Copertina

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GROTTE

Anno 44, n° 136

luglio - dicembre 2001

Gruppo Speleologico Piemontese CAI - UGET

Sommario

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Notiziario

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Attività di Campagna

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Il Campo del 2001 a Piaggia Bella

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Diario di Campo

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Radio Margua

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Trichechi Parte Seconda

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A Khyber Pass

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Descrizione dei rami nuovi di Khyber

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Merlino incantatore ...

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... e Ghibli

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Le colorazioni del Solai e del Gaché

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Ombelico del Margua

49

Balme del Pinerolese

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Corchia turistico: trent'anni dopo

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Novità (o quasi) in Biblioteca

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Recensioni

 

Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 3 di marzo 2002

SPEDIZIONE IN A.P. TORINO, comma 20c, art. 2, Legge 662/96

Direttore responsabile: Emanuele Cassarà

(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13/10/1973)

Redazione:

Alberto Cotti, Marziano Di Maio, Attilio Eusebio, Chiara Giovannozzi,

 

Uberto Lovera, Laura Ochner, Francesco Vacchiano.

Foto di copertina: Cavità glaciale in Antartide (G. Badino)

Bozzetti di Simonetta Carlevaro

Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino

Fotografie di: G. Badino, M. Campajola, Archivio GSP, F. Vacchiano, B. Vigna

GSP su Internet: HTTP://WWW.ARPNET.IT/~GSPELE

Email: GSPELE@ARPNET.IT - Conto Corrente Postale 21691100

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Notiziario

Assemblea di fine anno 2001

      Il 14 dicembre 2001 si è svolta in sede l'Assemblea di fine anno del GSP con il consueto ordine del giorno e una buona partecipazione.

      N. Milanese ha riassunto l'attività, ricordando principalmente le esplorazioni a Khyber Pass, ai Trichechi, al Gaché, al Solai, a El Topo, nonché l'affollato campo estivo alla Capanna. Una massa notevole di lavoro è stata svolta per il Progetto Marguareis. Le colorazioni hanno confermato il collegamento tra Gaché e Pis dell'Ellero. Il Solai è decaduto da obiettivo principale del campo quando si è appurato che l'acqua porta in Filologa; rimangono però da vedere risalite. Per l'attività futura B. Vigna ha ricordato che per il Ferà va ripreso il rilievo, vanno riposizionate cavità in cresta e completate le ricerche. Alle Mastrelle il sistema si è rivelato più complesso del previsto quanto a prosecuzioni. F. Vacchiano ha rammentato i lavori di scavo fatti alle Masche a Cà di Palanchi. Fuori Piemonte vanno segnalate l'attività in Sardegna (galleria nuova a Su Bentu) di A. Cotti e A. Gobetti (quest'ultimo con gallerie nuove a Tiscali), in Antartide di G. Badino, in Lombardia di R. Pozzo. Il Corso è stato frequentato da 17 allievi, di cui almeno 4 continuano l'attività. I. Cicconetti ha relazionato sui Mercoledì culturali, che hanno avuto partecipazione altalenante ma comunque valida; M. Vigna ha proposto di vivacizzare le conferenze, con argomenti pratici, vecchie foto, ecc.; si potrebbero tenere al venerdì sera.

      Per il Magazzino A. Cotti ha esposto la situazione dell'attrezzatura giacente e di quella per cui bisogna provvedere, in specie le corde, moschettoni, carburo e un telo per il campo. Sui materiali speciali ha riferito P. Fausone.

      Ordinaria amministrazione per la Segreteria (S. Capello). Anche per la Biblioteca (G. Villa) solita routine, con situazione aggiornatissima e i cronici problemi di spazio; sono stati recensiti 221 lavori e i titoli schedati assommano a 3115. Il Catasto (G. Villa) è ormai nelle mani dei curatori dell'AGSP. Problemi di spazio anche per l'Archivio (A. Cotti), poco consultato perché poco consultabile, con il sistema dei rilievi in tubo che non è l'ideale.

      Per il progetto Didattica, P. Terranova ha comunicato che sono aperte le offerte di candidatura per portarlo avanti, con le sue importanti implicazioni relative alle possibilità di guadagnare adepti. A quest'ultimo proposito A. Eusebio ha ricordato le opportunità di ringiovanimento che si potrebbero conseguire con la legge regionale che finanzia i progetti dell'AGSP, tra cui quelli per la diffusione della speleologia. A detti progetti stanno lavorando una cinquantina di persone. La recente pubblicazione in 35000 copie d'un inserto speciale di Piemonte Parchi sulla speleologia costituisce un ottimo veicolo per far conoscere la nostra attività.

      Alla Capanna sono state effettuate varie riparazioni, compresa quella d'una finestra che è stata forzata. Con l'elicottero sono stati smaltiti tutti i rifiuti che si sono potuti raccogliere. Sono state lavate le coperte.

      Sui materiali da rilievo ha relazionato N. Milanese, che ha riferito altresì sul lavoro di aggiornamento sul sito internet svolto da lui e da A. Fontana.

      Il Bollettino (M. Di Maio) registra la novità del passaggio dalla periodicità quadrimestrale a quella semestrale. Oltre che ripercuotersi positivamente sul bilancio, l'uscita di un numero in meno potrà alleggerire il problema organizzativo della redazione e limitare i ritardi.

      Sulla Tesoreria M. Campaiola ha presentato un bilancio in attivo, dovuto alla

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forzata contrazione delle spese e soprattutto di quelle di materiali, spese che peraltro torneranno ora a lievitare per far fronte a ineludibili necessità. La quota sociale e stata fissata per il 2002 in 30 euro e quella di rimborso spese per ricevere il bollettino in 8 euro.

      La relazione di attività della Sezione Biospeleologica verrà pubblicata prossimamente. A. Eusebio ha esortato a una maggiore collaborazione con le iniziative del CAI-UGET.

      Circa i nuovi responsabili delle Sezioni per il 2002, per il Magazzino vengono incaricati A. Cotti e Sara Filonzi, Stefano Strippoli e Luisa Musiari.

      Dei materiali speciali si occuperà R. Dondana coadiuvato da P. Fausone. La Segreteria viene affidata a S. Capello, che curerà altresì le incombenze di Tesoreria. Terranno la chiave della sede sociale G. Villa con i direttori del corso e N. Milanese. Della Capanna continuerà a essere responsabile F. Belmonte ma lo coadiuverà N. Milanese. Lo stesso Milanese terrà il sito internet, mentre rinunciando a essere delegato nell'AGSP verrà sostituito da U. Lovera. Per il resto sono stati riconfermati G. Villa per la Biblioteca e per il Catasto, A. Cotti per l'Archivio, B. Vigna e N. Milanese per gli strumenti da rilievo, A. Casale per la Biospeleologia e M. Di Maio per il Bollettino, della cui redazione è entrato a far parte U. Lovera, a parziale sostituzione di G. Carrieri e V. Marchionni che ne erano usciti dopo il n. 134.

Leo Ussello

      È mancato a metà settembre all'età di 89 anni Leo Ussello, socio della nostra Sezione dal 1937, dall'immediato dopoguerra in prima fila a reggere le sorti ugetine, per lunghi anni come vicepresidente e poi dal 1976 al 1991 come presidente. Di ascendenze sciistiche (aveva fondato lo Sci CAI che fino a pochi anni fa è stato creatura sua), ha sempre appoggiato con entusiasmo le iniziative degli altri gruppi. Si faceva in quattro per risolvere le questioni dei rifugi, linfa essenziale per una Sezione come la nostra. È stato pure Consigliere centrale.

      Era tra coloro che hanno dato parere favorevole alla proposta di Beppe Dematteis & C. quando nella storica sera del 23 novembre 1953 sono andati a chiedere se potevano essere accolti nella UGET come GSP. Ha sempre avuto in simpatia gli speleologi, anche in tempi in cui essi non erano poi molto considerati, e ci ha aiutato a sbrogliare i problemi sorti dopo l'incidente al Corchia del 1987.

Nascite e matrimoni

      I ministri della repubblica tuonano in difesa della famiglia, il papa chiede personalità giuridica per l'embrione, i politici si accodano. È quindi inevitabile che la speleologia torinese si adegui: gli speleologi trombano come ricci e il mercato degli anticoncezionali crolla a livelli neandertaliani. Di conseguenza la rubrica "nascite e matrimoni" sta diventando la più cospicua e implacabile di questo bollettino. In pochi mesi abbiamo assistito impotenti alle imprese di Elisabetta e Andrea Manzelli che hanno prodotto Idris, a quelle di Chiara Giovannozzi e Igor Cicconetti esibitisi nella fabbricazione di Lorenzo Kyber e a quelle di Enzo "Spazzola" Martiello e Simonetta Garis attivi nella costruzione di Chiara. In arrivo anche l'ultima opera di Renè Ricchiardone e Maria Oteri. Resistono impavidi i soli Giovanni Badino, ormai escluso dall'andropausa, Nicola Milanese causa evidente carenza di occasioni ed il vostro eroico Ube Lovera, ferocemente assediato da torme di donne arrapate.

      Contemporaneamente Gregorio Balestra è finalmente riuscito a farsi sposare dalla coriacea Maria Primolan, utilizzando tecniche di cui dovrebbe peraltro vergognarsi.

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Saracenia

      Dopo Valderia, Saracenia. Nel senso che a metà giugno, distrattamente trascurato dallo scorso numero di "Grotte", si è svolto l'Xesimo incontro degli speleologi piemontesi, per l'appunto a Saracenia, o Garessio che dir si voglia. Organizzato dai tanaresi dell'SCT comandati dal colonnello Sciandra, è stato certamente il più bello di quelli fin qui costruiti sotto l'ala dell'AGSP. Forse grazie alla scelta del luogo, una colonia accanto alle mura medievali, o forse grazie alla partecipazione, circa 250 speleologi provenienti da Piemonte, Liguria, Toscana e Francia, l'incontro è risultato estremamente vivace e pieno di contenuti. Alle solite riunioni si sono affiancate una serie di proiezioni, da quella relativa a Labassa (Maifredi) a quella riguardante Mani Pulite (Della Valle). Tra le cose che ci hanno visto impegnati, la presentazione del progetto "Marguareis sud", un inquietante audiovisivo di Meo Vigna dal titolo "Le piene" e l'inesorabile concerto serale dei New Crolls, lo stupefacente gruppo musicale recentemente sorto tra le spire del vostro amato GSP.

      E dopo Saracenia, XXXX. Nel senso che il prossimo incontro si svolgerà ad Avigliana il 18 e 19 maggio, non si chiamerà Avigliania 2002 né niente di simile e al GSP toccherà l'organizzazione. Peraltro la recente tradizione che si è instaurata secondo la quale ogni incontro deve essere migliore del precedente ci turba alquanto. Sulla collaudata struttura composta da riunioni + mostre + proiezioni + giochi + concerto cercheremo quindi di inventare qualcosa di nuovo, curando di restare lontani dalle commercializzazioni esasperate che stanno caratterizzando i raduni nazionali da qualche anno a questa parte. Ovviamente anche quest'anno vi beccherete gli implacabili New Crolls.

Pulizia allo Scarasson

      Lo Scarasson è un bellissimo abisso comodamente sistemato nella conca delle Carsene che periodicamente incrocia i nostri destini. Nella metà degli anni '80 l'avevamo conosciuto in veste di soccorritori per succhiare fuori un francese che aveva deciso di percorrere con le guance una trentina di metri del ghiacciaio sotterraneo, risultandone parecchio malconcio. Già, perché quelle lande, alla profondità di circa 100 metri, ospitano un ghiacciaio, presunto "fossile", presunto antichissimo, comunque anch'esso, come i suoi colleghi esterni, in rapida ritirata. Da qualche anno l'abisso è tornato di attualità in quanto sede di una serie di esplorazioni e disostruzioni ad opera dello GSAM di Cuneo, alla ricerca di un passaggio che lo colleghi con il sottostante e vicinissimo abisso Valmar. In anni più remoti invece, nel 1962, lo Scarasson era stato utilizzato dal mitico Siffre per i suoi esperimenti di permanenza prolungata in grotta. Il guaio è che, quaranta anni dopo, la grotta riportava ancora numerose tracce della permanenza, durata due mesi, del nostro eroe: per essere più precisi il nostro eroe ha lasciato sul ghiacciaio un porcaio terrificante, aiutato dal fatto che la coscienza ecologica dell'epoca era certamente meno sviluppata e dalla forza di gravità rende il trasporto delle varie batterie, legname e lattine varie, molto più agevole in discesa.

      Qui interviene lo GSAM, che coinvolta l'AGSP, ha organizzato a metà settembre la pulizia della grotta, in collaborazione con il Parco Naturale dell'Alta Valle Pesio e Tanaro.

      Una ventina di persone, provenienti da Cuneo, Torino, Giaveno e Garessio, hanno per un paio di giorni parancato fuori dallo Scarasson qualche centinaio di chili di rifiuti, che una volta giunti all'esterno sono stati prelevati da un elicottero e quindi portati a valle.

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Una siesta ai "Grassi Trichechi" (foto F. Vacchiano)

Laurea

      Ce l'ha fatta. Bravo Dié.

      Si è laureato Diego Coppola, socio del G.S.P. dal 1994, con dieci punti di tesi e dignità di stampa.

      L'argomento della sua tesi incuriosisce, e particolarmente le fantasie di noi speleologi, trattandosi dello studio dei tubi di lava dell'Isola della Réunion, incantevoli grotte oscure che si formano durante le eruzioni del vulcano di quella lontana isola. (A.C.)

Varie

      Nuovo numero di telefono di Chiara e Igor: 011/6660-22-05

      Proiezioni. il 9 novembre 2001 a Orbassano, con Patagonia, Vietnam e altro (Ube con M. Paradisi e R. Rosso di Giaveno).

Seravezza 2001

      Anche quest'anno la grande famiglia speleo si è radunata per festeggiare nel migliore dei modi la propria esistenza.

      È toccato alla Toscana, e quasi tremila persone si sono incontrate in quel di Seravezza, paesino incastrato in un freddo fondovalle ai piedi delle beneamate Alpi Apuane. Ottima l'organizzazione, in particolare le aree "mostre" e le aree attrezzate per i campeggiatori. La grande difficoltà è stata quella di restare vivi in segreteria,

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serpeggiando fra camion, trattori, e automobili sfreccianti, ma l'atleticità di questo popolo sotterraneo ha permesso a tutti di riportare a casa la pellaccia.

      Buona l'idea di raggruppare stand materiali e Speleobar in un'unica zona, permettendo a tutti di girovagare con facilità tra bottiglie di vino e tute da speleonauta. La nota dolente è stata la superficialità riposta nella cura dei concerti serali.

      La partecipazione piemontese, che anche quest'anno è stata corposa, ha regalato a tutti la presenza di una band di "punk-speleofolk", i New crolls, e, nel settore proiezioni, l'AGSP ha presentato il progetto "Marguareis Sud" curato da G. Carrieri.

      Il nostro grazie va in particolare agli amici toscani dell'organizzazione.

(A.C.)

Lavorare in Margua

Igor Cicconetti

      Tutto nasce con il progetto Marguareis sud e con la possibilità di accedere a borse di studio fornite dalla A.G.S.P. Così, dopo una partenza un po' problematica, il sottoscritto con Diego Coppola ci trovammo tra il calcare, a fare una esperienza fantastica. Il lavoro previsto era di posizionare, in altre parole di trovare le coordinate geografiche UTM con il G.P.S., 400 buchi o ingressi grotta conosciuti in un'area abbastanza ampia: dal Marguareis al Balaur alla cima delle Saline fino al Ferà e alla gola delle Fascette. Oltre alla posizione, per ogni grotta abbiamo dato una descrizione del primo tratto, ove possibile indicazione sulla circolazione dell'aria e una o più fotografie dell'ingresso. Logicamente, il lavoro ha presentato subito dei problemi. Si è subito scoperto che le coordinate già esistenti erano diverse e che il libro di P.B. non era sempre utile, poiché la neve, presente ancora verso la fine di giugno, impediva il ritrovamento delle numerose grotte descritte come "in prossimità della precedente" (non trovando la precedente era difficile trovare la successiva!). Cosa poi non da poco è la conoscenza dei luoghi, che non deve essere frammentaria, ma complessiva; non parliamo poi delle grotte "sconosciute", cioè già visitate ma senza sigla e descrizione.

      Molto utili invece sono stati i lavori eseguiti più di recente durante i campi estivi, grazie ai quali i posizionamenti sulla carta CTR risultavano molto precisi.

      A prescindere dai problemi, è stata una bellissima esperienza: girarsi attorno per vedere la Corsica a sud e le Alpi alle spalle, i colori dei fiori in contrasto con il verde dei prati e il grigio del calcare, l'aquila e i camosci e le camminate con Andrea (Gobetti) a cercare le grotte più impensabili e molti altri ricordi che rimarranno nella nostra mente. È valsa la pena di percorrere i quasi 100 chilometri sulla roccia grigia e spero che tutto questo possa accadere nuovamente.

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Cultura speleologica od opportunismo scientifico ?
La risposta ad Arrigo Cigna

Sul numero 44 di Speleologia (rivista della Società Speleologica Italiana) Arrigo Cigna recensisce gli Atti del Convegno di Chiusa Pesio, si tratta in realtà di un attacco violento e diretto al Convegno, ad organizzatori ed autori; scritto malsano - anche se con alcune verità - che nascondeva nei toni e nei modi la presunzione e l'arroganza del personaggio, recensione alla quale si poteva anche non dare seguito.

La speleologia piemontese, ne ha parlato, ed ha ritenuto opportuno rispondere. Ospitiamo nel seguito la risposta della AGSP a cura del suo Presidente.

      Abbiamo avuto modo di leggere sull'ultimo numero di Speleologia (il 44) la recensione che il prof. Arrigo Cigna ha fatto degli Atti del XVIII Congresso Nazionale di Speleologia, quello di Chiusa Pesio per intenderci.

      È un peccato che una manifestazione nazionale tutto sommato crediamo ben riuscita, e tra l'altro sotto nata l'egida della stessa Società Speleologica Italiana e finanziata da un paio di Amministrazioni Pubbliche debba ricevere proprio sulla rivista nazionale questo trattamento.

      Un peccato dicevo perché, al di là che si possano o meno condividere le opinioni del prof. Cigna - e di questo ne parleremo più avanti - credo sconveniente per tutti, anche per Lui che si atteggia al "Savonarola" di turno pubblicare una serie di insulti e vaneggiamenti senza la possibilità, in diretta, sullo stesso numero, di dare una risposta, di illustrare un altro punto di vista. È una questione di stile.

      Una scelta curiosa per la quale naturalmente la redazione di Speleologia avrà fatto le sue valutazioni che noi non condividiamo; dirò di più crediamo che sia pericoloso, crediamo che dare spazio a questi atteggiamenti superficiali e boriosi - così comuni nei "potenti" dello "establishment speleologico" più avvezzi ad impedire innovamenti che a fare qualcosa, se non "pro domo loro" - raggiungano il risultato di allontanare lo speleologo comune dalle istituzioni.

      Questo stile arrogante e radicale - tipico ormai del momento storico nel quale ci troviamo - con attacchi personali e affermazioni false e strumentali, se permette di avere una precisa immagine del personaggio (e noi non siamo vecchi e cari amici... a stento ci conosciamo) ha purtroppo altre ricadute ben più gravi.

      Questi atteggiamenti sono tesi a sminuire chi ha lavorato e dato molto per la manifestazione (non importa se questa o un'altra); è una questione di stile, che se tollerabile in un ragazzo non lo è certo in una persona matura. Figuriamoci in chi rappresenta la SSI in ambito internazionale.

      Nel caso nostro quel centinaio di persone che vi hanno lavorato - come si dice - si sono adombrate con il noto scienziato e con la SSI.

      Inizialmente ed in modo del tutto personale, non avrei voluto rispondere, ero rimasto molto amareggiato ma non ne valeva la pena, molte delle sue critiche sono poi dirette al Comitato Scientifico composto da professori che ha fatto poco è vero (quelli sì... amici suoi e compagni di merenda...); ma la posizione della Associazione è stata diversa, era infatti anche troppo facile strumentalizzare quanto scritto: questo in realtà e purtroppo, ci ha costretto, nostro malgrado, a prendere una posizione e dare una risposta anche forte.

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      Prima di tutto il metodo e lo stile: dicevo che non ci sta bene che lo spazio dedicato alle recensioni venga utilizzato per dispensare veleno su qualcosa che poco c'entra con gli Atti, e se questa diventa l'immagine che la SSI "trasmette" della manifestazione nazionale o più in generale della speleologia scritta lo riteniamo perlomeno riduttivo e distruttivo.

      Ci aspettiamo quindi, come AGSP, oltre alla naturale pubblicazione di questa lettera aperta, un chiarimento da parte degli amici della SSI, dai suoi organi dirigenti e della redazione di Speleologia.

      Parliamo ora dei contenuti. e vorrei innanzi tutto ricordare a tutti quelli che non sanno o non ricordano, che il prof. Cigna è stato uno dei curatori di una sessione del Congresso, e non ricordo di avere ricevuto da parte sua, in fase di preparazione, commenti ed osservazioni sulla struttura.

      Questa critica così feroce, giunta postuma, mi lascia sinceramente stupefatto.

      Ma al di là del tono che può apparire polemico non è per questo che l'AGSP ha scelto di intervenire, lo ha dovuto fare per difendere delle scelte precise, senza entrare nei dettagli, motivazioni personali e non, che il sottoscritto in qualità di presidente e co-organizzatore della manifestazione condivide.

      Scelte precise dicevo che voglio ripetere ma che sono dettagliatamente illustrate negli articoli a commento della manifestazione pubblicati sulla rivista "GROTTE" n° 128.

      Noi intendevamo organizzare un Congresso Nazionale Speleologico in concomitanza con l'incontro nazionale, la festa insomma. Questa idea, di associare il Congresso Scientifico con la Festa Speleo, ha fatto parte della fase strategica di creazione della manifestazione.

      L'idea poi di cambiare lo stile dei congressi è abbastanza antica e fonda le sue radici e motivazioni nelle esperienze del passato, quelli in cui il nostro professore è stato attivo presidente SSI.

      I congressi infatti si sono ridotti negli anni ad essere - e non solo nell'immaginario collettivo speleologico - la sede dove "vecchi cattedratici" ci spiegavano l'origine della specie, il perché delle cose con nomi strani e incredibile saccenteria. I partecipanti si dividono poi in due categorie: gli "studiosi" che vengono a raccontarci quello che le riviste internazionali non pubblicano e quelli che si magnificano di questi personaggi.

      Il tutto per una popolazione "attiva" che supera a stento le poche decine di persone. La qualità scientifica poi spesso rasenta lo psicodramma, un complesso di circostanze insomma che fece dire, qualche anno fa, di smettere.

      Questa purtroppo è la speleologia scientifica nel nostro paese, e su questo condivido la critica di Arrigo ma le colpe di questo, non sono negli errori bibliografici o nelle figure mal fatte, ma sono strutturali e vanno ricercate nelle organizzazioni speleologiche centrali deputate a questo e soprattutto in chi, negli anni passati ed ancora adesso, poteva fare e non ha fatto, chi come il sempre nostro era nella posizione per far crescere giovani seri e motivati ed invece si è arroccato su una torre d'avorio e sputare sentenze.

      Mi fermo, non vado oltre, ma non accetto, non accettiamo che costoro che hanno fatto poco o nulla per far crescere la speleologia, che hanno passato il tempo a tutelare i loro interessi e le loro posizioni, ora sparino a zero su quelli che continuano e lavorano nell'interesse collettivo.

      Tanto dovevamo per chiarezza.

      Cordialmente

Attilio Eusebio
Presidente AGSP

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Attività di Campagna

A cura di A. Cotti e C. Giovannozzi

1 luglio: Mussiglione (CN) Vigna, Banzato, Lovera. Continuata la disostruzione del Buco di Meo Vigna. Batteria e mazzette inefficienti non permettono di passare. Aria forte. Basta poco per passare. trovato e sceso pozzo da 15 metri. Grandi ambienti. Con aria. Da rivedere.

1 luglio: Tana Griotto e vallone di Pramollo (Val Chisone) A. Gaydou. Grotta storica - posizionamento col GPS. Trovati reperti di arte rupestre.

30 giugno - 1 luglio: Solai (Marguareis - CN). G. Carrieri, N Milanese, M. Ingranata, S. Capello, Marco Zambelli (Milano), Aziz(GSG). Il sifone era disinnescato. Gran lavoro fatto. Ora si passa ma serve ancora una punta per facilitare il passaggio.

1-2 luglio: Zona tra corno di mezzavia e Dorso di mucca (Zona E) - Marguareis (CN). A. Cotti, Andrea. Scesi alcuni buchi segnati GSBolzaneto. Uno senz'aria, l'altro con aria ma chiuso. Visto con attenzione GSP86 un buco senza nome, nelle vicinanze di un albero. Non un pino. Il buco è in ottima posizione, poco distante dalla piana della Chiusetta, con buona aria, ma molto stretto. Grande lavoro di disostruzione.

3 luglio: Pareti nord del Marguareis. Meo Vigna & Margherita Pastorini battono la zona tra il canalone dei Torinesi ed i Genovesi. Trovano su un piccolo canale laterale una frattura con forte aria soffiante, sottostante ad un buco in parete che non riescono a raggiungere. Da rivedere il tutto.

7-8 luglio: Piaggia Bella verso il Solai (Marguareis - CN) N. Milanese, Sarona, Luisa, Stefano, Loco, Tetteresa (GSTassi), Mecu, U. Lovera, Athos (GSG), Saretta. Continua lo scavo.

8 luglio: Merlino Incantatore (Marguareis - CN) M. Ingranata, C. Banzato. Rivista. Senza speranze.

7-8 luglio: Abisso El Topo - Zona K delle Carsene (CN) Meo Vigna, G.Carrieri, Calle (GSAM), Eze (GSAM). Scesi sul fondo (200m circa) per verificare le possibilità di proseguire l'esplorazione. Risalita sopra l'ultimo pozzo (dalla sommità verso una finestra che darà accesso ad un camino ascendente). Il fondo è una fessura-meandro stretta attraverso la quale soffia tutta l'aria che percorre la grotta (verso l'ingresso)

8 luglio: Chianocco (Val Susa - TO) Giuliano Villa. Sopralluogo alla Boira d'Artè dopo gli scavi iniziati dalla Sopraintendenza. Battute a monte. Trovati piccoli ripari.

8 luglio: Tetoun d'la Maitassu - Pramollo (Val Chisone) Gaydou. Grotta d'interesse archeologico segnalata nel 1938 dal professore Pons.

14-15 luglio: Carsena di Piaggia Bella - Sifone del Solai (Marguareis - CN) Meo Vigna, Ubertino, U. Lovera, Sarona. Soliti lavori, ma stavolta il sifone è asciutto.

21-22 luglio: Carsena di Piaggia Bella - Sifone del Solai (Marguareis - CN) N. Milanese, M. Ingranata, Eelko (GSVP), C. Banzato, U.Lovera, Sara (MAX), Saretta, Laura (GSBi), Acarobuono (GSBi). Il solito, grazie.

28 luglio - 19 agosto: CAMPO ESTIVO - Capanna Saracco Volante. Vedere Articoli.

15 agosto: Alta Valle Po. Sinistra Orografica Giuliano Villa, Elena, Mike (GSAM), E. Lana (GSAM). Solo buchetti non catastabili.

19 agosto: Valdinferno. Bocca del Forno (CN). Giuliano Villa, Arduino (SCT). Effettuate alcune risalite della falesia di fronte a Valdinferno alla ricerca della bocca del forno, descritto nel 1960 da Odasso e Re. Si apre a 15 metri sulla parete. Le misure differiscono da quelle riportate da Odasso e Re. Risalito un camino di 7 metri,

1-2 settembre: Capanna Saracco Volante. U. Lovera, M. Ingranata, N. Milanese, Mecu, C. Banzato, Daniele. Le intenzioni di andare ai Trichechi si schiantano contro la prima nevicata dell'anno. Salta anche la prospezione-riarmo del Cañon Torino in PB in previsione dell'esercitazione di soccorso.

8-9 settembre 2001: esercitazione CNSAS a Piaggia Bella.

8-9 settembre: Capanna Saracco Volante. Cesco, Paolo, Saretta, Gianna, Raffaella. Approfittando dell'elicottero per l'esercitazione, si trasporta un po' di materiale per i futuri lavori in capanna e si portano a valle immondizia e materiale del campo.

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9 settembre: Valdinferno. G. Arduino (SCT), Franca, G. Villa, F. Maina. Visita alla grotta L'Arma (foto, sondaggi nella parte centrale della galleria con ritrovamento di cocci. Trovate ossa di cervo e orso bruno di cui è stato identificato un probabile "nido" nel terreno. Diverse rocce levigate dal continuo passaggio di grossi animali - probabilmente orsi).

9 settembre: Zona Masche (Val Ellero - CN) Meo Vigna ed Athos battono il settore sovrastante il Pis dell'Ellero e rivedono una serie di buchi esplorati dal GSI e dal GSP. Posizionano con il GPS numerosi ingressi.

15-16 settembre: Abisso dello Scarasson, Carsene. Saretta, Sarona, C. Banzato, U. Lovera, Athos (GSG), Mauro (GSG), Sciandra e Davide (SCT), Giulio, vari dal GSAM e G. Carrieri. Pulizia allo Scarasson con GSAM e altri. G. Carrieri e Mauro Paradisi si fanno un giro in elicottero e riprendono le pareti Nord del Marguareis

16 settembre: Ca' di Palanchi - Val Ellero (CN). Tierra, Meo Vigna, Eu, F. Vacchiano, A. Cotti. Rivista la cavità trovata da Renè nel 92 e scavata una condotta freatica con riempimento. Aria forte. Bisogna continuare a scavare. A. Cotti in giro per le Masche trova un buco e lo segna GSP01.

22-23 settembre: Grassi Trichechi. Mecu, U. Lovera, Loco, Tetteresa (GSTassi), M. Ingranata. Sceso il pozzo finale, è un 20, poi un sifone (?). Loco prende a calci un pietrone. Vince il masso. Parte il soccorso.

23 settembre: Garb D'le Berte. Igor, Sarona, Stefano. Giro turistico.

29 settembre: Boira di S.Antonio (Chiomonte - TO). E. Lana (GSAM), G. Villa. Rilievo e osservazioni biologiche.

6-7 ottobre: Colle dei Signori. N. Milanese, Athos (GSG), Giulio, Alessio (GSI), Claudia (GSI), Micol (GSI). Fine settimana tranquillo, visto (e chiuso) un buco scavato da Giulio (ma già conosciuto), sopra F5. Bel meandro che chiude in fessura, poca aria.

13 ottobre: Rifugio Mondovì. tanti, ma proprio tanti. Gran bevuta, gran mangiata.

14 ottobre: Ca' di Palanchi - Val Ellero (CN). F. Vacchiano, N. Milanese, Loco, Eu. Scavata ulteriormente la condotta. Riempito un ringiovanimento con il detrito dello scavo, che continua in salita.

14 ottobre: Vallone delle Masche - Zona Camoscio (Val Ellero). Meo Vigna, C. Banzato, U. Lovera, Igor, Chiara, Lorenzo, Mara, Nagi, C. Banzato, Cagnotto, Roberta, Athos (GSG), Aziz (GSG), Paolo, Gianna, Samantha, Tierra, Tetteresa, Chiaretta (GSAM), Dario (GSAM), Marina (GSAM), M. Ingranata, Sara, Altri (?). Rivisti e ridiscesi alcuni buchi Uno particolarmente interessante, vale la pena aprirlo. Athos scende due pozzi siglati GSP, il maggiore è profondo 40m. I posizionamenti delle cavità sono in mano di Aziz.

21 ottobre: Ca' di Palanchi. F. Vacchiano, U. Lovera, Sarona, Mara, Eu. Continuato lo scavo in salita con il metodo del Campanaro.

17 ottobre: Boo' d'la Feia (Sparone, santuario di Prascondu). E. Lana (GSAM), G. Villa. Rilievo e posizionamento col gps. Visita alla vicinissima Boo' d'la Faia, già rilevata in precedenza dai Biellesi. Quest'ultima presenta all'ingresso una figura incisa di antropomorfo.

1-4 novembre: Seravezza (LU). Molti. Incontro nazionale di speleologia. Suonano i New Crolls.

18 novembre: Valdinferno - (Val Tanaro - CN) N. Milanese, Donda, Deborah, Sciandra (SCT), Bradipo (SCT), Athos (GSG). Battuta sopra la Donna Selvaggia. Trovato bel pozzo a cielo aperto, vicino alla casupola che da sulle pareti. Sotto uno scavo ci fa passare, dietro meandrino carino che tende a uscire. Da rivedere l'avalle dello stesso (da scavare).

23-24-25 novembre: Cagliari (Sardegna). Meo Vigna. Partecipazione al congresso di speleologia sarda e presentato un lavoro su Su Anzu (non poter vivere in tale regione).

25 novembre: Giro sul M.Armetta (Ormea). G. Arduino (SCT) e Franca, G. Villa, F. Maina. Arma del Castagnino (grosso ingresso con galleria di 50m in salita. Rilevata), visita al Garb del Dighea (versante SW del M.Armetta) dove sono state trovate ossa umane di epoca imprecisata. Battuta di G. Arduino col parapendio.

2 dicembre: Val Tanaro - Sopra Eca. U. Lovera, F. Vacchiano, Sarona, Saretta, C. Banzato. Battuta la zona alta sopra il Tao. Scavalcata la cresta in Valdinferno trovati 2 buchi con lieve aria. Uno è da rivedere

2 dicembre: Arma dei Grai (Val Tanaro - CN). N. Milanese, Leonardo, Davide Ansaldi. Giro di allenamento.

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8-9 dicembre: Arma delle Mastrelle (Val Tanaro - CN). N. Milanese, U. Lovera, M. Ingranata, Valentina Bertorelli. Rivisto qualcosa delle Che Schifo, le radio fanno cilecca. Valentina passa una finta strettoia e arriva in una zona, già vista, ma strana; da continuare le risalite nella zona.

8-9 dicembre: Capanna Saracco-Volante. Loco, Athos (GSG). Dopo aver aiutato i quattro mastrellisti, decidono di salire in capanna.

8-9 dicembre: Carsena di Piaggia Bella - Khyber Pass (Marguareis - CN). Igor, Paolo, Gianna. Risalito il pozzetto parallelo al Cimitero degli Elefanti. Dopo 30 metri chiude. Molta acqua.

15-16 dicembre: Valdinferno (Val Tanaro - CN) Meo Vigna, Sarona, N. Milanese, Donda, Deborah, Davide. Cercati i due buchi trovati precedentemente. Il primo è un meandrino largo una spanna che tende ad uscire, aria strana. L'altro è stato scavato. Si intravede una saletta e una frattura dove le pietre scendono per pochi metri. Molto freddo.

23-24 dicembre: Labassa (Marguareis - CN) G. Carrieri, U. Lovera, N. Milanese, F. Vacchiano, Tierra, Samantha, Luciano Sasso (GSI), Grazia (GSI).

28-29 dicembre: Arma delle Mastrelle (Val Tanaro - CN). N. Milanese, Mecu, Igor. Proseguono le nuove risalite trovate la volta precedente. Da una parte uno stretto freatico si inchioda in una frattura con molta aria in faccia. In alto, un frattura con galleria parallela, si butta sulla Frattura del Pentivio alta 40 metri. Da vedere dove va a finire la parte alta della frattura. Tutto rilevato.

30 dicembre: Grotta della Dragonera (Roaschia - CN). A. Eusebio, Roby Jarre (GSAM). Immersione scesi fino a -12 a scopi ricognitivi, sagolano e verificano le condizioni di accesso alla grotta (neve sulla strada) ed interne.

In primo piano, sulla destra, l'ingresso di PB, al centro dell'immagine Piana Solai e sullo sfondo la cresta del Ferà (foto G. Badino).

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Il Campo del 2001 a Piaggia Bella

Andrea Gobetti

"Il mio e il tuo, queste fredde parole
che fra noi mai pronunciammo"
- Kostantin Kavafis

      Forse, nella notte dei tempi, quel buco ebbe anche una sigla, "Omega Zero" suggerisce il vento che solleva e mescola passato e futuro nella valle degli Omega. Una sigla che fu dimenticata nell'incertezza che dovesse essere il nome d'un pianeta o di un abisso. Fu un Longhettosauro a chiamarla così?, Un Balbianodonte? Ma? La loro vernice sbiadì nel fiume del tempo e il poco che sappiamo lo raccolsero gli speleologi d'Imperia quando c'intendevamo ancora tutti sul Marguareis e c'era voglia di vivere insieme le avventure abissali.

      In quel tempo Bob Ramella e Martina mi portarono nella grotta dei Grassi Trichechi che avevano fatto fiorire dalle spoglie di Omega Zero aprendo una grande galleria oltre la strettoia che aveva fermato la nostra preistoria.

      Grasso Tricheco era lui e certamente lo erano Mureddu e Sasso, Martina credo fosse un'"intrepida sogliola", mentre agile barracuda era il dovuto attributo di Guru (Marino Mercati) ed altri meno lipidicamente attrezzati a derivare sui neri iceberg del nostro artico sottosuolo. All'ingresso mi stupii per la violenta corrente d'aria soffiante; nonostante la bella quota di 2450 metri, quel buco osava funzionare da ingresso basso. Ci tornai qualche giorno dopo, con Jean François Pittet, Giuliano Villa e il fiorentino Steinberg (quello che cuce le nostre gualdrappe) e guadagnammo strisciando pochi metri nella frana terminale, e da allora, 18 anni fa, non ricordo che nessuno sia più venuto a vedere quanto da giovani fossimo audaci.

      Poi giunse il Guidotti.

      Lo ricordo simpaticamente strafottente, un mese prima che il campo cominciasse, lo ricordo con tre belle donne e quattrocento metri di corda nuova di pacca entrare sul palcoscenico di Piaggia Bella.

      Concedeva il Bis al Gachè, le beghe dei Carsenofili non lo avevano lasciato andare due anni fa al Cappa? E allora avrebbe rivoltato il Gachè come un calzino.

      Misi subito in chiaro che la cosa non poteva farci altro che estremo piacere. Quando hai un imperiese conficcato nell'orifizio anale de Labassa, (che lo chiamin pure Ombelico, ma fa male da sfintere), il giglio fiorentino sulla testa si sopporta con maggior nonchalance, un po' come la calvizie, natural frutto del tempo.

      Reduci dalle solite begate di gruppo, orfani di disostruttori, disillusi da anni di magra, con gli abissi confiscati in Carsene, la New Generation alle prese con la vecchia vita e i Giavenesi in scorribanda per tutto il Rataira, a Torino che restava da fare ? Buon viso a cattivo gioco... Rientrare nella nostra tana ancestrale fra le familiari pareti di Piaggia Bella e là, da buon vecchio leone leccarsi le ferite, sparger voce della propria agonia e attendere sperando che un giorno la merda torni a scorrere dall'alto verso il basso ponendo fine all'incredibile quanto odiosa anomalia in cui ci cacciò la privatizzazione della Bassa.

      Il Guidotti, dunque era sul prato di Bebertu Valley e le sue amazzoni iniziarono a scavare il nevaio del Gachè quando il Visconte decise di verificarne la tempra con

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un'enorme quantità d'acqua gelata che sciolta dal Nevado Balaur riempiva i pozzi della via vecchia del Gachè, poi gli bruciò una batteria del Bosch, quindi fece la magia di calza molla e ogni 10 metri della corda nuova di pacca si formava, sotto al discensore, un bel pallotto di calza. Una chicca se si pensa ai 500 metri di pozzi sotto la fresca acqua del Gachè. Insomma, "Mentre i fiorentini armano il Gachè, il Gachè arma i fiorentini di pazienza" ridacchiavamo noi vecchietti, rinsecchiti come pescatori in disarmo, che in mancanza di stato di grazia, pigliano per buone anche le disgrazie altrui.

      La sera in compenso si faceva festa, i fiorentini, che poi più che fiorentini erano una banda multi regionale che Gianni Guidotti e le sue Erinni avevano catalizzato da Jesi e da Urbino, Trieste, Maremma e Città di Castello, Pistoia, Lucca e Verona, (già, la fatal Verona ci mandava due splendide Mara e Stefania, due belve da Gachè scortate dall'antichissimo Enrico Chiomento, uno dei rari che con il colpo nella frana del Libero possa gloriarsi d'avere in cintura uno "scalpo giallo" ovvero una prosecuzione su abisso imperiese), i fiorentini dicevamo, avevano accettato le burle del Visconte con filosofia, bypassavano con un giro lunghissimo, via "Pescatore", la cascata, risalivano indomiti il ramo "Vacanza" e contavano di gettare il colorante nell'acqua che scende dal quel ramo verso una foce sconosciuta che in molti speriamo sia quella del Pis dell'Ellero.

      Questo ramo Vacanza in risalita si avvicina comunque moltissimo alla Valle degli Omega e più precisamente, alla lunga colla che si estende tra Omega e Masche, tra Balaur e Saline e dev'essere teatro d'un grandissimo bordello ipogeo.

      "È il casino all'ultimo punto!..." mi disse un giorno, parlando di lei, Giorgio Baldracco.

      "È il perno su cui è girato tutto."

      Il mio vecchio amico era in stato di visione in quel mattino lontano sul prato adiacente all'A&& ed evocava la frontiera idrologica dei Reseaux come un'ultima spiaggia sospesa sul caos, oltre quella l'acqua del Gachè andava all'Ellero e le sue gallerie a PB, finivano i supporti impermeabili alla ragione umana e tutto si confondeva in un maelstrom di masche precipitanti.

      Era il "ramo vacanza" la via per quell'assurdo universo? Ne aveva la possibilità e Gianni non tralasciò d'informarci che una forte corrente d'aria ad uscire lo percorreva tutto.

      Dopo un tempo infinito ripensai ai Grassi Trichechi.

"Loro ci guardano" foto di M. Campajola

      E io che ci facevo a quel campo? Io mi disse che avevo portato la famiglia a prendere buona aria di Marguareis e pensavo di passare due settimane con i miei occhiali nuovi intento a correggere le bozze della frontiera da immaginare che un'anima santa riproponeva al pubblico in riedizione venticinque anni dopo. Io mi disse che andava bene così e magari avrei portato i ragazzi a Piaggia Bella.

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      Lo feci col mio fratello Paolo Oliaro.

      "E poi cos'altro mi proponi" - chiesi al mio io tornando dalla Carsena alla Capanna. "Puoi esibirti come la zavorra di antichi vascelli pirata ormai disalberati da dimenticate tempeste! Puoi farlo sul prato di Bebertu Valley... ti sdrai e cominci a parlare."

      "È un periodo che bevo poco "gli dissi "... Sai... la prostata... non avresti qualche pensata migliore?"

      "Canzoni! Film... video! "garrì lui "Dài, accendi la telecamera!" Disse e io mi vidi cercare video cassette e pezzi della mia memoria qua e là e non trovare ora la batteria, ora la telecamera ora nessuna delle due"

      Inorridii, la mia memoria non è focalizzata sulle cose d'un giorno, si trova a miglior agio con quelle che non cambiano di posto, che lo attendono pazienti oltre la nebbia del tempo per anni, per decine di anni, senza spostarsi mai.

      Scossi la testa "Caro il mio io, la tua storia non mi convince".

      "E allora... "digrignò i denti", Vanne a parlare col Visconte!"

      Al capo opposto, rispetto ai Grassi Trichechi, dei suoi sotterranei Balaur distacca verso sud-ovest dal corso principale di Piaggia Bella una via misteriosa dal nome antico ed odoroso di mistero: Khyber Pass.

      Come il valico che portò Alessandro Magno in India e in senso opposto vietò agli Inglesi la via dell'Afghanistan così quel delicato passaggio offre molto labirinto e poche certezze a chi tenta d'esplorarlo.

      Trappole, agguati, tesori e davanti odore di infinito. Khyber Pass, insomma.

      Dal luglio dell'80 facevo parte dei suoi primi esploratori. Allora risalimmo il corso del torrente da Belladonna, ci godemmo la stupenda diffluenza fino a "Erica della Gran Notte", ma negli anni successivi, quando cercammo di incalzarne il mistero nella parte a monte, ci andammo a impastoiare in un beffardo interstrato battuto dal vento. Lo si penetrava per budelli stretti, tutti da scavare un po', che macinavano le ossa. Saliscendeva e in conclusione ci prese per il culo facendoci scavare lo stesso tappo di fango dalle due estremità opposte.

      Dedicammo a Gino Bramieri la regione tanto umoristica e smollammo il colpo. Era l'82... a Pian Ambrogi impazzava la breve ed intensa fiammata di Pentotal...

      Khyber Pass fu ripreso, agli sgoccioli del millennio, dalla New Generation del Gsp. I ragazzi fecero bene ad investire lì i primi pacchi di gloria guadagnati al Pippi... perché se è vero che il mondo sotto Rataira così grande non se l'aspettava nessuno, e un giorno sarà forse congiunto con Piaggia Bella, è anche vero che un giovane religioso non può dimenticare il sud ovest quando coltiva la sacra radice di Balaur.

      (È da lì infatti che la merda ricomincia a scolare verso il basso, come dice l'anima della sfida, è da lì che caleranno i barbari, che scenderanno in massa a Labassa!). Fatta salva questa parentesi vernacola, la follia di Khyber Pass è quella di corteggiare la parete impermeabile che s'immerge sotto il calcare sulle pendici meridionali de la Palù. Così facendo si avventura sotto con i suoi condottini , (ma ancor più verso con la forte corrente d'aria) una regione quasi totalmente priva di entrate. Egli parte dunque per un lungo viaggio; dovrà portare, suppongo, aria alle doline della zona D e forse anche alle ambite regioni dell'oltresifone dei "Mugugni" appena scoperte da Serge Delaby, sempre che non osi ancor di più....

      Ma in contrasto con queste rosee prospettive, come un qualsiasi sfigato, come uno di noi, vive un presente di ristrettezze. Lo strato impermeabile assai inclinato gli dà poca acqua e molto la diffonde. I condottini se la rubano uno con l'altra.

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Vita da campo (foto F. Vacchiano)

      Eppure il vento in là si caccia, spruzza l'acqua agli speleo sulla faccia...

      E sempre si trova una velina d'acqua che ha scavato bene il lato calcare e si passa un po' più avanti da Fauso Spaccio, al Tempio Maledetto, dal Fosbury alla Tomba di Loco per un interminabile arcipelago Gulag di stillicidi e pozzette. Qui la Niù Generescion colse i rami di Gel (partigiano scorticato dai nazifascisti in Val Pesio) e scese uno scalino di oltre 50 metri per trascinarsi quindi nell'infido "Culo di sacco, sifone finto" che fa accedere al mitologico Cimitero degli Elefanti.

      A questa saletta m'invitarono in passeggiata Igor Cicconetti e Nicola Milanese accompagnandomi come guide alpine, assistenti geriatrici, bagnini e levatrici a seconda dell'opportunità.

      E al Cimitero degli Elefanti ci concedemmo tè e pasticcini, quel 4 di agosto del 2001.

      Le prospettive esplorative erano due: la risalita del pozzo sovrastante, biasimevole per l'eccessivo stillicidio, altrimenti un condotto arrampicabile per cui era salito qualche decina di metri Paolo Fausone... era tantissimo tempo che non stavo più sulle frontiere di Piaggia Bella... che fare ora? Con nostalgia pensai a Giorgetto e il suo irascibile volto mi diede una risposta. "In basso! Il GSP esplora verso il basso dai tempi del Fighiera!..."

      In basso l'acqua che scendeva dal pozzo sovrastante si raccoglieva in un meandrino proprio stretto, ma forse era possibile scavalcare l'impraticabile passaggio lungo un livello intermedio.

      A cercarlo, effettivamente c'è, "ai pasaget". Due martellate e Nicola passa oltre sbucando su un corridoio striminzito, ma, guarda un po', col pavimento sfondato. Siamo precisamente sul contatto, a destra roccia nera, impermeabile, a sinistra chiaro

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calcare schifido. L'interstrato scende molto inclinato e stretto per una decina di metri, poi riallarga, la pietra batte giù lontano. Scendiamo lungo il nero specchio per circa sessanta metri, il fondo è già di per sé una sala larga quasi un decina di metri e dà vita a un gran gallerione pendente verso i 210 gradi del Sud-Ovest. È andata! Trecento metri oltre finirà tra sifone e detriti, e lascerà aperte solo speranze in vie di fuga superiori, verso cui l'aria sale. Ma quella mezz'ora passata da noi tre nell'ignoto, fumandosi una cicca davanti a quel buio da vent'anni cercato e scoprendolo luccicante, sì, proprio il buio luccicante dell'inesplorato.... quella mezz'ora, dicevo, mi vedeva ringiovanire d'un anno al minuto e per di più bevvi l'acqua di quel nuovo rio ed era proprio la fontana della giovinezza per cui non fossi stato così vecchio, al mio posto sarebbe uscito un uovo di dinosauro.

      Battezzamo la galleria LKC, Lorenzo Khyber Cicconetti come l'infante di cui Igor sta per diventare padre e rientriamo fieri di non aver usato né il trapano, né la batteria, i chiodi e le corde che ci appesantivano i sacchi e ancor di più di non avere con noi nessuno strumento di topografia. Dice infatti una delle principali regole esplorative gradite al Visconte. "Quel che hai non userai, ma il resto sarebbe stato indispensabile". E di nuovo ci avevo l'età, la verde l'età in cui si va a caccia di Trichechi.

      Partimmo in autorevole ricerca del branco di trichechi Gianni e Pupi di Jesi, Valentina Seghezzi, Elisabetta, Athos, Meo Vigna ed io. Giungemmo al valico Masche-Omega e effettivamente c'erano parecchi buchi a e aria, la "vacanza" del Gachè era quasi sotto di noi, ma aprire uno di quei buchi si rivelò impresa superiore alle nostre forze. Cercavamo e scavavamo con particolare impegno, però, e l'arida pietra rivangata e rivangata ancora qualche buchetto lo fece germinare.

      Cose di poco conto per cui, dopo un po', si pensò bene di andare a cercare l'entrata dei Grassi Trichechi, addentrandoci nella zona Omega.

 

A lato: il sempre nostro Andrea (foto F. Vacchiano)

      Zona Omega, la valle degli Omega, chiamala come vuoi, è un luogo di nuda bellezza primordiale; dicono che anche il tempo si perse lassù fra le sue nebbie rapide e micidiali.

      Incute rispetto, Omega. Lì si formano i due fiumi dei Reseaux A e B che scendono su Piaggia Bella. Quando segnammo i primi 5 buchi della zona, fummo superbi e siccome allora il Dio metro di profondità era potentissimo e venerato nel nostro cervello quanto nel nostro gruppo, cercammo l'abisso più in alto possibile in quella valle, supponendo che l'Omega 5 (aspirante da buon ingresso alto) con i suoi 2400 metri fosse il limite basso della zona buona.

      Sciocchi fummo e Gilberto Calandri, nell'autunno dell'80, con la sua burnia di carciofi sott'olio in mano, ci punì. Scoprì l'S2-"Carciofo" senza dar un colpo di picco e riunì gli Imperiesi al Gias dei Puffi per più memorabili stagioni e Omega per

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loro divenne una zona dal suono sibilante, adatto alla lingua biforcuta, essse.

      Puoi capire che casino a Piaggia Bella! Serpenti? Mostri! Turchi, Apuo Saraceni!. Con geniale intuizione strategica c'erano balzati in testa da una frontiera abbandonata che credevamo protetta dalla sete e la lontananza. Ma pensarli sgambettare per l'infinito versante orientale del Ballaur, sudando come porci sotto quel peso spropositato di roba che si chiama speleologia, non ci dava quel piacere tutto piemontese che scaturisce alla vista del Ligure malcapitato in montagna.

      Ci stavan bruciando il culo in casa, il Visconte s'era disgustato di noi torinesi, ebbri di gloria, di cariche ed onori e ora guardava da un'altra parte; avevamo fatto gli smargiassi in Apuane, al Fighiera? Ora sentivamo nella schiena il freddo del discensore imperiese.

      I Torinesi, si sa, voglion fare l'Italia, è un vizio (abbiamo scambiato la Costa Azzurra per la Brianza, ci pensa mai, maestà?). E al Fighiera riuscimmo per un certo periodo a far l'Italia (con la Costa Azzurra) della speleologia attiva. Tutta?

      Beh, proprio tutta tutta, no. I Fiorentini, a differenza che nel 1861 non ci stettero, (forse glielo si era chiesto con malgarbo?), Salvatori non si vide, ma anche gli Imperiesi a differenza delle altre province liguri si tennero nelle grotte loro. Erano testardi e grandiosi esploratori, c'era poco da fare. Bisognava andarli a trovare. Era l'83...

      Simpatici con me e i miei allucinati compari lo furono da sempre, la zona Omega, o S che sia, attira alle sue chimere persone che non possono esser poi tanto diverse fra loro, ci invitarono ad Aristerà e con alcuni di loro diventai profondamente amico. Anche il rotolamento d'un enorme macigno sopra il campo che distrusse una tenda, per fortuna vuota, era un rito assolutamente gradito al Visconte.

      "Se va bene al padrone, va bene al garzone" mi dissi e cominciai ad andare in grotta con loro partecipando lealmente le conoscenze speleologiche che supponevo d'avere. Esplorai con Jean François e Emilio ad Aristerà, per la gloria di Imperia, ci facemmo il Peter Pan (S18) per conto nostro e lo stesso mese, tra bandiere e gagliardetti del GSP, passavamo dalla Gola del Visconte a Piaggia Bella.

      Ero tutt'altro che il solo a far così, a fregarmene del di dove venisse uno speleo, ma a badare invece a dove andasse. Chiamaci pirati o gentiluomini di fortuna, sputa pure nel vuoto che abbiamo inventato... a noi piaceva andare in grotta, nel senso di esplorarle. Io credo che quando si esplora qualcosa di nuovo, alla fine si trovano comunque dei nuovi limiti con cui qualcun altro potrà giocare.

      Fanno eccezione le giunzioni, che quando son fatte, son fatte, ed è a causa della maledetta giunzione del Gachè con PB che con Giovanni Badino non vado più in grotta dall'85.

Scendendo in PB (foto F. Vacchiano)

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      "Non si merita Omero quell'arrogante guerriero" - mi son detto - Vattene in grotta per te, arrogante scippattore, poi scriviti da solo quel che fai! Ma dimmi se questo è il modo di trattare un compare!?... e quando mi chiede se ho letto "Il fondo di Piaggia Bella?" gli rispondo che era il fondo delle sue mutande quello, fregiato con diarroiche discariche di ego... che lui... oltre sé stesso, non avrebbe mai potuto vedere che se di tanto in tanto si fosse esplorato un po' anche l'anima... ma lui manco i neutrini, i neuroni e i pitoni gli foravan la cotenna dopo che aveva deciso come doveva pensare.

      Mi risveglio dall'ipnotismo storico in cui mi andava sprofondando la valle degli Omega.

      Valentina chiama: ha trovato i Grassi Trichechi, la raggiungiamo, Gianni osserva che l'ingresso soffia una quantità d'aria spropositata, molta di più di quella che corre nel Gachè - vacanza. Pupi s'accende il casco e la voglia e va a vedere dentro com'è. Meo Vigna s'aggira. Siamo vicinissimi a Omega 3 che entra in PB a circa -450 in reseau B, ma l'aria a quell'entrata è debolmente aspirante. L'anomalia con gli artici pinnipedi è notevole.

      Grassi Trichechi è imparentato, via corrente aria, con un abisso più alto. Non con PB. L'entrata alta può essere il Gachè, che però è lontanuccio, i pozzi aspiranti in cima a Balaur (Uanka tanka, Fine di mondo) che però son piccoli e ciucciano quel che possono, oppure... oppure con il sistema sconosciuto sotto la Cima delle Saline verso la cui sommità c'è Cà di Bagasce che aspira un'irraddidio. E tale ipotesi aprirebbe, con ogni probabilità, la via per il collettore dell'Ellero che sogniamo da quasi mezzo secolo.

      Chissà? Io credo che quando c'è un'anomalia di questo tipo essa sia dettata da vie preferenziali di grandi dimensioni che spingono il buco a trascurare legami anche più redditizi come dislivello. E che quindi l'anomalia in genere debba chiamare grandi spazi.

      Esce Pupi, entusiasta di quel che ha visto, ci sono almeno tre camini da risalire, il fondo della frana si può scavare, ma l'aria forte si perde prima del fondo della galleria che quella ostruisce.

      "Domani, torneremo domani..."cantileniamo immediatamente noi vecchi piemontesi. "Bùgia nen! Piaccia al Visconte che tiroidi e prostate, diarree, vertebre acciaccate e menischi simil dolenti ci concedano di deambulare per un giorno ancora nella sua gloria..."

Alla Capanna Saracco-Volante (foto F. Vacchiano)

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      Se l'età avanza, quasi impercettibilmente in regime freatico quella media del nostro campo, in quei giorni d'avvento del vadoso, precipitò; arrivarono dal passato protomartiri, mummie e neandertaliani, eppure l'aria calda e secca d'un incredibile mese di agosto giovava alle protesi e dava a Bebertu Valley una sensazione assurda di gerontocomio in festa. Nacque lo speleo VOGUE (Very Old Generation Underground's Explorers).

      Con la panciera, (le note dell'"abbassa panciera" segnalano l'ora dei pasti) canuti come l'inverno se non calvi e sbattuti come uova sembravamo usciti da una copertina dei Greatefull Dead.

      Erano tredici anni che non si faceva il campo a PB.

      Un popolo estinto si riascoltava cantare.

      Arrivò Cristophe Peyre dal Madagascar, e siccome c'è una legge del contrappasso che ordina il coro del Visconte, era inevitabile che arrivasse anche il mio nemico mortale. "Tre Nero" altrimenti detto Juan Baden. "Ora si picchiano "avrà pensato qualcuno. Invece mi guardò senza riconoscermi smorzando ogni dramma sotto il velo della vecchiaia.

      Sì, Giovanni è stato un buon nemico, sono cresciuto di più nel dialogo muto con lui che a sentirmi dire "Bravo!" da tanto pubblico. Lui diceva che non ero capace a andare in grotta lontano da PB..., io andavo a sperimentare la tecnica Jumar sul pozzo da 350 del Grosshole... Mi cacciava da Torino... stavo da Papa in Toscana. Lui vantava onori speleologici... esploravo le gioie della famiglia... Lui inventava metodi, schematizzava comportamenti, perfezionava regole e organigrammi della compagine speleologica ideale... io sottraevo gli uomini migliori ai suoi disegni per cavalcar con loro sull'erba delle leggende.

      Atene e Sparta

      Cane (luetico, lui) e gatto (morbidissimo, io).

      Ci vuole un buon nemico per crescere e quella parte, devo dire, lui l'ha onorata con valore. Spero e credo di non essergli stato altrettanto utile, mai nel suo animo sono stato innalzato alla dignità di nemico, sono stato soltanto uno tra i tanti che non lo capiscono e, se m'ha notato nella canea senza volto, è stato al massimo per elevarmi al rango di moscone coprofago.

      Eppure un misterioso disegno del Visconte ci lega al di là della nostra volontà, e ci vuole assieme quando scoccano ore più intense delle altre. Ore che anziché perdute a ricordare generano memorie, ore che partoriscono il futuro, che aprono le porte a nuovi abissi e creano una corrente nel tempo che trascinerà per quelle terre inesplorate noi e chi ci sta insieme.

      Questi attimi fertili tra tante giornate sterili posso guardarli come fotogrammi e rivedermi accompagnare il mio mortale nemico nel giorno crudo del Cappa, oppure sui pozzi dei Passi Perduti, sento il suo entusiasmo oltre il sifone dei Piedi Umidi, i suoi dubbi seduti sulla pietra sotto cui rideva Deneb, la sua disperazione nei gironi terminali del Sodoma e Gomorra...

      Trent'anni sotto terra, quindici senza più dirci niente di buono, né di ignoto. E adesso che ci resta da fare?

      "La pace" suggerisce il Visconte, interrompendo il film del già visto.

      I nostri sguardi s'incrociarono di nuovo sotto il telone del gias e mi riconobbe; un coyote, fuori, pianse alla luna.

      L'indomani partimmo per la stessa meta: Grassi Trichechi. Giovanni Badino andò con Gianni e Max Ingranata, il trapano e i chiodi, io con Cristophe, la pancia piena e un'ora di ritardo. Ed era il 7 d'agosto, del 2001.

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      Con Cristophe tutto l'opposto che con Giovanni, vecchi amici fidati con pochi giorni all'anno da vivere insieme, pochi, ma ogni volta memorabili.

      Scendiamo i primi pozzetti e il labirinto iniziale dei Trichechi, entriamo della grossa galleria. Vediamo la luce di Gianni già quasi sul soffitto della risalita più evidente e quella di Max che lo assicura. Giovanni sta vagando lungo la galleria, ne esamina il fianco destro che presenta alcune protuberanze di vuoto sospette.

      È la terza volta che ci entro; sulla testa ci son gli altri due camini notati da Pupi. Devono provenire dal fascio di fratture che all'esterno sfregiano il calcare come rughe di vecchiaia, certo che... un punto particolarmente ripido e sabbioso della galleria mi attrae, si vede che nessuno ci ha mai messo il piede sopra per paura di cascar di sotto. Proprio lì, dietro un "pera sturmoira", c'è una crepa sempre sul fianco destro della galleria. La allargo togliendo due scaglie, c'infilo la pila dentro, c'è del nero, lontano qualche metro c'è uno spazio buio. Emetto un grugnito, è un'ombra, un'ombra di vuoto senz'altro, un'intenzione come tante che non lastricano ma scivolano a lato della nostra strada senza lasciar memoria. Chiamo Giovanni e Cristophe a consulto. Arrivando Giovanni nota una bava di corrente d'aria che esce dalla fessura poco più bassa, afferra il piede di porco.

      Si dà da fare per davvero. Mulina l'attrezzo e, come una slot machine la fessura caca i suoi primi macigni. Non sembrava contenesse e potesse far uscir pietre così grosse, buon segno. Ora è Cristophe ad allargare e poi di nuovo Giovanni, han scavato una nicchia ed è bene perché, rintanati in quella, si è parzialmente protetti da un ghigliottina di mezza tonnellata dimenticata carica proprio sopra l'ingresso in fessura. Il successivo turno di scavo apre dei dubbi nella nostra coscienza, contemporanei a quelli aperti dal peso del soffitto di pietra sui pilastrini che lo sostengono, noi dovremmo passare tra quelli o, meglio, scalzarli dal nostro passaggio. Ma son loro a tenere il tetto che se prima sembrava uno strato di pietra ora si rivela una pietra sommitale di dolmen, colossale sì, ma staccata di una spanna metro dal tetto vero. E se scende ancora? Passeremo nel varco che allora creerà contro il soffitto. E se scende su chi scava? Sentir fare questo bel ragionamento da Giovanni che sta scavando lì sotto, mi entusiasma. Giovanni è un mago. Sa far diventare realtà un buchetto che l'avessi mai mostrato a chiunque altro m'avrebbe detto di lasciar perdere. Cristophe non ha paura dei morsi delle pietre. Anni di caccia ai coccodrilli hanno contribuito alla sua efficacia. Il passaggio sotto il minaccioso "dolmen deponente" avanza, lo scavo s'incunea nel punto debole del suo franare. Soffia aria sempre più forte, cominciamo a credere che passeremo.

      Il Visconte ci voleva là, tutti e tre sotto la stessa pietra E là ci trovano Gianni e Max quando scendono dalla risalita. Hanno trovato sul soffitto un chiodo e il piantaspit di Guru, o di Luciano Sasso. Ricordo indelebile del loro valore volante.

      Anche Gianni appartiene alla tribù delle aquile, fu con svolazzi, pendoli sui pozzi, risalite che diede valore alla sua firma.

      Col suo compare Filippo Dobrilla hanno fatto il bello e il cattivo tempo negli abissi delle Apuane. La rivincita fiorentina alla beffa del Fighierà: "meno-mille" come se piovesse. Se il Fighiera era stato il primo d'Italia, Filippo e Gianni ne scovarono una raffica dal Grondilice alla Tambura. Ulivifer, Saragato, Roversi, Mani Pulite, ovunque il giglio fiorentino marcò l'agognato multiplo decimale. Due begli elementi davvero. Filippo sta fuori dalla mischia. Scolpisce un gigante di calcare in una profonda sala dell'abisso Saragato e quando glie ne viene l'estro va a esplorare quel che scolpisce l'acqua. Gianni è proprio il Fiorentino topografato dall'Alighieri. Ci ha la forza e l'orgoglio per qualsiasi grotta ed è bravo a far incazzare gli altri invece che sé stesso.

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      Lo scavo delle marmotte lo stupisce, la sua meraviglia è per noi un gran complimento eppure un eco nel subconscio fiorentino, un eco lontano 25 anni, dovrebbe dirgli. "Quei due fetenti! Stanno facendo la stessa cosa che al Cacciatore..."

      L'ultima botta al dolmen deponente gliela dà Max, è o non è il presidente del GSP, rappresentante in Capanna del Visconte, ultimo nel catalogo dei patriarchi discendenti da Dematteis?!

      Poi passò Cristophe, in nome del Club Martel che 47 anni fa fu fatto fermare dai carabinieri del Capello a Viozene e quindi richiamato con grandi scuse che c'era il corpo del povero Mersi sfracellato sotto il 120 del Gachè, da recuperare.

      Tutti i gruppi vengono al pettine se questo è d'osso di Tricheco.

      Oltre il masso il Nizzardo scopre una saletta con otto metri quadri di tappezzeria a stalattiti, il resto è nero, blocchi, taglienti e traballanti, in alto sale, forse congiunge con il camino che Pupi voleva salire. Verso il basso s'affaccia su un pozzetto tra blocchi.

      Giovanni scende e dice che è tutto nero. "Vuol dire che chiude" rispondo.

      Una volta, vent'anni fa, gli lasciai duecento metri di corda in fondo al Pentothal da rigamalarsi su fin fuori perché a lui era sembrato giusto darcele da portare giù. Lui, la punta precedente, si era fermato venti o trenta metri dal fondo del pozzo e da quella stessa posizione a me era parso chiarissimo che Penthotal finiva lì, lo dichiarai e, quando la cosa si dimostrò tristemente vera, ci misi poco a convincere Sir Biss, Monnezza, Marantz e Paolo O. a lasciar giù la zavorra. Sul bel gesto Giovanni scrisse poi un piccante articolo dal titolo: "È tutto nero, vuol dire che chiude!" Ora lo ricordiamo ma facendoci "TUUT TUUT!" come piccioncini. È tuutto nero!

      Scendiamo, in un ambiente enorme, ripido. La corda servirà ancora. Gianni la stacca e scende arrampicando. La scena si ripete per tre - quattro - cinque salti successivi - si viene condotti verso il cuore di Ballaur da una spaccatura enorme, un mazzo di fratture gettato in faccia dal Visconte a un sceriffo baro nella notte dei tempi. Sale e frane. Finestre, pozzi, camini.

      Avanziamo verso nord est, verso le Saline. "Che dovevi ancora chiedermi? " sorride il Visconte.

Intono il "Gloria Viscons".

      L'abisso continuò, altri testimoni di lui videro la potenza clastica, il regno della pietra spaccata, del crollo, le trappole incastrate ad arte, i pozzi raddoppiati e, molto più in basso il ruscello che va, bagna lo speleo e va, per l'inesplorato.

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      Ci mancava un abisso di pietre rotolanti a PB così, infilatisi nella grande spaccatura che divide ed unisce Ballaur, Saline, Omega e Masche, i Grassi Trichechi fanno la loro bella figura, specie di profilo, al tramonto.

      Nel loro artico oscuro ci passarono molti tra cui ricordo Meo Vigna ed Ube, Nicola, Giampiero, Beppe Giovine, Marilia, Manzelli e Mara, Aziz, Cesco, Loco e Tetteresa, Mecu e la Malcapi, (gli altri lo dicano e s'iscrivano da sé nella lista) ma soprattutto Pupi che fu decisivo a creare la leggenda dei Grassi Trichechi.

      L'abisso è uno specchio buio in cui altro non si può riflettere che quel che si ha dentro. Pupi è un tipo che prosegue da tutte le parti e i Grassi Trichechi s'adattarono a lui. Altri trovarono, dubbi, melanconia e anche terrore, strettoie e prove gelide, altri l'ebbrezza da profondità che a -460 sul Balaur si fa già sentire, a certuni toccò la confusione e ad altri ancora la sensazione di non finire mai.

      Il Visconte non fa il doganiere, non fruga nella gerla degli speleo, non decide cosa è, e cosa non è ammesso nel suo regno. Ciascuno si porta nelle viscere di Balaur quello che vuole, o spesso non può fare a meno di portarsi dietro.

      Il Visconte provvede a farlo incontrare col suo bagaglio. Non solo per metafore, ma anche con parabole balistiche.

      Giovanni si fece un'altra punta nel profondo, e continuammo a lisciarci e profonderci in gentilezze e complimenti reciproci, andai con ottimi compari a dar un'occhiata sopra il pozzo Debelijak al Jean Noir, ma non successe niente.

      La sera, di ritorno, avevo freddo e d'un tratto m'accorsi che la magia della giovinezza era svanita, fortunatamente prima di farmi danni irreparabili.

      Giovinezza ne ho avuta anch'io la mia bella dose e accettarne un richiamino è un conto, crederci per davvero una tragedia.

      Anche agosto ormai pencolava dalla parte sbagliata, i fiorentini levavano le tende dopo aver risalito la "Vacanza" sino a -100 dalla superficie. Barattammo con altre corde le loro appese in loco per tutta la risalita.

      Credo che dai Trichechi o dal Vacanza, o da chissà da qual'altro anfratto s'intravedono e si raggiungeranno le remote sponde del fiume delle Masche, l'Ellero prenatale e che questo sarà il nostro prossimo futuro a nord est. E Khyber Pass ora incombe sullo sconosciuto sud-ovest....

      Sì, con questo campo molte cose sono cambiate nella geografia condominiale del Marguareis, tornare nella casa ancestrale e mostrarsi accogliente con i compagni di strada ha portato bene al GSP e agli speleologi di ventura quanto insistere nella questione del mio e del tuo non ha portato gloria alla lega ligure in Labassa.

      Era una situazione d'emergenza, ho lavorato per il GSP e ci è andata bene a entrambi, domani, forse, quelli più da riunione che da Marguareis mi cacceranno per l'ennesima volta, magari perché non ho pagato la quota, nel disperato tentativo di convincermi a dire che sono e devo fare come tutti gli altri. Senza badare ai trichechi, a Khyber, a trentacinque anni passati ad immaginare frontiere. Vuol dire che riprenderò i miei stracci e li andrò ad appendere a qualche altra stalattite con una forte nostalgia per quel gruppo che sottoterra fa quello che può, ma quando esce sa scatenarsi tanto per la gioia d'essere fuori che canta, suona, compone barzellette e poesia, mai stanco di devastarsi, mai pentito di creare la sua leggenda dissolvendo in bisboccia il tempo che rubammo nei sotterranei di Ballaur.

 

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Diario di Campo

a cura di Nicola Milanese

      Sabato 28 luglio:

      Una eterogenea massa di esseri ancora umani viene accolta da una Piacevole Urissa.

      Domenica 29 luglio:

      Si montano i pannelli solari e la luce per il Gias.

      Meo Vigna in cerca di buchi lungo il contatto che sale verso La Palù, Notato un allineamento di

buchi che scende sino in Pian Solai, tra questi la dolina delle Quarziti e una frattura sopra Pian Cardun.

      Igor e Diego, aiutati da Andrea, proseguono il posizionamento con il GPS dei buchi del Margua. Coperta la zona D e parte della zona F. Trovato un buco soffiante molto buono (da allargare), al confine tra le due zone sopra il sentiero per il colle dei Signori.

      Lunedì 30 luglio:

      Ancora Igor, Diego e Andrea a posizionare buchi, stavolta è il turno della Zona S. Ritrovato in cima al Ballaur (2550 slm) buco segnato GSP con forte aria aspirante, imbocco molto stretto.

      Meo Vigna e N. Milanese a Ghibli. Ingresso aspirante (strano per la quota), pozzo stretto di 16 metri, al fondo le prosecuzioni sono impostate lungo la frattura, ma la larghezza è di pochi centimetri. Per passare è necessario un lungo lavoro di disostruzione. Battuta la zona sopra Ghibli, viste alcune doline con fortissima aria soffiante (D18, Q145) tutte intasate da pietre. Disostruzione difficile.

      Andrea Gobetti, Giuliana, Paolo Oliaro e figli in giro in PB.

      Martedì 31 luglio:

      Andrea, Marianna e Meo Vigna vanno in battuta nel vallone del Merlino Incantatore. Sul "gnoccolone bianco" in destra vallone, viene ritrovato un buchetto segnato GSP93, che è un piccolo meandro da allargare, con leggera corrente d'aria. Trovata anche un spaccatura su una paretina con poca aria (da rivedere). Marianna trova una spaccatura di 4 dita che sembra immettere in un pozzo di una decina di metri (da allargare). Scesi verso la Chiusetta ma senza trovare nulla.

      Mercoledì 1 agosto:

      Meo Vigna in battuta sui contrafforti tra Pian Cardun e Pian Solai. Trovata una fessura con aria decisa, già lavorata negli anni passati, sulla verticale dei nuovi rami di Khyber Pass (Frattura dei Giavenesi). Più in basso, prima di Pian Solai, un'altra fessura che termina con un buchetto con aria (da allargare). Sulla destra di Pian Solai Meo rivede il nuovo pozzo da 30 metri scoperto dal S.C.T., più in alto un pozzetto senza aria con ancora la placchetta d'armo.

      Giovedì 2 agosto:

      Andrea, Marianna, C. Banzato, U. Lovera, Giuliana e Igor trasporto di "materiali" dal Colle. Anomalie Spazio-Temporali. 26 litri di vino stanno comodamente in una tanica da 20 litri ma costringono a 7 ore di "cammino".

      Meo Vigna e N. Milanese al buco visto il giorno prima da Meo Vigna. È una fessura piuttosto carsificata con media aria soffiante che, dopo un condotto di alcuni metri (2), si affaccia su un pozzetto. Vengono allargati i primi 95 centimetri. Nome: Papero Pazzo in "onore" della pozza d'acqua usata per lavarsi.

      Venerdì 3 agosto:

      Meo Vigna e U. Lovera a Papero Pazzo; si continua ad allargare finché la mazzetta non si spezza e finisce in faccia a Meo Vigna.

      Andrea, Igor e N. Milanese a Khyber Pass trovano quello che cercavano. "A Khyber Pass N. Milanese, Igor, Andrea, prova radio ore 10 sopra-sotto i 2 pozzi ascendenti più alti. Bene le radio ma non i rumori di martellamento dall'alto (S'è sentito di sotto solo un colpo di vento). Si va avanti poi fino al fondo dei pozzi della nuova via. "Il Cimitero degli Elefanti". Lì mangiamo.

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Non si risale né il pozzo ascendente da cui piove, né il vicino camino arrampicabile, bensì un aereo diverticolo a 2 m di altezza che scende dopo strettoie martellate in un corridoio nel cui pavimento si apre, tra roccia impermeabile a destra e calcare a sinistra, una nera fessura di interstrato che 60 metri più sotto trova un pavimento di frana da cui, orientata a Sud-Ovest prende avvio una grande galleria. la "LKC" che ci entusiasma sino ad un sifone. Trovata anche gallerietta a sinistra che finisce in piccolo buco. Abbiamo trapano, bogolo, corde che si rivelano assolutamente inutili e non da rilevare secondo l'ispirazione freatica obliqua che ci ha condotto, forse, oltre il colletto della mucca. Usciti per sera".

      Sabato 4 agosto:

      Marilia, Giuliana, Saretta, Carlo, Patrizia, Meo Vigna e 5 figli in battuta nella zona del Corno di Mezzavia alla Chiusetta. Visti alcuni pozzetti con poca aria, già segnati da Igor e Diego. Nella grotta del Sole che ride scendono Marilia e poi Meo Vigna ma con una sola attrezzatura non si riesce a fare molto. La grotta è costituita da un bel Meandro con poca aria soffiante (da rivedere bene). Scavicchiata la Dolina del Pino con aria media lo scavo sembra ancora lungo (portare secchiello e paletta). Al ritorno si allarga l'ingresso del GSP93, vecchissimo meandro visto 4 giorni prima. Poco lavoro permette a Marilia di passare, ma dopo alcuni metri si ferma in un fondo di pentola.

      N. Milanese e Mecu a Papero pazzo prosegue lo scavo.

      C. Banzato, U. Lovera con Massimo e Stefano al sifone del Solai. L'Urissa del 28 luglio l'ha riempito.

      Domenica 5 agosto:

      Khyber Pass: Marilia, N. Milanese, A. Cotti e Sara. Ripetuto il contatto radio con l'esterno: stavolta abbiamo con noi gli ARVA, il segnale era sensibile a livello 6. Rilevato dai Rami di Jel al fondo delle LKC. Risalito uno stretto camino sopra il meandro che chiude su "sifone di sabbia". Presa la finestra sulla destra nell'ultimo tratto delle LKC, che A. Cotti così descrive. "La finestra è in realtà un balcone, che porta ad uno scollamento vasto del soffitto della galleria stessa, su cui si cammina agevolmente fra massi e ghiaia. È stato trovato un ottimo camino circa a metà dello scivolo nero; risalito per circa 7 metri in libera. Bisogna continuare a salire, agevole in libera per altri 8 metri circa. Aria poca, sembra che porti qualcosa."

      C. Banzato e Teresa in esterno con radio e ARVA a girare sul dorso di Mucca.

      M. Ingranata, Meo Vigna, Andrea, Gianni, Valentina S., Pupi ed Elisabetta, in battuta in zona Omega. Visti Q55 e Q60 (senza speranze). Grassi Trichechi vista finestra interessante sul fondo, si dovrebbe anche scavare la frana.

      G. Carrieri, Mecu e U. Lovera al Libero, finita la risalita ad un'ora dall'ingresso. Chiude. Loco e Sciandra a Bzero.??

      Coazzesi e Giavenesi a Mantra. Con una telecamera si osserva oltre la strettoia finale: continua con una sala.

      Lunedì 6 agosto:

      Meo Vigna, U. Lovera, C.Banzato e Mecu: battuto il versante orientale di Palù: visti pochissimi buchi, solo la fessura di Sciandra e il buco di Andrea. Scesa alla zona del sentiero delle Capre verso la Val Pesio, ma anche qui il nulla.

      In serata Meo Vigna e Margherita scendono a vedere una fessura trovata da Margherita lungo i versanti occidentali del dorso di Mucca: pozzetto aperto recentemente profondo 4 metri senza aria. In salita, nella zona del Merlino Incantatore, trovato un piccolo inghiottitoio nel Cretaceo con poca aria soffiante (da rivedere, strettoia in roccia).

      Andrea Gobetti vi presenta i Grassi Trichechi: "Si ritorna ai Grassi Trichechi, Gianni e M. Ingranata in qualità di aquile, Giovanni, Cristophe e Andrea come marmotte che scavano uno specchio di interstrato sulla parete destra della galleria e per la quale si imbattono in feroci pietroni. Ammansitili in un paio d'ore, si va tutti e 5 di là dove comincia una memorabile discesa per grandi spazi aperti da un mazzo di fratture mescolato da Viscontea perizia."

      Al Gaché prosegue il difficoltoso armo (molta acqua in grotta). Nuovo problema: scorre la calza delle corde formando grumi ogni 10 metri. Nel pozzo da 60 della diaclasi scende una cascata.

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      Martedì 7 agosto:

      Sole che ride: Manzo, Cristophe, Daniele, Ubertino. Al fondo, il pozzo da 20 metri chiude su strettoia senz'aria. Disostruzione molto problematica e con poche speranze.

      Marilia, Mantello e C. Banzato continuano lo scavo a Papero Pazzo.

      U. Lovera, Mecu, M. Cotto, Valentina M. a Khyber Pass. Iniziata una risalita alla fine delle LKC, quella che sembrava una galleria è in verità un grande camino, da continuare. In uscita Mecu vuole allargare il passaggio alla base del Cimitero degli Elefanti, sposta una pietra, ovvero il piedistallo di un macigno da 1 mc. Ginocchio danneggiato ma non gravemente.

      M. Ingranata, G. Carrieri, Loco, Meo Vigna e Aziz, Gianni e Pupi ai Grassi Trichechi.

      Scesi alcuni pozzetti alla fine delle nuove gallerie. Dopo una breve risalita ci si ferma alla partenza di un pozzo valutato 100 metri, non sceso per mancanza di corde.

      Gianni, Filippo, Davide, Luca e Silvia a cercare una via per scendere in fondo al Gaché. Le indicazioni di U. Lovera li conducono nelle Gallerie del Pescatore dove un pozzo riporta sul fondo, dopo un risalita da 15 metri, finalmente è pronta la strada per esplorare. Gettato il colorante nel torrente dei rami vacanza.

      N. Milanese, Stefano e Claudio al sifone del Solai: è chiuso e il torrentello è ancora attivo.

      Gianna, Valentina B., Mara, Stefania e Cesco: posizionati i Captori, 1 alla confluenza e due nei Reseaux.

      Mercoledì 8 agosto:

      Daniele, Manzo, Ubertino, Teresa, Loco, Marilia vanno a scendere il pozzo ai Grassi trichechi. "Riarmato alcuni saltini sino a raggiungere la partenza del 100. Armato il P118 che si compone di 2 grandi salti. Data un'occhiata al fondo del pozzo che pare continuare in meandrino stretto a cui segue un pozzetto". Avventure: Manzo rischia grosso per una corda lesionata sul 100, anche Marilia non scherza, l'imbrago scucito da' forti sensazioni. Tutti salvi.

      Vittorio, Davide e Filippo aprono la campagna Jean Noir. Cominciata una risalita dopo il pozzo da 23, conclusa a quando le batterie hanno smesso di dare corrente. Cominciata anche un'altra risalita in libera, si intravede un grande meandro.

      Esplorazioni di Gaché. Valentina S., Pupi, Mara e Stefania. Sceso il pozzo da 80 della via dell'acqua, segue un 20. Al bivio della prima saletta preso a destra, ramo fossile fermo su 40 da scendere.

      Giovedì 9 agosto:

      N. Milanese, Diego, Tierra e Gianna a Khyber Pass. L'intenzione di rendere sicuro il passaggio "Mecu", si infrange su un trapano mal funzionante. Si spostano pietroni da sotto, ora si passa ma è "MOLTO PERICOLOSO". Allargata una strettoia in cima ai pozzi di Jel. Non si passa ancora, ma dall'altra parte occhieggia un camino.

      Jean Noir. Filippo e altri(?). Presi i due arrivi in cima al Debeliak, il primo molto franoso chiude, l'altro più piccolo continua in salita, speranze di ritrovare l'attivo.

      Venerdì 10 agosto:

      Altra punta al Gaché. Gianni, Valentina B., Valentina M., Elisabetta. Scesa la via dell'attivo "verso l'Ellero", dopo il 20 un 50 quindi chiude su strettoia. La via fossile dopo un paio di pozzi ritorna sulle risalite del 2000.

      Mecu, Filippo, Eelko, A. Cotti, Mantello, Marco. "Scesi al Bivacco Avanzini (nome che deriva dal fatto che 2 dormiben lì presenti, erano di Avanzini), mangiato, scesi in Filologa e posizionati i captori". Posizionati i captori per la colorazione del Solai. Uno nel primo affluente di destra, un altro presso il Weng Wei, l'ultimo nel sifone terminale.

      "U.Lovera (non più così magro), C. Banzato (che non sempre prende basse le strettoie), Marilia (la talpa) e Davide (l'urbinate) entrano in Solai per la colorazione. Armo (non si trova lo spit sull'ultimo 50), disarmo e ritorno alle 7 di mattina.". Gettata la Fluo alle 22.30.

      Ancora Trichechi. Pupi, Valentina S., Teresa e Manzo. Trovato passaggio a base pozzo. Dopo due saltini (P7, P17) si prende un meandro, poi un 25, sala e un pozzo da scendere valutato 40 metri.

      "Sono da vedere: meandro fossile sopra il P100, finestra sul P100, arrivo nella sala della 2° risalita." "Sistemato l'armo e tolta la corda lesionata (lo spezzoncino è stato donato a Manzo come cimelio)".

      Ennesimo giorno di scavo a Papero Pazzo, stavolta i protagonisti sono Loco, Vittorio e

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Claudio. Si decide che è meglio scavare la dolina adiacente, così il tirfor diventa necessario per spostare le lavatrici presenti. Bisogna continuare lo scavo, l'aria è molto forte.

      Pruel, Giulia e Leo vanno a scavare la Dolina del Pino, ancora non si passa.

      Sabato 11 agosto:

      Trichechi: Loco, Tierra, Saretta e Filippo. Sceso il pozzo che si rivela essere un 20 e non un 40, sotto la frattura è intasata di pietre, l'aria è forte. Prossimo lavoro da fare prendere la finestra a metà del pozzone e traversare lo stesso in alto. Lasciato armato per finire di vedere. Portati 100 metri di corde, trapano e attacchi al meandro sopra il 100.

      Domenica 12 agosto:

      Andrea, Giuliana, Zeta e C. Banzato in Battuta in zona Omega: visti un po' di buchi, alcuni con aria. Nessun collegamento radio con il Gaché.

      Al Gaché proseguono le risalite a monte.

      Grassi Trichechi, Pupi, Beppe, Mecu, U. Lovera, Luca. Presa la finestra a metà del 100, sotto prosegue con due pozzi (10+20), fermi su pozzo valutato 100. Fatto anche un traverso in cima al pozzone, nuovamente pozzi e fermi anche qui su un 100. Che goduria.

      Lunedì 13 agosto:

      Stand By. Tutti a prendere il Sole, Mangiare e Bere. Peace and Love.

      Martedì 14 agosto:

      Si ritorna a Khyber Pass. L'obiettivo è raggiungere una finestra sulle LKC. Problema con tre moschettoni è un casino. Inoltre bisogna traversare a Soffitto poi che la roccia ha la consistenza della polenta. Dopo una sana deposizione, si esce un po' scornati. Protagonisti: N. Milanese, C. Banzato, Tierra e Luca.

      Beppe, Andrea, Mara, Valentina B., Marco, tornano a Jean Noir. Risaliti altri 20 metri, ma chiude. Il nuovo meandro si chiama "Foca SIBIRINA". L'altro meandro si rivela molto pericoloso per i pietroni instabili.

      Migrazione in Filologa per recuperare i captori. U. Lovera, Maurilio, Papo, Eelko, Davide, Mauro. Note: Papo per fare il tè in grotta porta una cisterna.

      Al Gaché, Gianni, Simone, Loco, Massimiliano, proseguono le risalite dei rami a monte.

      Trichechi: "Già all'ingresso si è capito chi sarebbe stato il vero eroe della punta, lui: G.Bad, che

svuotando lo zaino ha esclamato. "Cazzo, il sottotuta!". Abbiamo rimediato con i fuseaux miei (TT) (Tetteresa N.d.S.) e di Valentina (Malcapi N.d.S.). Presa la finestra su Scalpo Giallo armata dalla punta precedente e cominciato a rilevare da lì (dalle orecchie di coniglio). Mecu all'armo, GBad a sparar cazzate e cantare inni occitani del XII sec. V & TT al rilievo. P50 frazionato, salone, due pozzi di cui uno invaso dall'H2O, dopo il the si scende l'altro, galleria notevole (da vedere!), meandro che diparte, optiamo x la finestra quindi altro salto. Poi P5 e ... MEANDRO!! Per la Malcapi chiude ma ci si infila lo stesso smartellando con ottimismo. Mecu stringe i denti e mi segue borbottando... finché l'ambiente si ALLARGA, fino a 1 sala con: 1) 2 gallerie in arrivo dall'alto (da prendere). 2) meandrone in arrivo dall'alto (è quello che non abbiamo preso prima?). 3) P30 da scendere! (con tanto di Canyon). Rientro euforico e a momenti secco GBad col culo della mia bombola sullo Scalpo Giallo. Alba stupenda dal Ballaur con vista sul Monviso e foto ricordo troppo tattiche per Grotte!". Teresa dixit. Con lei Giovanni, Valentina M. e Mecu.

      Mercoledì 15 agosto:

      NIENTE!!! Svacco generale e soprattutto ciucca allegra per Tierra.

      Battuta in zona Omega. Trovato un ingresso non siglato. Ne esce parecchia aria! Papo, Valentina S., Michele, Matteo e Lucia.

      Giovedì 16 agosto:

      "Piaggia Bella: Pietro e Gianfranco (S.C. Oliena), Sara, Giulia e A. Cotti. Accompagniamo gli amici sardi in P.B. Scendiamo alle Camelot e girovaghiamo. Poi scendiamo al sifone del Solai: si fanno pulizie, il sifone è vuoto e passo al di là; l'aria è violenta, do un'occhiata e torno indietro. Poi scendiamo fino alla Tirolese. Si torna in su, si mangia alla Confluenza sotto il telo e si esce".

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      Ultime punte del Campo: al Gaché continuano le risalite, fermi in un salone con un risalita da 15 metri da fare, si esce disarmando. Le corde sulle risalite vengono lasciate in loco. Quota raggiunta -150 metri rispetto all'ingresso del Gaché. Trichechi: Beppe, N. Milanese, Mara e Cesco. Sceso il pozzo da 30 visto le precedente punta, sotto un altro pozzo da 30, quindi il Trias. L'acqua si infogna nello stretto, prendiamo grande frattura su cui è impostato il pozzo, dopo una ventina di metri si sbuca su un terrazzo con a destra un pozzo da 20 metri e davanti anche. Scendiamo in libera il pozzo sulla destra, alla base una saletta franosa, quindi un altro pozzo MOLTO BAGNATO che non scendiamo per mancanza di corde, Mara si ritrova appesa al nodo a 10 metri dal fondo e come se non bastasse pure sotto cascata.

      Visto l'umidiccio che ci attende (il primo 30 è completamente sotto cascata), decidiamo di rilevare e risalire alla svelta.

      Mancano da vedere il pozzo bagnato sul fondo, il pozzo da 20 che parte dal terrazzo, il ramo alla partenza del 100.

      Venerdì 17 agosto:

      Escono le punte del Gaché e dei Trichechi. Comincia a sentirsi l'aria di fine campo.

      Sabato 18 agosto:

      Partita di calcio conclusiva in Bebertu Camp. Squadre miste si affrontano. Fasi di gioco "abbastanza" decise ben rappresentate da A. Cotti: "Quando esce sangue è fallo".

      Domenica 19 agosto:

      Paolo con due amici in PB. Alby in P.B

      Finito il campo, in capanna restano Paolo, Saretta, Giulia, Andrea, Giuliana con Stefanino e Marianna.

      Al prossimo anno sperando che sia altrettanto divertente ed esplorativo.

Tende al campo (foto M. Campajola)

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Protagonisti e visite

a cura di N. Milanese

      Campo bello, con tante persone. Ecco la lista, sperando di non dimenticare nessuno e di non sbagliare i Gruppi di appartenenza.

      Dal GSP sono arrivati in capanna: Famiglia Gobetti (Andrea, Giuliana, Marianna, Stefanino), Famiglia Vigna (Meo, Vigna, Margherita, Brunella), M. Ingranata, Daniele, Igor, Diego, N. Milanese, Marilia, Sonny, Pruel con Giulia e Leo, Cagnotto e Lucia, U. Lovera e C. Banzato, Saretta, A. Cotti, Mecu, Tierra e Samatha, Famiglia Giovine (Beppe, Susi, Giorgia, Alessandro e Christian), Famiglia Curti (Carlo, Patrizia e due figli), Paolo Oliaro con i due figli, Manzo con Elisabetta e Emma, G. Carrieri, Loco con Teresa (Tassi), Vittorio Baldracco, Mantello, Cesco, l'allieva Gianna con l'amica Raffaella, Valentina Bertorelli, Ubertino, Zeta, Giovanni, Famiglia Pavia (Riccardo con Liliana), Elena Dondero, Walter Carisio, Enos, Paolo con Giles e amica.

      Da Giaveno (GSG) sono passati Athos e Rosso, mentre Aziz si è fermato qualche giorno in più.

      Da Coazze (GSC) Marco, Stefano, Claudio e Flavio.

      Da Pinerolo (GSVP) Eelko, Maurilio e Mauro.

      Da Cuneo (GSAM) Luca, con visita da parte di Bisotto, Paolo Belli e Dario con relative famiglie.

      Da Garessio in visita "lavorativa" Massimo Sciandra (SCT).

      Ora usciamo dal Piemonte e vediamo chi è arrivato dalla Toscana:

      Firenze: Gianni Guidotti, Valentina Malcapi, Massimiliano, Valentina Seghezzi, Michele. Lucca: Elisabetta. Livorno: Matteo Baroni. Grosseto: Davide, Lucia. Pistoia: Simone Argentieri.

      Inoltre Paoletta con Irene, Andrea e il pupo.

      Dalle Marche (Jesi): Pupi (Daniele Moretti).

      Dall'Umbria: Urbino: Felpe (Filippo Felici) e Davide Stefani. Città di Castello: Luca Girelli e Silvia Arenghi.

      Dal Veneto (Verona): Enrico Chiomento, Stefania Pimazzoni e Mara.

      Dal Friuli Venezia Giulia (Trieste): Papo (Paolo Alberti), ma anche Beccuccio e Squassino e figli.

      Dalla Sardegna: Pietro, Gianfranco e Salvatore (S.C. Oliena).

      Stefano Olivucci e signora si sono sicuramente rilassati durante questo campo. Gli amici di Andrea, Fabrizio e Monica, ma anche Luca Peluca e Ovidio (direttamente da Cuba).

      E non mancava neanche Mariarosa Cerina.

      Dalla Francia, ci hanno fatto compagnia Cristophe e moglie, Thierry è passato a trovarci e a raccontarci delle sue esplorazioni in O-Freddo, e Cathy Lamboglia ha portato una comitiva di bambini in PB.

      Presenza discreta quella di 8 ungheresi e 3 cechi in speleo turismo.

      Senza escludere i liguri & co. che hanno installato il loro campo alla Chiusetta: Deborah (GSI), Enrico ed Elena (GSS), vari altri liguri, (Cavallo C. e A., Claudia (GSBolzaneto), Titto, Vizio, altri che ora mi sfuggono, Serge Delaby (CSARI) e Donda (GSBi)).

      Per finire, i "migliori" amici dell'uomo, che si sono rivelati più che altro ladri e rompipalle, ovvero i cani: dal più piccolo al più grande: Timon, Pessy e Fasty (Bri & Chi), Toto, Kibì, Brace, Aina, Fedro e Lupo.

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Radio Margua

      Le acque di Piaggia Bella e
      le acque dei mari a sud del mondo

Alberto Cotti

Storpie atmosfere Terse
e
Sterili Bazar,
Taxisti Nomadi Cammellieri
e
Autisti
ascoltano la radio,
e sanno che tempo fa...

G.L. Ferretti

      Dalla posizione sopraelevata della mia tenda osservo.

      Da quel punto d'osservazione, scostato dalla Capanna e fuori dal grappolo di tende intruse, come tutte le mattine nascosto dal grande masso, scruto il via vai della gente alla prima luce che mi scivola dentro gli occhi; di lassù noto un gruppo di persone cariche dei loro zaini che, febbrili, cercano il posto in cui eriger la casa di tela, e due giovani indaffarati a insaccar corde in un sacco troppo giallo per i miei occhi nuovi al giorno. Tre bimbi si rincorrono, a loro volta inseguiti da un cane; dall'alto in effetti, sento urlare "Fedroo", ma il cane sembra non curarsi del suo bel nome. Frattanto gli occhi lentamente si abituano alla violenza della luce diurna, e, volgendoli al basso, osservo il mucchio di mucche, ammassate su di un piccolo pianoro verde, a tratti anche ritte sulle zampe per bere la poca pochissima acqua che il rio porta più in basso, giù nel buio di Piaggia Bella. Mi chiedo come ha potuto scavare un vuoto tanto grande. Non mi par vero. Poi mi dico che in effetti il clima era ben diverso, tanta pioggia, grandi foreste, acque acide; e poi in seguito i ghiacci, già, chissà quando s'è sciolta la massa glaciale quant'acqua nelle fratture libere dal peso. Ora niente più di tutto ciò, il sole caldo mi scuote fuori dalla tenda e Radio Margua mi dice che tempo fa'.

      I pensieri mattutini mi storcono la realtà.

      Non appena fuori, mi rendo conto della vita che brulica al campo; alcuni stanno distribuendo il pane fresco, comperato nel paese ormai lontano, un gruppone di gente si diletta con bottiglie di vino a contarsela, e ridono, una persona maneggia un trapano a scoppio. A turno qualcuno del gruppone va e rigira anch'esso il perforatore. Un bimbo scuote la mano, ricambio al saluto e più in sù vedo finalmente il cane ricongiungersi al padrone; agito la mano e li saluto. Fra poco saranno qui, mi dico. Alle pozze due ragazze si lavano e più in giù qualcuno lava piatti e stoviglie. In tutto questo muoversi, uomini in tute azzurre e rosse stanno già scendendo verso la bella P.B., qualcuno fa il bucato, e altri due stendono i panni sul tetto rosso-corsa del nostro rifugio.

      Mi scaldo il caffè, ripenso al mio nuovo amore ed apro il libro di avventure marine del capitano James Cook. Cerco l'ultimo segno, e leggo.

      A metà della terza pagina ecco che mi raggiunge il cane lupo. "Ciao Fedro".

      Lì scodando mi urta il viso, e si precipita verso il frigo, nella pozza d'acqua. Dietro giunge anche 'Cesco, il padrone.

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      "Ciao Ce"'.

      "Ciao Alby, ti sei svegliato, vedo"

      "Già". "Allora, entri a P.B.? Quest'anno è finalmente esploso Khyber Pass - dico -, dopo anni di lavoro, si è spalancato. Ti ricordi la mia storiella della password, P.B.Kh.P., e l'accesso al sistema?"

      "Ah, sì - dice 'Cesco - Ma non penso che riuscirò ad entrare. La spalla, non è ancora a posto e..., forse domani."

      "E Cook?" mi chiede lui.

      "Ah, sto leggendo del momento in cui Cook si spinse oltre il circolo polare antartico; navigò per primo a quelle latitudini, incontrò per la prima volta i grandi..."

      "E già - mi interrompe 'Cesco - e i Balenieri? Loro per primi hanno solcato quelle acque."

      "Eh sì, - rispondo - ma di loro nessuno ha scritto, nessuno li conosceva. Se non sei qualcuno, non vali, e non vali neanche per la storia. O sei uno dei grandi o non sei nessuno. I topolini, silenziosi, sono piccoli e abbietti, gli elefanti no, loro sono grandi ed ammirati, e barriscono."

      Frattanto il giorno si addentrava nel meriggio: le vacche, non più nei pressi del rio, s'erano inerpicate sulle pendici della Palù, alla ricerca di erba buona. Mica stupide.

      "Comunque, a proposito di acque, buone le colorazioni di quest'anno - dico -. Abbiamo verificato che Solai e Filologa sono collegate; qualcuno, me compreso, ha imparato a scendere e tornare dal fondo della Filologa. Mi spiaceva non conoscere. Domani porto giù gli amici Sardi, vieni a farti un giro con noi?"

      "Mah, vorrei... - dice Cesco - mi piacerebbe anche scendere ai Trichechi..."

      "Ai Grassi Trichechi?? - lo interrompo - Ma sei fuori?? Che paura, mi fa paura solo a pensarci. Io sono innamorato, anche della vita, e non ho intenzione di metterci piede."

      "Beh, io ho male alla spalla, non sò cosa potrò fare. Ma che altro sai delle acque?" mi chiede.

      "L'altra colorazione è quella del ramo nuovo di Gaché. Conferma quella di qualche anno fa; le acque dei rami più spostati verso destra del Gaché, fluiscono al Pis dell'Ellero. Lo fanno attraverso un collettore che ancora non conosciamo, perché in realtà non scorrono attraverso Pippi. L'abisso Sardu, intendo." "Ragionevolmente - continuo - non passano neanche da Gonnos, ed anzi, ambedue gli abissi hanno acque che scorrono verso una zona sconosciuta che, vedi il caso, coincide con la zona dalla quale transitano le acque provenienti dal Gaché. Cioè, grossomodo sotto le Masche. Quella è una zona importante che in futuro darà buone sorprese. È lì che faccio la Tesi, sai Ce'?

      "Ah, è lì che vai a..." - mosse la mano come se scrivesse.

      "See, ma chissà come finirà."

      "Comunque, si diceva delle acque - ricominciai - Probabilmente le acque di P.B. passano da Filologa a Labassa, nel rio dei Mugugni; queste poi si uniscono a quelle del sifone sorgente, e si dirigono verso l'Arma del Lupo. Me ne parlava una di queste sere Andrea, che, con le acque lui si intriga, e ne ha viste in lungo e in largo. Mi diceva anche che vi sono da considerare le acque del Canion Torino, cioè il fondo di P.B.

      Il tutto, però, è avvolto da dubbi; bisognerebbe farsi spiegare di nuovo dal Gubet tutte le differenze di portate che ci sono tra una zona e l'altra."

      "Beh, - dice 'Cesco - comunque è un bel casino."

      "Già."

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      Ora nel cielo terso erano comparse le prime nubi, le più lontane sopra il Mercantour, le più prossime sul monte Saccarello, ma nelle vicinanze nulla, solo un nuvolone di terraglia sollevato da una serie di motociclette lanciate sulla strada verso il colle del Lago dei Signori.

      Tre giorni dopo finiva il campo. Nacque la Banda Banfot, 'Cesco andò sul fondo dei Grassi Trichechi, ad inseguire non soltanto la sua voglia di grotta, ed io riuscii ad andare due volte ancora nella Piaggia Bella, da solo e in compagnia.

Tutta la banda festosa di nomadi e taxisti dell'alpe, se ne andò come se n'era
venuta.
E Radio Margua disse del tempo.
È il tempo in cui è l'elefante che ha paura del topo.
E barrisce

Scendendo ai Grassi Trichechi (foto G. Badino)

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Trichechi parte seconda

Ube Lovera

      Eccovi quindi la seconda parte della storia dei Trichechi. Iniziando da una certezza: quella che, dopo l'articolo di Andrea, o incontro a breve Sepulveda e mi faccio scrivere l'articolo da lui, o chiudo qui la mia carriera di scribacchino con una figura di merda.

      Cercherò di venirne fuori con un mero elenco, direttamente ricavato dal diario di campo, rinviando i barocchismi ad altra occasione.

      La sequenza delle punte sarà spesso frenetica, quasi quotidiana, iniziando da una eterogenea spedizione che vide Gianni, Pupi, Giampiero, Meo, Max, Loco e Aziz scendere una serie di salti, franosi, per giungere ad una grossa galleria. Dopo una breve risalita devono fermarsi di fronte a una sequenza verticale.

      Tocca quindi a Marilia, Manzo, Loco, Tetteresa, Daniele e Ubertino A loro il compito di scendere la serie dei pozzi e se possibile di portare a casa la ghirba. Dopo un paio di salti trovano e armano un p118, mentre in risalita Manzo incontrerà una corda che potremmo pacatamente definire fortemente lesionata e Marilia dovrà affrontare la deflagrazione dell'imbrago, con gravi risvolti affettivi trattandosi di un ricordo di gioventù che la accompagnava fin dalla lontana infanzia partenopea.

      Pupi, Valentina S., Teresa e Manzo compongono la punta successiva. Trovano passaggio che dopo due saltini (p 7, p 17) giunge a un meandro, a un p25, a una sala e un pozzo da scendere valutato 40 metri. La regione è incasinata, varie fratture si accavallano a vecchi meandri sfondati. Sostituiscono anche la corda del "pozzo Manzo", regalando a quest'ultimo la parte lesionata.

      Il 40 è un 20 verificano Loco, Tierra, Saretta e Filippo. Alla base la frattura è intasata di pietre, l'aria è forte. Ma tutta la zona è stretta e orrendamente bagnata. Il rilievo ci dirà che la profondità raggiunta a questo punto della storia è -380.

      Altri due giorni e tocca a Pupi, Beppe, Mecu, Ube e Luca. Andare in grotta con Pupi è facile e comodo: fa tutto lui. Così giunti al termine della galleria, con un traverso andrà a prendere un altro grosso ambiente in cui confluisce un gigantesco meandro, fermandosi sull'orlo di un p.100 tuttora da scendere, ben indirizzato verso le Saline.

      Quindi una discesa senza storia per verificare che il fondo della grotta sia realmente tale.

      In risalita ricevo le istruzioni per superare i frazionamenti. - Vedi non è difficile. Basta portare sopra il chiodo prima una ruota, poi l'altra e quindi trascinare su il resto della carrozzella. - Risalita e disarmo fino alla metà del p118, dove il solito Pupi inventa un traverso assolutamente criminale per fermarsi tanto per cambiare di fronte ad un pozzo.

      In prossimità dell'uscita Beppe incendia la galleria mediante esplosione del fornello di Mecu, gesto non opportunamente valutato al momento dell'assegnazione della Volpe d'argento.

      Seguono Teresa, Giovanni, Valentina M. e Mecu che sceso un p50 e superato un meandro fastidioso, proseguono per un altro paio di pozzi per fermarsi su un p.30 superato dalla squadra successiva formata da Mara, Cesco, Beppe e Nicola.

      È ora necessaria una divagazione. Avrete notato come la composizione delle squadre risentisse di un generale ecumenismo e di quanto ci siamo giovati dei contributi toscani, veneti o marchigiani che fossero. Notevole anche la presenza continuativa di personaggi che abitualmente ci regalano le loro presenza in modo sporadico quali Beppe e Manzo.

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Abisso dei Grassi Trichechi (sezione)

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      - State raschiando il fondo del barile - dirà a questo punto l'attento lettore. Esatto.

      Ma la vera sorpresa è la presenza di Cesco, individuato in grotta, anche se per motivi che poco hanno a che vedere con lo spasimo esplorativo e molto di più con il semplice arrapo a conferma della veridicità dei detti popolari in materia di trazione animale, carri, buoi, peli ecc.

      Un secondo p.30 si presenta, quindi una zona più stretta, una frattura e quindi un ampio terrazzo in qui scegliere quale pozzo scendere. Ne viene scelto uno arrampicabile, a discapito di un grosso p15 tuttora inesplorato. Un accenno di galleria lascia ben sperare, ma il successivo saltino, umido, e il p20 seguente, parzialmente disceso ma completamente bagnato, chiudono l'esplorazione.

      Termina qui il campo e la punta successiva dovrà attendere settembre.

      Per questa salpiamo ben determinati ma totalmente privi di cervello: partiti da un rifugio Mondovì mai così vuoto e abbandonato iniziamo in sei l'avvicinamento alla grotta, guidati da un Mecu in grande forma; seguono un Nicola (i ricercatissimi talenani) in scarpe da ginnastica in quanto presentatosi con due scarponi sinistri, un Loco in mocassini, avendo scordato i suoi, destri o sinistri che siano, a casa. In coda, di tutto muniti, Max, Tetteresa e Ube. Iniziamo piantandoci, complice un opportuno nebbione, in uno qualunque dei canalini che sovrastano il Mondovì, per poi ritrovare la giusta via e giungere all'ingresso tre ore dopo. Qui perdiamo Nicola, praticamente scalzo, saggiamente deviato verso la Capanna, e lentamente ci dirigiamo verso il fondo della grotta, recuperando per strada le corde che potranno servirci in fondo. Risolviamo facilmente i problemi esplorativi: il p.20 bagnato viene affrontato da Loco che in rapida sequenza, prima arma, quindi giunge di fronte a un piccolo sifone, termine dell'abisso, e infine riceve sulla pinna n.47 un masso, l'ultimo mobile di una grotta che ne presenta parecchi. Inizia un lento ritorno, convinti che gli ululati di Loco, che comunque saliva, fossero l'ultima disgrazia della giornata: quindi ci colse la piena, regalandoci una serie di verticali assolutamente balneari, non che lunghe attese a base pozzi che tuttora ci piace ricordare estatiche. Poco più in alto decidiamo prudenzialmente di lanciare Mecu verso l'esterno, con il compito di allertare il Soccorso, nel caso la serie delle sfighe non fosse terminata. Di qui la storia registra solo una lenta risalita, e un'ancor più lenta discesa, verso un Mondovì assai più popolato. Restano in sospeso alcune questioni: è da chiarire se il sifone sul fondo è tale o se lo era solo grazie all'improvviso apporto idrico; bisogna scendere il grosso p.15 posto una cinquantina di metri più in alto e raggiungere le finestre che guardano qua e là in svariati pozzi. Fatto ciò potremo finalmente dedicarci al ramo principale della grotta, che, iniziando con un traverso al fondo della galleria è piacevolmente fermo alla sommità di un p.100.

Lungo i pozzi ai "Grassi Trichechi" (foto G. Badino)

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A Khyber Pass

Igor Cicconetti

Premessa

      KP è la scritta che trovi a Belladonna.

      KHYBER PASS è parte di Piaggiabella, un luogo duro e crudo dove ogni metro esplorato è pieno di sudore e soddisfazione.

      Khyber pass è la porta dell'Afghanistan dove scorse la storia e dove forse scorrerà, ma anche luogo dove gli esploratori del mondo ipogeo hanno vagato e spero vagheranno ancora per molto tempo alla ricerca della porta perduta, quella per Labassa.

L'antichità

      La storia di KP nasce molti anni orsono quando, per arrivare a Belladonna, si passava dal basso, dalla Confluenza. Intrapresero quest'avventura speleo di diversa provenienza, Romani, Piemontesi e chissà chi altri. Fecero molto del conosciuto, anche se il rilievo si limitò ad alcune parti. Arrivarono altri esploratori cercando passaggi nel ramo che va verso "Erica della gran notte" con lo stesso sogno di sempre: arrivare sotto il Dorso di mucca e sfuggire dalla conca di PB e, chissà, congiungersi con la grotta della discordia.

La Storia contemporanea

      Per quanto mi compete, la conoscenza di questo lido esplorativo avviene in inverno nel '97 ad opera di chi c'era già stato. L'obiettivo della visita non lo ricordo, ma, dato il numero corposo dei partecipanti, divenne sicuramente più turismo che altro. In quella occasione, nacque il primo desiderio di andare più in là del rilievo, fermo su un banale restringimento. Nacque anche il primo toponimo "CIAO TOPONE" posizionato su un trivio (una via verso "Erica della gran notte", un'altra verso le nuove esplorazione, una terza che ancora non sapevamo).

      Successivamente lo sconosciuto percorso sotterraneo iniziò a prendere e riprendere forma, poiché molto di quello che stavamo visitando era già visto; così riaffiorarono nomi che ritornarono in grotta come le GINO BRAMIERI (stretta frattura che collega due interstrati) e altri ne nacquero come il DELIRIO, condotta discendente di diabolica bellezza. A "Ciao Topone" viene ritrovato un rametto ascendente con forte aria, terminante alla base di tre pozzi, di cui uno risalibile in arrampicata con insettini svolazzanti sulla sommità, tutto ciò ad indicare la vicinanza con il mondo esterno (anche le radio lo hanno confermato questa estate).

      Tutto questo movimento era stato corredato di disostruzioni e risalite le quali avevano portato anche al ritrovamento del famoso PIANTASPIT NELLA ROCCIA, lasciato per volere del Visconte a testimoniare chi di noi speleo fosse l'unto e quindi l'erede delle conoscenze di Piaggia Bella. Ciò fu anche corredato da un ottimo rilievo andato perso, forse per colpa del sottoscritto, forse per dispetto del Visconte per aver trovato il passaggio chiave in questo labirinto: il FAUSO SPACCIO. È l'ennesima frattura percorsa dalla corrente d'aria, che però fa qualcosa di strano. Nel percorrerla prima si filtra in uno scivolo in salita, abbastanza infernale, alto pochi dm è corredato

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di simpatici spunzoni che rendono "piacevole" la salita (ma ancora di più la discesa) chiamato TEMPIO MALEDETTO, poi seguendo l'aria, che ora viaggia, in orizzontale si arriva attraverso una strettoia ventosa ai RAMI DI JELL.

      Pochi metri e uno stop; un tappo di terra frena gli esploratori. Qui si ferma tutto per mesi. Passa il campo del '99 ed è ora di andare a Pippi ("Ma allora sei fissato!") ma le nubi sopra la Capanna ci fanno temere una piena improvvisa e allora, per non buttare via la domenica, tutti a scavare a KP. Un'altra domenica simile e via si passa, non si corre e si striscia ancora, ma si va. Ovviamente le punte si moltiplicano, all'inizio con i "soliti sfigati" (quelli del mio calibro) e, poi, trascinando pure speleo di più "grande fama" che armati di mazzette resero il ramo più fluido al passaggio.

      Oramai l'impermeabile si avvicinava e, con due comodi pozzi, che ora nomino LARA e LEO, e qualche saltino, il contatto tra le due rocce compare. Il nostro strisciare è finito, dissero i più. Il Visconte, però, volle metterci alla prova, per vedere se la nostra era tenacia o ingordigia di km di grotta. Così mise davanti a noi una strettoia senza aria (pochina, direi) ed un interstrato con aria poco transitabile. Sembrava tutto finito. Per fortuna non siamo super speleo e non abbiamo subito disarmato, lasciando ancora qualche chance ai prossimi. Dopo una punta subacquea in pieno scioglimento delle nevi, necessaria per allargare la strettoia, tutto tacque per un anno e più.

      Oramai tutto sembrava perduto, ma nella mente di qualcuno KP frullava ancora; e così via a trovare la prosecuzione, portandosi tutto per una eventuale disostruzione-risalita-traverso, per poi scoprire che il passaggio è quello ovvio: la strettoia che, senza acqua, non sembrava neanche ostica. E dopo? Si filtra tra calcare e impermeabile e si arriva alla base di un pozzo, con due risalite da fare, luoghi dove strisciare, massi instabili ecc.: cose da speleo, insomma.

      Ed ecco che, con una punta fugace con uno dei primi protagonisti di Khyber Pass, il Visconte si lascia andare regalandoci. Che cosa? Ve lo dico dopo. Prima voglio spiegarvi il perché di un toponimo. Il pozzo ascendente di cui prima si chiama CIMITERO DEGLI ELEFANTI, poiché si dice vi sia sepolto un certo Doppioni. Adesso vediamo cosa abbiamo trovato: un passaggino menoso, uno dei tanti, e poi la pietra rotola giù per lungo tempo rimbombando. Uno scivolo, sì, il LUNGO SCIVOLO NERO, dove il pavimento si allontana sempre più, per diventare una galleria (300m in tutto mi pare) con numerosi arrivi, qualche bivio e tanto di ruscello. Queste gallerie, le LKC, sono come un figlio per me, che le ho viste nascere dalla pancia della montagna.

      Punte successive hanno visto speleo diversi, ma, purtroppo, non troppi risultati hanno portato le risalite eseguite. Che fare ora? Io qualcosa in mente c'è l'ho, ma non ve lo dico: andiamoci assieme.

La Fatica

      Per arrivare in zona esplorativa ci si mette 3 orette, 1 per arrivare fino a Belladonna (andando lenti, lo so), 1 ora per arrivare in cima a KP e 1 altra per arrivare al fondo. Il dislivello non lo so, si entra dalla Carsena di PB per poi scendere, risalire fino all'ingresso, e di nuovo scendere 100 e più metri. Ma è stretto? Più fastidioso che stretto: ci passano quasi tutti.

La Speranza

      Labassa: chissà se ci riusciremo.

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Complesso sotterraneo di Piaggia Bella - I rami nuovi di Khyber Pass - sezione sviluppata

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Descrizione dei rami nuovi di Khyber Pass e commento al rilievo

Alberto Cotti

      Il rilievo che pubblichiamo oggi è un lavoro a più mani durato anni, come spesso accade in un gruppo speleo. Perso e ritrovato più volte, a tratti anche ri-rilevato per necessità, ha una forza emotiva particolare, perché riporta anche i dati raccolti da Trumun, ed è ancora un tuffo al cuore. Un bel ricordo.

      I rami nuovi che descriverò di seguito, si sviluppano a partire dal punto indicato con "-383" nel rilievo d'insieme pubblicato sul libro "Il complesso carsico di Piaggia Bella", fondo superiore dei rami di Khyber Pass (K.P.). Sul libro si può leggere "...si risale ancora fino ad arrivare ad una strettoia e ad una piccola galleria ancora da esplorare."

      Oltre a questo limite (denominato sul rilievo genericamente "strettoia") si accede ad un ambiente ampio, molto ampio, ma di altezza ridotta; si tratta di uno spazio interstrato, ricavato nei carbonati possibilmente per uno scollamento tardivo, dopo il ritiro della massa glaciale. La scarsa circolazione d'acqua ha poi debolmente approfondito questa struttura, creando degli angusti meandri in cui è possibile introdurre le gambe durante la progressione. Grossi ciottoli fluitati, di basamento impermeabile, (i mitici Tacchini) sono presenti in più punti.

      La risalita del "piantaspit nella roccia", che si apre nel soffitto di questo ambiente, non è altro che la naturale prosecuzione del vecchio meandro di K.P. a valle della "strettoia", il quale ha potuto ampliarsi notevolmente grazie all'apporto di acque provenienti da un grosso camino, ben visibile sul rilievo.

      Questa zona interstrato convoglia le sue acque in parte nel ramo "Gino Bramieri", tipica frattura tettonica rimodellata da poca acqua, ed in parte in un lungo tubo che si sviluppa per decine di metri, il "Delirio". Esso è a tutti gli effetti un tubo, fortemente inclinato, a tratti di dimensioni appena sufficienti per filtrare, che vede il suo attuale fondo in strettoia a laminatoio. Oltre la strettoia, ricordo la presenza di una piccola raccolta d'acqua. Ricordo Igor incastrato all'altezza della vita che, muovendo le gambe, sciaguattava in una pozza. Sarebbe necessario disostruire, ma il posto è un po' infelice.

      A pochi metri dalla partenza del "Delirio", in un piccolo slargo, ci si introduce nel "Fauso spaccio", che rappresenta il fondo dello stesso ampio interstrato che si incontra appena oltre la "Strettoia". Dopo pochi metri in salita, si abbandona finalmente l'interstrato per introdursi in uno stretto ambiente descrivibile con l'aggettivo di condottina, il "Ramo di Jell". Esso incontra, poco prima del pozzetto da 9 metri, un arrivo d'acqua che gli permette di aumentare le sue dimensioni. Da questo punto in poi assume le caratteristiche di piccolo meandro semiattivo, finché, giungendo ad un incrocio di fratture, si spalanca nei due pozzi da 25 metri. I pozzi in realtà sono il medesimo vuoto, ma diviso in due parti ben distinte da un grande tappo di frana. Al fondo delle due verticali, si scende in due sale contigue, ampie, la prima delle quali ricolma da massi di crollo provenienti dall'alto. Nella seconda, la "sala dell'impermeabile", si incontra per la prima volta il contatto fra il basamento ed i carbonati. Qui giunti, si filtra fra il contatto basamento-carbonati, strisciando per una decina di metri, fino a sbucare in una bella sala, in cui domina un ampio camino già in parte

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Complesso sotterraneo di Piaggia Bella - I rami nuovi di Khyber Pass - planimetria

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risalito. Questa è la sala del "Cimitero degli elefanti". Con una breve risalita ed un'ardita spaccata ci si introduce in un passaggio-strettoia, che conduce in pochi metri all'imbocco dello "Scivolo nero".

      Questo è uno degli ambienti più emozionanti dei nuovi rami. Al suo imbocco si presenta come un angusto passaggio ricavato nello spazio interstrato fra i carbonati ed il basamento, molto inclinato e pericoloso per la presenza di massi instabili. Nel giro di una decina di metri esso diventa più ampio, ed a metà circa del suo percorso è già un ambiente vasto, dove il soffitto gradualmente si allontana dal pavimento e i limiti laterali svaniscono nel buio. La parte terminale di questo scivolo è una grande sala con il pavimento ingombro da enormi blocchi di crollo, preludio della galleria che ne rappresenta la naturale prosecuzione

      La "galleria L.K.C.", quindi, nasce dall'estremo ampliamento dello "Scivolo nero"; anch'essa appoggiata sul basamento, è una classica grande galleria marguaresiana, dalla morfologia aspra e solenne della frattura tettonica. Diversi camini si aprono sul suo soffitto, alcuni molto grandi ed ancora da risalire.

      Il fondo attuale della grotta in questo punto è rappresentato da un piccolo sifone, al quale si giunge dopo aver percorso un meandro, in alcuni punti anche su due livelli, attivo e ben lavorato dalle acque ma di piccole dimensioni. Come si vede dal rilievo, esso corrisponde anche ad un brusco cambiamento di direzione rispetto all'asse della galleria principale.

Ingresso dei Grassi Trichechi (foto B. Vigna)

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Merlino Incantatore....

Max Ingranata

      Uno degli obbiettivi dell'estate 2001 è stato la rivisita del Merlino Incantatore. Domenica 8 luglio decidiamo di farci un giretto Cinzia Banzato ed io. La grotta si apre sul versante occidentale del dorso della Mucca già orientata nel vallone che scende al piano della Chiusetta. L'ingresso è uno sfondamento nella terra seguito da una decina di metri di meandro con evidenti segni dì disostruzione, subito dopo un pozzo con partenza stretta di una trentina dì metri armato a spit però ormai marci (siamo costretti a sostituirne un paio). A seguire un saltino di 6 m e poi una galleria che porta alla sommità dell'ultimo pozzo (P.12). L'ambiente è di dimensioni notevoli, qui troviamo armata una risalita che comunque chiude. Scendiamo il pozzo ancora armato arrivando nella galleria finale, la percorriamo per circa quaranta metri, il nostro obbiettivo è dare un occhiata alla saletta di fango finale (-82) Le alluvioni passate non hanno cambiato nulla anzi forse hanno peggiorato la situazione (quintali e quintali di fango): a parere nostro non vale la pena di scavare. Dando un occhiatina alla galleria a monte decidiamo di tornare in capanna recuperando la corda dell'ultimo pozzo.

 

...e Ghibli

Ube Lovera

      Ghibli è invece un buchetto anomalo, rinvenuto verso la metà degli anni '90 non lontano da Merlino, con qualche pregio e un unico difetto: chiude.

      È piazzato proprio dove il vallone di zona D interseca il sentiero per la Capanna, al termine dell'ultima scivolosa salita.

      Tra i pregi, il fatto che nonostante la sua quota relativamente bassa, circa 2200 m slm, e nonostante abbia sopra di sé tutto il Marguareis e decine di buchi soffianti, lui, l'infame, aspira comportandosi cioè da ingresso alto. Viene da sé che un buco così anomalo è comunque degno di attenzione e di periodiche rivisite. È dunque quanto abbiamo fatto nel corso dell'estate quando N. Milanese e Meo Vigna hanno sceso il primo breve salto (un p.15) e infilatisi nella successiva fessura verticale hanno potuto constatare che negli anni non si era allargata di un centimetro. Impossibile passare senza una lunga e indefinita disostruzione. Non resta che abbandonare la questione e dedicarsi a buchi migliori. Che per fortuna non sono mancati.

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Le colorazioni del Solai e del Gachè

Bartolomeo Vigna

      Premessa

      I risultati che si ottengono con l'esecuzione di test con traccianti artificiali sono molto utili per verificare le attuali direzioni del flusso sotterraneo ed i collegamenti esistenti tra il punto di immissione e quelli di controllo. In genere i dati che si ricavano dai tracciamenti vengono utilizzati per la comprensione e la descrizione di quel dato sistema carsico, ma pochi sono gli utilizzi diretti ed immediati che si possono ottenere. Questa estate, invece, la colorazione effettuata all'Abisso Solai ha fatto risparmiare numerosissime ore di scavo nella frana terminale della cavità, dimostrando l'esistenza di un collegamento diretto con l'Abisso della Filologa, posto ad alcune centinaia di metri di distanza. Al contrario, le nostre fantasiose teorie, ipotizzavano l'esistenza di un terzo collettore che dal Solai si dirigeva verso la zona D e Labassa e la cui presenza è stata del tutto esclusa dopo il tracciamento.

      Occorre però evidenziare una cosa molto importante: l'acqua spesso segue delle vie giovani, poco carsificate e con percorsi attuali che possono essere molto diversi dalle antiche vie di drenaggio. Non bisogna quindi lasciarsi unicamente condizionare dai risultati che si ottengono dalle colorazioni: le esplorazioni delle antiche vie fossili, sovrapposte ai rami attivi, spesso dimostrano esistenza di una rete carsica molto diversa dall'attuale (alla faccia degli idrogeologi). Non si può quindi escludere che dal Solai qualche condotta ci conduca verso inaspettate frontiere.

      Ancora una precisazione sull'esecuzione di un tracciamento: prima del test si fanno delle ipotesi sulla direzione e sulla velocità del flusso sotterraneo, che spesso sono molto diverse dalla realtà. Quindi bisogna avere molta pazienza, i captori devono essere sistemati in tutti i punti possibili di controllo ed essere recuperati anche in tempi molto lunghi, soprattutto durante i periodi di magra, quando il flusso sotterraneo è molto lento, anche in corrispondenza di grossi condotti carsici.

      Le colorazioni

      Durante i campi estivi effettuati dai diversi gruppi speleologici che operavano al Marguareis, sono state realizzate due interessanti colorazioni per acquisire ulteriori informazioni relative alla circolazione idrica profonda del sistema carsico della Foce (Complessi di Piaggia, La Bassa, F5, ecc.). Per evitare possibili interferenze tra un test e l'altro, operando nel medesimo sistema, sono stati utilizzati due differenti coloranti: il Tinopal CBS-X e la comune fluoresceina.

      Nel ramo Vacanza, importante arrivo che confluisce nel settore terminale dell'abisso Gachè, Gianni Guidotti e compagni, hanno immesso 2 kg di Tinopal in un piccolo corso d'acqua che scompare, dopo un pozzo profondo 80 m, in una fessura intransitabile.

      I captori sono stati posizionati sia in Piaggia Bella (nei Reseaux e nel collettore principale), sia alle sorgenti dell'Ellero (Sorgente di sinistra captata dal Rifugio Mondovì e sorgente del Pis).

      Il recupero dei captori è stato effettuato dopo circa una settimana a Piaggia Bella e dopo un mese alle Sorgenti dell'Ellero.

      Le successive analisi, eseguite con l'ausilio di un fluorimetro da laboratorio, hanno dato esito positivo per i captori delle Sorgenti dell'Ellero (molto positivo quello posizionato alla sorgente di sinistra, appena positivo quello della sorgente

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del Pis che era all'asciutto al momento del suo recupero, a causa di una notevolissima diminuzione della portata della emergenza). I captori di Piaggia Bella sono invece risultati del tutto negativi.

      La colorazione conferma, come già evidenziato da altri due precedenti test effettuati nel ramo principale dell'Abisso Gachè, che il drenaggio sotterraneo attuale si dirige verso le sorgenti dell'Ellero mentre solo le vie fossili si collegano con il sistema di Piaggia Bella.

      Nel corso d'acqua principale dell'Abisso Solai (portata di ca. 2 l/s), che sparisce in corrispondenza di una ciclopica frana sul fondo della cavità, sono stati immessi 2 kg di fluoresceina, per verificare l'esistenza di un ipotetico terzo collettore parallelo ai rami terminali di PB e della Filologa.

      I captori sono stati ubicati nell'Abisso della Filologa (in corrispondenza dell'affluente di destra dopo il P.50 ed in prossimità del sifone finale), a Labassa (in diversi settori della cavità) e presso la sorgente della Foce.

      Il recupero dei captori è stato effettuato dopo 6 giorni alla Filologa, dopo 3 e 7 giorni a Labassa e dopo 30 giorni alla sorgente della Foce.

      Durante l'uscita per la raccolta dei captori posizionati nell'abisso della Filologa, è stata osservata una evidente colorazione delle acque sia nel tratto a monte del P.50 (piccolo corso d'acqua proveniente da una ciclopica frana in destra galleria), sia nell'affluente di destra dopo il P.50.

      I captori raccolti a Labassa sono invece risultati del tutto negativi. Prima di trarre fantasiose ipotesi su tali risultati occorre evidenziare che i captori in Labassa sono stati raccolti dopo pochi giorni dall'immissione del tracciante, quando questo stava ancora transitando nell'abisso della Filologa. Purtroppo il recupero dei campioni è stato condizionato da problemi logistici, essendo terminato il campo degli speleologi liguri che controllavano il tracciamento in questa cavità.

      Anche i captori della Foce, raccolti dopo un mese sono risultati negativi ma anche per tale risultato si possono trarre alcune conclusioni:

·

durante i periodi di magra, come quello dell'estate 2001, le portate sono molto ridotte e le velocità del flusso sotterraneo risultano essere molto lente, con elevata dispersione del tracciante nei tratti sifonanti;

·

i captori non sono stati analizzati con il fluorimetro e quindi una possibile bassa positività non può essere rilevata.

      Nei primi giorni di settembre è stata osservata da speleologi, ignari delle colorazioni effettuate al Marguareis, una strana opalescenza del fiume Tanaro nella zona dei Ponti di Nava, che potrebbe essere legata all'arrivo del tracciante molto diluito.

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Ombelico del Margua

Pierangelo Terranova

      Nota dell'Autore: poiché da plurime parti si accusano i miei articoli di essere - invero - inintelligibili ai più per abbondanza di citazioni di nomi, fatti e luoghi tribali del GSP & Compagnia Bella, ho aggiunto per il lettore forestiero e/o sprovveduto abbondanti note a piè di pagina, tali da spiegare almeno in parte origini, significati e significanti del nostro linguaggio.

Vorrei una discoteca labirinto
Bianca senza luci colorate
Lunga un centinaio di chilometri
Dalla quale non si possa uscire

      E così Capitan Findus Karrieri1 arruola l'ultima punta di fine anno, in alcuni freddissimi giorni di dicembre: una bella & tosta punta mistoglaceè torinimperiese2. I ricordi sono compresi nel prezzo?

      Oltre che tosta, la punta si rivela meno numerosa del previsto e come al solito di giovanissima età - per il contemporaneo marcimiento defezionista di ChiccoCuletto3, U. Loverartwingo il Gaudente4 e della coppia d'assi Donda e Deboruccy5. Buon panettone ai pagghiazzi che non sono venuti...

Quasi quasi lo farei,
quasi quasi dimmelo
quasi quasi ti ho tradito
e mi sono divertito

      Ma procediamo con ordine.

      Comunque fanno male a non venire perché la Ttrimurti BrahmPiero6, ShivaTierra7 e VisnUbe8 invece ci va. Tale Ospizio (128 anni in tre...) è appena appena stemperato dalla presenza, in ordine di età, del sergente Nik9, di Frankie LowNGi10 (ed anche HiDisAge) e soprattutto di Valdy Samuntha11 che con la sua giovane età, il suo florido portamento iniziale (meno florido dopo...) e l'acerba tecnica non ha fatto che rallegrare la punta ai tre Grandi Vecchi di Merda....

      Ci accompagnano inoltre due "tute blu" Imperiosi, Luciano Sasso & Amica, eventuali garanti dello "statu quo". Dove stiamo andando, lo avrete capito leggendo il titolo dell'articolo: alla Chiusetta, no? Per filmetto ed una guardata generale a quella che è subito entrata nel mio cuore, per fascino e charme, come My SecondPB: la Zia Bassy...

      Ma procediamo con ordine.

      "Tocca annà determinati"12 fino ad una Carnino livida di neve gelata e brillante di un sole che in questo periodo batte inclinato due gradini più su del paese, sfiga. È una parola, determinati.

      Il Più Determinato di Tutti indovinate un po' chi è?

· Forse Ube, che sgrinfia il barbetto caprino e calza il piumino?

· Forse Sam, che sbarra gli occhioni e già ci ha i geloni?

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· Forse Franz, che per il disagio si sente un randagio?

· Forse Nik, che si fa di EmmeEsse e le calze le ha spesse?

· Forse Tierra, che sogna un tango galante ma col fiato pesante?

      Ovviamente, No.

      Altrettanto ovviamente è la presenza del Capitano quella che ci sprona celermente verso il monte, il gelo, la gloria, forse il ridicolo, perché se restiamo chiusi dentro per neve sai che storia?

      "Tanto - come ci ha assicurato Carrieri - non c'è neve anche se farà freschino...."

      Bedeschi e Rigoni-Stern si entusiasmerebbero a questa mini-replica dell'Avanzata di Russia.

      La Chiusetta, in questo periodo dell'anno, è una simpatica conca carsica in cui si accumula la neve di tutto il versante Sud del Marguareis e di quello Nord del Ferà. Spirano amabili venticelli e la temperatura è considerata mortale per i pinguini. È circondata da superbi karren verticali mirabilmente festonati da placche di ghiaccio.

      Per raggiungere l'Ombelico, lo speleo alto e possente può quindi arrampicare con divertimento su misto con zaino speleo d'ordinanza sulla schiena, mentre il più nanetto può risalire con le racchette da neve splendidi pendii di farinosa al ginocchio dello speleo. Dello speleo alto e possente, quindi per lui al collo: oops! Già, dimenticavo: dove scrivo racchette, trattasi di piedi...

      Il Freddo è Veramente Porco, Maiale Becco e Begalino. Una cosa mai sentita in faccia, diciamo una menoquindicina, che sbianca barbetti caprini, fa piangere occhìni, intirizzisce terroni, intimorisce piedoni. "Ma Carrieri no" - come dice la canzone.

      Franz, per il Disagio, telefona piangendo sul cellulare alla mamma.

      ... E comunque con 'sto cazzo di freddo, procedendo con buon ordine, Carrieri o non Carrieri, la bella puntina si precipita letteralmente urlando sotto terra, al riparo. l'Ombelico è un bellissimo piccolo abissetto, addirittura discretamente caldino, con pozzi brevi ed ampi ben armati e divertenti meandrini mai spaccapalle. Ce lo descrivono (info: LucyStone13) inoltre relativamente stabile ed inoffensivo quanto ad acqua sui pozzi.

      Se desiderate anche due canne già pronte al Campo Base non avete che da dirlo...

      Il caro abissetto Tranquillo&Felice, infatti, conduce graziosamente in una galleria di LB, a dieci minuti dal Campo Base più esterno, lì dove per andare prima ci volevano sei ore di cui tre da piangere. E se ve lo dice Carrieri, cumpà, c'è da crederci.

      La galleria di LaBassa, si che me la ricordo però! Si tratta del Grande Cocomero, un posto che in altre parti si chiamerebbe, con termine geologico, SuperFantastiSalone ma che lì è solo una galleria fra tante. È un ambiente maestoso e familiare, ma così familiare, così tanto familiare da sentirsi come a casetta nostra dall'altra parte del pratone. Per intenderci. "ciao Zia Bassy, mamma Pibby sta int' all'altra stanza?".

      E così ci siamo dati uno sguardo in giro, procedendo con ordine. Per gallerie, naturalmente.

      "Il Capitano diede l'ordine di risalita ed attacco alla galleria, ma non come uno di quei vili damerini che tanti bravi ragazzi immolarono sul Pasubio o sull'Ortigara, ma con l'esempio della sua eroica persona in prima fila. Il Tenente Vacchiano, invece, faceva paura solo a vederlo, ma il Capitano ci esortava sulla ripida parete: "vada avanti Vacchiano! all'attacco sul fianco Lovera! Terranova, se indietreggia di un

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metro l'aspetta il plotone dei Carabinieri una volta ad Udine!"

      (da P. Terranova, Memorie Postume di un Ardito della Grande Guerra, in corso di pubblicazione presso editore da definirsi).

      Insomma arrampichiamo con varie ed ardimentose tecniche scivolosissimi scivoli fino ad una galleria sospesa fiorita di aragoniti. Ampio sifone di sabbia ed oplà eccoci senza fatica ad un passo da PB, da una delle mille possibili giunzioni, perché secondo me tante ce ne sono.

      Di tutto ciò, nonché dell'immacolato stato dei luoghi, il Capitano ha preso documentazione fotografica e filmica accurata.

      Dopodiché, da buoni GSP spacchiamo tutto, non tralasciando di scarburare sulle eccentriche, cagare nel laghetto cristallino e fare la solita grande scritta in rosso indelebile con SUCA 23-12-01. .... Scendiamo di nuovo giù sulla galleria principale con una "novissima edizione delle Comiche Finali, Piramidi Umane e Gitane Barbone che Cantano".

      Il Capo Doma i Leoni.

      Ce n'è ancora per un giretto verso l'a-monte; altro filmetto e tutti a tremare in un secondo Campo base contenuto in un gallerione a pressione pazzesco, che avremmo dovuto vedere meglio, ma per noi vedere un campo ben fatto è ancora meglio del meglio! Ci ficchiamo dentro senza sacco a pelo e patiamo il patibile, restando a contarcela mentre i denti fanno le nacchere.

      Il ritorno è abbastanza tranquillo, anche se SuperCiuk14 soffre un po' la presenza di così tanti bei ragazzi che la distraggono dalle tecniche di risalita: quel Carrieri è simpatico anche se le fa un po' fretta, quel Franz le esibisce in continuazione gli occhi dolci ed i piedi in tasca, quel Nik si dimostra più degli altri alla sua altezza, quell'U.Lovera ammalia le femmine come un crotalo... ma, veramente, se deve proprio dirlo, è soprattutto quel Tierra che lei trova assolutamente uno s-t-r-a-f-i-c-o....

Quasi quasi non ti ascolto,
quasi quasi ho il vomito
quasi quasi esagero
se mi sopravvaluto

      Il pensiero costante è un po' il Gelido Fuori: che tempo troveremo? Ci aspetta un bel Natale "chiusi per neve", o magari anche un Capodanno? O una Befana? Carrieri elabora strategie di ritorno via ingresso di LaBassa ( "otto-nove ore, correndo") che implicano la morte per sfinimento del Tierra. Ipotesi spiacevole, lo ammetterete anche voi.

      Di certo, se ha nevicato, di lì non ce ne andiamo: infatti ci siamo chiusi la botola alle spalle e questa non si aprirà mai più se caricata da uno spesso strato di neve polverosa sopra. Siamo tutti Esperti Nivologi e sappiamo che sarà sicuramente così.

      Ed è sempre così che, quando appesi precariamente all'armo in due, scoperchiamo 'sta kazzo di botola che non voleva aprirsi mai più perché chiusa da un sottile strato di neve ghiacciata sopra, siamo tutti mooooolto più contenti e sempre più Esperti Nivologi...

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Quasi quasi ascoltami,
training autogeno,
quasi quasi mi sollevo
senza nessun aiuto

      Di più, sulla bellagìra15 al Cuginetto Ombelico ed a Zia Bassy non saprei raccontarvi. Che io ve lo descriva da un punto di vista esplorativo e geologico è fuori luogo. Sarebbe come costringere M. Ingranata16 a fare il baccaglione17: non riusciremmo a mettere assieme le tecniche per farlo neanche volendo.

      C'è sicuramente qualcuno che lo sa fare molto meglio di noi, il geologo ed il baccaglione...

      Rimando però il lettore appassionato ad alcune fonti bibliografiche: innanzitutto una chiacchierata con CapitanCarrieri che spero voglia fare uno specifico "Mercoledì Culturale" sull'argomento, poi gli ultimi articoli apparsi su Speleologia a cura degli Imperiesi e l'ultimo bollettino dei Nizzardi a cura di un Giovane Francese che ecco, insomma, non ricordo il nome18...

      Schizziamo a Carnino con le palle infine domate e tenute insieme dal ghiaccio, dove troviamo una scritta di una altra punta di Talebani (Athos ed Aziz19, giro al Canyon Torino, ore 1.45 di notte. A proposito, complimenti ma... saranno tornati?), una discreta temperatura di soli menocinque ed un fantastico assortimento nelle autovetture di liquidi reidratanti mille gusti in versione granita, da far invidia ad un chiosco di Palermo. Noi chissà perché preferiamo doppie cioccolate con panna e vin brulè ed andiamo a Torino cuntent e tremant, sognando sognando sognando....

Vorrei una discoteca labirinto
Bianca senza luci colorate
Lunga un centinaio di chilometri
Dalla quale non si possa uscire
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1 - Trattasi di Giampiero Carrieri, ben conosciuto da tutti, detto anche "Speed" o BrahmPiero"; per potenza, infatti, incarna sicuramente Brahma nella Trimurti.

2 - La Chiusetta, 8 dicembre 1990...

3 - Trattasi di Massimiliano "M. Ingranata" Ingranata, colonna del Soccorso Speleo e noto timidone, più volte indicato come Chicco da Culo per il suo aspetto piacente, liscio e roseo, che aveva turbato più di un irsuto pastore pakistano durante una spedizione GSP in quei luoghi lontani e privi di femminazze...

4 - Trattasi di Alberto Ubertino da Biella, architrave del Soccorso Speleo e per un kazzo timidone, valoroso past-president della 1.a Zona ed anche valoroso ex-sposino. Ora è un marcione tremendo...

5 - Trattasi di Riccardo Dondana da Biella e Deborah Alterisio da Imperia, Forti Giovani Speleologi Occidentali, una delle coppie trasversali del momento. Vanno in grotta con Guidotti e - se non si mollano prima - sentiremo ancora parlare di loro.

6 - vedi nota 1

7 - Trattasi di Tierra.

8 - Trattasi di Ube Lovera, un altro che come Carrieri non ha grande bisogno di presentazioni.

9 - Trattasi di Nicola Milanese da Torino, Forte Quasi-Giovane Speleologo Piemontese (Categoria "Solitari"), noto per il suo carattere ombroso, i suoi piedini delicati, e la sua nomina a futuro presidente Gsp.

10 - Trattasi di Francesco "Franz" Vacchiano da Torino, Forte Quasi-Giovane Speleologo Piemontese (Categoria "Accoppiati"), noto per il suo carattere parassitoso, i suoi abiti stracciati e la sua nomina a ex-presidente Gsp.

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11 - Trattasi di Samantha Favre da Issogne, Quasi-Forte Giovane Speleologa Valdostana (Categoria: "A Volte Accoppiati, A Volte No"). Ogni altro commento potrebbe essere fatale...

12 - detto da Valerio di Roma, Forte Giovane Speleologo Romano, più conosciuto per essere il Fidanzato di Valentina. Nella lingua tribale Gsp, l'espressione indica che la persona è animata da Incrollabile Volontà Esplorativa. "Se famo ddu fili/ddu spaghi/ddu avvorgibbili", anche questa di chiara origine romana, stà ad indicare esattamente il contrario...

13 - Luciano Sasso da Pietra Ligure del GSI, colonna della speleologia ligure. Conosce LaBassa come le tasche delle sue fidanzate .

14 - vedi nota 11.

15 - Trattasi di parola gergale della sub-cultura contadino-conservatrice piemontese per "bel giro".

16 - vedi nota 3.

17 - Trattasi di parola gergale della sub-cultura metropolitan-alternativa torinese per "dongiovanni, play-boy, latrin lover".

18 - Trattasi di un Giovane Forte Speleologo Francese di cui non ricordo il nome....

19 - Trattasi di Athos ed Aziz, Forti Giovani Speleologi della Tribù Alleata dei Giavenesi.

20 - Le liriche sono dei Subsonica, "Disco Labirinto", dal cd Microchip Emozionale: altro Grande Gruppo Torinese.

Ma sarà vero? (foto F. Vacchiano)

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Balme del Pinerolese

Adriano Gaydou

      Nelle valli del Pinerolese (Pellice, Chisone, Germanasca e Angrogna), ho cercato di documentare il maggior numero possibile di cavità, legate a riferimenti storici, preistorici o anche solo a leggende locali. Queste Valli alpine sono ricchissime di storia, troppo spesso dimenticata o travisata, dall'italica storiografia ufficiale. Inoltre, tolte le cavità più note (Gheisa d'la tana, Bars d'la tajola, Balm Chanto, ecc.), che non citerò per non ripetere cose già dette e scritte, solo raramente esiste una documentazione scritta, dato che la memoria viene trasmessa quasi sempre oralmente, secondo la tradizione.

      Un altro aspetto della trasmissione culturale, specialmente preistorica, si ottiene con le incisioni rupestri che sovente si trovano all'interno o nelle vicinanze delle balme, permettendo, sia pure con estrema difficoltà di capire i messaggi lasciati dai nostri lontani antenati.

      Da non dimenticare però, che la tradizione dell'arte rupestre si tramanda senza soluzione di continuità, dal neolitico fino ad oggi.

      Non spaventatevi se, nella toponomastica, userò spesso la lingua pâtois occitana che, fortunatamente, viene ancora parlata dai valligiani, ma ritengo che l'uso della nostra lingua sia corretto in quest'ambito.

      Queste balme sono state utilizzate dall'uomo fin dal neolitico (non vi sono tracce, al momento, di frequentazione da parte dei paleolitici), che in esse ha trovato rifugio e protezione. Infatti le prime tracce umane, risalenti all'eneolitico, le troviamo nella Balm 'Chanto, in Val Chisone. Successivamente, con l'inizio dell'era del ferro, giungono dal Nord le prime migrazioni celtiche, che lasceranno sulle rocce delle balme, moltissime tracce della loro cultura (tra le tante, la grotta della Ciumera, vicino a Cantalupa).

      Dopo la battaglia di Poitiers (732 d.C.), quando Carlo Martello sconfisse i saraceni, un piccolo gruppo di marocchini in fuga, trovò rifugio in Val Pellice, più esattamente nella zona di Bobbio Pellice, ove costruì alcune borgate, utilizzando anche alcune balme locali (barma da mount ed il forno saraceno di Sarzenà).

      Verso l'inizio del 1300, giungono dalla Francia le prime migrazioni dei Valdesi che, per sfuggire alle persecuzioni della chiesa cattolica, si rifugiarono in queste valli, ma le persecuzioni religiose continuarono anche qui, al punto che, tra il 1400 ed il 1700, vi furono numerosissimi episodi bellici tra i Valdesi e le truppe franco-piemontesi. In questo contesto storico le balme, nascoste sui monti, servirono come rifugio alle popolazioni civili, per sfuggire alle soldataglie nemiche e soprattutto come basi per la guerriglia valdese.

      Durante la seconda guerra mondiale, le balme furono nuovamente utilizzate come nascondiglio e base operativa dalle formazioni partigiane che, dall'alto, controllavano i movimenti dei nazi-fascisti, pronte all'attacco, contro di essi.

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Balma Biava

Comune: Bobbio Pellice (TO) - Val Pellice

Carta IGM: 67 III NE      coordinate 32T LQ 5224 6376      quota 737 m slm

Litotipo: micascisti e gneiss minuti

      Itinerario

      Lasciata la macchina alla frazione Garnier di Bobbio Pellice, dirigersi verso il canalone che scende dal monte.

      La balma è ben visibile, alla base della parete, sul lato destro orografico, del canalone stesso.

      Descrizione

      L'origine di questa balma, è dovuta al collasso gravitativo, degli strati rocciosi, scollati dai fenomeni di gelifrazione. Il litotipo locale è caratterizzato da micascisti e gneiss minuti. Il piano di calpestio della balma, è stato spianato con terriccio di riporto ed un muretto a secco è stato eretto sul bordo verso valle.

      Attualmente la balma è utilizzata come deposito di alveari.

BALMA BIAVA (Com. Bobbio Pellice) - rilievo

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Balmo d'Plancio

Comune: Maniglia (TO) - Val Germanasca

Carta IGM: Perosa Argentina 67 IV NE      32T LQ 4942 7909      quota 1030 m slm

Litotipo: micascisti e gneiss minuti

Note: fila di massi a sostegno di una copertura

      Itinerario

      Dal parcheggio della borgata Plancia, imboccare il sentiero, che costeggia gli orti, verso E. Superato il secondo cancelletto, che chiude gli orti, seguire ancora il sentiero per pochissimi metri, quindi raggiunti dei grossi massi, scendere per circa 10 m. Il riparo sotto roccia è alla sinistra di chi scende.

      Descrizione

      Si tratta di un riparo, di origine tettonica, dovuto allo scollamento ed al successivo crollo degli strati rocciosi, il cui litotipo è formato da micascisti e gneiss minuti.

      Le dimensioni sono di 4,70 m x 2 m in pianta con un'altezza di 1,70 m.

      Sul lato verso valle, una fila di massi, accatastati con ordine, fa pensare ad un appoggio per pali di sostegno ad una copertura, onde ottenere un riparo contro le intemperie.

      Comunque, si tratta sicuramente di un riparo usato saltuariamente, forse per cacciatori o boscaioli, dato che al tetto del riparo non vi sono tracce di fuliggine, che facciano pensare ad un uso stabile.

      Questo riparo, si trova a pochi metri di distanza dallo "pseudo" dolmen di Plancia, denominato Roccio dâ Diaou; inoltre in zona vi sono numerose testimonianze d'arte rupestre preistorica, che fanno pensare ad un antico insediamento di montanari.

BALMO D'PLANCIO - rilievo

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Barma da Mount

Comune: Bobbio Pellice (TO) - Val Pellice

Carta IGM. 67 III NE      coordinate 32T LQ 5113 6421      quota 1036 m slm

Litotipo: gneiss ghiandone

      Descrizione

      La Barma da Mount, è un riparo sotto roccia che si apre negli gneiss della valle, a poca distanza dalle frazioni di Sarzanà (poco al di sopra di Bobbio Pellice ).

      Sulla carta al 1.50.000 (Monviso) la troviamo, con il nome errato di Barma d'Aut, la quale si trova invece molto più in alto, nel vallone di Subiasc.

      Un piccolo muro a secco, sul lato S dell'entrata, ne indica un'uso antropico, nei tempi passati, anche se si può escludere l'uso abitativo, non essendoci tracce di fuliggine, sulla volta.

      Forse era usata saltuariamente come ricovero, per cacciatori o come ovile.

      A circa 5 m. verso S, vi è un'altra piccola balma, aperta lungo una breve faglia, orientata a 106° (lunga 4,8 m, alta 1,5 me larga 0,70).

      Oltre a ciò, ad una decina di metri dalla balma principale, sul vertice di uno sperone roccioso prospiciente la valle, vi è un piccolo menhir, formato da una lastra di gneiss tenuto in piedi da due grossi massi, disposti alla sua base e, tra il menhir e la parete rocciosa della balme, corre un muretto a secco, che funge da spartiacque (antico confine di proprietà?).

      Considerando che in zona vi sono numerose tracce di antiche popolazioni pre-romane, di probabile etnia celtica (prima) e che poi, verso l'800 d.C. si instaura una piccola comunità saracena e quindi, dopo il 1200 d.C. si instaura anche l'attuale comunità valdese, potrebbe essere interessante studiare l'uso di questo sito e la sua storia.

BARMA DA MOUNT (Comune di Bobbio Pellice) - rilievo

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Barma dar Loup

Comune: Torre Pellice (TO) - Val Pellice

Carta IGM: Torre Pellice 67 II NO      Coordinate 32T LQ 5792 6699      quota 1130m slm

Sviluppo: 15 metri

Litotipo: micascisto grafitico con lenti in sismondina, di colore nero-bluastra

      Itinerario

      Risalire la strada asfaltata, con moltissimi tornanti, che porta al Colle della Sea, fino a raggiungere la vecchia strada sterrata, che scende nuovamente a Torre Pellice. Seguirla fino a raggiungere le pareti rocciose, che la fiancheggiano.

      La grotta è ben visibile pochi metri al di sotto del bordo stradale, alla base di uno sperone roccioso.

      Esiste la possibilità che questo riparo sotto roccia, sia stato utilizzato in tempi preistorici, da cacciatori o pastori (cfr. Survey N.3-4 1987/88, del CESMAP di Pinerolo) mentre, durante la guerra di liberazione antifascista (1942/1945) essa è stata utilizzata come ricovero per i Partigiani delle formazioni Giustizia e Libertà.

BARMA DAR LOUP (Comune di Torre Pellice) - rilievo

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Grotta di Costa Chiosa

Comune: Angrogna (TO) - Val d'Angrogna

Carta IGM: 67 II NO      Coordinate 32T LQ 5741 6758      quota 1112 m slm

Sviluppo: 7 metri

Litotipo: gneiss ghiandoni

      Itinerario

      Seguire la strada che, partendo da Chiot d'Aiga (Val d'Agrogna) raggiunge prima la borgata di Serre Malan e poi case Airetta. Continuare fino ai tornanti sotto case Rousseng. Da questo punto, scendere il sentiero abbandonato, che porta a case Augiard.

      All'inizio del sentiero, vi è un grosso masso, strapiombante sulla valle, che porta incise molte croci coppellate, di origine preistorica.

      Dato lo stato di abbandono, il sentiero è intasato da fitti rovi ed interrotto in alcuni punti da frane instabili e pericolose. Raggiunto il Coulòu d'la Coutiglira, scendere con precauzione, fino alla base di una parete liscia ed inclinata, ove si trova questa grotticella, di origine tettonica.

      L'area in questione è caratterizzata da gneiss ghiandoni e porfiroidi biotitici.

      Note varie

      Questa grotticella è stata segnalata dai prof. Jalla e Coisson, durante uno studio archeologico da loro svolto in questa zona nel 1964.

GROTTA DI COSTA CHIOSA - rilievo

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Balma Roca d'j Bandì

Comune: Rorà (TO) - Val Luserna

Carta IGM: Torre Pellice 67 II NO      coordinate 32T LQ 5900 6244      quota 995 m slm

Litotipo: gneiss di Luserna

      Itinerario

      Dal paese di Rorà (in Val Luserna), prendere la strada, di fronte al municipio, che si dirige verso destra.

      Questa strada è in parte asfaltata e poi sterrata, fino a ridursi ad un sentiero semiabbandonato, che porta in direzione della Roca d'j Bandì. Volendo, si può salire anche dal fondovalle, partendo da case Franchino e seguendo il sentiero che costeggia il canalone del rio Pissai (lungo e ripido). Sulla carta 1.50000 Monviso, la grotta è come al solito posizionata in modo errato, vicino al cimitero di Rorà, sulla Roca d'le Fantine (sito archeologico e sede di leggende locali). Come non bastasse, il nome è stato ... italianizzato come Balma Rora di Bandì, invece di Balma Roca d'j Bandì (Rocca dei Banditi) ma, del resto, non si può pretendere anche la conoscenza della lingua occitana.

      Note storiche

      Durante le guerre di religione, a cavallo tra il 1500 ed il 1600, questa grotta era uno dei rifugi preferiti da Josuè Janavel ed i suoi compagni di lotta. A quei tempi, Janavel aveva organizzato in valle un gruppo di guerriglieri (denominati "gli invincibili") estremamente efficienti nel contrastare le aggressioni militari, promosse dalla chiesa cattolica e dirette dal marchese di Saluzzo, insieme al Conte di Luserna.

      Da questa balma, gli invincibili potevano facilmente controllare gli spostamenti delle truppe nemiche, in fondovalle, ed organizzare rapide imboscate.

      Descrizione

      Si tratta di una tipica balma di origine tettonica, aperta nello gneiss denominato "Pietra di Luserna".

BALMA ROCA D'J BANDÌ (Com Rorà) - rilievo

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Tetoun d'la Maitasso

Comune: Pramollo (TO) - Val Chisone

Carta IGM: Punta Cialancia 67 IV SE      Coordinate 32T LQ 5738 7411      quota 932 m slm

Litotipo: gneiss minuti

Note. Presente arte rupestre preistorica

      Itinerario

      Superato Rue (sede comunale), seguire la carrozzabile che porta a Pramollo. Raggiunto il tornante, poco prima di Tornini sup. ove si lascia la macchina, imboccare la strada che si dirige verso Pomeano e, superato il primo ponte, raggiungere un'antica mulattiera lastricata, che sale in direzione di Case Nuove. Risalirla fino a raggiungere il vertice di uno sperone roccioso, strapiombante sul rio Rusillard (Risigliardo).

      Sul vertice di questo sperone roccioso, denominato "lou têtoun d'la maitasso" (il tetto della grande madia), si trovano alcune incisioni rupestri, studiate dal prof. Silvio Pons, negli anni 20. Da questo punto, discendere nel bosco fino al riparo sotto roccia (la maitasso).

      Descrizione

      Si tratta del solito riparo sotto roccia, originato dallo scollamento e successivo crollo degli strati rocciosi.

      Il litotipo è formato da gneiss minuti psammitici grigi, amica muscovite e biotite, con pigmento grafitico.

      Nel punto più interno del riparo, al di sotto di uno stillicidio, vi è un piccolo... altare composto con massi accatastati, a secco (altare o punto di raccolta dell'acqua ?).

      Questa balma è soprattutto interessante per l'aspetto archeologico, sia del sito che dell'intera area circostante.

TETOUN D'LA MAITASSO - rilievo

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Corchia turistico: trent'anni dopo

Giovanni Badino

      Corchia turistico sì, no... Dopo l'incontro Corchia 2001 in rete SpeleoIt ci sono stati molti commenti sull'adattamento turistico di una grotta di tale peso nella speleologia italiana. Il tono era, spesso, perplesso ma a volte furente per il mutamento enorme che quelle gallerie avevano subito rispetto alla fruizione speleologica.

      Questi commenti mi parevano strani, poco centrati, e allora ho dovuto esplorare in me la mia posizione sulla cosa, e il motivo di questa sensazione di estraneità. Sono andato a toccare argomenti importanti e dunque ripropongo a Grotte un testo che ho appena ritoccato rispetto alla versione per internet.

      Sono un privilegiato. In quella grotta sono stato più di duecento volte, vi ho esplorato oltre venti chilometri di gallerie, un po' meno di metà verticali, se ben ricordo conti stesi quindici anni fa.

      Nelle gallerie degli Inglesi sono stato invece pochissimo.

      Il senso di violazione dovuto al turismo ipogeo io l'ho vissuto, ma tanti anni fa, e poco lontano. Quando avanzavo in gallerie dai fanghi immacolati e concrezionati e poi le ritrovavo spianate e piene di scarburate, scritte e pattumi vari. Quando con Ivano e Aldo sognavamo esplorazioni infinite in piani di gallerie interminabili che avevamo trovato e poi erano state invase dallo speleo-turismo. Quando il (bellissimo) libro di Vianelli e Sivelli aveva spiegato al popolo come fare la traversata proprio in quelle zone intonse. Quando avevamo trovato il cavo trifase che percorreva (e credo percorra tuttora) il Fighiera, con tanto di cassette di derivazione.

      Da allora ho preso coscienza, lentamente, che l'escursionista speleologico aveva ben pochi diritti di lamentarsi del turismo speleologico: turisti erano gli uni e gli altri. Che un conto era esplorare le grotte, un altro passarci una bella domenica, come molti hanno fatto, qui e là, anche durante Corchia 2001. Uno ha la luce in testa, l'altro no. E con ciò?

      È importante far notare che non sto sottolineando solo l'impatto ambientale (sporcare), ma proprio l'atteggiamento verso la grotta. Gli esploratori, anzi, hanno un impatto ambientale altissimo, molto maggiore di quello di qualunque turista e un tempo era anche molto peggio: il Fighiera è stato riempito di schifezze proprio da noi che lo esploravamo. Ora, d'accordo, ci stiamo facendo furbi, ma l'impatto rimarrà comunque enorme.

      Ma la differenza chiave è nell'atteggiamento diverso di chi percorre un enigma e di chi fa una visita.

      I turisti ipogei, con o senza luce in testa, quando percorrono una grotta per conoscerla fanno esattamente la stessa cosa. Non dico che sia male, sia chiaro, una parte sostanziale del mio tempo libero (ma ben raramente sottoterra) la passo a fare turismo. Ma che l'uno neghi i diritti dell'altro solo per via del casco mi sembra ridicolo. Va negato, ad entrambi, il diritto di demolire a piacere quei mondi, ma questo è diverso e ci suggerisce di colpire speleologi imbecilli ed adattamenti sbagliati.

      Due mondi? Ma dove, io ne vedo uno, quello del passarsi una "bella domenica".

      Proprio grazie alla mia posizione privilegiata, là sotto, avevo potuto per anni sdegnare le gallerie degli Inglesi, da me visitate (e in parte esplorate) per la prima volta entrando in scalette dall'Eolo, nel '71 Quelle gallerie per me sono diventate turisti-

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che nel 1972, non nel 2001: per questo da allora le ho sempre evitate con cura. Per questo non sono particolarmente impressionato da questo nuovo adattamento: da trent'anni una parte marginale del sistema era stata ceduta a fini escursionistici. Credo che gran parte di chi legge abbia fatto la traversata Eolo-Serpente. Io non l'ho fatta mai, avrei attraversato altre zone di turismo di massa.

      La traversata Fighiera-Serpente l'ho fatta due volte: una quando l'abbiamo trovata, qualche settimana dopo a documentarla. Fine. Mi sono dedicato ad altro. Anzi, proprio per venire incontro alle esigenze degli speleo super-escursionisti da record avevamo fatto la giunzione fra Fighiera e Antro del Corchia ma tenuto segreto da dove si passasse. Volete farvi Khayyam? Cercatevelo, forse vagando in quel labirinto capirete qualcosa di più significativo che la via di un primato.

      Ho ripercorso le gallerie degli Inglesi quando vi siamo andati in cerca degli ingressi super-bassi del Corchia, un po' sotto il Saragato, e poi un po' sul cosiddetto Fondo (senza stanarli: eppure credo ci siano).

      E poi ci sono tornato un'altra volta, nell'84: dovevo andare in solitaria da Fighiera al fondo e ritorno, ed avrei attraversato dal Fangaia alla Gronda, zone turistiche. Allora già in solitudine sono andato là dentro a pulire quel tratto di percorso dalle cicche e dalle cartacce, per poter passare senza dover pensare troppo alle orde di scout che ci venivano. E una settimana dopo (non un fine settimana per non incontrare umani) le ho attraversate. Anzi, in salita ci ho anche fatto un bivacchino, ero molto stanco. In un certo senso credo che in quella occasione si facessero vedere una delle prime volte, chissà.

      Due mondi? Due modi diversi di illuminarlo, ma sono lo stesso mondo. E in quel mondo che riunisce turisti con e senza luce in testa dobbiamo trovare le cose che danneggiano le grotte, e ridurle.

      Imparare non solo lo Sviluppo Sostenibile, ma anche la Rinuncia Tollerabile.

      Sono andato anch'io a guardare l'adattamento turistico. Prima di entrare ero così emozionato e spaventato che non riuscivo a parlare. Mi si mescolavano molti temi, dopo molti anni ritornavo davanti a quello che per me è Il Maestro, per fare una visita turistica nelle zone che un tempo rifuggivo, e altre cose ancora.

      Poi l'ho visto, una parte di me come "tecnico" controllando gli impatti e i dettagli, un'altra come speleo. Inevitabilmente facevo da guida agli altri, un po' sui dettagli dell'adattamento e delle sue imperfezioni, un altro po' su com'era la grotta prima. Stentavo a riconoscere i passaggi.

      Come molti, ho avuto un grande straniamento: io quella grotta non l'avevo mai vista. Volavo senza inciampi in gallerie molto più "turisticamente belle" di quanto avessi sospettato, in un giro turisticamente molto più valido di quanto avessi immaginato: pensavo a quante volte avevo sconsigliato quell'adattamento perché la grotta era sostanzialmente brutta. Molte, anche su queste pagine.

      Lo dico? Avevo una fruizione delle gallerie diversa, meno tattile ma più tridimensionale, comunque del genere di quella che è stata offerta da 30 anni all'escursionismo in quelle gallerie: diversa ma ugualmente interessante, e ugualmente minuscola.

      Volare su montagne è diverso che scalarle, ma entrambe possono essere cose interessanti.

      Ripensavo con compassione a quando, più di vent'anni fa, alle prime notizie di Corchia turistico avevo pensato di andare a demolire le stalattiti per distruggere il bene estetico che avrebbe spinto migliaia di persone nel territorio degli speleologi, dato che nella struttura del sistema esso mi pareva irrilevante. Quella stessa grotta

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mi aveva insegnato tante cose, poi, e quelle stesse stalattiti mi guardavano ora. Controllavo dettagli, possibilità di danneggiamenti da vandali.

      Quanta strada si deve fare per diventare speleologi? Chissà, ve lo dico quando arrivo.

      Quando si esplorano delle zone del pianeta, si chiamino Inglesi, Fighiera, Boy Bulok, Rio La Venta o Antartide, esse davvero si "aprono" agli umani, e dunque verranno sconvolte. Hai due scelte, credo:

 

1)

non dire assolutamente nulla. Ti esplori la grotta o la zona, e poi la richiudi. Richiuderla vuoi dir richiuderla, non "portarci solo amici scelti" perché a quel punto quel che faresti sarebbe il gestore egoista di un bene turistico. Richiusa, che non si sappia mai più. C'è chi lo fa, ovviamente senza nessuna pubblicità. Posizione che trovo rispettabilissima (e da tenere nelle prime fasi di una esplorazione) ma miope: ritardi semplicemente l'assalto a quel bene. Quando poi accadrà dirai "dopo di me il Diluvio", e alla fine te ne farai una ragione.

 

2)

dirlo col contagocce battendoti perché il bene che via via pubblichi sia il più protetto possibile con modalità variabili: che parchi lo inghiottano, che guardiani lo sorveglino, che muri metallici lo separino da noi, che chi ci va sia preparato, che si sappia per mandarci i corsi di speleologia (che così risparmino altre cavità). Analizzare il problema e poi agire. Questa è una sensibilità che vogliamo far crescere come organizzazione nazionale degli speleologi, e vogliamo creare le condizioni perché si possa fare. E questo è quanto facciamo come "la-ventini" con le meraviglie che troviamo in giro per il mondo. Per questo scriviamo libri e articoli. Per questo, all'inizio dell'anno avevo annunciato trionfante che il nostro lavoro sul Rio La Venta ne aveva causato l'inclusione come area protetta. Per questo penso che certe grotte vadano chiuse, altre regolamentate, altre sacrificate con adattamenti o al turismo di massa o ai corsi di speleologia.

      Il guaio è che operare così è smisuratamente più difficile che preoccuparsi solo della qualità della nostra "bella domenica", occorrono persone, fatica, studio e buona volontà.

      Parliamo ora dell'adattamento del Corchia.

      Passerelle e dettagli in inox, pochissime rotture, grotta ventilatissima, luci basse di per sé e quasi sempre spente (ma ancora perfezionabili, mi pare), porte stagne per evitare sbilanci di correnti d'aria.

      (A proposito, quando tu fai una disostruzione ti preoccupi di riportare poi le cose in via definitiva - non con un pezzo di legno - alle condizioni di prima?).

      Insomma un adattamento ottimo, in linea con quel che cominciamo a pretendere come SSI.

      Protezione delle concrezioni. nulla. Balza all'occhio che chi ha progettato l'adattamento non ha esperienza di turisti ipogei: le concrezioni esposte a rotture verranno tutte rotte dai rarissimi vandali, è solo questione di tempo. Per questo bisogna proteggerle rendendole inaccessibili. Per questo in genere, per inciso, non bisogna mettere luci in testa alla gente (cioè speleologizzare i turisti) e permettere che vadano in giro a rompere.

      Ho dunque pensato che fossero pazzi, ho lasciato la mia squadra speleologica e mi sono agganciato ad una di turisti, a guardare se la guida li sorvegliava nelle zone sensibili (no), che cosa diceva e come rispondeva alle domande.

      Del primo punto ho detto: lei correva davanti ad una fila di turisti dipanata per cinquanta metri e dunque bisognerà agire perché quelle concrezioni vengano protette.

      Le cose che diceva erano invece serie, sin troppo dettagliate. Dava spiegoni che arrivavano sino a dettagli che neanche la massima parte degli speleo arriva a cono-

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scere, anche se in realtà non era preparata per rispondere a domande che uscissero dalla lezione prevista.

      Nell'insieme mi è parsa una situazione in cui adattamento e addestramento delle guide sono state fatte con buona volontà e grande impegno. Vanno perfezionati, naturalmente, ma del resto hanno iniziato da dieci minuti. Complimenti dunque a chi lo ha sovrinteso.

      Ma...

      C'è un ma.

      Lei mostrava un tratto di grotta, non il risultato di un'attività conoscitiva. Mostrava concrezioni poco lontano da zone dove erano morti degli speleologi. Parlava di stalattiti fossili o attive sotto un'immensità tridimensionale che ci vertiginava sulla testa. Discuteva di dissoluzioni e nelle sue parole mancava il mondo umano che era andato studiando quelle cose, tutto quanto racchiuso in un indifferenziato "per andare là bisogna sapersi calare", "altre buche dove bisogna avere l'attrezzatura speciale", inframezzato dai commenti di certi turisti che irridevano "quelli là che si appendevano".

      La speleologia esplorativa cerca fra gli escursionisti degli adepti che siano curiosi di vedere cosa ci sia, poi, alla sommità di quel nero sotto cui si passa coi corsi. Ogni tanto ci riesce.

      Nelle parole della guida, invece, non c'era nessuna ricerca, non c'era nessun incuriosimento, nulla: mostrava il sentiero in un bosco, commentando le piante. Concrezioni, processi carsici, precauzioni. E la speleologia? Nulla, non c'era.

      Questo è molto grave e anche questo andrà corretto, penso.

      Là dentro ho un punto di vista diverso, che non so neanche raccontare, non sono capace, posso solo far intravedere.

      Ho riletto quel che ho scritto, a tratti sembra sprezzante, è solo che cerco di rendere l'idea del fatto che esiste un altro pianeta. Che grazie al fatto di esservi stato speleologo esploratore, là sotto, ora per "Corchia" intendo una cosa che non so comunicare, mia, intima, non i passi dal Becco al Farolfi. Una delle conseguenze è che ad entrare agli Inglesi non vedo turisti e speleologi, ma quasi solo turisti. La montagna intera attende: infinite superfici buie da accarezzare cercando appigli, contro cui schiacciarsi cercando di passare avanti. Fiumi nel buio mai visti. Tanti pozzi mai discesi, nella nostra solitudine vagante nel monte.

      Leggetevi quanto ho scritto su questa rivista ai tempi della giunzione fra Fighiera e Antro del Corchia.

      Chissà, forse qualcuno dei partecipanti all'incontro fra gli esploratori del Corchia ha intravisto qualcosa che arrivava da altri mondi, è stato un incontro magnifico. Qualcuno avrà intravisto che a tratti faticavo a parlare perché la sola emozione di rievocare quelle gallerie, quelle cose, l'abbraccio della montagna, mi commuoveva. Ad un certo punto ho detto che per esplorare cose del genere bisogna arrivare ad averne una copia interna: allora bruci e ti trasformi.

      Cosa vuol dire? Prova.

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Novità (o quasi...) in Biblioteca

a cura di Giuliano Villa

      Periodici italiani

      Annuario 2001 (CAI Aosta).

      Atti e Memorie (Comm. Grotte "E. Boegan") vol. XXXVII (1999). (Biospeleologia: ragni cavernicoli della Venezia Giulia; Archeologia: frequentazione delle grotte in età romana; Idrologia del M.Canin).

      Buio pesto 2000 (G. S. CAI Bassano del Grappa), 2000.

      Grotta (Boll. G. S. CAI Varese SSI), n. 4 (2001 ). (Novità da Campo dei Fiori).

      L'Alieno (G. S. Valle Imagna CAI) n. 1 (2000).

      La Gazzetta dello speleologo (Not. Fed. Speleo Reg. Friuli-Venezia Giulia) n.47 (2000).

      Montagnes Valdôtaines (CAI sez. Valdostane), anno XXVII, n.1, n.2, n.3 (2001).

      Natura Alpina (Soc. Sc. Nat. Trentino e Museo Tridentino di Sc. Nat.), n. 4 (1999); n.1 (2000).

      Natura nascosta (G. S. Monfalconese), n.20, 21, 22 (2000).

      Notiziario del Gruppo Grotte Busto Arsizio, n. 6 (2000).

      Notiziario del G.S. di Grottaferrata, n. 3 (2000).

      Ol Bus (Speleo Club Orobico CAI Bergamo), n. 12 (1999).

      Opera ipogea (SSI), n. 1 (2000); n. 2 (2000). (Cavità artificiali: le architetture trogloditiche del jbel tunisino-tripolitano, Africa).

      Progressione (Comm. Grotte E. Boegan, Trieste), n. 42 (2000).

      Q. 4000 (CAI sez. di Erba) (2000).

      Sottoterra (G. S. Bolognese), n. 108 (1999). (Arte rupestre nelle grotte del Sud Africa); n. 110 (2000) (Speciale dedicato alla grotta Calindri).

      Speleologia (Riv. S.S.I.) n. 42 (2000). (Le grotte del Mar Morto, Groenlandia, grotte termali a Sciacca); n. 43 (2000). (Novità da Labassa ; speleologia in Tasmania; spedizione in Cina; grotte in Antartide).

      Speleologia del Lazio (Fed. Sp. Lazio) n. 1 (2000). (Cavità del Lazio) ; n. 2 (2000). S.S.I. News (Not. Società Speleologica Italiana) n. 2 (2000).

      Stalattite (G.G. Schio), anno XIX (1996-98).

      Stalattiti e Stalagmiti (G. S. Savonese), n. 23 (1997). (Progetto "Molare": lo stato dell'arte. La zona ligure) ; n. 24 (1998). (Attività in Val Bormida; progetto "Molare"; Mondolé).

      Periodici dall'estero

      Boletin del Museo Andaluz de la Espeleologia. N. 13 1999. (40 anni di esplorazioni alla Cueva de Nerja a Malaga; bibliografia speleologica spagnola fino al 1960).

      Boletìn GEA (G. Espeleològico Argentino), n. 31 (2000).

      Cavernes (sect. Neuchâteloises Soc. Suisse Sp.), n.1 (2000). (Arte rupestre a Puerto Rico). n. 2 (2000). (Carsismo in Svizzera; spedizione in Oman).

      Caves & Caving (British Cave Res. Ass.), Winter (1999); Autumn (2000) ; Winter (2000/2001); Spring-Summer (2001) (Esplorazioni in Pakistan).

      Der Schlaz (München), n. 90, 91, 92 (2000).

      Die Höhle (Austria), n. 4 (1999); 1, 2, 3, 4 (2000).

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      Die Moggaster Höhle (Karst und Höhle 1998/99) München (Cavità della Svizzera tedesca: rigorosamente tutto in tedesco con un solo abstract iniziale in francese e inglese).

      Echo des Vulcains (G. S. Vulcain, Lyon), n. 57 (2000) ; n. 58 (2001).

      Endins (Publicaciò d'Espeleologia-Federaciò Balear d'Espeleologia, Mallorca), b.23 (2000). (Paleontologia: occupazione umana nel Pleistocene inferiore ad Atapuerca-Burgos).

      Hochifen und Gottesacker (Karst und Höhle 2000/2001) München (Carsismo delle Alpi bavaresi. In tedesco con abstract in inglese).

      Journal of Cave and Karst Studies (N.S.S.), n. 2 (1998). (Carsismo di Mona-Puerto Rico); n. 2 (2000). (Grotte della Guadalupe Mountains, USA) ; n. 3 (2000) ; n. 2 (2001). (Idrologia: trasporto in soluzione in acquiferi carsici).

      Mitteilungen (des Verbandes der deutschen Höhlenz.- und Karstforscher, München), n. 4 (2000); n.1, n.3 (2001).

      Nase Jame (Spel. Ass. Slovenia), n. 41 (1999).

      NSS News (Nat. Speleological Soc. USA), vol. 57. n. 7 (1999). vol. 58. n. 9, 10, 12 (2000). vol. 59. n. 1. n. 2 (2001). (Grotte nella lava e nei gessi in New Mexico); vol. 59. n. 3. (Ricerche di microbiologia in grotte e possibili-implicazioni nella ricerca di microorganismi su Marte), n. 4, n. 5, n. 6, n. 7 (2001).

      Pholeos (J. Wittenberg Univ. Spel. Soc. USA), vol. 18, n. 2 (2000).

      Pierk 2000 (Speleo Nederland) n. 2 (2000); n. 3 (2000); n.4 (2000).

      Pierk 2001 (Speleo Nederland) n. 1 (2001). (Venticinquennale della speleologia in Olanda).

      Regards (bull. Soc. Spéléo de Wallonie, Belgio) n. 39 (2000). (Dodici anni di esplorazioni alla grotta delle Vene con rilievo f.t.) ; n. 40 (2001). (Fotografia: uso di lampade al Magnesio; Preistoria nelle grotte di Sprimont in Belgio).

      Société Spéléologique de Namour (Belgio), 1999.

      Speleoclub Persephone Jaarboek 1999-2000.

      Spéléo-dossiers (Comité Dép. Spél. Rhône). Activités 1999. Lyon, n. 30/2000. (Attività in Chartreuse, Haute-Saône, Pyrenées Atl., Rhône, Savoie, Bolivia. Inoltre un vocabolario di termini Wallonesi riferiti al carsismo). n. 31 2001. (Attività del 2000).

      Speleolog (bull. Croatian Mountaineering Club, Caving Section "Zeljeznicar"), 1999.

      Spelunca (Féd. Fr. Sp.), n. 80 (2000). (La biografia di Casteret scritta dalla figlia, spedizione in Vietnam, la risorgenza temporanea di Crégols nel Lot) ; n. 82 (2000). (Caucaso: -1710).

      SSS-SGH INFO (Soc. Suisse Sp.) n. 4, 2000.

      Stalactite (Soc. Suisse Sp.) n. 1 (2000). (Sintesi delle esplorazioni alla Faustloch - Svizzera), n. 2 (2000) (Speleologia a Cuba, metodi geofisici per la ricerca di cavità).

      Travaux de l'Institut de Spéologie "Emile Racovitza" (Academiei Române), tome XXXIV 1995, XXXV 1996, XXXVI 1997.

      UIS-bulletin (Union Int. Sp.), n. 1-2 (2000), n. 1 (2001).

      Monografie

      A.A.V.V. Atti del XVIII congresso nazionale di speleologia (Chiusa Pesio 1998).

      A.A.V.V. Soil fauna of Israel. (Romanian Academy, Israel Academy of Sciences and Humanities) (1995). (Biospeleologia in Israele).

63

      Barbieri F. Speleologia marina. Ghibaudo ed. Cavallermaggiore. (Grotte marine e speleosub).

      Fédération Française de Spéléologie, Società Speleologica Italiana. Môc Châu 98/99 Vietnam. (Spedizione in Vietnam).

      Galli M. Timavo. Esplorazioni e studi Trieste 1999.

      Gilli E. Inventaire des emergences karstiques littorales et sous-marines des Alpes-Maritimes (France). Estr. da: Annales Museum Hist. Nat. Nice, T. XIV, 1999:77.

      Goran C. (a cura) Les publications de l'institut de Spéologie "Emile Racovitza". Editura Academiei Romane. (1993).

      Ruggieri R. (a cura). Il Carsismo negli Iblei e nell'area sud mediterranea. (Atti I seminario di studi. Suppl. a Speleologia Iblea n. 8/2000) (Geologia e carsismo, Paleontologia, Biologia, Archeologia nelle grotte del territorio di Siracusa).

      A.A.V.V. Il Carsismo negli Iblei e nell'area sud mediterranea (Atti del I Seminario di studi su-). Speleologia Iblea 8 (2000). (Geologia e Carsismo; Paleontologia, Biologia; Archeologia; attività speleologica).

      A.A.V.V. Bora 2000 - Incontro internazionale di speleologia (Trieste, 1-5-nov. 2000). Atti. (Fauna, botanica, folklore, ecologia, preistoria)

 

Recensioni

I Misteri del Piemonte sotterraneo

AA.VV, a cura di Mario Minola - ed. Il Punto, Torino, settembre 2001 - pp.312 - £ 14500 -

      "Ecco la befana". Apro la calza.

      "Chi sa cosa mi ha portato quest'anno la vecchia" mi dico.

      Rovescio la calza... Bagigie, noci, cioccolato, e questo bel libro.

      "Sei sempre la mia preferita, vecchia."

      Il libro è curioso ed intrigante sin dal titolo.

      A cura di M. Minola, egli è anche parte degli autori che lo hanno scritto, fra cui non compare neanche uno speleologo; ciò fa pensare a quanto poco sappiamo renderci visibili, ché a ben vedere un libro così sarebbe compito, se non dovere, nostro.

      Il libro inizia come la naturale prosecuzione del libro sui segreti della Torino sotterranea edito dalla stessa casa editrice precedentemente, e prende in considerazione tutta una serie di strutture sotterranee torinesi; si racconta del famoso Pastiss, complicata struttura bellica ancora in fase di scavo e del "cisternone", ingegnoso pozzo di grandi dimensioni a doppia scala a chiocciola, una per la discesa ed un'al-

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tra per la risalita, che permetteva a cavalli e uomini di abbeverarsi a quindici metri di profondità; si parla dei rifugi antiaerei, dei percorsi sotterranei delle tubature di acqua luce e gas, nonché del complicato percorso dei sotterranei della Fiat Mirafiori, che raggiungono uno sviluppo di circa venti chilometri.

      La seconda parte del libro si sposta finalmente a considerare le strutture sotterranee del Piemonte, come Trafori, Pertugi, Balme, gallerie da contrabbando e via discorrendo.

      Curioso è l'approccio verso le grotte; più che a livello fisico-scientifico, vengono ricordate e sommariamente descritte per il loro valore storico e sociale, e per le innumerevoli leggende che vi fiorirono all'intorno, popolate da esseri strani o terrificanti, che nell'antico immaginario collettivo non trovavano altra dimora che non il sottosuolo. Diavoli, Orchi e Masche, Fate, Gnomi e uomini selvatici.

      Miniere e minerali rari, racconti di guerre e di casati reali si susseguono da un capitolo all'altro, rendendo il libro curioso ed interessante; non mancano gli spunti "esplorativi" nella descrizione degli itinerari per raggiungere le miniere uranifere o le fonti radioattive. La cultura e la storia sono la spina dorsale di questo libro.

      Uno degli episodi migliori del libro, resta l'emozionante storia del Pertus di Chiomonte. Il traforo fu costruito per derivare l'acqua da un luogo ad un altro, ed è lungo circa cinquecento metri. Tutt'oggi funzionante, fu scavato a mano nell'arco di otto anni da un uomo di nome Colombano, perforando da un versante al suo opposto l'interno della montagna. Come recita una citazione del testo, "a lui, piuttosto che a tanti personaggi di dubbio valore, vorrei erigere un monumento alla memoria".

      Il monumento non esiste; ne rimane comunque il ricordo sulla carta stampata di questo ed altri libri che celebrano la sua impresa.

(Alberto Cotti).

Piaggia Bella - Le gallerie iniziali d'inverno (foto F. Vacchiano)

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