Copertina

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GROTTE

anno 43, n. 134
settembre-dicembre 2000

gruppo speleologico piemontese - cai-uget

sommario

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Notiziario

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Attività di campagna

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I Cocomeri

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El Topo, nuovo abisso nelle Carsene?

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Sogno di una notte di fine estate

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Se C6, spara un colpo

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Siria

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Impressioni speleosub alle Medas

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Se Atene piange ...

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Nirvana

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Recensioni

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Novità (o quasi ...) in biblioteca

 

Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 6 di giugno 2001
SPEDIZIONE IN A.P. TORINO, comma 20c, art. 2, Legge 662/96
Direttore responsabile: Emanuele Cassarà
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13/10/1973)

Redazione:

Giampiero Carrieri, Alberto Cotti, Marziano Di Maio, Attilio Eusebio, Chiara Giovannozzi, Valentina Marchionni, Laura Ochner, Francesco Vacchiano.

Foto di copertina: Grotta di Bossea (B. Vigna)
Bozzetti di Simonetta Carlevaro e Giorgio Castello
Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino
Fotografie di: Archivio GSP, G. Badino, A. Eusebio, B. Vigna
GSP su Internet: HTTP://WWW.ARPNET.IT/GSPELE
Email: GSPELE@ARPNET.IT - Conto Corrente Postale 21691100

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Notiziario

      Assemblea di fine anno 2000 del GSP

      Si è svolta con il consueto ordine del giorno il 1° dicembre. A. Cotti riassumendo l'attività dell'anno ricorda innanzi tutto le dimissioni date in estate dal Presidente F. Vacchiano a causa dell'insoddisfacente andazzo del Gruppo e per non sentirsi sufficientemente appoggiato nella sua funzione; l'attività peraltro non ne ha risentito. Si sono tenuti un campo estivo in Cilento con ben 25 partecipanti, un altro al Marguareis/Carsene con 6-7 del GSP su una quindicina di persone di vari Gruppi. In Cilento con la collaborazione di romani e varesini l'attività è stata proficua; alle Carsene si è dato l'assalto finale ai Cocomeri dopo una quindicina di punte, e non si è tralasciato il Cappa. Nuove scoperte riguardano in particolare Pippi (4 punte e oltre 500 metri nuovi), Kyber Pass, Solai e Gaché (400 m nuovi) con i fiorentini, Lupo, Mastrelle (tre punte abbastanza determinate), il promettente abisso "El Topo", insieme a molta attività minore nonché al riposizionamento e alla revisione di cavità note.

      Passando alle sezioni, per il Magazzino N. Milanese paragonando l'inventario iniziale con quello finale rileva come in grotta sia stato lasciato molto materiale per esplorazioni future, tendenza che va assolutamente evitata. I. Cicconetti fa presente il problema in caso di alluvione di un magazzino il cui pavimento è poco più alto della falda acquifera.

      Per i materiali speciali P. Fausone riassume quanto manca (punte, scalpelli, palanchini); i bogoli sono a posto, i trapani da sistemare. A. Cotti è soddisfatto delle prove fatte in Cilento dei pannelli solari per la ricarica delle batterie. Per la Biblioteca, G. Villa comunica che è proseguita la schedatura, si sono fatti tre aggiornamenti da accorpare al file di base, è stato messo a disposizione degli speleo un computer con caricato il file di base (in file Excel), si è avuta a disposizione la fotocopiatrice sezionale per il venerdì sera, si sono segnati con pennarello rosso con un cerchio in copertina i periodici isolati contenenti articoli schedati. È proseguita infine la redazione della bibliografia di Piemonte e Liguria per il SBI della UIS. Non si è potuta completare la revisione totale delle pubblicazioni per togliere i doppioni e vedere ciò che manca, mentre per guadagnare spazio sistemando la scaffalatura si sta procedendo ora. È da notare una insperata ripresa della frequentazione della biblioteca per consultare.

      Per il Catasto, lo stesso G. Villa relaziona che sono stati revisionati i dati esistenti, in particolare quelli pubblicati sull'aggiornamento di Sella-Balestrieri; acquisiti su computer i dati di cavità soprattutto nuove; creata la pagina del catasto in HTML (v. più avanti in questo

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Notiziario); informatizzato su Excel l'elenco dei rilievi e la loro localizzazione in archivio, in collaborazione con l'Archivio stesso. Per quanto riguarda le piccole cavità, accenna alla collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per quelle interessanti in proposito.

      Per l'AGSP, A. Eusebio si sofferma sul gravoso impegno organizzativo per dare all'associazione un'impronta moderna ed efficace, affrontando incombenze normative e burocratiche come quelle di un'azienda vera e propria. Per il Bollettino, M. Di Maio lamenta la situazione deludente che si è determinata con il continuo disattendere gli impegni presi nello scrivere gli articoli, al punto di avere l'impressione che a molti (compresa una parte della redazione) del bollettino non importi proprio nulla. Nel 2000 sono usciti 3 bollettini come d'uso, ma 2 sono del 1999, con ritardi che da occasionali stanno diventando consuetudine: ne perde l'attualità delle notizie, e ne soffre il Notiziario che va depennato di ciò che al momento dell'uscita risulterebbe troppo datato. A. Fontana, che cura il sito Internet, ne ricorda il funzionamento in relazione a quanto materiale perverrà. È necessario inoltre anche un continuo aggiornamento. Per la Capanna, F. Belmonte elenca i lavori fatti, e all'ultimo momento anche la riverniciatura con vernice donata da Alessandra. È stato fatto un grosso rifornimento di bombole.

      Nel prossimo anno bisognerà provvedere alla sistemazione della dependance (il "tumore"). Per l'Archivio, A. Cotti non ha novità di rilievo da comunicare. Per gli strumenti da rilievo, B. Vigna appura dopo consultazione con N. Milanese che quelli funzionanti sono 6. V'è il problema se per il futuro essi siano da affidare ai singoli (come auspicato) oppure no. Il bilancio consuntivo è illustrato da M. Campaiola: si è chiuso con un disavanzo sul milione e mezzo. In particolare, si rivela troppo costosa la spesa per l'affitto del magazzino: o cercarne uno più economico, o cercare di incrementare le entrate per mantenerlo.

      Data l'ora tarda, la questione viene rimandata in sede di Assemblea d'inizio anno 2001, insieme all'esame del bilancio preventivo. Circa la quota sociale, mentre viene confermata quella precedente si discute a lungo sul comportamento da tenere nei confronti dei morosi; alla fine si procede agli opportuni depennamenti. Si decide di istituire una terza categoria di associati, che senza avere poteri decisionali come i membri effettivi e aderenti, possano però mantenere un legame con il Gruppo e ricevere il bollettino in cambio d'una modesta quota associativa.

      Vengono nominati i nuovi responsabili delle Sezioni, ma per la maggior parte dei casi si tratta di riconferme. Nell'AGSP N. Milanese entra come delegato; per l'Archivio è confermato A. Cotti, per la Biblioteca G. Villa con N. Milanese, per la Biospeleologia A. Casale, per il Bollettino M. Di Maio (A. Fontana sarà referente per Internet), per la Capanna C. Belmonte e R. Colombo, per il Catasto G. Villa, per gli strumenti da rilievo B. Vigna e N. Milanese, per la Tesoreria M. Campaiola e per la Redazione Internet A. Fontana. Nella Segreteria S. Capello si affiancherà a I. de Almeida; per apertura e chiusura della sede oltre a R. Colombo provvederà anche G. Villa; del Magazzino si occuperanno S. Capello, A. Cotti; dei materiali speciali sarà nuovo responsabile R. Colombo, avendovi rinunciato P. Fausone che però rimane ad occuparsene.

      Si passa all'elezione dei membri aderenti ed effettivi. Di questi ultimi, uscito R. Pozzo per sua scelta e messo nell'elenco R. Colombo, il numero rimane invariato in 20. Sul prossimo numero di Grotte sarà pubblicato l'elenco aggiornato dei soci. Per l'Esecutivo avanzano la loro candidatura Marilia Campaiola, Igor Cicconetti, Massimiliano Ingranata, Ube Lovera e Nicola Milanese, che vengono eletti. Si fanno voti affinché questo Esecutivo sproni a realizzare le attività decise in assemblea.

      Nuovo Presidente è eletto Massimiliano Ingranata (Max).

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      Giorgio Peyronel

      Giorgio era arrivato in GSP con il 10° Corso del 1966, spiccando nell'elenco degli allievi con un nome di prestigio: suo nonno Beniamino era stato micologo di fama mondiale, suo padre Bruno botanico pure lui e figura di primo piano nel mondo ambientalista, e nostro amico. Robusto e coriaceo, era anche di un'agilità sorprendente se rapportata alla sua stazza, me lo vedo ancora al Garbo di Piancavallo, lui c'era già stato e noi no, e mentre ci accompagnava alle zone dove proseguire le esplorazioni ci ha fatto sudare parecchio a stargli dietro. Era dotato di buon carattere e di capacità organizzative; insieme a Genio Gatto chissà quanto avrebbe potuto essere utile al Gruppo, se l'incompatibilità di carattere con quelli del Mucchio Selvaggio non li avesse a un certo punto allontanati entrambi, peccato. È stato responsabile della sezione Ricerche biologiche nel 1967 e 1968, colmando il vuoto lasciato dal ritiro dall'attività di Nino Martinotti, vuoto che tornerà poi a essere tale sino all'arrivo di Achille Casale. Finiti gli studi si era ritagliato un suo spazio che gli facesse evitare la vita di città e un po' di conformismi. Si era fatto una famiglia risiedendo sulle colline di Castagneto Po, da dove scendeva a Chivasso a insegnare. Nel tempo libero coltivava ortaggi da portare anche al mercato e si dedicava alle sue api. Ma i suoi entusiasmi agricoli si erano presto scontrati con la dura realtà pratica. Non usando diserbanti e antiparassitari il raccolto non veniva così bene, inoltre quando avevi un bel po' di zucchini il mercato ne era pieno e te li pagavano una miseria. Poi siamo rimasti senza il suo miele, perché senza veleni non si potevano debellare le ormai ricorrenti epidemie delle api. Di carattere gioviale com'era, non sembrava però prendersela troppo. Aveva una gran barba che contribuiva a farlo somigliare a Renato Curcio, e non so quante volte carabinieri e polizia

Immagine fine anni '60 nella quale si riconoscono da sinistra a destra: M. Di Maio, J. Toninelli, A. Gobetti (giovanissimo in alto), G. Peyronel, G. Baldracco, ed E. Gatto

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l'hanno bloccato mitra alla mano sulla via di Chivasso pensando d'aver finalmente messo le mani sul brigatista.

      Venuta la stagione dei Parchi, è divenuto direttore di quello regionale del Vai proprio sulle sue colline, e infine si è sistemato al Museo Regionale di Scienze Naturali come conservatore della Sezione mineralogica. Ultimamente le cose avevano preso a girargli male in famiglia e sul lavoro, contrasti, liti, incomprensioni, delusioni. Giorgio era troppo idealista per cercare vie di mezzo o accomodamenti o compromessi, meglio prendere le cose di punta, costi quel che costi. Diciamo pure che gli è peggiorato per bene il carattere, che è caduto in una specie di malattia irreversibile che ha finito per metterlo ai ferri corti con il mondo intero. Finché una sera di dicembre, visto che era inutile continuare così, ha detto basta.

(M.D.M)

      Curiosità

      I media ci hanno propinato abbondantemente le immagini del sen. Lorenzi di Mondovì, il cui figlio si è reso autore di un finto sequestro di persona senza preoccuparsi di infangare la Sardegna. Il Lorenzi, che i giornali ci hanno informato essere senatore da tre legislature (prima Lega, poi salito sull'Ape di comino, ora in Democrazia Europea con Andreotti), cattolico convinto, insegnante e astrofilo, è una nostra vecchia conoscenza: anni fa aveva spinto l'idea, fortunatamente rimasta sulla carta, di costruire un osservatorio astronomico ai 2600 metri della cima di Cian Ballaur, in pieno Parco e... in piena zona di nebbie.

(M.D.M)

      Periodo di grandi avvenimenti in GSP. A settembre fiori d'arancio per Igor e Chiara, con seguito di festone ed esibizione dei New Krolls. Pochi giorni prima nasce Matteo, per la gioia di Giampiero, Rossella e Valentina. Non resta solo a lungo: ad ottobre, con 2 settimane di anticipo, arriva Mattia; questa volta a gioire sono Daniele e Syncro. A febbraio nuovo fiocco azzurro e nuovo anticipo: Jair, da mamma Beu e da papà Luca, unisce al coro i suoi vagiti. Auguri a tutti!

      È successo 37 anni fa

      Nella grotta di Su Anzu è stata trovata una bottiglia con un biglietto che ricorda un'esplorazione un po' datata. Sul foglietto ci sono il giorno in cui la bottiglia è stata scolata, Capodanno 1964 (chi diceva che non bisogna portare vino in grotta?), i nomi dei bevitori che erano Federico Ventura, Eraldo Saracco, Edo Prando, Willy Fassio, Saverio Peirone, Marziano Di Maio (la scrittura è la sua), e infine i nomi dei gruppi: GS Pio XI di Cuglieri e GSP Torino. Leo Fancello di Dorgali gentilmente ce ne ha inviato copia. (M.D.M.)

      Bibliografia per la BBS

      È proseguita anche nel 2000 la redazione della bibliografia del Piemonte e della Liguria per la B.B.S. (servizio bibliografico Internazionale della UIS, Svizzera). A tale proposito si è tenuta una riunione a bora 2000 con i responsabili svizzeri e con i collaboratori italiani (Sivelli, Guidi, de Waele e Villa che si distribuiscono il lavoro per tutte le regioni). Per la Liguria si è offerto di collaborare Pastorelli (Sanremo), che sarà affiancato per il 2001 da Villa (dalla relaz. di fine anno di G. Villa).

      Una pagina del Catasto in HTLM

      È stata creata la pagina del Catasto (in HTML) da utilizzare eventualmente nel sito GSP, rendendone edotta la Commissione Catasto dell'AGSP. Ci si è accordati

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sull'opportunità di eliminare dall'elenco su Internet i dati delle coordinate delle grotte. Le grotte sono ordinate per "zone geografiche" che non sempre rispecchiano quelle dell'Atlante, per motivi di semplicità, anche perché si tratta di un lavoro non tecnico ma esclusivamente divulgativo. Dalla pagina iniziale (cartina del Piemonte) si accede alle singole zone e da queste alla pagina con le grotte più conosciute (non sempre necessariamente le più importanti). Per queste grotte sono state inserite fotografie, rilievo e descrizione per lo più tratti dall'Atlante. Per le altre grotte delle singole zone si è riportato solo l'elenco, sempre senza le coordinate. Rimane da normalizzare il tutto, in un paio di mesi circa.

      (dalla relazione di fine anno di G. Villa).

      BORA 2000

      Anche quest'anno, come nella migliore delle tradizioni, s'è consumato il tribal-evento che porta la Grande Famiglia Speleo a radunarsi e a scambiare emozioni. Grande Famiglia Speleo, quest'anno 2818 persone nella baia di Sistiana, a pochi passi dal mare, in un'insenatura abbracciata dalle pareti maestose del Carso Triestino. Il tempo inclemente non ha spaventato i ragazzi dell'organizzazione, né gli animi festaioli dei partecipanti; ottima la logistica e la distribuzione degli spazi, eccezion fatta per la sala proiezioni che si è dimostrata molto piccola, e che ha compromesso la buona visione dei servizi diapo e dei film. Peccato. Grande la partecipazione da parte di tutti i gruppi del Piemonte con valorosi personaggi da "sbarco", primo fra tutti un Ubertino in splendida forma, il cui spirito ha vegliato dall'alto su tutta la festa, materializzato nelle sue mutande nere appese a un filo. Il grazie più grande va agli amici speleo dell'organizzazione.

(A.C)

      Attività paleontologica

      G. Villa ha segnalato alla Soprintendenza Archeologica (dott. Gambari e dott.ssa Venturino) alcune grotte di interesse archeo-preistorico. In particolare la Boira d'Arté in Val di Susa, dove E. Lana e lo stesso Villa hanno rinvenuto resti umani non attuali (sarà da fare un saggio di scavo); il pozzo-dolina della Colla dei Termini, che a distanza di anni ha fornito altri reperti di Ursus arctos (secondo la dott.ssa Venturino sarebbe il caso di usare precauzioni nella visita della cavità, in attesa d'un sopralluogo). È stato fornito alla Soprintendenza un elenco delle grotte d'alta quota delle Alpi Liguri (Colla dei Termini - Ferà - Carsene) dove sono stati trovati resti di Ursus arctos; al riguardo è in progetto un lavoro approfondito.

      Rilievo Vene e Pis del Pesio

      Sull'ultimo numero di Regards n°39/2000 (Bollettino de la Societé Spéléologique de Wallonie) l'amico Delaby fa una sintesi di 12 anni di esplorazioni alle Vene, risorgenza del sistema del Mongioie, con considerazioni e prospettive per chi volesse avventurarsi al di là dell'8° sifone. Il rilievo pubblicato è abbastanza impressionante e l'interno-esterno allegato ci fa vedere come la grotta arrivi molto dentro la conca dei Gruppetti. Purtroppo il rilievo è incompleto e non riporta i rami esplorati nel 1991 dal GSP in corrispondenza dei Rami di John (cfr. GROTTE n°105), zona a gallerie allagate che hanno uno sviluppo di 140 metri e che scendono di 5 m più in basso di quanto raggiunto prima, arrestandosi di fatto contro una parete di blocchi ghiacciati assai vicini all'esterno. Cosiccome ci pare non corretto dire che la grotta è +200, in quanto l'ingresso (quota 1550 m slm) è 25 metri più in alto dell'attivo. Sono comunque sciocchezze rispetto allo sforzo esplorativo compiuto dall'équipe speleosub. Lo svi-

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Pis del Pesio - rilievo sifoni 1999

sviluppo complessivo si attesta però a 5140 metri mentre il dislivello totale risulta 225 metri (+200, -25). Sulla stessa rivista è pubblicato il rilievo dei sifoni del Pis del Pesio, per completezza lo ripubblichiamo su GROTTE, nello spirito di dare la massima diffusione alle esplorazioni di tutti sui massicci a noi più familiari.

(AE)

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Attività di campagna

a cura di Chiara Giovannozzi

      2-3 settembre Cocomeri in salita (Valle Pesio). R. Pozzo, U. Lovera, E. Pasteris, F. Cuccu, N. Milanese, A. Ubertino, D. Girodo, partecipanti dal GSBi e dal GSAM. Consolidamento della frana iniziale e scavi. Al sabato passano I. Acquadro (GSBi), U. Lovera, F. Cuccu. Percorrono una cinquantina di metri di grotta e tornano indietro. Domenica mattina si entra tutti: la grotta prosegue in discesa lungo una frattura in frana. Esplorazione e rilievo.

      9-10 settembre Cocomeri in salita (Valle Pesio). N. Milanese, B. Vigna, I. Cicconetti, G. Carrieri, M. Campajola, da Cuneo G. Dutto, F. Faggion, Ciurru, Luca, Piter. Tutti in giro per la grotta in cerca di prosecuzioni. Dopo aver costruito una diga che ripari dalla frana, si scova una sala, un meandro, una nuova saletta ed un pozzo al fondo del quale, però, vi è una scarburata: Parsifal!

      10-14 settembre Isole Medas (Spagna - Catalunja). A. Eusebio, L. Valente - Immersione speleosubacquee nelle grotticelle delle isole (cfr. articolo in questo bollettino).

      23-29 settembre Gorner (Svizzera). R. Pozzo, G. Badino, ed Itri del club "la Venta" (G. Casagrande, P. Suriano, T. Fresu, T. De Vivo, T. Bernabei, P. Teylor, I. Engel, L. Giusiano, L. Massa, A. Beltrame). Visti alcuni buchi nuovi in una zona marginale del ghiacciaio. Il vero scopo della spedizione è quello di girare un documentario per Discovery Channel sullo studio dei mulini glaciali in profondità. Si attrezzano a tale scopo le grotte G15, G8, G6 ed il Meandro.

      23-24 settembre Cocomeri in salita (Valle Pesio). B. Vigna, M. Ingranata, D. Grossato, U. Lovera, E. Pasteris, Zeus, C. Banzato. Traverso sull'80, ma dall'altra gli ambienti lasciano a desiderare. Giri nella zona della frana senza risultati.

      24 settembre Grotta dell'Orso di Ponte di Nava (Valle Tanaro). A. Eusebio. Giro speleosub-turistico nel 1° sifone.

      8 ottobre Canalone dei Genovesi (Marguareis - CN). U. Lovera, R. Pozzo, M. Ingranata, S. Tarditi, R. Colombo, N. Milanese, T. Fresu (Gruppo Speleo I Tassi-MI), C. Banzato. Risalita in artificiale per prendere un buco in parete visto da Ube anni fa. Piuttosto tosta, 9 fix per 40 metri, ma il buco si rivela essere un nicchione. Incontro con Th. Fighiera e due accoliti, venuti da queste parti per cercare l'ingresso basso di O-Freddo.

      21 ottobre Eremo di San Glisente (Val Camonica). R Pozzo, T. Fresu, Max, Cecilia e Francesco (Gruppo Speleo I Tassi-MI). Sceso un pozzo da 13 m toppo in frana. Zona verginissima.

      27-28 ottobre Grotta della Mottera (V. Corsaglia). Sciandra (SCT), Mario (SCT), N. Milanese, S. Capello. 42 ore di grotta di cui 15 a dormire. Viste alcune cose sopra la sala Zanzibar, ma tutto ritorna sul già visto.

      28-29 ottobre Buco di Meo (Conca delle Carsene). M. Ingranata, A. Ubertino, D. Girodo, B. Vigna, P. Terranova, Samantha (Gruppo Speleo CAI-Aosta) con alcuni biellesi. Scendono i biellesi, che si fermano solo quando sono terminati i 150m di corda. Dopo il 50 iniziale hanno sceso un 20, poi un meandro e qualche saltino nel calcare nero, per fermarsi su di un nuovo.

      20-29 ottobre Grotta a mare di Bergeggi (Liguria). A. Eusebio. Visitate tre grottine subacque nei pressi della Grotta di Bergeggi (la più grande prosegue in un laminatoio).

      4 novembre Grotta di Costa Ciava (Val Angrogna). Gaydou. Esplorazione, documentazione e

rilievo.

      5 novembre Val Corsaglia. M. Campajola, U. Lovera, M. Ingranata, C. Banzato, N. Milanese, B. Vigna e fratello. Traverso di 60m in parete per prendere un bellissimo ingresso, che, però, chiude dopo 3 metri.

      5 novembre Arance in discesa (Artesina). M. Campajola, U. Lovera, M. Ingranata, C. Banzato, N. Milanese, B. Vigna. Il pastore richiude l'ingresso. Dopo 2 ore si passa. L'aria si perde in varie direzioni, ma la speranza di passare scavando non è persa del tutto.

      12 novembre Arance in discesa (Artesina). D. Girodo, N. Milanese, S. Capello, F. Vacchiano. Continua la disostruzione a -10. Scavati circa tre metri, fino a vedere la frattura da cui proviene l'aria (molta). Continua per qualche metro della larghezza di 20cm.
      12 novembre Barma da Maunt (V. Pellice). Gaydou. Grotta di probabile interesse archeologico.

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      12 e 19 novembre Pertus d'la Mena (Pinerolo). Gaydou. Grotta di interesse storico.

      19 novembre Laca della miniera. Grotta della dolce vita. (Val Brembana). R. Pozzo, T. Fresu (Gruppo Speleo I Tassi-MI), 7 bergamaschi. Tentativo di giunzione delle due cavità: si odono in entrambe i colpi di martello battuti dalla squadra nell'altra grotta.

      18 novembre Chianocco-Risorgenza (Località Mulè). G. Villa. Sopralluogo alla risorgenza e battuta in zona con calcari affioranti.

      5 dicembre Roccia Gheisa (Pinerolo). Gaydou. Grotta di interesse storico.

      8-9 dicembre Colle dei Giovetti. C. Giovannozzi, I. Cicconetti, P. Fausone, N. Milanese, B. Vigna, F. Faggion, S. Capello, R. Dondana, L. Acquadro. Visti alcuni buchet1i, scavando molto. Rimane da rivedere il bellissimo "Buco dei Savonesi".

Grotta dei Cocomeri - l'ingresso (foto B. Vigna)

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I Cocomeri

Cronaca di scavo, esplorazione e giunzione non voluta

Nicola Milanese

      Flashback. Estate 1999, Campo in Carsene. Durante una battuta sopra le pareti della Val Pesio, viene trovata un spaccatura intasata di pietre che sputa fuori un'aria tremenda. La posizione è ottima, 1650-1700 slm, ovvero il livello delle gallerie del Margua, sulla verticale del Pis (dove altrimenti), l'aria è forte, "più del Denver" così si dice, all'esterno c'è un accenno di condotta e, come se non bastasse, sulle pareti della spaccatura vi sono dei tacchini cementati, meglio di così. Tutto fa pensare ad un sicuro nuovo ingresso per il complesso della Val Pesio e quindi si comincia a scavare. Gli scavi iniziali si concentrano sul punto da dove l'aria arriva, si scava in verticale in una frana. Quando ci si accorge di aver costruito una trappola per topi (7 metri di pozzo quasi verticale in frana instabile), la conseguenza è ovvia, stop del lavoro e pensieri su come mettere in sicurezza la frana. Poi arriva l'inverno. Dopo tentativi più o meno sensati di salire con catene per imbrigliare la frana, comincia nel luglio 2000 l'opera di smantellamento. Fof conduce le operazioni, prima di tutto viene portato all'ingresso un Tirfor, ovvero un argano che permette di spostare pesi enormi, e quindi anche quelle due pietre tombali che volteggiano in bilico sullo scavo. Secondo punto, trovare forze umane o speleo che si concentrino nello scavo. L'operazione conduce all'ingresso Torinesi, Biellesi e Cuneesi. Questo è il punto di partenza dello scavo organizzato e determinato che viene effettuato durante il campo, ma non si passa ancora. Finito il campo, continuano le salite ai Cocomeri ed è da qui che comincio ad entrare nei dettagli. Tra sabato e domenica (2-3 settembre), tonnellate di speleo giungono all'ingresso, le tre città piemontesi depositano all'ingresso 15-20 losche figure pronte a scavare e a sudare. I Contadini preparano il Gias Cocomeri, i disgaggiatori puliscono lo scivolo di ingresso dalle secchiate di pietre che volano dall'alto, altri, i minatori, scavano, scavano e scavano nella frana. Gran parte della frana ora è al sicuro, una rete metallica, bloccata da puntelli, impedisce alla frana di muoversi, rendendo il lavoro di scavo più tranquillo. Inoltre con una teleferica i secchi pieni di "residuo di scavo" arrivano rapidamente all'esterno e l'argano è sempre pronto per spostare i

Grotta dei Cocomeri - le gallerie iniziali (foto B. Vigna)

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Cocomeri in salita - Alta Val Pesio - rilievo
Explo: AGSP (1999-2000) - Topo: D. Girodo, A. Ubertino. R. Dondana, N. Milanese (2000)
Quota ingresso 1680 m slm - Sviluppo: 380 metri - Dislivello: 80 metri (-72, +8)

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rocconi più grossi.

      Insomma, una volta tanto i piemontesi si sono organizzati (INCREDIBBILE). Il sole sta per tramontare, alcuni vanno a dormire a casa, o alla Murga, i restanti nove continuano a scavare. "Nicola, vieni", "cosa è successo?", "Laura è passata", "dove?". Gli Otto nani (concedetemelo), sono in attesa che Biancaneve dia notizie. "Sono in frana, c'è un passaggio stretto, sposto qualche pietra per passare" e nuovamente silenzio. "Sono in un salone, c'è un grosso camino". "Grande quanto?" chiede il più esperto. "Sembra la base del Gronda in Corchia". "Che cosa c'entra la base di un pozzo con i Cocomeri, noi vogliamo le GALLERIE". "Sembra che continui anche in discesa". Piccolo problema, la frana si muove un poco, "Laura torna indietro", "ubbidisco". Proprio mentre è incastrata nella fessura della frana comincia a raccontarci di cosa c'è la sotto.

      Il saggio consiglio "meglio se prima esci di lì".

      Laura esce, il puntello cede e chiude il passaggio. "Al pelo" e non sarà l'unico. Basta spostare due pietre, mettere un puntello qua, un puntello là e con il passaggio più largo, si può nuovamente passare. "Meglio verificare" sostiene il più esperto, "Laura ha poca esperienza, vado a vedere". E il Lovera scompare. Fof abbarbicato all'ingresso, mette i piedi all'interno del passaggio per allargarlo. "Aiuto, grida l'astuto sardo, il Visconte mi ha preso un piede e mi trascina dentro". "Seh e noi ci crediamo". Anche Fof scompare. Sentiamo rumore di pietre che cadono, Fof che sta smantellando la seconda strettoia, poi più nulla. Sono davanti al pertugio in attesa.

      Nulla, solo il silenzio, i due ormai sono dentro in ESPLORAZIONE. Dopo venti minuti scarsi escono, prima un tacchino, poi Ube, poi un Sorriso, quindi Fof. "GALLERIA, con tacchini, ci siamo fermati in un punto in cui la GALLERIA risale, c'è anche un pozzetto, questo tacchino arriva da un punto della GALLERIA che sembra un Antico laghetto". "STOP, fermi tutti, andiamo a ubriacarci e domani entriamo". Grande ciucca, con telefonate a destra e a manca per far salire, la domenica mattina, il necessario per fare il rilievo.

      La serata è un conciliabolo di sbronzi che mentono sapendo di mentire. "DOMANI non si entra, ma mettiamo in sicurezza l'ultimo pezzo della frana". "DOMANI entriamo ma ci fermiamo dove siete arrivati voi, poi usciamo emettiamo in sicurezza la frana" "DOMANI dobbiamo concentrarci sulla frana perché da adesso i Cocomeri vedranno molta gente e quindi è meglio mettere in sicurezza la frana". Buonanotte, la domenica ci attende.

      Finalmente è mattina, stavolta però ci si veste alla svelta per andare a vedere i Cocomeri da dentro. Siamo in nove, questo lo sapete, Ube, Fof, Sara, Loco, Eu, io, Donda, Laura, Julio Marcelo. Passiamo la frana, arriviamo all'antico laghetto, proseguiamo fino al pozzetto, risaliamo la frana, scendiamo lo scivolo successivo, avanziamo ancora un po', poi un intasamento di fango e terra. Ci guardiamo intorno e vediamo gallerie di 4 metri che arrivano, condotte circolari che partono, pozzetti da scendere, fratture da risalire, aria da seguire, fotografie da fare. "Bene, torniamo indietro". Vicino all'ingresso incontriamo Mecu e Ubertino con la mousette da rilievo, vincono l'incarico e cominciano a raccogliere i dati. Noi usciamo.

      Ricordate cosa avevamo detto il giorno prima. "Mettiamo in sicura la frana!". Bene, il lavoro comincia con lo smantellamento della prima strettoia. "Così passa anche Majo, se lo merita". Fof scarica pietre, che arrivano addosso ad Ube che le scarica e arrivano su di me che le getto via sperando di beccare Donda. Sapete com'è siamo un po' goliardici. Ora la seconda strettoia è un'autostrada, lo stretto scivolo per scendere non è più stretto, manca da sistemare la prima strettoia. Escono Fof e Ube, esco io con Donda, poi il passaggio si chiude, "OPS", tre franette successive ostruiscono completamente il passaggio con sette persone bloccate den-

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tro. Fof ride, è l'unico che sa cosa fare, Ube è perplesso, Donda ride di riflesso, io sono preoccupatello. Intanto arriva Tupin.

      In un'oretta la strettoia è aperta, e i sette bloccati possono uscire, qualcuno è un po' sclerato, altri sono più pacati, lo Spezzino è abulico, come sempre. Siamo fuori a "calmarci" quando arriva una massa di speleo. Marco, Ettore, gli Acari, Giors, Piter, Ico e altri.

      Tutti a fare il giro turistico dei nuovi Cocomeri. Finisce il weekend e torniamo a casa, con contorno di pre-allarme in Labassa (siamo a due).

      La settimana successiva siamo di nuovo lì. Il sabato comincia con la messa in sicurezza della parte finale della frana, i protagonisti sono come al solito i Cuneesi, gli unici in grado di fare un lavoro simile. Nel pomeriggio entriamo, siamo un 12-13, fortunatamente la grotta è grande. Meo è in estasi, mi sento un po' una guida turistica, ma ci stiamo divertendo tutti. Cerchiamo di spolpare la grotta, percorriamo qualsiasi pertugio, stretto, largo, inutile, difficile, pericoloso, franoso, fangoso insomma cappottiamo la grotta dalla testa ai piedi. Marco fa una risalita per prendere una cengia, Igor scende un pozzetto che si chiude nello stretto. Siamo tutti sparsi alla ricerca di prosecuzioni. Finché qualcuno, Meo e Giampiero, trovano in cima ad un condottino una frana, "dietro c'è del nero". Il condottino è molto ripido e la frana è instabile. "Bisogna scavare, ma prima andiamo a vedere cosa c'è là dietro". Passa Marilia, passo io. Meo e Giampiero rimangono in attesa scavando la frana.

      Cominciamo a guardarci in giro, "qua c'è aria, ma non si passa", "qui è stretto ma si riesce ad andare oltre". Due metri in verticale poi orizzontale nello stretto, quindi siamo nuovamente in ambienti larghi Un camino bello circolare, mi fa venire il dubbio di aver girato in tondo e di essere tornati all'ingresso, nulla di tutto ciò. Proseguiamo seguendo l'aria. Siamo in cima ad una galleria franata, avanziamo zigzagando fra i grossi massi scollati dal soffitto. Poi, "abbiamo visto abbastanza, torniamo indietro e aiutiamo gli altri a smantellare il passaggio". Giriamo le spalle alla GALLERIA che continua e ritorniamo alla frana. Dall'altra parte Meo e Giampiero chiedono notizie, le avranno.

      La frana è veramente pericolosa, sposti una pietra per allargare a destra e si muove a sinistra, cerchi di passare a sinistra e da destra cade una pietra, noi, seduti in cima alla sala sentiamo le pietre vibrare. "Non mi sembra una gran cosa". Cerchiamo di rimanere fermi, perché qualsiasi cosa tocchiamo si sfalda, si stacca, e rotola

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verso i nostri amici.

      Ora il passaggio in basso a sinistra è aperto, cominciano a passare. Poi, così per caso, si apre anche il passaggio a destra, con grande felicità di Ciurru che stava risalendo sul condottino. "Nessun problema, ci penso io", dice.

      Sposta una lama, la mette di traverso sul condottino, insomma, costruisce una diga di pietre, ora lo scivolo, o almeno parte di esso è sicuro. "Bene, tutti su". Dal punto in cui ci eravamo fermati, la grotta prosegue per qualche metro in orizzontale, poi prende un ambiente grande, soprattutto nella parte superiore della frana, per andare a imbutarsi in un meandro-frattura, largo 40 centimetri, alto qualche metro, con tutta l'aria dell'ingresso che ti spettina. 15 metri di meandro poi saltino arrampicabile, quindi saletta. Dalla parte opposta la frattura continua, la percorriamo in salita per 5-6 metri, poi un pozzo. "Cosa c'entra un pozzo coi Cocomeri?" L'aria sembra arrivi tutta da lì. È forte, molto forte. Non abbiamo le corde. "Cosa c'entra un pozzo con i cocomeri?". Riunione tra tutti nella saletta. "come la chiamiamo?". "AGSP 2000", "no, è squallido", "almeno scriviamo AGSP 2K" "perché non sala 2 K (due cappà)", "aggiudicato, il nome è comunque idiota, ma ci può stare". Ci raggiungono il Calle e Ezio Elia. Tutti assieme usciamo. La mattina di domenica arrivano i rinforzi, Giors, Ico, Piter, Luca, portano il necessario per l'armo (anche un trapano e un bogolo, visto che il giorno prima nulla funzionava). Dopo discussioni varie, che creeranno non pochi problemi per le domeniche successive, entriamo di nuovo. Tre persone scendono il pozzo, altre sono in giro a ravanare ancora un po' per non lasciare nulla di intentato. Quindi tutti in fondo al pozzo. L'aria è tanta, almeno per i primi 20 metri, poi la sezione si allarga e si sente meno forte. Alla base increduli, insultiamo Giors: "ma, porca miseria, hai già scarburato". La risposta ci raggela "non ho scarburato io, è una vecchia scarburata". "OK, siamo in Parsifal, SFIGA". Perché sfiga, vi chiederete.

Grotta dei Cocomeri - la frana stabilizzata (foto B. Vigna)

      Beh, le nostre speranze erano di percorrere le gallerie di quota 1600, passando

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sopra Parsifal per arrivare direttamente nelle zone più profonde del Cappa. Ci è andata male. Ma va bene lo stesso.

      Cerchiamo di capire dove siamo. Alcuni percorrono la frattura verso monte, ma è troppo stretto, io mi butto verso valle. Eliminate alcune pietre noiose, passo, sono sempre nella stessa frattura sotto, una spaccatura larga quasi una spanna mi manda poca aria in aspirazione (cosa strana, se si valuta bene). "Per proseguire di qui bisogna lavorarci seriamente".

      Che novità per questa grotta!! Giornata finita, si finisce il rilievo (il pozzo è da 80 metri) e si esce un po' scornati. Ma qualcosa di strano c'è ancora e le domande percorrono le teste dei protagonisti. "I tacchini vicino all'ingresso da dove arrivano?" "Ho visto una finestra alla partenza del pozzo?" "In fondo al pozzo c'è poca aria ed è contraria (errore), da dove arriva tutta l'aria che c'è in cima?" "Dove siamo arrivati in Parsifal?" "Chi è arrivato lì da Parsifal?" "Da dove è passato per arrivare lì?" Alcune domande hanno avuto risposta quando è stato steso il rilievo. "Siamo arrivati nel ramo degli Orientali". Altre sono state analizzate la domenica successiva, sempre più carente di speleo. "La finestra sul pozzo non ha aria e chiude su riempimenti, ma c'è un pozzetto che probabilmente ributta sul pozzone", parola dell'Uberto.

      Ormai siamo alle soglie di ottobre, fra un po' l'inverno marguareisiano impedirà l'accesso alla grotta e quindi ci si affretta a tornare con l'obiettivo di scendere il pozzo e scoprire da dove sono arrivati i Parsifaliani. Giampiero prende una finestra a quaranta metri dal fondo, scende in arrampicata una trentina di metri, tocca il fondo e trova... delle impronte. "OK, sono passati di qua, ma come ci sono arrivati qua?", l'unica ipotesi è traversare il pozzo sceso in arrampicata.

      Già che sono sul fondo del pozzo decidono anche di controllare per bene l'aria, che, scoprono, arriva da valle (cvd). Intanto Donda comanda le risalite in cima al pozzo, prende un finestra alta, ma anche qui è tutto chiuso.

      I Cocomeri ora hanno un po' depresso le anime, chi ha sperato di arrivare in Cappa è deluso, chi ci ha lavorato tanto è stanco di andarci, chi aspettava qualcosa di grande per entrarci continua ad aspettare. Insomma, ora che il lavoro facile è finito bisogna rimettere le teste sul binario giusto ricordandoci che anche i Cocomeri sono una grotta e come tale deve essere considerata.

      Contemporaneamente vengono scoperti altri due ingressi che attirano l'attenzione della speleologia piemontese. Una massa di speleo cuneo-torineso-bielloti si avventa in zona K, altri vengono attirati in Cima alla Fascia, insomma la domenica successiva nessuno andrà ai Cocomeri, come anche quella dopo e quella dopo ancora, sino ad arrivare alla primavera 2001 quando... In quanto alle domande che ci eravamo posti, alcune hanno avuto risposta.

      Sembra che il pozzo si comporti come un grande camino, l'aria viene aspirata all'interno del pozzo da mille fratturine. "Dove lavorare quindi?" "Stretto per stretto lavoreremo sul fondo". Dovrebbe anche essere risolto il mistero dello speleo scarburatore, a Bora 2000 voci dicono che sia stato Pupi (al secolo Daniele Moretti) ad arrivare in quelle zone nel lontano 1995.

      Le descrizioni che ha dato sono molto simili a quello che abbiamo visto, rimane comunque il problema di capire "come sia arrivato li". Laura, Sara, Nazarena, Ivana, Marilia, Fof, Donda, Ciurru, Giampiero, Ube, Nicola, Loco, Giulio, Eu, Bartolo, Majo, P. Belli, Meo, Igor, Ezio ed Enrico Elia, Calle, Piter, Ico, Ubertino, Marcolino, Giors, Luca, Max, Tupin, Ettore, Zeus, Daniele, e gli Acari: questa è tutta la gente (esclusi quelli che mi sono dimenticato di aggiungere) salita ai Cocomeri durante i mesi di settembre e ottobre. Molti altri sono stati protagonisti degli scavi sia nel 1999 che nei primi mesi del 2000, ma questi sono fatti già raccontati.

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"El Topo" un nuovo abisso nella conca delle Carsene?

Meo Vigna

Un uomo solo che guarda il muro
è un uomo solo.
Ma due uomini che guardano il muro
è il principio di un'evasione.
(Jack Folla)

      È l'ultimo week-end di agosto, in una stupenda giornata estiva e ti aspetti di trovare al Marguareis decine di speleologi a cercare nuovi abissi o a scoprire nuove prosecuzioni. Dall'altra parte della montagna i liguri stanno affondando gli artigli nelle inesplorate gallerie e pozzi del sistema di Labassa e ovviamente, anche ai piemontesi, dovrebbe venire la "fregola" esplorativa rispondendo abisso ad abisso.

      Ma a Colla Piana, di fronte all'incredibile spettacolo della conca deserta, siamo solo in 5: Fof ed io più Ciurru, Spissu e Bortolo di Cuneo. Saranno tutti in grotta, pensiamo, ma una missiva del Visconte ci dice che i labirinti oscuri sono deserti del tutto, ad eccezione di 5 biellesi che stanno tentando la fortuna in una nuova cavità scoperta presso la cima della Fascia.

      Il programma prevede di andare ad allargare una strettoia nel pozzo di Lucien, in sinistra conca, ma Ciurru ci convince a raggiungere i "prati di calcio", dove ha visto una serie di buchetti soffianti. Tra una disostruzione e l'altra, poco convincente, arriviamo in un'interessante zona, a monte dell'abisso Arrapanui, dove Fof scopre due pozzetti, uno di questi con discreta corrente d'aria che, attraverso una strettoia da allargare con mezzi più energici, immette su un salto di una quindicina di metri. Verso sera prendiamo la via del ritorno e ci dividiamo salendo alla Morgantini: gli altri in asse conca ed io verso la Zona 2, caratterizzata dalla presenza di vaste depressioni nei calcari scistosi del Cretaceo.

      In queste rocce si trovano spesso cavità piuttosto strette e rognose ma che a volte, incontrati i sottostanti calcari puri del Giurassico, proseguono alla grande, con profondi pozzi. In genere, a causa della notevole quantità di residuo insolubile e detrito proveniente dalla disgregazione di questi calcari, le grotte si chiudono dopo pochi metri.

      Ovviamente nei settori più alti e riparati i riempimenti sono minori. E così che cercando tra un pendio e l'altro ed annusando come un cane da tartufi anche le più piccole fratture, scopro alla base di una piccola paretina un buchetto caratterizzato da una forte corrente d'aria. Inizio subito a scavare, godendomi il profumo dell'aria umida che ben conosco e consumando quasi un pacchetto di sigarette per vedere e rivedere il fumo e la cenere che con violenza vengono soffiati via.

      Dopo aver tolto quasi un metro cubo di detrito, vedo davanti a me un piccolo passaggio e poi il buio, decido così di tornare alla capanna a chiedere aiuto per lo scavo, e soprattutto a cercare compagni per condividere questi magici momenti. Ben quindici minuti occorrono per raggiungere la Morgantini e un tempo ancora più breve per ritornare tutti quanti eccitati davanti all'ingresso con pala e piccone. Fof e Spissu mi usano come escavatore tirandomi per i piedi e nell'arco di pochi minuti riesco ad infilarmi e ad affacciarmi su un grosso pozzo profondo una cinquantina di metri:

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l'esaltazione coinvolge tutti quanti e dopo aver siglato l'ingresso con le scritte GSP e GSAM torniamo alla capanna. Cena e nottata ovviamente agitata con i soliti sogni e speranze.

      Il mattino successivo ai 4 pimpanti scopritori (Ciurru era sceso in serata a valle per impellenti affari amorosi ma aveva vissuto la scoperta via telefonino) si aggiungono i 5 biellesi (Marcolino, Donda, ecc) piuttosto affranti per la mezza delusione del buco della Fascia, fermo a -80 su strettoia da allargare.

      Arrivati all'ingresso un sorriso goduto li conquista ma Fof li mette subito ai lavori forzati per trasformare il budello di ingresso in una comoda foffovia: dopo un'oretta di scavo un confortevole passaggio permette di arrivare facilmente sul P 50 ed i biellesi possono finalmente mettere una piccola G a fianco delle altre sigle.

El Topo - l'ingresso dopo il primo scavo

      All'ingresso del pozzo un enorme masso incombe nel vuoto, ma, nonostante innumerevoli sforzi per farlo cadere con spinte e palanchini riusciamo giusto a spostarlo di pochi cm; occorrono metodi più persuasivi.

      Chiedo a Fof il trapano che stranamente non funziona, scopriamo poi che nel bogolone c'è quasi un litro d'acqua marcia e puzzolente. I biellesi, a questo punto, mettono a disposizione la loro attrezzatura ed aggiungono un'altra lettera. Viene così disintegrato il grosso masso, ma quando cerco una corda per l'armo scopro che nei nostri sacchi ci sono solo brevi spezzoni e dobbiamo di nuovo ricorrere all'aiuto dei nostri che sfornano una bella 60 ed allegano una terza lettera.

      Dopo aver preparato un bell'armo Marcolino ed io ci apprestiamo a scendere, ma quando mi accorgo che, ad alcuni metri dalla partenza, un altro pietrone occhieggia nel vuoto (sono un fifone e codardo), lascio molto volentieri al biellese l'onore della prima discesa: ovviamente gli altri all'ingresso completano la scritta: GSBi.

      Marco scenderà un 50, mettendo una serie di cambi su roccia alquanto marcia, fermandosi per mancanza di corde su un successivo salto, con forte corrente d'aria. Per questa domenica va bene così, e durante l'immancabile fermata alla gelateria di Roccavione, decidiamo di annunciare la scoperta ma di non rivelare l'ingresso della nuova grotta.

      Due sono i motivi: il primo fare capire, con atti concreti, che andare in battuta non è una cosa così inutile, come molti pensano ed attuano (basta vedere nell'attività annuale quante uscite sono dedicate alla ricerca di nuove grotte), e la SPELEOLOGIA ESPLORATIVA non è fatta solo da chi va in grotta, ma ovviamente deve passare da una prima fase di ricerca. Il secondo motivo, più banale e realistico, è legato ai programmi futuri che prevedono nelle successive domeniche lo scavo al buco dei

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Cocomeri, operazione sicuramente meno allettante e non così nobile rispetto all'esplorazione di questo nuovo buco a ben 20 minuti dalle macchine. Conoscendo ormai troppo bene le persone, si poteva facilmente immaginare come sarebbe finita la disostruzione se si fossero lasciate aperte le porte del nuovo abisso.

      Ma, a Torino, ai più, questa soluzione non piace e le parole si sprecano.....

      Passa così il mese di settembre ed inizio ottobre, con tutti e 3 i gruppi impegnati nello scavo e poi nell'esplorazione dei Cocomeri, dimostrando che con determinazione e concentrando gli sforzi i risultati arrivano (vedi articolo nelle pagine precedenti).

      Ma con l'autunno arriva anche la prima neve che imbianca il Marguareis, e soprattutto chiude la comoda pista d'accesso alla Morgantini, spegnendo ai più le velleità esplorative. L'ingresso della nuova grotta presso il rifugio, pur essendo ubicato ad una quota di circa 2100 m, funziona da buco basso e, una volta allargato il passaggio, aspira avidamente inghiottendo tonnellate di neve che rischiano di ostruire le prime parti dell'abisso.

      Decidiamo così un'uscita per chiudere l'ingresso, alla quale partecipano i torinesi, che scelgono di salire dalla valle Pesio ed i biellesi che preferiscono il percorso dal colle di Tenda percorrendo la strada a piedi, mentre i cuneesi, visto il discreto numero di partecipanti, decidono logicamente di fare altre cose. Marcolino, Donda e compagni si portano anche l'attrezzatura da discesa ed un centinaio di metri di corde per dare una rapida occhiata dopo il P 50 e sondare concretamente le possibilità esplorative del nuovo buco.

      Ci si ritrova tutti quanti all'ingresso in una gelida domenica d'autunno, con i torinesi fuori intirizziti dal freddo che costruiscono una valida chiusura ed i biellesi al caldo dentro la grotta. Viene infatti organizzata solo una piccola squadra, in quanto è tardi e ci sono solo poche ore di luce e tante ore per ritornare alle macchine, per dare un'occhiata ed eseguire un primo rilievo speditivo. I fortunati (che ovviamente rappresentano i tre gruppi che hanno iniziato questa storia) scoprono, dopo il cinquanta, un largo meandro seguito da una serie di saltini e si fermano ad una decina di metri dal fondo di un grosso pozzo da 25 dove si vede arrivare da monte un piccolo corso d'acqua che sparisce verso valle in una bella forra, ad una profondità di circa 120 m.

      Bene, l'abisso sembra incamminarsi bene e fa ben sperare per le esplorazioni del prossimo anno.

      Ma, questa volta a Cuneo, la punta non piace e di nuovo le parole si sprecano.... Io non riuscirò mai a capire perché, quando si trova qualcosa di nuovo, devono sempre scoppiare delle inutili discussioni invece di festeggiare ed apprezzare i nuovi tasselli che si stanno aggiungendo alla conoscenza del mondo sotterraneo.

      Chi fomenta queste controversie lo fa solo perché leso nell'orgoglio personale o per il bene della speleologia? Molte persone hanno abbandonato, stufi non delle grotte, ma dei personaggi che vi ruotano intorno.

      Alla fine queste situazioni conducono all'indifferenza, al piattume che ammazza anche la speleologia. Io, invece, continuo a gironzolare

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Abisso "El Topo" - Conca delle Carsene - Alpi Liguri -
Explo - Topo: 2000 - Profondità: -80 m - Sviluppo: 110 m

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per il Marguareis perché ritengo che la bellezza di queste zone e le emozioni che provo sono ben superiori a queste sterili polemiche che appena mi sfiorano.

      Ma un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo, mentre due uomini che guardano il muro è il principio di un'evasione.

      Ancora una cosa, riguardo ad il nome della grotta. Ritengo che, in genere, sia giusto che venga dato dallo scopritore, anche se spesso concorrono poi anche le idee degli esploratori. Ho deciso quindi di chiamare questa grotta "El Topo" che è il titolo di un vecchio film molto metafisico di un certo Jodorosky.

      Tutto da capire od interpretare... come gli speleologi: andate a vederlo da qualche parte e poi verrete al Marguareis con me.

El Topo - La chiusura invernale (foto B. Vigna)

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Sogno di una notte di fine estate

Riccardo Dondana

I think god is moving its tongue
There are no crowds in the streets
And no sun in my own summer
My own summer (shove it),
Deftones

      Ormai le serate trascorse a pensare a te sono diventate troppe per pensare di non dedicarti neanche uno scritto, un segno della tua esistenza, una riga che ricordi che ci sei e non so neanche se io sono abbastanza degno per cercare di descriverti, per svelare ogni tuo più intimo segreto, ma di fare il druido a continuare con la tradizione orale non mi sembra il caso e allora ti misuro, ti stendo e ti sfido per capire dove vai, dove le tue acque nascano o muoiano, ma quel giorno ti sei concesso troppo poco o forse noi non credevamo in te abbastanza per osare ancora in quella discesa e questa è la giusta punizione.

      Sono solo congetture dettate dal caso, perché la verità è più semplice e disallarmante di quello che l'umana natura può immaginare la prossima estate, sì la prossima estate tu ti lascerai di nuovo concedere ad un'orda barbarica di speleologi provenienti da ogni parte del Piemonte e per i tuoi pozzi riecheggerà solo il sibilo della corda che scivola veloce e furtiva nei discensori e quel pozzo, proprio quel tanto agognato pozzo, altro non sarà che l'ingresso in un mondo nuovo e inesplorato; le flebili fiammelle saranno come dei fuochi fatui che si sposteranno in preda al delirio più incredibile, come un cursore impazzito in uno schermo infinito. Ti aspetteremo El Topo, ti aspetteremo... "

      Descrizione e rilievo

      L'abisso El Topo si apre in bassa zona K, un centinaio di metri sopra il campo da calcio sotto una caratteristica paretina di Cretaceo. Nella riva sottostante l'ingresso sono presenti diversi rocconi segno dello scavo fatto per aprire l'ingresso. L'ingresso è costituito da un meandrino lungo circa 5m che si butta subito dopo in un pozzo da 35m. Più o meno a metà è evidente un altro pozzo che arriva dall'alto, probabilmente collegato all'esterno. Alla base del pozzo parte un meandro largo fino al metro e con forte aria uscente che porta fino alla partenza di un salto successivo di una decina di metri, alla base del quale perdiamo l'aria e anche la grotta che termina, dopo uno scivolo in frana, in una sala ingombra di blocchi. Tornando indietro si può notare una evidente frattura che, iniziando da una parte del pozzo, continua dall'altra parte in meandro di larghezza massima sino al metro con aria. Continuando per detto meandro si arriva all'attacco di un pozzo, proprio in corrispondenza di una svolta secca di 90 gradi: il meandro continua in alto, ma l'aria arriva tutta dal basso e anche la larghezza aumenta.

      Ci troviamo infatti in un ennesimo meandro largo fino a 4m molto bello; la progressione continua molto divertente tra marmitte, alcune anche con presenza d'acqua fino all'attacco di un pozzo, unica parte non rilevata, sceso solo per metà per mancanza di corde, al fondo del quale, in un ampio salone, si vede un piccolo ruscello che sembra continuare sia a monte che a valle. Una libertà che ci siamo permessi è dare il nome al meandro che scende fino al salone e precisamente "White pony", album dei Deftones, un gruppo che ci ha accompagnato per tutta l'estate.

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Se C 6, spara un colpo! (sul cameraman)

Franz Vacchiano

Squadra uno! Coperta! Squadra due! Coperta! Squadra tre! Sotto coperta!
(da: Paolo Belli gestisce le comunicazioni)

      Abisso 6C, Conca delle Carsene: una grotta stretta, terribilmente stretta, che scende per quasi cinquecento metri fino a sfiorare il complesso del Cappa.

      Nel salone finale grandi finestre occhieggiano inesplorate, dopo aver strizzato l'occhio agli esploratori cuneesi ormai una quindicina di anni fa, quando il Cappa era ben più lontano e loro infinitamente più sottili.

      Oggi però la tecnologia aiuta i ciccionazzi, e dunque è logico immaginare che qui si terrà l'esercitazione nazionale del gruppo lavoro disostruzione (della serie, l'utile al dilettevole, o quasi ...). L'operazione è inoltre l'occasione per filmare le tecniche demolitorie e realizzare una documentazione dettagliata dello svolgimento delle operazioni, per fare rilevamenti sulla circolazione dell'aria e sulle sue variazioni in caso di scavo, nonché per monitorare, per la prima volta, le condizioni degli uomini esposti al rumore e al gas delle esplosioni. Il tutto si traduce in un quantitativo di materiale che neanche Annibale aveva mai scaricato sulle Alpi (e che neppure Jules Verne avrebbe mai calato in una grotta).

      La prima delegazione è di logistica, e riarma la grotta durante le tre domeniche precedenti l'uscita, con piccoli lavori di adeguamento al kolossal che vi sarà girato. Quindi trasporta tutto su e giù e fornisce gli attori per le riprese: prime operazioni sul ferito, intervento del medico, disostruzione. I registi hanno deciso di trasportare cinecittà qui sotto e, nelle pause, sui riflettori si cucina il tè. Il generatore, portato a spalle dalla Morgantini, pompa kilowattora nelle viscere del pianeta, mentre i soliti ignoti pian piano trasformano le strettoie del 6C nei viali di Broadway. Le riprese iniziano, insieme con le spirometrie, i prelievi del sangue, gli esami audiometrici (i disostruttori vengono visitati e salassati prima di entrare). La grotta prende una forma nuova, modellata ad hoc sulle esigenze dei non più magri produttori. Peccato che effettivamente il progetto originale sia davvero un po' ambizioso, e lavorare le strettoie fino ai meno quattrocento sia molto più lungo e complesso del preventivato. Ci si fermerà a metà strada (e già Nobel sarebbe fiero di noi!), con un po' di rammarico.

      La domenica, un equilibrismo organizzativo ci doterà di un elicottero per riportare i materiali alla Morgantini, mentre ad ingresso grotta si festeggerà il lieto evento con i fuochi d'artificio. Bilancio: un'esercitazione complessivamente ben riuscita, con un grosso impegno del primo gruppo in tutte le sue fasi, e con risultati in fondo confortanti: un fumatore medio respira molta più schifezza di un disostruttore in operazione, sempre che non sia anche lui, ovvio, un incallito fumatore! I decibel degli spari sono risultati inferiori a quelli di un normale rave party (ma tanto chi ci va?), anche se le cuffie aiutano a proteggere i sacri padiglioni (sempre che non vi si trasmettano i Luna Pop...). Alcuni dati sulla composizione dell'aria dopo i "botti" sono stati falsati da un piccolo bias delle macchinette di rilevazione, certamente marginale per l'uso che ne avevano immaginato i costruttori: erano sensibili all'acetilene, normalmente un gas poco diffuso in atmosfera! Per quanto riguarda il film, attendiamo con ansia il frutto di cotanto dispiego di mezzi ed energie, in attesa che l'Oscar cada pietosamente sul cranio dei registi...

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Siria

Ube Lovera

      Il Crak dei Cavalieri è una gigantesca fortezza crociata che, costruita attorno al 1000 fu occupata e ristrutturata nel 1100 dai Crociati. In quello stesso periodo la Peugeot progettava il primo esemplare del suo modello "405". Circa 900 anni dopo i loro destini si riuniscono. Improbabile? Non avete visto la macchina. Siamo in cinque ad arrancare, rigorosamente in prima, a bordo di quell'antico prototipo, proprio sotto le mura del Crak.

      Tutt'intorno calcare. Ecco qui la scusa per queste scarne righe riguardo alle poche cose, speleologicamente parlando, che abbiamo potuto vedere, ostacolati dal fatto di essere in Siria, con tutt'altri intenti, ma favoriti dalla velocità di crociera del suddetto Pegiò che permetteva anche all'autista di dedicarsi ad ampie osservazioni morfologiche. In cinque, si diceva, tutti comunque di attinenze carsiche; Cinzia e Ube, speleologi (in attività?), Ernesto, fisico brasiliano ex allievo del corso, Luisa, madre di speleologa, Chiara, speleologa (ex?) e amante di speleologo (tale Baciccia).

      Trovare rocce carsificabili in Siria non è complesso. Calcare e gesso sono la Siria e se aggiungi una spruzzata di basalto giù verso la Giordania hai esaurito il panorama geologico.

      Per ragioni che non mi azzardo a raccontare, chiedete ai geologi, di calcare sono anche le montagne, distribuite qua e là, in ordinate catene parallele alla costa. La prima di queste catene montuose per lo più non ci riguarda: è in territorio libanese e la casistica di spedizioni speleologiche in quella terra è sterminata.

Carta geografica della Siria

      Procedendo verso nord ad un certo punto, quando il Libano finisce, la nostra catena, che per la cronaca si chiama Jubal Lubnan al Gharbiyeh, ha perduto parte della sua

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altezza, mantenendosi comunque a quote rispettabili, tra i 1400 e i 1600 m s.l.m. Calcare fin dentro l'acqua.

      Qui, nel corso di una perlustrazione, gli imperiesi, una decina di anni fa hanno rilevato una grotta già conosciuta lunga 300 metri. I soliti inglesi hanno invece trovato quella che attualmente è la grotta più importante della Siria. Dotata di abbondanti sifoni è lunga un paio di chilometri. La seconda di queste catene montuose, la Lubal Lubnan ash Sharqiyeh, segna invece il confine tra Siria e Libano con criteri assolutamente alieni e comunque non legati a spartiacque di sorta. I contrafforti meridionali di questo massiccio che, se le cartine non contano balle, dovrebbe raggiungere i 3000 metri di quota, si avvicinano alla periferia di Damasco.

      All'estremità orientale del massiccio, dove le montagne scivolano verso il deserto, abbiamo visto numerose forre tagliare i versanti. Una di queste, un posto chiamato Der Marmusal'Habasci (incredibilmente San Mosè) ospita un monastero vecchio di un millennio e mezzo circa.

      Qui abbiamo infilato il naso in un paio delle decine di condotte freatiche che sbirciano dalle cengie. Nessuna traccia di lavori speleologici in zona. Altro calcare nel centro del paese, nei dintorni di Palmira, affogato nel deserto. La medesima incursione imperiese ha fruttato una decina di piccoli buchi: relazioni e rilievi sul loro bollettino (n. 36 anno 1991). Di qui in poi, procedendo verso est, dominano i gessi e le rovine delle città imperiali.

      Tracce di speleologia in una spedizione tedesca nei dintorni di Raqqa, lungo il corso dell'Eufrate. Poi c'è l'Iraq. Se poi quello che volete sono le cavità artificiali, in catalogo abbiamo anche quelle. Nei dintorni di Aleppo ci sono i resti di una sessantina di villaggi bizantini, circa intatti, abbandonati nel VII secolo. In uno di questi, accompagnati da una ventina di ragazzini urlanti, ci siamo inoltrati nei sotterranei degli antichi palazzi, tutti comunicanti. Nessuna notizia di archeologi, né tantomeno di speleologi. E se qualcuno avesse per caso voglia di andare a dare un'occhiata un po' più seria, magari un tre o quattro persone, magari una prespedizione...

Saraghi e cernie in galleria, nei freatici sommersi delle Medas

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Impressioni speleosub alle Medas

Attilio Eusebio

      Le Isole Medas o Medes (se si sceglie il giusto toponimo catalano) sono in Spagna (Catalunya), lungo la costa del Mediterraneo, circa un centinaio di chilometri a est di Barcellona. Si tratta di due isolette grandicelle e di alcuni scogli ubicati a circa 1 km dalla costa del Montgrì, con una estensione totale di 0.25 kmq.

      Aree molto piccole quindi, disabitate, e molto simili alle nostre isole di Bergeggi o alla Gallinara, fantastiche dal punto di vista paesaggistico e subacqueo tanto che nel 1990, il parlamento della Catalunya emanò una legge per la protezione della flora, fauna e del fondale marino: da allora, di fatto, l'area divenne parco.

      Le isole e la costa sono costituite da rocce carbonatiche appartenenti alla falda del Montgrì, una sequenza calcareo-dolomitica carsificata (dal Trias fino al Cretaceo) interessata da fenomeni dislocativi fragili orientati NW-SE, ben visibili, che delimitano anche le isole stesse. Nelle isole è presente una forte dissimmetria morfologica: il versante est è caratterizzato da falesie molto alte, costituite da calcari con stratificazione massiccia, strapiombanti sul mare, mentre il lato ovest, costituito da una alternanza di gessi, argille e marne, presenta pendii più dolci che permettono l'accesso alle isole.

      Le stesse discontinuità che "affettano" le isole sono anche ben visibili in sotterraneo (e quindi sott'acqua), poiché su di esse si impostano i reticoli carsici di cui parleremo più avanti. Il fenomeno carsico è notevolmente sviluppato ed è sostanzialmente subacqueo; le isole sono infatti traforate da decine di grotte e grottine di varia lunghezza e profondità diverse (da pochi metri sott'acqua ad oltre 50 metri) che in genere si presentano come grandi gallerie, relativamente pulite, con concrezioni che ai pipistrelli hanno sostituito cernie e altri pesciolini.

      Spettacolare fenomeno dove le gallerie si presentano come un reticolo freatico, con accenni di scallops, concrezioni, arrivi di meandrini, camini e pozzi e ringiovanimenti. Un sistema carsico complesso con isolate venute d'acqua dolce.

      Direi che ogni speleologo dovrebbe provare almeno una volta ad immergersi in un contesto del genere; alla sensazione magica di volare in galleria (in acque a 21 gradi) si mescolano i riflessi del subconscio speleologico dell'attenzione al passag-

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gio, alla ricerca mentale dell'appiglio che qui semplicemente si risolve con un colpetto di pinna o una leggera variazione della respirazione, o ancora la discesa di un pozzo lasciandosi lentamente cadere senza vincoli.

      Una settimana è durata questa esperienza nella quale abbiamo percorso una decina di grotte. La più banale e famosa, che qualche superfigo fa anche in apnea (lunghezza circa 20 metri, con diametro minimo della galleria 2-3 metri, a profondità di 12 metri), attraversa la Meda Xica, ed è notissima (Cova del Dofi). Pochi metri più in basso un'altra grottina ha dimensioni più ridotte, dopo alcuni metri (altezza circa 1 metro con fondo in blocchi) una strettoia, dove raschiano le bombole, immette in una saletta dove abita una cernia di un metro di lunghezza. Grande spavento da parte di tutti (soprattutto del pesce) ed un breve camino riimmette nella Cova del Dofi.

      Più seria è la Cova del Dofi Sud: si tratta già di un reticolo complesso che inizia intorno ai 12-15 metri di profondità, poco dopo l'ingresso un bivio, sulla destra una breve galleria conduce ad un camino alto una quindicina di metri che immette in un ambiente subaereo, dall'alto un bel camino rotondo immette luce esterna in galleria con fantastici giochi, di fronte la galleria continua, nel nero, in discesa. La prima uscita è dopo qualche decina di metri, un grande antro (largo una quindicina di metri) riconduce alla base della falesia intorno ai 15 metri di profondità. In realtà la galleria subcircolare prosegue, giungendo fino a Punta de la Ferral, sul lato nord dell'isola, per una lunghezza di una ottantina di metri, fino alla profondità di 25 metri, sempre con diametro di 10-12 metri. La durata dell'immersione, con calma, è di circa un'ora. Altra bella immersione è il Raco de la Vaca, ubicata nell'isola più grande (Gran Meda) sul versante orientale, si tratta di due gallerie intercomunicanti, lunghe una cinquantina di metri a profondità massima 17 metri, sempre di dimensioni medio-grandi, una attraversa l'isola, l'altra immette in una camera subaerea con concrezioni.

      Una cinquantina di metri più ad ovest si apre un'altra cavità (non segnalata da guide e locali) intorno ai 15 metri di profondità, che abbiamo percorso in esplorazione. La galleria inizialmente è grande sei-otto metri, con fondo in ciottoli e blocchi, dopo una ventina di metri il fondo risale ed una finestra quadrata (intorno ai -8 metri), sbuca su un pozzo perfettamente circolare del diametro di 4-6 metri, di fronte una finestra immette in una forra. Il traverso è facilissimo, un colpo di pinna e sei nella forra che risale, osservato da un paio di gamberetti spaventati.

      La forra risale fino a sbucare in una sala aerea con concrezioni rossastre e aria irrespirabile, chissà forse continua ...

      Questa in sostanza l'esperienza speleosubacquea alle Medas, assolutamente nulla di particolare o clamoroso, ma è impressionante vedere il fenomeno carsico, in molti dei suoi aspetti classici (gallerie concrezionate, ringiovanimenti, ecc.) a venti metri di profondità. Ma quale sarà l'età di questo ciclo carsico?

Vista 3D di una cavità marina sommersa alle Medas. Le immagini dell'articolo sono tratte dal libro "Illes Medes - Costa del Mongrì - las 25 majores immersiones", 1997

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Se Atene piange...

Giovanni Badino

      ... Sparta non ride. Al grido dall'allarme di Roberto Mantovani su Liberi Cieli ("Le ragioni di una crisi") riguardo al languire dell'alpinismo di punta, specie in Piemonte, aggiungo mie osservazioni sulla situazione nella speleologia che ho steso per un articolo uscito su "L'Appennino, 1, 2000" (CAI-Roma) completandolo con un'analisi che ho fatto per il recente convegno di Verona dedicato al cinquantenario della SSI.

      Sul numero di Settembre-Ottobre 99 della Rivista del Club Alpino Italiano c'è una rievocazione di Gianni Ribaldone, un piemontese trapiantato a Genova, che nei primi anni '60 ebbe il privilegio di essere sia uno dei più forti speleologi sia uno dei più forti alpinisti del tempo. Vediamo sinteticamente il suo percorso: inizia a fare attività speleologica in modo eccellente facendo pubblicazioni scientifiche sulla morfologia delle grotte che va esplorando, ma anche sull'inanellamento dei pipistrelli; pubblica persino elenchi catastali e cose simili. Partecipa ad una delle più splendide esplorazioni a tuttora, la prima discesa in fondo alla Spluga della Preta, allora leggendaria, ma anche ad innumerevoli altre esplorazioni minori. Nel frattempo si sposta a Torino per laurearsi in ingegneria.

      Si dedica all'alpinismo e lì sbanca con una serie di salite che realmente annunciano tempi nuovi. Ma così come in speleologia non si limita ad andare in grotta, anche in alpinismo si dedica ad attività organizzative, diventando uno dei protagonisti della scuola Gervasutti e vicepresidente del Gruppo Alta Montagna dell'Uget.

      Ma mica ha lasciato le grotte: è intanto fra i fondatori del Soccorso Speleologico, poi confluito nel CNSAS. E mica si limita a riunioni: opera per salvare due feriti in una grotta lombarda e la straordinarietà dell'azione gli frutta la Medaglia d'Oro al valor civile. Poi sul Monte Bianco, durante un'uscita del corso della "Gerva", precipita e muore. A 24 anni. "What?" Ventiquattro anni. "Scusa, che cosa hai detto?" Ho detto: ventiquattro anni.

      Tutta quell'attività, comprese quelle che ora sono sentite come da speleologi in disarmo (fondatore di questo, vicepresidente di quell'altro), e quelle che ora si pensano tipiche di speleologi disarmati da tempo (elenchi catastali, inanellamenti) sono state fatte da un "gagno", uno di quelli che non capiscono nulla, si muovono quasi sempre male e, se si muovono bene, non fanno altro e se ne vantano incessantemente.

      Uno di quelli che se li richiami ad un approccio più disciplinato si irritano, lo fanno di malavoglia, non scrivono, non misurano ("è da pensionati..."). È chiaro che da allora ad adesso è successo qualcosa. Un tassello che mi serve a comporre questo articolo lo notai una decina d'anni fa. Si era ad un incontro nazionale della speleologia, ove si mostravano filmati, foto, rilievi, materiali. Una sera, attorno al fuoco, ci mettemmo a cantare le nostre canzonacce, come al solito.

      D'improvviso, dall'altra parte del fuoco, notai una gran quantità di facce che non cantavano, ma guardavano noi, relativamente più vecchi, che cantavamo. Il loro sguardo era quello tipico di chi guarda un film. Finita la canzone invitai costoro ad entrare nella televisione, e a cantare. Da allora invito parecchio ad entrare nella televisione, e a cantare, ad andare in grotta, a fare gite, a scavare, ad appassionarsi, a rischiare di persona, ma in genere è inutile. guardare la gente che lo fa è, con ogni evidenza, sufficiente per gran parte delle nuove generazioni.

      Dunque nel nostro discorso si concatenano due temi: il primo è che "noi da giova-

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ni eravamo meglio", il secondo è che "ora la fruizione delle cose è indiretta". Per prima cosa consideriamo la passata superiorità della nostra gioventù, già ben indicata da Ribaldone. In effetti anche la mia esperienza personale tende ad indicarla: a volte, quando sento che uno si dichiara troppo giovane, o vedo che si sente troppo inesperto per fare certe cose, considero cosa facevo alla sua età e rimango incredulo; ero Delegato del CNSAS a 23 anni, feci la prima grande solitaria a 21, enormi esplorazioni sui 24. Poi, se uno guarda più attentamente, si accorge che non è tutto oro quel che luccica. Intanto la speleologia si è complicata in un modo terribile, e le sue esigenze sono ora altissime. Anche le sole cariche, che un tempo richiedevano un certo impegno, ora richiedono sforzi ben più elevati.

      Quel che allora consideravamo "speleologo esperto" ora non ci riuscirebbe a convincerci ad imprestargli l'acetilene. Eravamo coraggiosi, sì: ma sempliciotti e competitivi. Ci aggiravamo in grotte sterminate credendo che fossero semplici "cadute" verso un remoto fondo. Ci emozionavamo al reperimento casuale di una galleria quando ce n'erano decine di chilometri attorno a noi. Quelli che, più anziani, avevano ormai più esperienza e potevano finalmente orientarci, venivano trattati da vecchi imbecilli che sostenevano balle per nascondere il fatto che non se la sentivano più di andare in profondità. In un ambiente così idiota era logico che, ai primi segni di "sfiato" e soprattutto di noia per l'ambiente (alla lunga troppo ripetitivo e poco stimolante), la gente se ne andasse sentendo di "non avere più l'età": era vero, certi approcci di allora erano davvero da bambini imbecilli. A 25 anni si era proprio vecchi e dunque se proprio si voleva rimanere si dovevano assumere cariche da pensionato o inventarsi "ricerche scientifiche".

      Per fortuna, vecchio dopo vecchio, siamo andati crescendo e con noi è cresciuta la speleologia e, con essa, le grotte. Le persone crescevano e a causa di ciò crescevano i territori esplorati, che quindi esigevano persone ancora più adulte. Se all'epoca si riteneva sufficiente un anno di addestramento per formare uno speleologo, ora si deve riconoscere che cinque anni sono insufficienti. Dunque è cambiata l'attività che, da cosa da giovinastri, ha assunto una valenza più vasta e matura che può solo essere affrontata da personalità più mature, proprio come l'astronautica e l'alpinismo himalayano. Record, velocità, profondità, competizione sono cose che esistono ancora ma la loro immagine si è appassita ed è divenuta persino un po' ridicola. In questo senso la superiorità dell'approccio attuale è indiscutibile.

      Ma arriviamo al secondo tema di questo articolo, la "fruizione indiretta"; perché, in effetti, sono anche cambiate le nuove leve... Il rischio di aprire un discorso sulle stagioni, che tutti sanno che non sono più quelle di una volta, è molto alto, ma lo correrò.

      È cambiata la gente? Credo di sì, vediamone il motivo, vediamo cosa è cambiato nell'allevamento. Intanto le persone acquisiscono autonomia ed

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escono di casa molto più tardi, tanto più quanto più la famiglia è agiata. I motivi sono molti: la ricchezza delle famiglie - e con essa la pietà dei genitori - è aumentata e inoltre è difficile trovare come sbarcare il lunario "adeguatamente" per un single viziato da un'infanzia di agi. Inoltre le tematiche di successo, ricchezza, prestigio che dominano sempre più, inducono a stare nella tana chi non è sicuro di sé e non ne viene scacciato da genitori coraggiosi: in pratica quasi tutti stanno rinchiusi fra rassicurazioni. Credo che questa "infanzia protratta" nella quale sta vivendo una buona parte della popolazione (e quasi tutti quelli che popolano i vivai potenziali dell'andare in montagna) stia facendo enormi danni a persone che sono destinate a scoprirsi ormai troppo vecchie e inadatte al mondo al momento in cui finalmente usciranno di casa.

      Ma prima avevo citato un altro tassello che sembrava marginale: il fatto che non si canta più. Non l'ho dimenticato. Il canto non è più una cosa sociale, una cosa da "fare insieme", ma un fatto di esibizione con pubblico; dunque ora per cantare bisogna essere cantanti, sennò si è ridicoli: e allora ecco il formarsi di gruppi di canto fra gli speleologi, che poi si esibiranno alle feste, suoneranno e gli altri ne danzeranno la musica in solitudine. Fruitori, non protagonisti. Rassicurante. Perché è successo? Perché non si canta quasi più insieme? Abbozzando una risposta a questa domanda potremo finalmente collegare i tasselli del nostro discorso collegando la passata frenesia giovanile, l'attuale assenza di canto e certi vecchi speleologi che continuano ad esplorare in solitudine: io credo che in questi anni si sia accentuata la dimensione del "vivere virtuale".

      Sono sempre più numerose le persone che, vedendo fare, si saziano come se facessero. Credo che questo sia causato un po' dal continuo perfezionarsi degli strumenti tecnologici, un po' dall'incessante acuirsi della paura di uscire in un mondo sempre più in competizione, ma soprattutto dall'addestramento che le giovani generazioni hanno al vivere virtuale. Prima di imparare a leggere, imparano a illudersi di vivere, vedendo altri vivere. Cosa fa al giorno d'oggi una mamma per avere un po' di quiete con l'unico figlio che la asfissia perché vuole attenzione?

      Lo mette di fronte alla televisione a guardare cartoni animati. Il fatto che questa operazione funzioni in modo magnifico la riempie di sollievo, ma dovrebbe terrorizzarla: vuol dire che un perfezionato elettrodomestico con programmi mirati è in grado di sostituirla, cioè è in grado di dare al bambino l'impressione di non dipendere più dalla mamma. Pian piano egli si addestra alla realtà virtuale, al vedere buoni e cattivi che si scontrano con Sbang e Crash, e si prepara da adulto a vedere gente che fa subacquea e a pensare di farla, che va in grotta e a pensare di far speleologia. Al limite un bel film porno lo metterà in pace col sesso. Il bello della fruizione della vita virtuale è che essa muta, rapida come cambiare una cassetta, come fare zapping.

      Niente pesanti addestramenti, niente fatiche sotto zaini, niente pericoli. Niente mamme stufe. Anzi, da collaboratore nella ideazione e costruzione di droghe telematiche, voglio far notare una cosa. Alcune delle caratteristiche fondamentali di un filmato che sia commerciabile e cioè, I) la qualità sempre più alta, II) la tecnica di aggancio con stacchi rapidissimi (che mai avvengono nella realtà ma solo nei cartoni animati), III) l'enfasi sui rischi e i conseguenti premi, sono tutte cose che puntano proprio a rassicurare lo spettatore nella sua intima convinzione che la scelta di star seduto con un telecomando in mano sia quella giusta. Vede meglio, non rischia, può vivere in una sera intere spedizioni.

      Non ha il premio, è vero, e questo forse lo frustra un po': ma sino a che dura il film pensa di averlo, come d'essere Baggio quando fa gol; si ricordi, del resto, che chi tifa per una squadra che ha vinto non dice "ha vinto la mia squadra" ma "abbiamo vinto"... A me pare tristissimo. Agendo così lo spettatore si prepara ad essere finalmente rassicurato quando per caso capita qualche tragedia. "Quelli lì se la cercavano",

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dichiarerà, felice del fatto che l'accaduto abbia dimostrato che fare zapping era proprio la cosa giusta. Questa rassicurazione è l'ultimo passaggio dell'addestramento al vivere virtuale e credo sia per questo che le tragedie in grotta o in montagna hanno smisuratamente più audience dell'attività normale.

      Credo che noi, che intendiamo conservare una nicchia viva all'esplorazione, al "fare", abbiamo uno spazio di reazione, e che sia quello di dare enfasi al fatto che l'andare in montagna (in grotta, sott'acqua o dove diavolo), non ha lo scopo di partecipare ad una moda di successo - cadremmo dalla padella nella brace -, ma è bello in quanto siamo noi direttamente che "facciamo". Dobbiamo cercare di aumentare l'inquietudine di chi, vivendo nel virtuale, sente che c'è qualcosa che non va. Sono in molti e, spero, saranno sempre di più. Dobbiamo farlo per dare continuità alle nostre attività, per mantenere vive le scuole, per trovare proseliti: ma forse, più di tutto e più che per salvare le nostre stupide ed inutili attività, dobbiamo farlo per dare vita a chi rischia di morire. Dante nel finale dell'Inferno incontra un dannato, Branca Doria, che gli risulta ancora vivo, ma la cui anima è già nella ghiaccia: si mostra sorpreso e chiede lumi ad un altro dannato. È indimenticabile il giro di parole che usa per dire che Branca appare vivo, ma non lo è: "Branca Doria non morì unquanche, e mangia e bee e dorme e veste panni". Il corpo del dannato fa le sue funzioni quotidiane, ma è senz'anima: mi sembra che capiti sempre di più incontrare persone in questo stato...

      Credo che il problema dell'esistenza di una vita dopo la morte sia poco rilevante, tant'è che nessuno è mai tornato a dircelo; invece mi sembra che conti moltissimo il problema dell'esistenza di una vita prima della morte. Forse c'è, ma bisogna lottare parecchio per averla, e in questi anni è diventato più difficile.

      Ed ecco ora la parte meno chiacchiericcia dell'articolo. All'incontro nazionale di Chiusa 98 i circa 1600 speleologi partecipanti hanno compilato un questionario in cui si dichiaravano sia l'età anagrafica che quella speleologica. Era così possibile dedurre l'età di inizio della pratica, e dunque ho fatto la statistica delle età di primo avvicinamento in funzione dell'anno di inizio, e con una "signora" statistica. Eccone qui il grafico, con le barre verticali che rappresentano gli scarti quadratici medi per ogni anno.

Chiusa 98 - Età di avvicinamento alle grotte - grafico

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      Balza all'occhio che la tendenza ad iniziare la pratica sempre più tardi non è solo un'impressione: c'è proprio. Negli anni '70 si iniziava a 18-20 anni, ora intorno ai 25 età a cui Ribaldone era già morto e io avevo alle spalle otto anni di speleologia intensissima. Le conseguenze di questo sono moltissime e alcune già le ho delineate, ma aggiungo che le persone arrivano già più formate mentalmente e fisicamente. Dal primo fatto deriva che verranno meno "segnate" dall'attività che sarà considerata "una delle molte" (non erano i gesuiti che dicevano "dateci l'infanzia di un uomo e sarà nostro per sempre"?) e dunque in genere meno degna di assiduo impegno. La parte fisica è anch'essa grave: se il venticinquenne arriva senza esperienze fisiche analoghe a quelle della speleologia gli sarà enormemente più difficile portarsi ad un livello di preparazione adeguato alle grandi grotte. Questo, insieme con le già citate maggiori difficoltà delle tecniche insegnate, porta con sé che una "nuova leva" diventa preparata per esplorare a grandi profondità (se lo diventa...) solo verso i trent'anni, invece che a poco più di venti come era vent'anni fa. C'è da aspettarsi proprio il concentrarsi delle esplorazioni nelle mani di pochi. Vediamo se troviamo tracce di questo nelle esplorazioni. Attualmente nel mondo sono note circa 400 grotte più profonde di 500 metri e quasi 70 di oltre 1000. Vediamo come è variato il numero di grotte note in funzione dell'anno.

Numero di grotte note con profondità >500 m (o) e >1000 m - grafico

      Si vede come ci sia un'esplosione da decenni, ma possiamo raffinare l'analisi pas-

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sando alla scala semi-logaritmica.

      Su una scala di tal genere una curva esponenziale (crescita geometrica) diviene una retta. Si vede che il numero di grotte esplorate si comporta proprio, all'incirca, così, ma si nota pure che dall'85 la crescita si è rallentata.

      Anzi analizzando numericamente i dati si possono estrarre i parametri di crescita, cioè il numero di anni necessario a raddoppiare il numero di grotte esplorate sino a quel momento.

Tempo di raddoppio

1960-85

1985.2000

>500

5.5 anni

17 anni

>1000

5.5 anni

9 anni

      Dal 1960 all'85 la crescita è stata abbastanza regolare, ogni cinque anni e mezzo il numero di grotte note raddoppiava, poi dall'85 c'è stato un netto rallentamento, soprattutto per le grotte di media profondità, cioè quelle più diffuse sul territorio, mentre le ricerche sulle grandi profondità prestigiose hanno ceduto in misura minore. È ragionevole, credo, imputare anche all'invecchiamento delle nuove leve la riduzione di mordente dell'attività.

      L'attrattività delle nostre attività sui giovanissimi si è andata riducendo moltissimo, forse perché si trovano circondati di vecchiacci, forse per altro. Ma credo che sia bene riflettere molto su questo, sia in speleologia che in alpinismo e agire in modo deciso e sistematico, ripartendo da zero.

Le pareti nord del Marguareis (foto A. Eusebio)

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Nirvana

Pierangelo Terranova

I float through day and nite lite most of the time
Till I hung my blues on a nailon your wall
It rained flowers when the music began
Love al around when the music is loud
Every day Nirvana - Always this way
I wish every day like Nirvana - Always this way

Fluttuo attraverso il giorno e la notte per la maggior parte del tempo
Fino ad appendere la mia anima ad un gancio, sul tuo muro
Quando la musica iniziò, piovvero fiori
Amore tutto intorno, ora che la musica è alta
Ogni giorno è il Nirvana - sempre la stessa direzione
Vorrei che tutti i giorni fossero il Nirvana - sempre la stessa direzione
(The Cult, Nirvana)

      In quel rifugio schiantato sotto il peso delle pareti calcaree là fuori, 2 come loro non li avevano mai visti. Il cavallone con i capelli lunghi fino al culo, e il piccoletto forzuto sedevano in silenzio, bevendo un caffè. Esausti.

      Strani vestiti per strani personaggi. Tuta integrale di un pile troppo sporco e vecchio per essere vero, scarponcini di plastica che neanche il più inodore degli escursionisti tedeschi vorrebbe avere ai piedi. Il bianco delle mani incrostate di fango spiccava sul legno scuro del tavolo. "parecchia argilla nelle fessure della est..." - mormorò ridacchiando uno dei Forti Giovani Arrampicatori che al tavolo accanto bevevano Coca cola. La biondina-orecchiniindiani-walkman-giaccapatagonia che era accanto a lui si accartocciò con movimenti snelli sotto la panca, per lumare i sacchi polverosi dei due Alieni, lì fuori: "Saranno cecoslovacchi?" si chiese. Giusto allora, Cavallone si alzò e, chinandosi per non piantare la fronte da nordico nella trave della porta, ondeggiò verso i sacchi per svuotarli al sole. "Arrampicate?". Cavallone guardò il tipo falso gioviali con mutandoni fucsia fluo, che con voce-da-bere lo aveva uncinato. "Sì.". Voce profonda, lievemente aromatizzata all'infinito di enormi spazi bui. Cavernosa, si sarebbe detto.

      Mutande Fucsia si agitò un po' a disagio aggiustandosi il ciuffo alla Take That. "Figo! Noi siamo appena usciti da Psichedelica Sensazione di Forza Acciaiante. 30 tiri, tutto-un-friend. M-i-s-t-i-c-o!! E voi?" "Noi siamo appena usciti di lì.". La manona di Cavallone indicò vaga un punto della grande conca carsica davanti al rifugio. Ardente nel sole e nella piattezza totale del suo calcare. OrecchiniIndiani se ne era uscita dal locale. Marcandola un po' troppo stretta, Piccoletto Forzuto raggiunse il proprio sacco e confermò: "Sì, lì a sinistra sotto le rocce nere". Lasciarono a Mutande Fucsia il tempo di messa a fuoco di una Leica poi, senza preavviso, procedettero allo Svuotamento Sacchi.

      Neanche Sigourney Weaver in "Alien" avrebbe resistito: con fare esperto, Caval-

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lone aveva estratto un cilindro traslucido, di un giallastro malsano, ricoperto di una patina viscida che forse era, o era sicuramente, merda. "maccheccazz..." Mutandone Fucsia ebbe netta la sensazione del suo maglioncino in Capilene, tutto per lo sport polare, violentato dal contatto con la Cosa Viscida e scartò di lato: "Cazzo, ma è un sacco! Ma dove siete stati?" "Se quello è un sacco, questo che cosa è?". Biondina guardava affascinata la pesante Colonna Nera che Piccoletto aveva tra le mani. Piccoletto sorrise a 47 denti: "Oh, questo è un bogolo..."

      "Minchia, ma andate in parete con quella roba lì?" chiese uno dei Forti Giovani Arrampicatori, "è pesante e poi dai, non è sportivo". Piccoletto cominciava a scaldarsi e Cavallone si grattava la pera, come Bud Spencer prima di entrare in azione. Si guardarono, mentre il sole faceva mezzogiorno di fuoco e arcane note di Ennio Moricone si spandevano per l'aria immobile. Sospirarono entrambi, poi piccoletto tirò fuori le rizla semi-decartoncinate e si sedette nella polvere: "sedetevi ragazzi, che vi raccontiamo".

      From Genesis to Revelation

      "La vedi quella cosa nera, laggiù eh giovane? Non la mosca, quel nero tra le rocce. Bene quella è una grotta" La voce era paziente, le mani intrecciavano sapientemente le cartine "noi appunto veniamo da lì dentro". "Cazzo, ecco, voi andate giu!" "Ho detto che veniamo da lì dentro, ma non che veniamo da giù. Questa volta siamo andati su, bel climber culo-di-cazzuola. Siamo andati su perché per noi non ci fa alcuna differenza se va su o giù. Basta che vada in là. Capito mi hai? E passa la sigaretta va". "Stracazzo, arrampicate in grotta?" realizzò Mutandoni Fucsia. Fu il diluvio. Finalmente risvegliati al mondo dell'evidenza della faccenda (questi arrampicano in grotta!) i tre Giovani, Forti, Disorientati e pure un po' Fatti Arrampicatori cominciarono a chiedere tutti insieme, come i bambini: ma è duro - ma quanto è duro - e come ti proteggi - e perché sali - segui l'aria? - ma come l'aria - non becchi i ringiovanimenti (cazzo sono i ringiovanimenti?). Piccoletto era nella bufera e spiegava spiegava e spiegava. Le origini della faccenda, i primi ardimentosi, i meno mille in risalita, i trapani, le staffe Romer e i Gri-gri ("già proprio quello che usi tu a finale. Chi ne gira un'altra?").

      Il bue che bramisce

      L'ardimentosa historia della speleo-arrampicata è vecchia quanto l'esplorazione (quanto il Cucco, potremmo dire...): il geografo sotterraneo delle origini ha sempre tenuto nella massima considerazione : "l'insù" in contrapposizione all'"ingiù" che solo il maccartismo filo-occidentale degli anni '60 ha privilegiato. Spesso, anzi, in mancanza di valide tecniche verticali questa è stata la via d'accesso preferenziale ai grandi reseaux calcarei.

      È l'estate del 1892: Grande Padre Emile Martel dopo alcune prove generali attacca decisamente il Bue che Bramisce,

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Bramabiau, grandiosa risorgenza che aveva già impressionato i pastori indo-europei transumanti per le Cevennes francesi. Dispone di un'attrezzatura e di un software cerebrale di prim'ordine, per quegli anni lontani, incredibilmente tecnica e specializzata. Cerca il primato, e lo trova. La squadra risale cascate come noccioline, tra il rombo delle cascate e gli oooh di meraviglia dei più cittadini, issando su i leggeri barchini "modele osgood". Ventisette-sette-milleottocentoottantotto: escono alla risorgenza, beccano il record, sono i più bravi del mondo e fino al "Cavaliere dell'inutile" Pierre Chevalier saranno la più forte squadra di arrampicatori ipogei dell'Occidente Cristiano. Gli anni passano, ma i Francesi restano.

      Eastern Lights

      Intanto, più a est si muove qualcuno: severi gentiluomini di Zurigo e Ginevra iniziano a interessarsi di fenomeni carsici sparsi qua e là tra le verdi valli svizzere. Paul Egli "professeur à l'école secondaire de Zurich) e Widner-Osterwalder salgono svariati chilometrazzi di una formidabile risorgenza che esce fragorosa dalle cartolinesche montagne del Muotatal. Si chiama Holloch, diventerà un gigante. Grande Padre Martel, guarda caso, è ancora lì, nell'estate del 1902 a suggellarne la fama e le speranze frustrate di turisticizzazione. Ma sono anni prematuri e solo nel '48 la SSS ritornerà in quei luoghi per non abbandonarli più. Con elvetica perseveranza portano il sistema in vent'anni dai 23 ai 109 km di sviluppo. Il Gruppo di lavoro che per anni percorrerà le grandi gallerie dalla Hölloch è misto e pittoresco: l'Arbeitgemeinschaft si compone più di alpinisti con calzoni alla zuava e pedule che di speleologi. E anche parecchio forti a leggerne i risultati: M. Gubser tira da primo su Gotterganf passando praticamente in libera Kirchturm, un tubo verticale di 50 metri e P. Berg supera il maestro spassandosela con le fide varappes fino ai +525 metri (da 730 a 1165 slm). Sono chiodi a fessura e cunei in legno i fidi compari dei nostri, è il caso di dire, eroi; quando non bastano il palo da arrampicata aiuta a venire a capo di Blockgang a più di otto chilometri dall'entrata. Negli anni '80, e arriviamo a noi, si sistema il bivacco numero 21 nella Niagara Halle e "après un parcours de 300 m situé dans le lit du Oberes Hollbachtal, on atteint les grandes galeries formant le Nirvana".

      E in Austria una grotta di quasi 1200 metri di sviluppo conosciuta dal 1503, documentata dal 1701, nel 1959 comincia a salire, a salire, a salire. Il mitico LHG (Landesverein fur Höhlenkunde Salzburg) ne dischiude i tesori il 2 febbraio 1964 vuotando il Bocksump, by-passato poi nel '67. Gli Austriaci sono tosti, ma per venire a capo di un simile abisso inverso occorreva qualcuno più incosciente o più povero o più deciso o tutto quanto assieme: i Polacchi di Cracovia, con una serie di micidiali punte come solo i compagni che sbagliano sapevano fare, la porta nel 1978 ai +958 di "sprofondità": solo 100 metri per vedere le mucche pascolare sui praticelli di Heidi. Sottili e fragili arrampicate, nodi incastrati tra i massi e tanto fegato, caro arrampicatore che mi leggi. E il resto è storia, visto che ci sono davvero arrivati, fuori.

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      In Italia

      "Mi lego e parto: la roccia è appigliata ma sembra cosparsa di cera: una cosa incredibile. Uno spit mi consente di superare il punto critico (IV)".

      Sul suolo patrio, il gioco dell'Arrampicata in grotta alla ricerca delle prosecuzioni alte comincia a farsi duro probabilmente con l'esplosione del Sistema Corchia. Bolognesi e Fiorentini prima poi Romani tentano una serie di estati i forzieri alti del complesso: nel '76/'77 e nell'80/'81 le punte più felici, ma è tutto un rincorrersi volando per zona Fangaia, su per i camini che alternano il marmo durissimo alle fetide croste del pozzo Paradiso (Bolognesi, primavera '77) o ai "cavolini" delle risalite fiorentine e romane.

      "Giovanni sale e pianta uno spit. Paolo gli fa sicura dal basso. Giovanni prova a superare una grossa sporgenza strapiombante che lo separa dalla finestra, si aggrappa a un grosso appiglio che però viene via, vola, lo spit tiene: riprende fiato e riparte, sale nuovamente, supera la sporgenza ed è quasi entrato nella finestra quando nuovamente vola in basso; "un uomo è un uomo e non può volare come un uccello"" (G. Adiodati, R. Ciurli, P. Mugelli, i rami dei Fiorentini, Atti IV° Congresso F.S.T., Fiesole maggio 1981).

      Pago ma non dimentico

      Anche altrove in Italy i tiri tosti diventano più frequenti, aizzati dai miglioramenti tecnici e psichici. Sia in Apuane che in Marguareis le Divinità Abissali aprono le porte a chi è svelto di piedi. Noi, figli del Marguareis, celebriamo l'epopea del Li-Po, che consente alla Banda Badino di raggiungere il canyon e diventerà, grazie alla tecnica imperiese, l'ingresso più basso del sistema con il nome di buco delle Mastrelle. Piccola Lamprechsthofen di casa nostra, anche la Muttera deve il suo sviluppo alle pazienti e lunghe risalite degli speleo valtanaresi negli anni '70/'80. Poi, in anni ormai recentissimi, ci siamo ciucciati la Grande Storia della Filologa e del suo cento sparato su dagli speleologi pochi & cazzuti di Giaveno (valli torinesi), verso le mitiche gallerie di Labassa.

      "Sul cento, pietre fischiano discretamente e a me scappa la cacca: c'ho freddo ma il Killer è una macchina e sale rrrapido. Gli faccio sicura alla cazzo di cane, ma il posto d'altronde, è fatto allo stesso modo. Renè e Greg hanno armato il più possibile fuori tiro, ma il terrazzino ai +50 di quota fa comunque una bella strizza. Dopo di lui il diluvio: lo chiameranno Pago ma non dimentico...".

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      Sono questi gli anni che vanno dai chiodi a fessura al palo fino alla piattaforma da arrampicata. Si tratta di tecniche abbastanza rudi, per cui solo chi vola vale e solo chi ha i bicipiti al posto giusto può permettersi il lusso di arrampicare su grandi verticali. E comunque le risalite sono lavori lunghi che impegnano uno o più Gruppi per interi campi estivi. Ma le tecniche i materiali migliorano incessantemente e - alla metà degli anni '80 - compare sulla scena un miracoloso aggeggio che cambierà radicalmente le carte in parete. Il trapano a batteria farà di colpo piazza pulita dei Grivel che cantano o magari steccano, dei nuts con il cordino che si strappa, del rurp di Graziano Agolini o del mitico "ragno" di Petzl. Le competenze dello speleo-arrampicatore si arricchiscono così di caricabatterie, punte con attacco bosh e connettori (sempre possibilmente femmina).

      E così ormai decine di grotte italiane vengono esplorate o semplicemente raggiunte con percorsi in parete sempre più verticali. La disponibilità di materiali e l'interscambio tecnico mettono in grado uno speleologo medio di affrontare in sicurezza artificiali di un certo impegno.

      Qui potrebbe finire l'avventura, essendosi trasformato l'eroico gesto tecnico in una sequenza di fix. Ma a noi piace pensare ancora, come nella Locomotiva di Guccini (e dei Modena City Ramblers) che lo stile, il "saperci fare" o magari solo la creatività avranno sempre un certo ruolo in queste faccende. Una questione di gheddu.

      "L'avvicinamento di circa sette ore ci aveva lasciati già in coma; non parliamo del bivacco interno. Gironzolavamo un po' svogliati per le gallerie attive di "Reseau E", alla ricerca di qualcosa in alto. Tanto per cambiare solo Ube, lo Sceicco aveva ancora voglia. Ci concentrammo tutti sotto una cengettina delle balle e di lì il Mito iniziò la sua veloce ascesa. Trrr.ting ting..gnik gnik: buono, già un fix tra te e la madre terra. Nulla per un po', poi la corda che tira verso l'alto. "Ube, scusa, ma ne hai messo solo uno". Voce già dieci e passa metri su. "sì, ma tanto qui si arrampica in libera". Sporgo la capoccia dal tetto sotto il quale mi riparo e vedo due pareti che si congiungono un po' sulla mia testa. Ube è lì, arrampica in spaccata tra due costole color fango e consistenza fango..." (Gita ai Reseau di PB, racconto orale di aborigeno Gsp)

      Andare via. Le ore passavano, e solo uno spicchio arancione coronava le teste di Cavallone e Piccoletto, accovacciati nella polvere del pre-rifugio che parlavano-parlavano e con una punta da otto disegnavano, ringiovanimenti, schemi elettrici, armi doppi e camini che immancabilmente esplodono verso l'alto. Mutandone fucsia era leggermente intronato a causa dei riti di fratellanza giovanili e degli spazi abissali che venivano raccontati. I sacchi erano pronti, cosa Viscida e bogolone dormivano, domati. "Allora ciao, speleo" - Orecchini Indiani si fece un'ultima sigaretta con le rizla di Piccoletto (buon segno...) e chiese a bruciapelo: "ma te a Torino mica ci vai anche di sabato in grotta, no? Che magari ci si vede ad andare in montagna". Piccoletto diventò più viola del suo karrimor e la manona di Cavallone lo ghermì, trascinandolo verso il sentiero.

Non sto cercando ragazze, né emozioni a buon mercato e pillole,
e non sono felice di stare sulla tua giostra.
Non penso che ci sia un modo facile,
ma ora che la musica sale, è da andare fuori di testa
ogni giorno è il Nirvana - sempre la stessa direzione
Vorrei che tutti i giorni fossero il Nirvana - sempre la stessa direzione

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Recensioni

      Christophe Gauchon, Des cavernes & des hommes. Géographie souterraine des montagnes françaises. N. 7 di Kastologia mémoire, della Fed. Franç. de spél. e dell'Assoc. Franç. de karstologie, 1997. 249 pag. Illustr., 95 FF.

      Il giovane ma già ferratissimo autore, Maître de conferences al Laboratoire de Géographie de l'Université de Savoie, venuto in contatto con il nostro Giuliano Villa durante le sue ricerche, ha voluto fare omaggio alla biblioteca di questo pregevole volume, frutto di 8 anni di lavoro sia sul terreno e sia con interviste e consultazioni di scritti. È stato il tema della sua tesi di laurea in Geografia nel 1997.

      Nell'elegante libro di grande formato e riccamente illustrato con foto, cartine, rilievi, disegni, Gauchon si occupa dell'utilizzazione delle grotte in epoca storica e si sofferma su alcuni usi di cavità di Pirenei, Grands Causses, Haute Provence, Alpes e Jura. Gli usi presi in esame sono quelli di rifugio (è stato testato il Jura della Franche-Comtée che ha la massima densità di queste cavità), di maturazione dei formaggi (vengono testate le Causses), di santuario e infine turistico. Per questi soli usi e in quei soli ambiti geografici le grotte interessate ammontano a circa 500, che l'autore ha visitato con occhio attento ad ogni indizio ma ovviamente senza scavo archeologico.

      Se soltanto in questo campione sono venute fuori tante grotte, quante ve ne saranno ad essere state frequentate in tutta la Francia? E altrove? Veramente tante, e qui l'autore vuole sfatare il pregiudizio secondo cui dopo l'uomo preistorico le grotte siano state trascurate, salvo eccezioni, perché suscitavano paura e repulsione. L'uso è stato ben più diffuso di quanto si creda, nonostante buio fango umidità strettoie e verticalità e pericoli. Specie poi quando la crescita demografica nelle campagne si è esasperata, le grotte in quanto facenti parte dell'ambiente da sfruttare, se potevano essere utili a qualcosa sono state "vissute". Era una maniera ovvia per valorizzare tutto quello che zone avare di risorse come le montagne calcaree potevano dare. Ci si è calati anche in voragini di 30-40 metri, in pieno '600, per recuperare corpi di assassinati o di suicidi, ma più ancora per cercare il posto buono per far maturare i formaggi attrezzando pozzi con vari piani di locali. Fuori dalla Francia, P. Faure nel 1964 ha censito a Creta oltre 1250 cavità usate per qualche motivo, e vedi la Sardegna dove sui Supramonti non c'è buco che sia sfuggito ai pastori se poteva fornire un po' d'acqua oppure nascondiglio (e chissà quanti ne sono stati esplorati prima di trovare quelli buoni).

      Solo la presunzione dei moderni esploratori cittadini poteva pensare che i montanari rifuggissero da certi posti. Né più né meno come certi alpinisti delle vecchie cronache, che dopo essere arrivati su una cima scalando passaggi difficili e credendo d'essere i primi, trovavano un bell'ometto sulla punta. Ma il pregiudizio che i precipizi fossero tabù non aveva impedito che qualcuno li avesse sfidati andando a caccia o a cercare cristalli da vendere, così come si sfidava il vuoto con cordacce per andare a prendere i piccoli dell'aquila. Certamente, non è stato antropizzato il carso profondo, ma qualche volta ci si è andati vicino.

      È interessante l'uso delle grotte, anche verticali, per far maturare bene il roquefort. Il buco era buono se era soffiante, e si andava al fondo per vedere se là lo era. Con soluzioni tecniche appropriate si sfruttavano le correnti d'aria, senza cui la muffa verde (il Penicillium roqueforti) non affinava bene la qualità. Dai piccoli buchi si andava alle grotte da migliaia di forme all'anno (oggi la scomodità di accesso con

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mezzi motorizzati e tutte le altre difficoltà, compresa la difesa dall'acqua, hanno portato a scavare cavità artificiali).

      Tipologia e caratteristiche sono approfondite anche per quanto riguarda le cavità usate da difesa e talvolta fortificate, magari con cunicolo da usare quale estremo varco di fuga.

      Si sprecano poi i santuari sotterranei, certamente sopravvivenze di antichi collegamenti tra la grotta e il divino, vedi Zeus nato in una grotta del monte Ida, Gesù e la grotta di Betlemme, Maometto che ha avuto la rivelazione della "vera fede" mentre dormiva in una grotta, per finire alla Grotta per eccellenza che i cattolici moderni affollano in più di 5 milioni all'anno recandosi a Lourdes.

      Nei rapporti con il mondo sotterraneo viene esaminata l'utilizzazione turistica, che si va sviluppando specialmente dall'Ottocento, anche per via dei pellegrinaggi ai santuari rupestri e come riempitivo dei soggiorni alle terme allora di moda tra i benestanti. Gauchon vi si sofferma con analisi approfondita e acuta.

      Un po' di spazio è dedicato al mondo sotterraneo visto dalla gente colta; al suo ruolo nella geografia francese; ai cittadini che vengono a esplorare e, senza chiedere se le cavità hanno già un nome locale, le ribattezzano con nomi di fantasia, o che per ricostruire la frequentazione passata si basano solo su qualche relazione più o meno attendibile (come basarsi sugli articoli di giornale dei giorni nostri...); sul valore patrimoniale delle grotte; sulle politiche di tutela, e a tal proposito per la prima volta in Francia viene pubblicata una lista delle cavità protette in ogni dipartimento (sono circa 300). Una bibliografia per argomento e per area esaminata (Pirenei, Alpi...), di ben 540 titoli, chiude il ponderoso lavoro.

(M.D.M)


      Giuseppe Guidi e Aurelio Pavanello, 50 anni di infortunistica speleologica in Italia (1947-1997). Collana manuali tecnici CNSAS. 198 pag. con foto bn e col., cartine, tabelle, grafici.

      Sono anni che Pino e Lelo, vecchie volpi del soccorso speleo, raccolgono dati sugli incidenti in grotta e più recentemente su quelli del torrentismo, e su questo manuale vengono ora divulgati. Oltre al valore archivistico e statistico, l'analisi sugli incidenti è importante come presa di coscienza, per indurre ulteriori riflessioni sulla prevenzione nonché sulle modalità operative dei soccorritori. Dopo le pagine introduttive dove è ribadita l'importanza della professionalità di soccorritori ben addestrati e smaliziati, della sinergia delle varie strutture di emergenza, dell'organizzazione anche esterna, della tempestività di intervento ma anche della prevenzione, viene fatto un inquadramento storico dello sviluppo della speleologia, delle tecniche (belle foto d'epoca), degli incidenti, della nascita in Italia del soccorso speleologico e della sua evoluzione sino all'organizzazione attuale. Seguono gli studi sull'infortunistica in Italia e nel mondo, con una panoramica che in 50 anni mostra un incre-

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mento degli incidenti (in relazione con l'aumentata attività) sino all'attuale stasi o lieve rallentamento del fenomeno. Sono descritti gli incidenti mortali (una cinquantina, con 74 vittime), quindi sono analizzati statisticamente tutti gli incidenti del periodo, 674 con oltre un migliaio di coinvolti, e ciò per regione, tipologia e cause, conseguenze e classi di età (questa parte occupa con le tabelle una cinquantina di pagine). Alcune pagine sono dedicate anche alla giovane disciplina del torrentismo, con 12 anni di infortunistica (1985-97). Ben 14 pagine occupa la bibliografia, divisa per lavori di carattere generale e per scritti e relazioni sugli incidenti. Un lavorone.

(M.D.M)


      Mario Galli, Timavo, Esplorazioni e studi. Pubblicato a cura della Direzione della Grotta Gigante, Trieste 1999.

      I misteri di questo fiume sotterraneo hanno da secoli attratto poeti e letterati, pensatori e scienziati, ma sono stati gli speleologi a cercare di risolverli. In queste 200 pagine c'è praticamente la storia delle scoperte, ovviamente in chiave fisica e idrologica, con le teorie idrogeologiche vecchie e nuove, le indagini idrochimiche e i progetti di sfruttamento a scopi potabili, ma anche con esplorazioni che hanno fatto epoca e che grazie al Timavo hanno dato prestigio mondiale a Trieste come centro speleologico. Quando il libro è uscito non si sapeva ancora del risultato degli immani scavi nella grotta Lazzaro Jerco, i più grossi mai compiuti in Carso, iniziati nel 1968 e ripresi trent'anni dopo da quegli stessi speleologi della Commissione Boegan che li avevano sospesi; scavi che nel 2000 hanno portato a raggiungere il Timavo, intorno ai -390 se non andiamo errati. Uno dei partecipanti, Libero Boschini, ci ha gentilmente dato il libro, che è in biblioteca.

(M.D.M)


      Fédération Française de Spéléologie - Società Speleologica Italiana
      MOC CHAU 98/99, 140 pp

      Si tratta di una monografia (140 pagine formato A4, bilingue: italiano e francese), edita dalla Fédération Française de Spéléologie e dalla Società Speleologica Italiana, che illustra i risultati della spedizione Italo/Francese, svolta nel dicembre/gennaio 1998/1999, in Vietnam Settentrionale. La spedizione era composta da 14 persone: 9 francesi e 5 italiani, tra i quali anche il nostro ex Presidente F. Vacchiano (si veda l'articolo a sua firma: Vietnam e altre sciocchezze; apparso su "Grotte" n. 128). Il gruppo si è dedicato prevalentemente alla ricerca ed esplorazione di nuove cavità carsiche nelle province di Son La e Yen Chau, con una "coda" speleo-relax sulle isole della baia di Halong. I risultati della spedizione sono stati più che soddisfacenti: 16 km di nuove grotte percorse e topografate, tra le quali spicca Hang Co Ban che con 8.5 km di sviluppo si colloca tra le più estese cavità del Vietnam. Moc Chau 98/99 è stata l'ultima di una numerosa serie di spedizioni speleologiche italo-francesi in

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Vietnam: sono ben 5 che a partire dal 1994 si alternano in varie province del Vietnam Settentrionale, ma rispetto a tutte le precedenti, con la pubblicazione di questa monografia, quest'ultima fa un deciso passo in avanti nella divulgazione dei risultati speleologici ottenuti. La pubblicazione è suddivisa in cinque sezioni: Introduzione - La spedizione - Le grotte - Studi tematici - Logistica. Abbondanti e belle le fotografie (bianco/nero e colore), le carte topografiche con localizzazione delle cavità, i rilievi speleo di tutte le grotte esplorate, tabelle e grafici di interesse vario (es. geologia, meteorologia, etc.). Estremamente completa, anche la bibliografia: riferimento essenziale se si ha intenzione di proseguire il lavoro speleologico in questo paese avendo chiaro ciò che è già stato fatto. Insomma una pubblicazione veramente ben fatta! Conoscendo personalmente una buona parte dei partecipanti alla spedizione non mi sarei certo aspettato un lavoro così professionale. Bravi.

G. Carrieri

      ANIMALIA TANTUM - Immagini e racconti di natura - Andrea Micheli, Andrea Gobetti.
      (contiene xilografie di Crispin Mason). SKIRA edizioni, 2000.

      Vi parlerò qui di un libro davvero speciale. Ma questo è un punto di vista molto personale. In redazione, proponendola come possibile recensione, tutto subito pareva un po' fuori luogo, per il semplice fatto che l'argomento trattato dal libro non sono le grotte, né tantomeno qualcosa che le riguardi. Poi, in breve, abbiamo cambiato idea; abbiamo pensato che per l'occasione, si poteva far l'eccezione. E l'occasione è che l'autore è uno speleologo di vecchia data. O meglio, gli autori sono due, l'uno per i testi, l'altro per le fotografie; l'uno è Andrea Gobetti, l'altro è Andrea Micheli. Testi e fotografie sono intercalati da minuscole xilografie, per mano di Crispin Mason, e fungono evidentemente da "trait d'union" tra gli uni e le altre, rendendo più leggibili le foto, e più "osservabili" i testi. Il libro vero e proprio si apre con due foto e un testo, introducendo Vilfredi e Mercouri, i due amici che vivranno la straordinaria avventura di descrivere l'animo degli animali tramite racconti e fotografie. Rapidamente si entra in un mondo d'immagini e parole che introducono ad una realtà magica e sconosciuta, quella degli animali e quella degli uomini matti che li osservano, e attraverso visioni naturali e da psilocibina, si viene a conoscenza dei dialoghi, teneri e spietati, di questi personaggi. Allocchi saggi, parassiti ben voluti, iguana galanti e ragni "sapiens" si alternano a ecologi spacciati, entomologi ossessionati, poeti disingannati e fotografi braccati. Elefanti in pietra e maiali a pezzi parlano e raccontano storie, grandi fotografie a doppia pagina nera ritraggono bave, sguardi, prede e gesti. Medici camaleontici, fanno e disfano. Tutto il libro è intriso della profonda umanità delle bestie e della grande animalità dell'uomo, e cader preda di suggestioni e sentirsi immedesimati in questa o quell'altra bestia, leggendo e guardando, è cosa molto semplice. Sicuramente un libro completo, fuori da ogni schema, capace di stupire ad ogni pagina.

A. Cotti

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Novità (o quasi...) in biblioteca

G. Villa

Periodici italiani

10 anni di attività (Speleo Club CAI San remo) 1999

Alpidoc (CAI Peveragno) n.30, 32, 35 2000 - (Nuova grotta scoperta sul Mondolé).

Annuario 2000 CAI Sez. Aosta.

Atti e Memorie (Comm. Grotte E. Boegan), Trieste vol.XXXVI 1998.

Bollettino G. Grotte CAI Savona n. 4, 1998 (Cuba: spedizione speleologica).

Bollettino del Gruppo Speleologico Sassarese n. 17 1998

Buio pesto (G. S. Bassano del Grappa) 1999 n.9

Continua...! (G. Grotte Cagliari CAI) 1999

Esplorare (Un. Sp. Pordenonese) n.3, 1992.

I cavernicoli (G. Speleo Cycnus-Toirano) n. 7, 1997.

Il Grottesco (G. G. Milano CAI-SEM) n. 49 1991, 53 1999.

Il Nottolario (G. S. Bergamasco) n. 10 1999

In scio fondo (Ass. Spel. Genovese "San Giorgio") n.2 2000- (Attività sul Marguareis; PB; Bifurto).

Ipoantropo (G.S. "G.Chierici" - Reggio Emilia) n.5, 1990 (Note sulla nomenclatura delle grotte reggiane), n.7, 1995 (Bambini in grotta).

Ipogea '99 (G. S. Faentino) n. unico 1994-1999

Itinerari speleologici (Fed. Spel. Pugliese) n.5 1991, n.9 2000 (Catasto delle grotte della Puglia).

Labirinti (G.G.Novara) n.17, 1997.

La Gazzetta dello Speleologo (Not. Fed. Spel. Friuli-Venezia Giulia) n.47 2000

Libera Speleologia Piemontese Il n.5 2000 (Attività dei gruppi piemontesi: Mantra in zona Biecai; Marguareis e Carsene)

Lux in Tenebris (S. Club CAI San remo) 1997 n.4, 1998 n.5, 1999 n.6.

Mondo Sotterraneo (Circolo Speleologico Idrologico Friulano) n.1-2 1998

Montagnes Valdôtaines (Sez. CAI Aosta) n.3. 1998, n.1 2000.

Natura Alpina (Soc. Sc. Nat. Trento) n.2, 1997, n.4 (1998), n.1 (1999), n.4 (1999).

Natura nascosta (G.S. Monfalconese) n.16, 1998, n.19 1999, n.20 2000.

Notiziario Gruppo Speleologico Grottaferrata n.2, 1998, n.3, 2000.

Ol Büs (Speleo Club Orobico-Bergamo) n.8, 1995.

Opera ipogea (SSI) n.1/ 2000 (Il catasto delle cavità artificiali), n.3/ 1999.

Pertüs (G. S. Giavenese) n.3 (Esplorazioni in PB; Mantra; Carsene).

Progressione 38 (Comm. Grotte E. Boegan) 1998

Puglia Grotte (G. Puglia Grotte-Castellana), 1995 (Albania. Aspetti del culto: le grotte santuario in Puglia).

Quaderni del museo di storia naturale di Livorno vol.15 1997-1998

Sardegna Speleologica (Fed. Spel. Sarda) n.12, 1997 (Zona di Urzulei: alla ricerca del collettore. Su Spiria e Su Gologone), n.14 1998, n.15 1999 (Cavità a rischio ambientale; Su Palu).

Speleo Cens (Parco del Monte Cucco) 6 2000

Speleologia (S.S.I.) n.37, 1997, n.40 1999, n.41 1999 (Lazzaro Jerko, la nuova via per il Timavo di recente scoperta; esplorazioni in Corchia; novità da Su Palu; Abisso

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Paolo Trentinaglia in Grigna; grotte del Matese; Il culto di S.Michele in grotta in Puglia; Per una carta etica della speleologia).

Speleologia Veneta (Fed. Spel. Veneta) n.3, 1995 (Laboratorio di biospeleologia sotterranea a Verona; Aggiornamento del catasto; Tesi ISEF sulla speleologia come "momento interdisciplinare nella scuola media"), vol.8, 2000 (Distribuzione delle grotte nella provincia di Treviso; Argomenti di biospeleologia nel Montello; Tutto sull'Italaphaenops, il leggendario Carabide trovato per la prima volta alla Preta da Di Maio).

Speleologia Veronese (Un. Spel. Veronese) n.20, 1996.

SSI news (Not. S.S.I.) Novembre 1999, 1/2000, 2/2000, 3/2000 (Legge quadro sulla speleologia).

Stalattite (G. G. Schio-CAI) XVI, XVII, XVIII.

Talp (Riv. Fed. Speleologica toscana) n.20 1999, n.21 2000 (Grotte in prov. di Livorno).

Periodici dall'estero

Boletin del Museo Andaluz de la Espeleologia n.11, 1997 (Spagna)

Boletin de la Sociedad Venezolana de Espeleologia n.33 1999 (Venezuela)

Bulletin Musée d'Anthropologie préhistorique de Monaco (Ass. Monegasque Préhist.) n.40 1999

Cavernes (Soc. Suisse de Sp.) anno 42 n.1, 1998 (Svizzera) (Tasmania; Oman; Datazione al radiocarbonio di un Ursus Arctos), anno 43 n.2 1999 (Svizzera) (Indice 1977-1999).

Caves & Caving (British Cave Res. Ass.) n.79, 1998, n.80, 1998, n.87 2000 (G. Bretagna).

Der Schlaz (München) n.87, n.88, n.89 (Germania)

Die Höhle n.1, 1999 n.2, 1999 n.3, 1999 n.1, 2000 n.2, 2000 n.4, 2000 (Austria).

Écho des Vulcains (G. S. Vulcain) Villeurbanne n.56, 1999 (Francia)

Endins (Publicaciò de Espeleologia - Fed. Balear d'Espel.) n.22 1998 (Spagna)

Espeleologia (Soc. Excursionista e Espeleologica SEE Brasil) n.10 1999 (Brasile)

Espeleo-Sur (Bol.informativo de la soc. Grupo de Espeleologos Granadinos) n.10 1999 (Spagna).

Furada (Rev. dos espeleologos galegos) La Coruña, n.9 1999 (Spagna)

Grottes et Gouffres (Sp. Club Paris) n.143, 1997 (Francia) (Grotte minori dell'Ardèche e della Provence), n.144, 1997 (Grotte e musica - bibliografia e discografia completa sull'argomento), n.145, 1997 (Francia) (Massif du Seuil-Chartreuse), n.146, 1997 (Francia) (Complesso del Mazo Chico - Cantabria), n.151, 1999 (Francia) (Esplorazioni in Cantabria; Tecniche informatiche applicate alla speleologia), n.152, 1999 (Francia) (Il labirinto di Candia; Mammouth cave nel Kentuky), n.154, 1999 (Francia) (S. Marcel d'Ardeche; Causse de Gramat), n.154, 1999 (Francia) (Esplorazioni nella Cantabria; Tecniche informatiche; Chirotteri: Rhinolophe de Blasius).

Haiton (Centro exploraciones espeleologicas universidad Simon Bolivar, Venezuela) V n.2 1999

Insidearth (Soc. Svizzera Spel.) 3 1999 (Svizzera)

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