, accompagnati da Meo percorrono la medesima strada, strusciano per gli stessi passaggi e ritornano con identici risultati.

      Maggio. Bossea, Fontane. Ebbene sì, ancora Corsaglia. Dopo poco si abbandonano le macchine, destinati a una borgata dal suggestivo nome di Case Ubbè. In capo a mezz'ora siamo all'ingresso di una nuova condotta, sinistramente simile alla precedente, fornita però di strettoia superabile. Il pavimento della strettoia è abitato da una moquette di escrementi. Tasso. Non è ancora nato chi può infilarmi lì dentro. È invece già nato chi ci si infila: Nicolino e Fabio, recente ex allievo, entrano, si strusciano e passano. Poi il primo supera anche un'orrida zeta di calcare per ritrovarsi in una frattura e ritrovare anche corrente d'aria che attende tutt'ora buoni esploratori autunnali. La successiva punta disostruttiva si assume il compito di bonificare il letamaio e raddrizzare la zeta. Chi preferisce non illetamarsi va a caccia di abissi, trovandone addirittura due, "apprezzatemi adesso", un meandro subito toppo, e "apprezzatemi ora", un secondo meandro disostruito, che invece chiude dopo un breve pozzetto.

      Con ciò è giunto luglio. Non per questo abbiamo cessato di inseguire la nostra guida, ma le nuove avventure che ci ha confezionato ricadono sotto la giurisdizione del prossimo bollettino.

 

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Speleologia senile: il Buco delle Radio

Ube Lovera

      Il traverso consiste nell'allungare la gamba poco sotto il fix di partenza del pozzo, infilando una comoda frattura. L'esplorazione inizia ancora colpiti dalla luce esterna. Dopo pochi metri si giunge ad una saletta, dotata di evidenti anomalie dal punto di vista della corrente d'aria, ancora ingombra di neve, quindi ci si infila tra i massi. Di qui a martellate ci si fa largo in una nuova frattura allargata dall'acqua finché il compare non ti avverte di aver visto la tua luce dalla galleria che porta al fondo. Niente di fatto. La grotta è al solito Piaggia Bella, ingresso delle Radio ed il tentativo, fallito, si rifà al sogno proibito dello speleologo attempato, l'esplorazione a pochi minuti dall'ingresso.

      Nel caso specifico il boccone è quanto mai ghiotto e rientra nell'interminabile filone delle manovre per valicare il bordo del cucchiaio di rocce impermeabili che contengono PB, tracimare verso zona D e le cose già mille volte cantate da queste tastiere, sfruttando gli scollamenti che abbondano nelle parti iniziali della grotta. Fare cioè quanto già parzialmente riuscito a Igor e compagni a Kyber Pass, molto, molto più vicino alla Capanna.

      Fallito il tentativo, con Loco e Tette, passiamo alla perquisa della parte iniziale del Buco delle Radio, infilando Teresa in luoghi innominabili e ricavandone la sensazione che la regione sia comunque più complessa di quanto siamo abituati a pensare attraversandola. In particolare un meandrino porta via una buona quantità d'aria. L'assenza di buchi soffianti nei dintorni, ancora coperti da metri di neve, ci regala un ritorno sorridente.

      L'aborto di una punta ai Reseaux per questioni di acqua, troppa, ci offre la scusa per rimettere il naso nel famoso meandrino, col Lucido, al suo ritorno nelle gallerie dell'infanzia. Troviamo, oltre alla solita aria, anche uno spuntone inaffrontabile senza un martello e, visto che siamo lì in missione romantic-nostalgic-evocativa, il martello non c'è. Alla prossima. Che viene subito dopo la fine del corso. In questo caso la scusa è quella di far conoscere un po' di PB a qualche allievo, nonché al martello.

      Loco, Elisa (da poco trasformatasi in Selma), Fabio, e il sempre vostro si trovano a strisciare per gli ormai familiari percorsi e abbattuto lo spuntone possono avanzare di un metro per vedere che sì, oltre una breve colata di concrezione gli ambienti sembrano diventare ampi, molto ampi. Così ampi da ospitare già una corda, quella del pozzo iniziale.

      Delusione a parte restano valide alcune considerazioni: l'ingresso del Buco delle Radio è il punto più vicino al bordo del cucchiaio impermeabile e un'eventuale prosecuzione avrebbe poca strada da fare per svalicare in Zona D. Sarebbe opportuno continuare la ricerca in parti poco più basse, dove l'intersezione di gallerie, sale, frane e fratture diventa realmente caotica.

      L'aria, intensa, del nostro caustico meandrino, anziché tornare a base pozzo, preferisce seguire un'altra via e infilarsi per orridi percorsi in una frattura ingombra da pietre. Dove va? E perché non sceglie invece le comode gallerie della via classica? Chi ha le risposte mi scriva.

 

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A "squola"

Giovanni Badino

      "Chi sa, fa. Chi non sa, insegna. Chi non sa insegnare, coordina".

      Mi pare che la serie continui ancora, ma coi tre primi aforismi abbiamo riempito già la speleologia didattica, e pure molto del nostro associazionismo.

      Nella lista SpeleoIt sono apparse giustificate lamentele sulla didattica speleologica in Italia.

      Credo che la didattica speleologica sia in genere di livello inadeguato, e che soprattutto non venga aggiornata con quanto via via si capisce delle grotte, semplicemente perché nessuno se ne occupa seriamente, men che meno a livello nazionale. Chi lo dovrebbe fare perché si è assunto incarichi istituzionali ci dedica qualche riunione all'anno finalizzata a mantenere le cose come stanno per non finire tagliato fuori e spesso ha pure scarse competenze sulle grotte. Di lavorarci a casa, non se ne parla nemmeno. Di cercare di realizzare un progetto generale, neanche pensarlo.

      E i contenuti? La complessità dell'attività speleologica è enormemente cresciuta in questi decenni ma dal punto di vista della didattica siamo scesi rispetto agli anni '60, e la discesa nell'abisso continua.

      La dimensione culturale pare praticamente svanita, ora sembra che, secondo chi insegna, "speleologo" sia chi sa montare dritto un bloccante e si incroda solo una volta su tre nel tentativo di recupero uomo a uomo fatto da riposati e a un metro da terra.      Si confonde "speleologia" con la "tecnica di progressione in una grotta media". Spesso chi si occupa di didattica è ancora legato a conoscenze e schemi di decenni fa e continua a dare quelli, con qualche taglio dovuto al fatto che la memoria, le braccia e la voglia di grotta hanno un po' ceduto. Oppure è giovane e allora comunica da istruttore la vacuità pneumatica che ha male appreso, da allievo, in un corso mal fatto, senza aver avuto mai modo di acculturarsi.

      Secondo me questo scadere è dovuto a meccanismi interni ai gruppi (micropotere di istruttori e vari padri-padroni) che tendono a farli ricadere nel loro ombelico, scoraggiando contatti esterni e crescite culturali che potrebbero essere destabilizzanti. Un'autarchia mentale che ha fatto sì, per esempio, che per un trentennio nessuno realizzasse testi nazionali didattici evoluti. Agli allievi, al massimo, si davano fotocopie di dispense, in genere di livello infame, fatte dallo "specialista" di gruppo: le tradizioni di gruppo potevano così venire conservate, e con esse l'ignoranza e i microruoli.

      Compito delle strutture nazionali è, ovviamente, tentare di articolare discorsi più generali e mettere le varie squole in grado di istruire ad un livello aggiornato. Ma come fare?

      Credo siano importanti alcuni passi, in parte già fatti.

      1) Abbiamo cercato di ottenere in CNSS e SNS-CAI che nei corsi di primo livello si facesse una lezione su "biblioteca di gruppo ed editoria speleologica" che è ben più importante della lezione di "proto-primo soccorso" che è pura perdita di tempo (vedi dispensa "SOS in Grotta"). Tutti hanno approvato, ma che io sappia si guardano bene dal farlo. Scherziamo? Informarsi sul contenuto della biblioteca? Studiare? Suggerire all'allievo di leggere il bolletti-

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no del gruppo nemico o di prepararsi su testi da cui risulta che il suo istruttore è un cretino che sa solo correre davanti agli allievi facendo vedere che sa la strada? O che gli faccia capire che chi fa lezione non sa neanche di che cosa parla?

      2) Tentare di svegliare le varie commissioni squole, nazionali o regionali, per spingerle a evolvere e soprattutto perché si decidano a investirci del lavoro, qualificando la gente. Qualcosa si è mosso, ma poco. La qualificazione mi pare diventata soprattutto un impataccamento dato a chiunque lo accetti ("io ti do La Patacca se tu mi riconosci il ruolo di Emettitore di Patacche", e viceversa), i corsi regionali sono ancora scarsissimi e vanno assolutamente ampliati. La pressante richiesta di evoluzione di modi e contenuti dell'insegnamento della speleologia fatta dal Consiglio SSI ai membri della CNSS ha solo evocato la preoccupazione di segnalare che essi sono indipendenti e non accettano pressioni e che va tutto benissimo e sta arrivando la democrazia che nemmeno in Iraq e sono loro che se ne capiscono di didattica mentre gli altri (ad esempio, chi scrive), no. Le discussioni attuali sono di questo genere. Contenuti? Ma scherziamo? Qualcuno in gamba c'è, ma in maggioranza mi pare cerchino ruoli e molti mi sembrano una versione nazionale di quegli "istruttori" che appaiono in gruppo subito prima di ogni corso per "chiappare". E fanno naturalmente la stessa speleologia e la stessa didattica di costoro.

      3) Realizzare una raffica di ausili didattici, libri tecnici di ogni genere e soprattutto i Quaderni Didattici: ogni attività ha i suoi libri di testo, perché mai la speleologia non deve? È stata un'iniziativa dello scrivente, aiutata solo dai contributi dei singoli autori, e ben poco a livello redazionale. In realtà è stata ostacolata da molti di quelli che istituzionalmente avrebbero dovuto non solo auspicarla, ma pretenderla, perché essi vedono in una globalizzazione delle conoscenze speleologiche una minaccia all'integrità del quieto vivacchiare locale.

      Tanto per spiegare meglio quanto venga tenuta in conto la didattica dai didatti, la CNSS-SSI non adotta i Quaderni Didattici SSI nei suoi corsi. Tanto per essere ancora più chiaro: la serie dei quaderni volge al termine e vari mesi fa ho pregato la stessa commissione di trovare gente che collaborasse per la riedizione, in cui verranno eliminati i molti, evidenti difetti, tanto più che la stessa commissione mormorava di quei difetti per giustificarne il boicottaggio. Ancora aspettiamo una risposta...

      Ho stima del fatto che chi dice di occuparsi delle squole sia disponibile a spendere tempo libero. Ma non ho affatto stima del fatto che costoro siano in immenso ritardo, che siano incapaci di iniziative, che non siano affatto disponibili a rimettersi in discussione e accelerare, lavorare sul territorio, spendere la marea di tempo che ormai è necessario spendere per drizzare le cose.

      Dovrebbero dimettersi? Forse sì, ma che senso ha spingerli a farlo se non abbiamo chi li sostituisca?

      È chiaro che la soluzione per un rilancio delle scuole di speleologia non va cercata a livello dei gruppi, ormai impotenti, e neppure a livello nazionale, per mancanza di forze: il livello giusto è dunque quello regionale. Ma siamo ancora lontani dall'avere diffuso una coscienza dell'importanza di questo argomento. La dimensione e qualità del nostro mondo dipende in modo essenziale dalla qualità degli insegnamenti (lezioni e grotte) che diamo a chi ci si avvicina, ma la preoccupazione principale di molte federazioni è quella di chiudere le frontiere ("le grotte della Ligontuglia ai Ligontugliesi!") e spartirsi con bilance micrometriche delle torte che sono ormai troppo grandi per come siamo strutturati, senza preoccuparsi particolarmente della crescita culturale di chi fa speleologia nel territorio.

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      È stato esemplare di questo disinteresse, un approccio che è emerso in SpeleoIt qualche mese fa, praticato in diverse regioni: se ci sono grotte delicate su un territorio, il permesso di entrarci non viene concesso da una Commissione Scientifica regionale che le conosca, ma è di diritto degli speleo regionali, che decidono pure se i non regionali possono o no andarci. Se si pensa che la massima parte degli speleologi sa di impatto ambientale quanto io so di botanica, emerge chiaro che questo è un approccio micro-mafioso, finalizzato alla protezione del tempo libero di un gruppo di escursionisti, non delle grotte.

      E intanto, ovviamente, chi si avvicina alla speleologia non riesce neanche a intravedere che è un'attività potenzialmente immensa e pensa invece di essere finito nel Bar Sport. E se è uno buono da Bar Sport si ferma, se è un potenziale Amundsen si cerca invece un'altra attività più seria, così, pian piano, i gruppi si riempiono di parolai (come i Bar Sport) che l'anno prossimo saranno istruttori.

      Ci stupiamo che la didattica e la speleologia vadano male? Che la gente non si fermi e che quelli che si fermano facciano livelli infami di attività? E perché mai? Abbiamo innestato un processo a retroazione positiva, allievi impreparati che diverranno istruttori impreparati che prepareranno sempre peggio gli allievi... e così via precipitando.

      Secondo me questa selezione al contrario è la minaccia mortale che sta lentamente soffocando il nostro mondo, riducendo quasi tutti a far da spettatori ai pochi che esplorano, che fanno.

      Quanti degli speleologi ritenuti bravissimi, lo sono solo perché sono finiti in ambienti che hanno loro permesso di crescere? Quanti di loro avrebbero smesso se fossero finiti nei vicoli ciechi mental-grottieri che ci sono in tanti gruppi speleologici, ignari di cosa poteva essere la speleologia? Avrebbero smesso tutti, direi, me compreso.

      Ci vogliamo rendere conto che la attuale "crisi della speleologia" è piuttosto una crisi dei contenuti che vengono proposti a chi le si avvicina?

      E chi deve preoccuparsene, se non in prima persona la federazioni regionali? I contenuti possono pure aspettarseli da un coordinamento nazionale, ma il personale devono cercaselo al loro interno.

      Bisogna cercare di tagliare il cavo di retroazione della suddetta selezione al contrario e trovare collaboratori fra gli insoddisfatti degli innumerevoli Bar Sport. La speleologia è immensa, ma solo se fatta sul serio.

       I gruppi umani sono tutti uguali, e tendono a soffocare chi ha troppe iniziative, chi guarda fuori, chi vuole introdurre mutamenti. Chi minaccia "il quieto vivere".

      La tattica per eliminarlo è quella di attirarlo in piccoli scontri, in modo che smetta di dedicarsi a innovazioni e finisca per combattere in un terreno che non gli è congeniale in cui verrà irrimediabilmente demotivato, in cui pian piano perderà l'entusiasmo, fino ad andarsene.

      La contro-tattica c'è, richiede disciplina ma è facile e potentissima: è quella di aggirare la fortezza e andare avanti, lasciando che chi la occupa, finito lontano dalla linea del fronte, finisca per non sentirsi più in una fortezza, ma in una prigione.

      Si tratta cioè di non accettare mai lo scontro, sorridere, aggirare e correre, scavalcare e correre, e continuare a correre, contando sul fatto che altri si aggancino.

      Fare, fare senza perdere entusiasmo. Fare.

      Certo che in questo modo non ci si deve aspettare di non suscitare ostilità e rancore. Ma vale la pena.

 

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50 anni

      Una cena per 250 persone, una testa per tutti quelli in qualche momento sono stati targati GSP o che avrebbero potuto esserlo. È giugno, non perché qui cada l'anniversario ma per diversi motivi quali pigrizia, disorganizzazione, nonché l'effettivo disagio di dover elencare il migliaio di soci che il GSP ha avuto nella sua storia, selezionarne una parte (con quale criterio?) e rintracciare indirizzi e telefono di 3\400 persone disperse nel tempo e nello spazio.

      La data, che ha volteggiato a lungo nei primi mesi dell'anno durante la caccia di un locale adatto, è stata fissata, poi spostata, poi ancora rinviata fino ad andare a coincidere perfettamente con quella delle elezioni europee.

      Non facile peraltro trovare un luogo che ci nutrisse decentemente a prezzi accettabili, che avesse un dentro e un fuori, che ci contenesse meglio di un barattolo di fagioli, che ci permettesse di occuparlo dal primo pomeriggio, anche se annunciare ad un ristoratore una prossima cena di trecento persone migliora decisamente la qualità del servizio.

      Poi centinaia di telefonate, a tutti. Abbiamo ricevuto tutte le risposte possibili, da: "Sono felice che vi siate ricordati di me" a: "verrei solo per dare fuoco al GSP". In mezzo tutto il resto, da chi sollecitava, considerando la festa un'occasione irrinunciabile, a chi ha preferito mancare considerandola una specie di ritrovo tra ex compagni di scuola o ex colleghi di lavoro, a chi non ha potuto partecipare perché scrutatore alle elezioni. Alcuni invece non hanno potuto esserci perché avvertiti troppo tardi mentre altri, anche imprescindibili, non siamo riusciti a trovarli, inghiottiti dal mondo. Tra questi ultimi John Toninelli che abbiamo saputo in questa occasione essere stato vinto dalla sua tosse ancestrale.

      Per tutti gli altri un incontro tra gente che non si vedeva da vent'anni, uniti da un'esperienza comune più o meno lontana, felici di ritrovarsi e a volte imbarazzati nel doversi ripresentare agli amici di un tempo perché il tempo non ha risparmiato né rughe, né pance, né capelli.

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      Il tentativo di mostrare con diapositive e filmati quanto esplorato negli ultimi anni è stato un fallimento: ognuno era lì per incontrare gli altri e scambiare parole chè occasioni per stare seduti davanti ad uno schermo ce n'è tutti i giorni. In sostanza è stata una colossale orgia di parole. Proprio come temeva Marziano che preoccupato si chiedeva come avrebbe fatto a parlare almeno per cinque minuti con ognuno (per un totale di 22 ore di chiacchiere consecutive).

      Il locale? Un ristorante di Verduno che facendoci pagare molto, ci ha fatto mangiare poco, bere meno e trattato da schifo. Pazienza.

Ube Lovera

      Ogni 10 anni il raduno generale dei soci vecchi e nuovi offre l'opportunità di riallacciare contatti con coloro che si vedono di rado e di indagare per ripescare i dispersi di cui non si sono più avute notizie. Non sempre i tentativi vanno a buon fine, ovviamente. E non tutti quelli contattati vengono poi al raduno: vuoi per cause di forza maggiore, vuoi perché non smaniano dalla voglia. Però tra quelli che hanno fatto parte del gruppo i partecipanti sono una percentuale non da poco, e il loro entusiasmo ogni volta ci tocca nel profondo del cuore. Non fosse per le difficoltà logistiche, saremmo fermamente convinti che sarebbe auspicabile fare raduni più frequenti.

      Tutti gli speleo contattati e che non sono potuti venire all'ultimo raduno hanno raccomandato di salutare i vecchi compagni, e lo facciamo con queste righe.

      Degli speleo dei primi anni non si sa dove trovare Paolo Chiesa, mentre si sono avute notizie di Sergio Mazzarino, rintracciato da Beppe Dematteis in Sudafrica; saputo del raduno programmato in un primo tempo per maggio, aveva già il biglietto aereo in tasca per raggiungerci quando purtroppo si è dovuto rinviare la cena e non ha più potuto essere presente il 13 giugno. Renato Grilletto, dopo aver assicurato la sua presenza ha dato forfait all'ultimo momento; altrettanto si deve dire di Checco Messina, e non è la prima volta. Non hanno potuto partecipare Vittorio Valesio per gravi motivi familiari, Paolo Henry perché impegnato come presidente nel suo seggio elettorale, Dario Pecorini perché infermo, e neppure Cesare Re e Alberto Santacroce.

      Dopo anni di silenzio è stato emozionante sentire la voce di Carlo Tagliafico, felicemente ottuagenario nella sua Toirano. Gli abbiamo esternato piena solidarietà a sua fi-

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glia Daniela che si era dimessa da vicedirettore del TG1 in seguito al disagio di fronte a una ben poco corretta esposizione della politica e dell'informazione, ad altri deplorevoli modi di gestire un'azienda che non dovrebbe essere al servizio del potere, e per sentirsi ferita nella sua professionalità.

      Degli speleologi un po' meno vecchi, è saltata la presenza di Piera Biolino (inderogabili impegni di lavoro), di Roby Thoni e di Franca Mazzer (avvertita con colpevole ritardo). Non si sono presentati Edo Prando, Elio Pulzoni ed Elio Pesci. Chi sapesse dove reperire Aldo Fontana, Ruggero Gatta, Guido Bertolotti e Ivana, Franco Ghiotto, Danilo Coral, ce lo dica.

M. Di Maio

      I PRESENTI.

      Gli invitati erano un numero infinito.

      Ecco l'elenco disordinato dei presenti al cinquantennale.

      Clerici GianLuigi, Longhetto Adalberto, Borrelli FiorMaria, Villa Giuliano, Franca Maina, Lanza Carla, Marc Guilleman, Baldracco Piergiorgio, Daniele Grossato, Bettuzzi Simonetta, Cuccu Franco, Chiara Silvestro, Andrea Sambado, Antonio Martinotti, Giuseppina D'Amico, Dondana Riccardo, Deborah Alterisio, Diego Coppola, Alberto Gabutti, Cinzia Banzato, Mario Marzona, Valter Zinzala, Nadia Gaioni, Valter Segir, Marziano Di Maio, Luisa Musiari, Manuela Rizzo, Igor Cicconetti, Chiara Giovannozzi, Beppe Dematteis, Thierry Fighiera, Frattaruolo Agnes, Alessandra Clerici, Fighiera Mathieu, Giulio Gecchele, Isabel De Almeida, Roberto Serra, Nicola Giuliano, Andrea Colombo, Emanuele Salvini, Sergio Ponzetto, Dario Ponzetto, Barbara de Marco, Andrea Remoto, Roberto Chiabodo, Carlo Garelli, Gianfranco Pianelli, Linda Rambaldi, Gianfranco Buscatti, Saverio Peirone, Giorgio Peirone, Ilia Peirone, Diego Calcagno, Luigi Barcellari, Lorenzo Vignolo, Andrea Mantello, Ivana Giraudo, Delorme Fabrice, Giuseppe Giovine, Susanna Maffei, Alberto Ubertino, Agostino Cirillo, Antoinette Luzza, Andrea Manzelli, Renzo Gozzi, Ginny Braida, Giorgio Luzzati, Dolores Davoli, Mauro Galliano, DiFonzo Gerardo, Luca Cuomo, Ube Lovera, Sara Tarditi, Scambelluri Marco, Luisella Pilotti, Vigna Brunella, Enrico Lana, Massimiliano Ingranata, Mariangela Toninelli, Pierangelo Saracco, Meo Vigna, Mario Gherbaz, Serra Sergio, Lissia Valentina, Paolo Oliaro, Ezio Pautasso, Loredana Valente, Attilio Eusebio, Lorenzo Rodighiero, Elisa D'Acunzo, Fulvio Prette, Paolo Giaccone, PierClaudio Oddoni, Lucia Rattalino, Mauro Paradisi, Fighiera Lucette, Willy Fassio, Paolo De Laurentiis, Simonetta Carlevaro, Jean Paul Sournier, Thomas Riband, Milanese Nicola, Gianna Perego, Marco Marovino, Riccardo Pozzo, Patrizia Cannonito, Carlo Curti, Antonello Molino, Giovanni Badino, Valentina Marchionni, Gian Carlo Sartori, Maria Grazia Cassine, Luciano Notario, Paolo Fausone, Lucien Berenger, Bruno Ugolini, Enrico Massa, Anna Lia Clerici, Piero Dematteis, Monica Giacosa, Giordanino Jean-Luis, Roberto Cerrato, Marco Perello, Carla Minetti, Giola Rosani, Federico Calleri, Antonella Tizianel, Mario Olivetti, Giorgio Guarise, Paola Calafatello, Anna Vaudano, Carlo Trossarelli, Maurilio Chiri, Daniela Enrici Baion, Adriano Cerovetti, Marco Scofet, Clara Petruzzelli, Fabio Curti, Roby Jarre, Elena Quaglia, Vittorio Baldracco, Elisa Calemma, Michele Miola, Andrea Gobetti, Giuliana Celentano, Achille Casale, Germana Rondolini, Carlo Clerici, Elena Villa, Laura Ochner, Piero Fusina, Aldo Leonardi, Alain Oddou, Gianni Follis, Maria Grazia Revello, Mario Santangelo, Pigi Trova, Silvana Faura, Sara Trova, Marina Zerbato, Isabella Mazza, Attilio Miconi, Riccardo Pavia, Liliana Margaira, Dario Olivero, Vincenzo Martiello, Simonetta Garis, Andrea Galparoli, Paola Battu, Marianna Gobetti, Ivano Di Ciolo, Monica Dini, Fabio Livoni,

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      Massimo De Michela, Sandro Rosso, Napolitano Angela, Giampiero Carrieri, Manuel Barale, Pierangelo Terranova, Giovanni Guidi, Flavio Dessi, Giulio Maggiali, Claudia Revello, Oliviero Danna, Giorgio Mattasoglio, Eugenio Gatto, Federico di Gregorio, Alice Fontana, Francesco Vacchiano, PierGiorgio Doppioni, Grazia Giua, Stefano Gobetti, Paolo Marro, Cecilio Scambelluri, Matteo Scambelluri, Fratturuolo Lea, Thomas Piedra, Ophelie Fighiera, Anthony Fighiera, Alessandro Giovine, Laurent Miconi, Sara Miconi, Giulia Oliaro, Tomaso Oliaro, Francesca Curti, Nicolò Perello, Matteo Perello, Fabiana Cerovetti, Luca Cerovetti, Roberto Mureddu, Susanna Urigu, Michele Marro, Barbara Barisani, Giorgio Gnocchi, Alberto Cotti, Pruel Terranova.

      Sono molti, tanti del GSP passato, quasi tutti del GSP presente, qualcuno del GSP futuro, ma anche gli amici di Cuneo, Giaveno, Pinerolo, Biella, Imperia, Savona, La Spezia, e poi i più lontani friulani e francesi con il Clan Fighiera in testa.

      In totale 219 persone, per una giornata in compagnia.

a cura di Nicola Milanese

 

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      Elenco Soci

EFFETTIVI 2004

Alterisio Deborah

Strada Cunioli alti 130

debburi@katamail.com

339.35.60.379

Banzato Cinzia

Via Roma 16 (Barone Canavese)

banzato@hotmail.com

338.45.40.507

Capello Sara

Via Pastrengo 66 (Moncalieri)

saracapello@virgilio.it

011.60.66.683- 339.58.61.674

Carrieri Giampiero

Via Bergera 10/F

g.carrieri@infinito.it

011.72.14.74 -335.56.40.431

Cicconetti Igor

Strada S. Vito 154

pb2001lkc@hotmail.com

011.66.02.205- 333.67.85.306

Cotti Alberto (Alby)

Corso Raffaello

albicot@tiscali.it

333.12.24.440

Dondana Riccardo

Corso Vittorio Emanuele II

riccardo.dondana@katamail.com

338.76.72.170

Eusebio Attilio (Poppi)

Corso Brunelleschi 91/c

aeu@geodata.it

011.70.37.96- 335.56.40.430

Fausone Paolo

Strada Cunioli alti 130

fausone@mail.com

349.29.55.491

Filonzi Sara

Via Torino 110/c (Settimo Torinese)

sfilonzi@supereva.it

011.89.84.965

Giovannozzi Chiara (Zinny)

Strada S. Vito 154

pb2001lkc@hotmail.com

011.66.02.205- 329.79.34.652

Girodo Domenico (Mq)

Via Suriani Renzo 12 (Avigliana)

domenico.girodo@poste.it

320.08.64.256

Grossato Daniele

Via Levanna 27

daniele.grossato@tin.it

011.77.65.070- 368.76.16.949

Ingranata Massimiliano (Max)

Via Villastellone 32b

max.ingranata@infinito.it

011.64.95.025- 348.600.71.96

Lovera Uberto (Ube)

Via Tonale 16

ubelov@interfree.it

011.61.33.47- 333.66.80.877

Milanese Nicola

Via Casale 33 (San Mauro)

nicola-milanese@tin.it

011.82.25.365- 347.90.15.772

Musiari Luisa

Via Carso 20 (Biella)

misa.luzza@libero.it

011.82.25.365- 349.84.01.251- 015.35.10.65

Olivero Dario (Drome)

     

Pozzo Riccardo (Loco Hombre)

Via Costanzo 26 (Biella)

pozzoriccardo@virgilio.it

333.74.39.280

Terranova Pierangelo (Tierra)

Via Rovereto 12 (Pino Torinese)

pierangelo.terranova@ferrero.com

011.81.12.061- 320.69.73.073

Vacchiano Francesco (Franz)

Via Principe Amedeo 53

vacchiano@infinito.it

011.88.29.31- 340.24.05.400

Vigna Bartolomeo (Meo)

Via S. Bernolfo 53 (Mondovì - CN)

bartolomeo.vigna@athena.polito.it

0174.55.21.23- 368.94.28.78

 

ADERENTI 2004

Arduino Giancarlo (Mezzamano)

(Garessio)

giancarloarduino@tiscal inet.it

0174.80.35.56

Badino Giovanni

Via Cignaroli 8

badino@to.infn.it

011.43.61.266- 328.21.53.718

Balbiano D'Aramengo Carlo

Via Balbo 44

carlobalbiano@libero.it

011.88.71.11- 011.94.34.266

Baldracco Piergiorgio (Giorgetto)

Via Baltimora 160/B

nicher.nicher@tin.it

011.30.72.42- 335.27.08.67

Belmonte Francesco (Cesco)

Via Vaie 37 (Sant Antonino di Susa)

cesco2cv@libero.it

338.11.69.551- 011.93.99.759

Bertorelli Valentina

Via Nizza 71

bertova@libero.it

339.88.16.294

Bozzolan Lorenzo (Z)

Via S. Rocco 2

pessinea@tiscalinet.it

011.66.15.363- 338.85.80.644- 335.82.67.528

Campajola Marilia

(Lucca)

 

058.35.35.49

Carisio Walter

     

Carlotto Marco

Via Grand Tournalin 4

ma.r.c@libero.it

0165.33.996- 348.76.25.880

Casale Achille

Corso Raffaello 12

a.casale@libero.it

011.65.08.884- 329.36.05.821

Chiabodo Roberto (Arlo)

Fr. Campasso 19 (Verrua Savoia)

arlochiabodo@infinito.it

0161.84.62.80

Colombo Roberto

Via Nino Costa 15 (Mappano)

anakid66@quipo.it

333.61.37.437

Coppola Diego

Via Bava 50

diego.coppola@libero.it

349.19.46.994

Cuccu Franco (Fof)

Via Casalis

 

011.43.35.978- 340.91.46.712

Curiotto Stefano

Via Balme 45

curioz@libero.it

011.74.67.47

De Almeida Isabel (Beu)

Lungo Dora Napoli 1

isabelde@libero.it

011.85.30.48

Di Gregorio Federico

Via dei Mercanti 9

fog@debian.org

339.26.07.878

Di Maio Marziano

Via Cibrario 55

 

011.75.12.53

Di Palma Mara

Piazza Pitagora 9

 

011.30.93.286

Doppioni Pier Giorgio

Reg. Caney inf. 111 (Settimo Vittone)

syntec@netsurf.it

0125.65.87.97- 347.36.95.840

64

Favre Samantha

Fraz. Les Mariettes 32 (Issogne - AO)

samm@katamail.com

 

Fontana Alice

Corso Marconi 27

woo@mclink.it

011.66.89.363- 335.83.16.257

Fresu Teresa

Via Grigna 11 (Carnate - MI)

 

039.67.26.02- 349.28.20.763

Galparoli Andrea (Zeus)

Corso Cosenza 25

a.galparoli@libero.it

011.61.93.663- 335.82.69.792

Garelli Carlo (Uccio)

Via Villarfocchiardo 56 (Collegno)

aquilegia@fastwebnet.it

011.415.21.34- 339.37.76.751

Gaydou Adriano

Via Baltimora 15

 

011.36.51.60

Giardinieri Antonella (Supetta)

Via Vecchia di Buriasco 4 (Pinerolo)

lalla.anto@tiscalinet.it

0121.54.35.98- 333.59.86.119

Giovine Giuseppe (Beppe)

Via della Chiesa 5/3 (Devesi - Ciriè)

yyoung@tin.it

011.92.15.884- 338.17.01.599

Gobetti Andrea

Strada Reaglie

angobe@tin.it

011.89.92.873- 0583.40.22.96

Grassi Maurilio

Via Po 22

 

011.81.23.452

Lana Enrico

Via Matteotti 43 (Verolengo)

enrlana@libero.it

011.91.49.694

Leonardi Aldo

Piazza Caduti 11 (Alpignano)

buninofra@yahoo.it

328.59.91.142- 333.33.78.308

Maina Franca

Via Toscanini 10 (Gerbole -Volvera)

villagiuli@tiscali.it

011.99.06.133

Mantello Andrea

Via Pacinotti 2

andreamantello@yahoo.com

011.47.30.166- 340.25.80.302- 0141.93.43.73

Manzelli Andrea (Manzo)

Corso Francia 167

eliand.md@tiscalinet.it

011.74.82.40- 335.25.59.64

Massola Marco

Reg. Rivera 12 (Front Canavese)

 

011.92.51.762

Mattasoglio Giorgio (Giorgione)

Via Monastir 10

 

011.60.62.358- 335.73.91.204

Mattii Umberto (Umba)

Via Trecate 15

 

011.79.73.20- 328.57.81.789

Molino Antonello (Enos)

Via Armando Diaz 5

antomol@inwind.it

0173.33.35.7- 329.49.20.728

Nasi Guido

     

Ochner Laura

Via Baltimora 160/B

 

011.30.72.42- 360.77.29.57

Oddoni Pierclaudio (Cagnotto)

Via Santhià 2

 

011.85.81.17- 339.77.69.582

Pasteris Enrico (Eu)

Via Pesaro 20

eupast@infinito.it

011.52.15.869

Pavia Riccardo (Aizza)

Via S. Paolo 84

 

011.38.55.010- 336.90.02.637

Perego Gianna

Via Principe Tommaso 18bis

giagiap@libero.it

011.65.02.048- 328.97.57.253

Strippoli Stefano

Via Carrera 130

ebanello@libero.it

011.77.93.919- 329.97.22.204

Tizian Fabio (AAA)

Via della Consolata 7

leoneverde@leoneverde.it

011.52.11.790- 347.80.03.416

Ubertino Alberto (Ube)

Via Delle Querce 11 (Lessona - BI)

 

015.98.11.19- 335.60.09.058

Valente Loredana

Corso Brunelleschi 91/c

loredana.valente@tiscalinet.it

011.38.50.737- 347.36.71.241

Villa Giuliano

Via Toscanin 10 (Gerbole - Volvera)

villagiuli@tiscali.it

011.99.06.133

Zaccaro Leonardo

Corso Orbassano 88

 

011.56.83.543

Zerbato Marina

     

 

NUOVI MEMBRI

Baldracco Vittorio

Via Baltimora 160/B

 

011.30.72.42- 328.21.73.080

Gabutti Alberto (Lucido)

Via Castello 5 (Val della Torre)

ecstore@ecstore.it

011.96.80.252- 339.85.12.655

Nobili Gianni

     

4a cop.