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GROTTE |
anno 43, n. 132 gennaio-aprile 2000 |
gruppo speleologico piemontese - cai-uget
sommario
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La parola al Presidente |
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Notiziario |
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Attività di campagna |
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Attenti al Lupo |
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A27 nella conca di Piaggia Bella |
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Acrobatiche Mastrelle |
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Grotte nel ghiacciaio di Ciardoney |
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43° corso: fine di un Millennio |
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Sta coppola |
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Gorner 1999. Il ghiacciaio visto da dentro |
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Antartica 2000 |
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Relazione biospeleologica 1999 |
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Simposio speleologia glaciale e ... |
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Recensioni |
Supplemento a CAI-UGET NOTIZIE n. 9 di ottobre 2000
SPEDIZIONE IN A.P. TORINO, comma 20c, art. 2, Legge 662/96
Direttore responsabile: Emanuele Cassarà
(autorizz. Trib. Saluzzo n. 64/73, 13/10/1973)
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Redazione: |
Giampiero Carrieri, Alberto Cotti, Marziano Di Maio, Attilio Eusebio, Chiara Giovannozzi, Valentina Marchionni, Laura Ochner, Francesco Vacchiano. |
Foto di copertina: Grotta di Bossea (B. Vigna)
Bozzetti di Simonetta Carlevaro e Giorgio Castello
Stampa: La Grafica Nuova, Via Somalia 108/32, Torino
Fotografie di: G. Badino, A. Eusebio, E. Lana, R. Pozzo, F. Vacchiano
GSP su Internet: HTTP://WWW.ARPNET.IT/~GSPELE
Email: GSPELE@ARPNET.IT - Conto Corrente Postale 21691100
La parola al presidente
Ebbene sì, anche dopo questo lungo inverno (per qualcuno un po' più lungo...) ci siamo ancora. Sempre meno, con sempre più fatica a gestire l'ordinaria amministrazione del gruppo, presi in mezzo a fuochi incrociati per tutti i motivi possibili, ma resistiamo. E la notizia più incredibile è che addirittura le grotte continuano, vanno avanti oltre le speranze, si lasciano trovare e, talvolta, magnanimamente, esplorare. In Sardegna non è andata come si sperava, anche se qualcosa di nuovo è uscito. Ora Pippi riesplode, grande, larga, con molti punti interrogativi e zone da vedere in dettaglio. La primavera si presenta con buone prospettive, marguareisiane e non, con l'idea di una salutare migrazione fuori porta per il campo estivo. Il corso sta portando nuove leve e, forse, 'stavolta si tratta di gente entusiasta e capace (e con questo mi garantisco un tetto ancora per qualche mese...). Finalmente riusciamo a collaborare e, incredibile, anche a divertirci con cuneesi e biellesi; se poi un giorno riuscisse anche ad uscire il libro sul Marguareis sequestrato da due anni dall'editore (si chiama così?) potremmo dire di aver quasi sfiorato il miracolo...
Eppure ancora qualcosa non va. L'aria che si respira alle riunioni non è serena: è presente un senso di insoddisfazione quasi generalizzato. Spesso chi si occupa di lavori per il gruppo (corso, bollettino, presidenza, ecc.), a volte dedicando anche molto tempo a scapito di ben più salutari trombate, si trova esposto a critiche feroci (e poco documentate), come se la "visibilità" autorizzasse automaticamente l'attacco e lo sfogo. Peccato che pochi siano poi disposti a far seguire ai loro argomenti impegni precisi e assunzioni di responsabilità. Il "tu devi" regna sovrano, quale regola di condotta che serve, a mio avviso, molto bene a creare un ruolo autorevole (autoritario?) per chi se ne fa portavoce, costa poco e rende molto in termini di immagine sociale, ma poi lascia il gruppo in una situazione di estrema incertezza e difficoltà. Senza contare poi che, nonostante la nostra naturale attitudine masochistica, anche noi... (attenzione eresia...) andiamo in grotta per divertimento e non per dovere.
Anche in questo bollettino pubblichiamo l'ennesimo articolo di critica ed attacco al GSP, a firma Giovanni Badino, che inizia a scrivere di glaciologia e dedica quasi metà del suo articolo ad accusare gli altri di disinteresse e di disattenzione per chi, come lui sottinteso, si occupa di veri problemi esplorativi e di vera speleologia. Ebbene, confesso di essere un po' stufo di questi scritti e dell'atteggiamento che sottendono, che punta il dito senza neppure conoscere, senza neppure preoccuparsi di domandarsi "che ruolo ho io in tutto questo", senza neanche considerare indispensabile essere presenti per permettersi di giudicare.
Confesso, comincio ad essere stanco di questa frammentazione, che sembra resistere anche al di là dei risultati effettivi, buoni o cattivi che siano. Scusate la durezza e l'amarezza, ma credo che davvero il rischio di perpetuare queste condotte sia grave e concreto: quando non ci si riesce più ad identificare in un obiettivo comune, mettendo insieme e da parte le individualità e i narcisismi normali di ognuno, il rischio è tristemente biologico, e si chiama estinzione.
Vi auguro una calda e sensuale estate.
Franz Vacchiano
Notiziario
Assemblea di inizio anno
Venerdì 28 gennaio si è svolta l'Assemblea d'inizio d'anno 2000 del GSP per discutere sui programmi di attività, sul bilancio preventivo e su altri argomenti consueti.
Iniziando con l'attività esplorativa, vengono discusse le proposte dell'esecutivo, che sino all'inizio del Corso e durante il medesimo prevederebbe uscite a Khyber Pass (esplorazioni e rilievo da completare), al Solai (lavorando sul sifone), all'Arma delle Mastrelle, al Bacardi-Artesinera (per cercare di concludere il problema della giunzione), forse alla Mottera. Appena le condizioni di innevamento lo permetteranno, si potrà procedere alla ricerca di buchi con gli sci; a Cappa, Cocomeri, Pippi ed altro; senza dimenticare l'Arma del Lupo che è alla portata anche di chi è appena uscito dal Corso. Per il campo estivo le proposte vanno da un campo alle Masche fatto con convinzione, sino alla zona Alfa classica, ma anche ad un ritorno in Austria, più l'eventuale lavoro da svolgere in Val d'Agri per un numero limitato di persone secondo un'opportunità proposta da Meo.
Per Catasto e Biblioteca (Villa), si dovrà proseguire nell'assemblaggio dei dati di grotte da catastare, per vedere quali mancano; revisionare la bibliografia speleologica, inserire cartine computerizzate di grotte nuove, ecc.; sistemare in faldoni le annate di riviste, dopo aver riordinato tutti i periodici e individuato quelle pubblicazioni schedate in passato come libri; recensire tutte le pubblicazioni piemontesi e valdostane per il Bulletin Bibliographique Spel. (BBS) dell'UIS (come già fatto per il 1998 e 1999).
Per il Magazzino (Milanese) viene sollecitata la partecipazione alle serate di riordino del martedì e sono elencate le necessità di materiali da acquistare.
I materiali speciali (Colombo) si sono arricchiti di un altro trapano; anche qui sono prospettate le opportunità di nuovi acquisti.
Sarebbe necessario ai fini dell'uso di questi materiali separare gli usi per l'arrampicata da quelli per la disostruzione.
Vengono elencati i lavori da fare in Capanna (Belmonte), per i quali sono da destinare due fine settimana in primavera inoltrata. Sarebbe opportuno incentivare l'uso del rifugio da parte di persone esterne al Gruppo.
Per il bollettino il problema maggiore appare quello di ridurre ulteriormente il ritardo nell'uscita.
L'Archivio (Balbiano e Cotti) è da aggiornare, essendo fermo al 1995. Per il resto è ben impostato e di consultazione molto semplice. Si terrà una serata per chiarirne il funzionamento.
Bilancio preventivo del 2000: viene esposto da Terranova e messo a punto con la collaborazione dell'Assemblea. Si discute molto sulle quote sociali arretrate, che vanno pagate dagli interessati.
Per la Biospeleologia, Casale comunica la partecipazione ad agosto al Congresso Internazionale di Speleologia in Brasile, mentre proseguiranno le consuete ricerche in area alpina e mediterranea.
Infine, Lovera propone l'opportunità di razionalizzare il deposito degli arretrati di Grotte, mentre Colombo fa presente la necessità di un proiettore speciale per le lezioni di Corso.
Federico Strobino
Si è spento a 87 anni di età Federico Strobino, per un trentennio (dal 1968) presidente del GASB, Gruppo Archeo-Speleologico Borgosesia, presidente del Parco del Fenera dal 1991 al 1994, protagonista e dinamico animatore delle ricerche speleologiche e paleontologiche sul Monte Fenera, nonché dello sviluppo turistico di questo massiccio valsesiano per dare qualche opportunità in più all'economia locale.
Nato a Genova perché là lavorava suo padre (anche nonno e zii sono stati navigatori o tecnici navali) ma di famiglia originaria di Mosso S. Maria nel Biellese, ha preso due lauree (Economia e Commercio e Geografia) e si è dato all'insegnamento prima a Genova, dove si è fatto una famiglia, e poi all'inizio degli anni '50 a Varallo, ma risiedendo a Borgosesia. Qui si è appassionato tra le altre cose alla paleontologia ed è entrato a far parte del GASB nel 1953.
In collaborazione con il genovese Isetti (presto deceduto in un incidente stradale), e il torinese Chiarelli si è dedicato allo studio del Musteriano del Fenera, scoprendo grotte e reperti di grande interesse, con scarsi mezzi (era il comune di Borgosesia a finanziare un po' gli scavi) ma con ottimi risultati, riuscendo a richiamare l'interesse di studiosi di fama, tra cui Francesco Fedele che è stato anche direttore degli scavi stessi. Per sua tenace iniziativa sono sorti tra l'altro il locale Museo di Archeologia e il rifugio sul Fenera.
Come avviene sovente in questi casi, si rivelato anche un personaggio un po' scomodo, quando i suoi obiettivi o quelli locali che lui impersonava non collimavano con quelli delle Soprintendenze...
Di lui va ricordato anche un coraggioso episodio avvenuto durante l'ultima guerra, quando trentenne era comandante del presidio italiano d'occupazione di Sain-Martin-Vésubie nelle Alpi Marittime francesi, e doveva sovrintendere anche a 500 internati che erano prigionieri inglesi e civili ebrei di varie nazionalità rastrellati in Francia. Arrivati i tedeschi dopo l'8 settembre 1943, si è rifiutato di consegnare loro i prigionieri, ha preso subito contatto con i partigiani francesi ed è riuscito a portare tutti i 500 a S. Anna di Valdieri, da dove sono potuti fuggire. Anche lui ovviamente ha preso la via della montagna, raggiungendo terreno amico in quel di Mosso S. Maria. Nel dopoguerra è stato direttore amministrativo del giornale partigiano di Cuneo "Movimento".
(MDM)
A Bossea un convegno e una sezione meteorologica
Il 18-19 marzo si è tenuto a Bossea il convegno "Il laboratorio sotterraneo di Bossea e lo studio dell'ambiente carsico: un'installazione scientifica di rilevanza nazionale nel comprensorio carbonatico frabosano", organizzato ovviamente dal GSAM in collaborazione con il Comitato scientifico del CAI e con il contributo di Provincia, Comunità Montana Valli Monregalesi, comune di Frabosa Soprana e società Sciovie Fontane.
Lo scopo è stato di "incrementare la conoscenza dei temi e delle finalità dello studio dell'ambiente carsico e degli importanti fenomeni ipogei ed epigei che caratterizzano l'area monregalese". Svoltosi sabato in municipio e domenica in grotta, il convegno ha dato occasione di inaugurare la nuova Sezione Meteorologica del laboratorio sotterraneo, realizzato con la collaborazione delle Arpa (Agenzie regionali per la protezione ambientale) di Piemonte e Valle d'Aosta.
Proiezioni e conferenze
Dopo che il 29 settembre 1999 è stato proiettato a Biella "Speleologia nel Mondo" (Ube), altre proiezioni sono avvenute nel primo quadrimestre del 2000: a Giaveno, a Pino Torinese, a Pinerolo, nonché due volte in sede, di cui una in preparazione d'una gita sociale a Rio Martino organizzata per l'Uget dal GSP, il 20 febbraio.
Il 5 aprile G. Badino, nel quadro delle manifestazioni ugetine "Anno 2000, Montagna per tutti" ha presentato alla Galleria d'Arte Moderna i due film "Rio La Venta" e "Vortice Blu", di fronte a un pubblico che come poche volte si è appassionato per le suggestive immagini e per le risposte del conferenziere durante il prolungato dibattito finale.
Casola 1999. Millennium
A fine Ottobre fino al primo di Novembre, ci siamo ritrovati in quel di Casola Valsenio, paesino tanto ridente quanto "paziente", giacché negli ultimi otto anni ha ospitato ben quattro volte la grande masnada speleo.
Ottimi gli appuntamenti dell'incontro, in particolare il breve video "Olm il piccolo drago" (Bortoli, lop, Giara), ricco di immagini rare e suggestive del proteo Olm; divertente ed interessante il servizio di speleologia in Groenlandia (Kaiser), curiosissima la rassegna "Speciale 3D"; da parte nostra due servizi in diapositive, "Vietnam '98-'99" resoconto della spedizione italo-francese, e "Speleologhe" servizio semiserio sulle amate compagne d'esplorazione. Da ricordare la mostra fotografica "LITHOS" (Sturloni), vivo colpo d'occhio sulle forme bizzarre delle pietre, e la presentazione di nuovi apparati illuminanti (Davoli e Chailloux), per la progressione e la documentazione sotterranea.
Dopo lo scempio di "Speleomonty" siamo tornati sull'Appennino in più di trenta persone, a salutare amici vecchi e nuovi, a sudare ballando sui tavoli del gruppo di Sacile. Come da copione, il seratone finale a tinte forti, colorato dal solito Franz nudo, (conquista un'alba in piedi superando sbronza, danze e bionda), da un più insolito Poppi pieno di vino, (dichiara il suo nuovo amore per le "bombole"), e da una serie di personaggi vaganti nella notte brava, fino al sopraggiungere del mattino.
Il vero elogio va soprattutto agli amici dell'organizzazione.
(AC)

Puliamo Rio Martino
Domenica 2 aprile un nutrito gruppo di speleo piemontesi, circa un centinaio, sotto la bandiera AGSP hanno pulito e spazzolato la grotta di Rio Martino in Valle Po.
L'allegra compagnia divisa in più squadre ha portato fuori oltre 35 sacchi di materiale, per una stima di 7 quintali di pattume. L'immondizia ricuperata è quantomai varia: pile esauste, batterie, sacchetti di nailon, lattine, bottiglie di vetro, ferraglia, teloni e una scarpa (chissà l'altra dove è finita?).
Hanno partecipato tutti i gruppi piemontesi sotto l'abile organizzazione di R. Rosso, per una iniziativa che promossa di comune accordo con l'Amministrazione Comunale e la Regione ci ha fatto ben figurare.
Alla prossima.
(Poppi)
Cuneo e Provincia
Le ultime da Khyber Pass
Igor Cicconetti
Quando si parla di Piaggiabella si pensa subito ai grossi saloni di crollo, alle gallerie, alla confluenza dove si è svolta parte della grande storia della speleologia, ma esistono anche luoghi, sconosciuti ai più, dove l'immagine stereotipata di P.B. perde di significato; una di queste zone è Khyber Pass. La storia passata ha visto impegnate forze del GSP e non, ma l'interesse è andato scemando sostituito da lidi più proficui per gli avidi esploratori. Come a volte succede di colpo l'interesse si riaccende portando nuove forze a lavorare dove altri hanno abbandonato. Così, in un inverno di fine millennio, si riaprono alcuni punti interrogativi, aumentando le già numerose mete del GSP. L'ambiente è di quelli selettivi poiché stretto (non estremo ma fastidioso), bagnato e freddo ( manca solo il fango ma lo stiamo cercando), insomma, un posto dove soffrire per strappare un metro di grotta. Ma allora perché si esplora proprio lì ? Boh, le risposte sono molte e nessuna esauriente:
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La razionale. Forse, se incrociamo la frattura giusta, data la posizione del ramo, abbiamo qualche possibilità di scavalcare il "Dorso di Mucca" ed andare nel cuore del Marguareis inesplorato (zona E, D, A) e, chissà, in Labassa. |
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La comoda. In inverno nevica, in molte grotte non si può andare neanche in primavera ed autunno; a K.P. sì, e tutto in un fine settimana. |
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Le irrazionali. Sei piccolo, magro e peloso, ti piace soffrire, di notte sogni di trovare un pozzo da 100 dopo la strettoia, ti piace contraddire chi ti dice che non ha senso esplorare lì, perché c'è un'aria niente male, ecc. |
Dopo questa fumosa introduzione, vediamo brevemente cosa è stato fatto in questi ultimi anni. Inizialmente si è esplorato il conosciuto andando a topografare quello che non era stato rilevato (il Delirio, le Gino Bramieri, il bivio destro di Ciao Topone). Successivamente si è cercato di penetrare nell'interstrato che costituisce l'amonte di K.P. (risalita del Piantaspit nella roccia) fino a trovare il Fauso Spaccio, un ramo di 50m con molta aria, ma chiuso da un tappo di terra. Questo Autunno-Inverno-Primavera si è intensificata l'esplorazione, portando alla scoperta, dietro al tappo di terra, dei rami di Jell, di una serie di pozzi per un totale di 70m e dell'impermeabile (di chi?!!) dove l'esplorazione è ferma. Molte sono le zone inesplorate di Piaggiabella, K.P. attualmente poco aggiunge al rilievo del sistema, ma molte sono le sue potenzialità future, anche se, sicuramente, il Visconte ci farà sudare ogni metro. Se siete curiosi, o aspettate i prossimi bollettini, dove verranno pubblicati articoli più completi e seri e il rilievo integrale, oppure contattate il GSP per organizzare una punta e chissà non sia quella che aprirà il mondo che passa da cima Margua fino alla foce.
ERRATA CORRIGE
Ci scusiamo con i lettori per una mancanza occorsa nel numero 130 di Grotte. Nel rilievo in pianta relativo all'Abisso Sardu è stato involontariamente tagliato il Nord, dato essenziale per la lettura del disegno. Informiamo che il Nord va posizionato parallelamente al lato lungo della pagina con direzione verso l'alto. (corretto n.d.d.)

Attività di campagna
a cura di Chiara Giovannozzi
7-8 gennaio - Khyber Pass (PB) I.Cicconetti, N.Milanese, P.Fausone, R.Colombo, D.Girodo, A.Cotti. Scesi 60m di pozzi, ed allargate strettoie. Rilievo dei rami dei Jell.
9 gennaio - Arma del Lupo inf. (Gola delle Fascette -Viozene -CN): A. Eusebio (Poppi) M. Vigna, G. Carrieri, P. Terranova (Tierra) M. Ingranata. Viste due risalite da fare.
16 gennaio - Grotta del Lupo inf. (Gola delle Fascette). R. Colombo, M. Ingranata, F. Vacchiano, G. Carrieri, N. Milanese, P. Terranova, Samantha (Gruppo Speleo CAI Aosta). Raggiunta la zona del fiume e del sifone; cercato di proseguire verso il lago caldo/lago freddo, ma chiudeva con sifone.
16 gennaio - Monte Fenera Intervento CNSAS per ritardo. P. Baldracco, A. Eusebio, F. Vacchiano.
30 gennaio - Grotta del Lupo inf. (Gola delle Fascette). C. Giovannozzi, B. Vigna, F. Faggion, R. Colombo. Scavato una galleriotta, sperando di by-passare il sifone: chiude.
6 febbraio - Grotta del Lupo inf. (Gola delle Fascette). A. Eusebio, M. Campajola, Franz, Andrea Mantello, R. Dondana (Donda - GSBi), L. Aquadro (GSBi), Ico (GSAM), Marco Marovino (Marcolino, GSBi). Fatta una risalita e visti vari rametti laterali, nulla di decisivo. Disarmo.
12-13 febbraio - Arma delle Mastrelle (Marguareis). F. Vacchiano, F. Faggion (GSAM), Luca (GSAM). Rivisto il Lysergic e la via armata dai francesi. La "sicurezza" degli armi fa sì che si debba risalire di nuovo: viene riarmato in più punti e complessivamente rivista la zona.
13 febbraio - Upega (versante sud del Ferà). I. Cicconetti, C. Giovannozzi, B. Vigna. Vista la fascia di calcare tra il versante sud del Ferà e il fondo valle alla ricerca dell'ingresso basso della grotta Labassa. Nulla da rilevare: il carsismo esterno è poco sviluppato.
13 febbraio - Cocomeri (Valle Pesio). R. Pozzo, T. Fresu (Tassi), N. Milanese. Tentativo di raggiungere la grotta per continuare la disostruzione e il consolidamento della frana. Fallito causa neve ancora alta e sfinimento dei partecipanti. Lasciato sacco blu contenente catene, grilli, morsetti e tendicavi nel riparo sotto roccia poco prima della cengia che porta al colle del Baban.
19-20 febbraio - Oropa Esercitazione sulla neve con il Soccorso Alpino.
26 e 27 febbraio - Solai (Piaggia Bella, Marguareis). GSP: U. Lovera, C. Banzato, N. Milanese. GSBi: R. Dondana, M. Marovino, E. Ghielmetti, D. Arcari. L. Acquadro. Trovato il sifone è allagato per l'ennesima volta. Giro sul torrente, che finisce su KP. Posti da girare con cura, una prossima volta.
26-27 febbraio - Khyber Pass (PB). M. Campajola, C. Giovannozzi, I. Cicconetti. Scesi i pozzi del ramo di Jell, per allargare la strettoia alla base dei pozzi dove l'acqua si infila con grande giubilo per i disostruttori. Dopo la strettoia tre metri prima di un'ulteriore strettoia, con meno acqua e ancora più voglia di passare: sembra allargarsi e continuare. Rilevato.
4-5 marzo - Arma delle Mastrelle (Marguareis). Franz, A. Fontana, Max, Luca (GSAM), Andrea Remoto (GSG). Continua la risalita sul Lisergic, rivista una piccola parte della galleria "Pagò e Cagò".
5 marzo - Val Tanarello. U. Lovera, C. Banzato, A. Cotti, M. Di Palma, V. Bertorelli, I. Cicconetti, C. Giovannozzi, D. Girodo, P. Fausone, F. Cuccu, A Mantello, S. Capello, Naji. Battuta la sinistra orografica del Tanarello, poi scesi sulle pareti che guardano la Val Tanaro. Il carsismo è poco sviluppato, e la decina di buchi visti è troppo poco. Ube e Vale salgono fino alla località "Tetti Bausone": ridiscendendo, a fianco dal sentiero, vedono una zona con calcari più compatti e carsismo più sviluppato, che merita di essere rivista.
5 marzo - Grotta di Livio (Val Mongia). A. Gaydou. Turismo per rivedere alcune cose.
11-12 marzo - Arma delle Mastrelle (Marguareis). D. Girodo (Mecu), Ico (GSAM), A. Ubertino (GSBI? GSP? CNSAS!). Ico dimentica il casco, tutto a monte.
11 marzo - Cinghiale - A. Fontana, N. Milanese. Si cerca di passare la strettoia susseguente al meandrino della "cavia" ma... cilecca!
12 marzo - Arma della Pollera (Finale Ligure) - Grotta delle Vene (Val Tanaro). Uscita di corso.
18-19 marzo - Arma delle Mastrelle (Marguareis). F. Vacchiano, A. Fontana, F. Faggion (GSAM), Samantha (Gruppo Speleo CAI Aosta), P. Terranova, M. Ingranata, Luca (GSAM), A. Remoto (GSG)
Riattrezzata decentemente la sequenza di pozzi paralleli al Lysergic e continuata la risalita per una ventina di metri
18-19 marzo - Grotta degli scogli neri (Giustenice-SV). Uscita di corso.
19 marzo - Bossea. Convegno sull'idrogeologia carsica. B. Vigna relatore.
25-26 marzo - Mastrelle (Marguareis). N. Milanese, U. Lovera, C. Banzato, F. Belmonte, F. Vacchiano, Leo. Risalito ancora per 10-12m il Lysergic. Continua per almeno altri 20m. Vista una frattura parallela già rilevata, con una risalita già fatta.
26 marzo - Orso di Pamparato. R. Colombo + GSG. Uscita di corso GSG.
26 marzo. Val Tanarello. Tutti i Tierra: Pierangelo, Marilia, Pruel, Sonny, M. Vigna + Athos (GSG). Cercati e non trovati i buchi visti da Ube la volta precedente.
2 aprile - Grotta di Rio Martino (Crissolo CN). Pulizie di primavera. Da Torino: Nicola, Tierra, Mara di Palma, Alberto Cotti, Pierclaudio Oddoni (Cagnotto), Loco, Teresa Fresu (Tassi), Ube, Cinzia, Poppi, Roberto, Igor, Paolo Fausone.
2 aprile - R. Colombo, I. Cicconetti. "Disboscata" la palestra di roccia.
6 aprile - Laca della miniera (Val Brembana). R. Pozzo, T. Fresu, G. Pannunzio. Risaliti in artificiale venti metri di pozzo che intercetta la miniera. Continua in direzione della vicina grotta della Dolce Vita.
9 aprile - Palestra di roccia col corso.
16 aprile - Grotta dell'Orso di Pamparato - Omo inferiore - Uscita di corso.
21-24 aprile - Ardeche (Francia). Stage del 43° Corso. Cinquanta persone circa, fra allievi e istruttori, famiglianze e Giavenesi. Visitate molte grotte della zona. Gite a cavallo, in canoa sul fiume e calata da brivido (160 metri nel vuoto).
30 aprile - Prato Nevoso (Cuneo). P. Terranova, M. Campajola, S. Terranova, B. Vigna, P. Fausone, I. Cicconetti, A. Cotti, M. Di Palma, N. Milanese, F. Cuccu, R. Colombo, S. Capello. Visti alcuni buchi segnati in inverno con la neve. Il primo, "Diarrea", è uno scavo nel fango, da affrontare nella stagione secca. Il secondo, "Buco delle arance in discesa", è stato scavato per circa 2 m. Ora l'esplorazione è ferma su un piccolo salottino, dove un masso ostruisce il passaggio. Aria forte soffiante Igor e Paolo a Totinho: disostruito, tra un po' si passa; sotto, la pietra cade per 4m. L'aria è forte, aspirante.
La cresta del Ferà (foto A. Eusebio)
Attenti al Lupo
Attilio Eusebio
Mitica cavità della quale molto si è detto, poco si sa e nessuno conosce.
Cominciamo dunque dall'inizio della storia: il settore orientale del Marguareis (Piaggia Bella e zona D ed F) getta le proprie acque, passando per Labassa, verso la Val Tanaro con tempi lunghi o corti, in funzione delle condizioni idriche.
Qui, nella Gola delle Fascette, le acque vengono a giorno, in fase di magra lungo il torrente, in piena invece fuoriescono con una impressionante cascata dal Garbo della Foce, grotta localizzata (badate bene) in destra orografica della valle.
Alcune centinaia di metri a monte il torrente esterno (chiamato dagli intimi e non solo - Negrone -) viene catturato (in sinistra orografica) da una grotta nota come Garb del Butaù. E il Lupo direte che c'entra? Ebbene alcune decine di metri a valle del Butaù, si aprono alcuni ingressi interessanti, il più alto, circa 20 metri sopra la strada, è l'Arma del Lupo superiore, cavità fossile che si sviluppa, con una storia tutta sua per oltre un chilometro; circa 30-40 metri più in basso, sotto la strada, si aprono alcuni fori subcircolari metrici, sono questi gli ingressi dell'Arma inferiore del Lupo, grotta semiattiva che raggiunge un grande fiume proveniente da PB e da Labassa che nella sua parte finale si miscela con le acque del torrente Negrone, insomma non so se avete capito ma la zona è un gran casino, ed il quadro esplorativo, per molte ragioni, nonostante gli sforzi di tutti, non ha mai chiarito più di tanto i problemi (la figura allegata a pag. 11 - ripresa e modificata da Spelelogia n° 21 - evidenzia l'andamento del flusso idrico).
Comunque tutto questo "ingarbugliamento" ha solleticato nuovamente l'attenzione del GSP, vecchi e giovani si sono trovati così, dopo diciotto anni, in quei luoghi, ad affrontare una campagna esplorativa.
La galleria del fondo (foto A. Eusebio)
Gola delle Fascette - interno-esterno
Sfortuna vuole che i risultati non siano stati confrontabili allo sforzo (250 ore/uomo), tuttavia vale la pena di pubblicarli se non altro per evitare fra dieci anni di rifare risalite strane e forzare strettoie fangose.
Comunque ci siamo divertiti, la grotta è calda e bella, la compagnia - ahimè - è quella di sempre, il rilievo ci dice che abbiamo aggiunto circa 300 metri, per uno sviluppo totale di 2600 metri con 117 metri di dislivello, calcolando anche l'immersione di Gigi Casati nel sifone terminale.
Ma cominciamo dall'inizio.
La storia essenziale
La collocazione geografica ha aiutato. Le prime esplorazioni sono infatti del 1924 ad opera di G. Natta (vincitore del Premio Nobel per la Chimica nel 1963), che raggiunse il primo lago. Poi i francesi nel 1954 raggiunsero il sifone finale. Nel 1956 il GSP esplorò in modo sistematico la cavità fino a raggiungere il Lago Caldo e il Lago Freddo. Nel 1967 "immersionisti" targati GSP scendono fino a 20 di profondità. Nel 1979 P. Penez si immerse nel sifone del ramo attivo fino a -34 arrestandosi su strettoia, e sempre lui, scende - lo stesso giorno - fino a -40 nel sifone del Lago Grande. Nel 1980 F. Vergier raggiunge nel sifone del Lago Grande i -54 metri. Nel 1988 L. Casati si spinge, sempre sott'acqua e sempre in questo sifone, fino alla profondità di 78 metri (gulp). Noi poveri mortali ogni tanto proviamo a passare alti, ma senza risultati ...
Gli obiettivi
Svariati e molteplici sono gli ideali degli speleo, e gli obiettivi non possono che seguirne la tendenza. Comunque siamo riusciti, udite, udite, ad organizzare ben cinque uscite consecutive.
Due gli obiettivi, il primo più ovvio cercare di passare il sifone terminale a monte,
Arma del Lupo inf. - Ramo D - Lago del Sonno - rilievo
Arma del Lupo inf. - Rami AGSP 2/2000 - rilievo
scavando condottine intasate, arrampicando qui e là, strisciando in angusti ambienti. Tutto ciò senza risultati apparenti.
Il secondo obiettivo era più raffinato, cercare di passare a valle, si sa infatti, ed il rilievo ben lo evidenzia, che sopra il lago Caldo esiste una regione di gallerie non esplorata completamente. Purtroppo un lago sifonante ci ha precluso la strada, quindi l'obiettivo rimane ancora in sospeso. Come del resto rimane in sospeso la parte attiva a monte che merita senza dubbio una visita "mutati".
Poi c'è il discorso dei sifoni, ma questa è una altra storia.
Le esplorazioni attuali
Poiché le novità esplorative non hanno stravolto le conoscenze attuali abbiamo riportato in una pianta semplificata le zone coinvolte senza aggiornare il rilievo generale rimandando i dettagli alle note esplorative e ai rilievi degli specifici rami.
Eccovi le varie zone:
A - Scesi sulla galleria principale dopo circa 40 metri si risale e si incontrano delle vaschette spesso attive. Sulla destra, lasciando la galleria principale, si può risalire procedendo, tra passaggi stretti in colata, spesso molto umidi, e si raggiunge una zona di condottine più o meno infelici che paiono dirigersi verso l'esterno, con una debole corrente d'aria, collegandosi forse alla regione dei condottini in prossimità dell'ingresso.
Nulla di clamoroso, il ramo non è rilevato, ma esiste.
B - Uno stretto condottino fangoso, molto interessante, pare dirigersi verso il ramo a valle, non si sa in modo certo quale sia la situazione, tuttavia stringe molto e pare non sia possibile il collegamento tra i due rami. Assenza d'aria.
C - In una notte di un capodanno di venti anni fa, Doppioni, Franca Mazzer, Carlo Curti ed il sottoscritto cercarono di forzare la via del Lupo. Ahimè, anche quella volta, i laghi
La Foce in piena (foto A. Eusebio)
Arma del Lupo inferiore (141 Pi/CN) - rilievo
sifonanti ci chiusero la strada. Non ci rimase che risalire cercando di bypassare la tratta sifonante, il Duppia risalì un laminatoio verticale per una ventina (?) di metri sopra il lago-sifone senza risultati apprezzabili.
D - Ramo evidentissimo, tuttavia di recente visita (2/2000) (sviluppo circa 20 metri), ubicato sulla sinistra, in basso al Lago del Sonno; una breve e viscida risalita porta in un condotto fangosetto che chiude dopo poco. Sopra al lago del Sonno, in sinistra arrivando, in alto, c'è una galleria esplorata alcuni anni fa da giovani bellissimi e bravissimi (sviluppo circa 30 metri), il rilievo è riportato su Grotte n° 74.
E - Dietro e poco sopra una bella colata, uno stretto pertugio verticale immette in una zona con aria sensibile (aspirante in inverno). Il ramo, in forte salita risale, in ambienti di discrete dimensioni, per una ventina di metri fino a strettoie impraticabili. Sembra in comunicazione, almeno "vocale" con la galleria di quota 1271 m slm. (sviluppo 25 metri).
F - Una galleria in forte discesa con fondo sabbioso caratterizza questa zona della grotta. A metà circa è presente un arrivo dal quale pare anche arrivare acqua in certi momenti. Alcuni baldi giovani biello-cuneesi hanno risalito (2/2000) due saltini di 4-5 metri immettendosi in un condottino concrezionato che dopo una quindicina di metri chiude, pare, inesorabilmente (sviluppo 20 m).
G1 - La galleria che conduce verso il sifone di monte presenta arrivi dall'alto e diramazioni verso il basso. Queste diventano sempre maggiori procedendo verso monte. La G1 è un condottino di collegamento (con debolissima corrente d'aria) tra due arrivi principali. Sviluppo 25 metri.
G2 - Il ramo in salita termina su una strettoia passabile con una debole corrente d'aria. Al di là si trova una saletta, non presente nel rilievo GSP 1957, e nuovamente un condottino stretto che attualmente non è passabile.
H - Strettoia e condottino strisciante fangoso che prosegue in ambienti sempre stretti e non accoglienti.
I - Su un ramo in risalita è stata forzata una strettoia, il condotto sale leggermente e punta verso sud. Chiude dopo una trentina di metri su ennesima strettoia (Explo 2/2000).
L - La galleria principale pare intasarsi su sifone di sabbia, molti anni fa una notte di scavi ci ricondusse sul conosciuto.
M - Girovacchiando sopra la grande condotta che si immerge nel sifone c'è una bella finestra in alto a destra. La prosecuzione ideale insomma, peccato che chiuda, una scritta GSP1980 indica che altri prima avevano già avuto la stessa idea.
N - Sopra il Lago Grande sulla sinistra arrivando, sono presenti, quasi a contatto con il soffitto, due condottine dall'aspetto interessante. Queste, raggiunte, erano completamente intasate di sabbia. La più estrema, verso il sifone, è interessata da una debole corrente d'aria aspirante verso il soffitto (in un buchetto centimetrico). Comunque sono state scavate senza risultati.
O - La prima immersione (di cui si abbia notizia) è del 1967, una squadra di arditi sifonisti GSP scende in ambienti complessi fino a circa -25 metri (l'accurata descrizione dell'immersione è riportata su Grotte n° 34), nel 1979 P. Penez si immerse fino a circa -40. Il sifone sembrava poter proseguire ampio e subpianeggiante, ma non così apparve a F. Vergier, che nel 1980 scende fino a -54 con il sifone che continua a scendere ripido (relazioni riportate su Grotte n° 72 da A. Gobetti). Nel 1998, a fine ottobre, L. Casati scende fino a -78 con il sifone che pare prosegua.
Oltre ascendere in profondità sarebbe interessante provare, ad una quota intermedia tra i -15 ed i -25, a ricercare gallerie alte che possono rappresentare l'ideale prosecuzione di quelle fossili precedenti.
P - Del sifone dell'attivo si sa poco, F. Vergier si immerse fino a -34 arrestandosi su una strettoia in un periodo di magra eccezionale (cfr. Grotte n° 72).
A 27 nella conca di Piaggia Bella
Alberto Cotti
A pochi e lenti passi dalla beneamata capanna Saracco-Volante, si apre un abisso di terra con un nome che è ancora quello di un buco, la sua sigla. Ma stando alla storia anch'esso ha un nome vero, si chiama pozzo dei Nizzardi. Oggi gli porgo la sua dignità, perché quella sigla non mi sembra rendergli merito.
Spalanca la sua bocca sul fianco orientale del montrucchio di Caracas, lungo una faglia che separa calcari bianchi e cristallini da calcari grigi e scistosi; proprio per questo le speranze e i timori erano molti. Conosciuto da tempi lontani, si era concesso solo fino alla profondità di trenta metri, e lì s'era detto chiuso. Ma qualche anno fa, Giovanni lo ributtò sul piatto di delicatessen, e con Nicola fece una punta; si innescarono una serie di esplorazioni che si conclusero con l'esplorazione dell'ultimo pozzo e con il rilievo qui riportato, il giorno in cui il Fauso Paolo, Franz (lunga vita al presideeente...), e lo scrivente scesero là sotto. Di mezzo, il nobile pozzo vide scendere il buon Mecu, i figli di Jah Samantha e Ico, l'estra...terrestre Isabeu, Chicco Max e "lu papa Cagnot".
Il fondo non è più un mistero, l'abbiamo "spazzolato" in ogni suo remoto anfratto; chiude su fango, detrito e blocchi, con un unico piccolo oblò su di una protuberanza della parete, in cui la pietra gettata rotola per poco in ambienti piccoli. Il pozzone finale ha la strana caratteristica di separarsi in due dalla metà in giù, per poi riunirsi poco prima del pavimento, quasi a creare un "pozzo nel pozzo"; l'aria c'è, e filtra dal fondo del pavimento.
Nonostante ci abbia sbattuto il naso, mi pare davvero strano che chiuda; ma tant'è. Il pozzo dei Nizzardi fingerà nuovamente di avere un fondo, finché un giorno deciderà di concedersi per un altro po'.
[Nda] Pubblichiamo il solo rilievo della sezione, perché lo sviluppo della grotta è impostato in un'unica frattura, con direzione media N 247, senza spostamenti orizzontali significativi.
Scendendo lungo i pozzi (foto F. Vacchiano)
A 27 - sezione
Acrobatiche Mastrelle
Franz Vacchiano
Lysergic Emanation. Un nome che richiama storie recenti e passate, sempre collegate ad una matrice comune: la via di Labassa. Negli anni ottanta i prodi risalitori dell'epoca erano ascesi fino a settanta metri dalla base (evidentemente spinti dalle psichedeliche emanazioni impresse nel nome del luogo) attraverso una arrampicata magistrale. Nei mitici 90's invece si era arrivati dall'alto, attraverso le magnifiche gallerie (in onore degli esploratori bresciani ribattezzate "Pago & cago") che giungono dalla sommità del Weng Wei, in Filologa.
Era da un po' di tempo che ci frullava in testa l'idea di rivedere il posto, nella recondita (ed ottimistica) speranza che, nell'enfasi del momento, fosse sfuggita qualche via per restare in alto, alla fatidica quota delle gallerie, avvicinandosi così a Labassa.
La grotta delle Mastrelle ha il grosso pregio di essere spesso raggiungibile anche d'inverno: la posizione meridionale fa sì che, quando appena poco sopra, in Pian Solai, è pianto e stridor di denti, qui le temperature esterne rivaleggiano con quelle di Capo Palinuro. Dunque il posto si presta adeguatamente ai fine settimana invernali in cui gli abissi alti sono più complessi da raggiungere.
È il 12 febbraio quando salgo il solito vecchio pendio con la losca compagnia di Ico (Federico Faggion) e Luca di Cuneo più il neotorinese Umberto Mattii, gli unici che, per ora, si siano lasciati convincere. L'obiettivo è quello di andare a rivedere in che condizioni si trova il Lysergic, dopo che le notizie frammentarie provenienti d'oltralpe segnalano un passaggio dei nizzardi di Fighiera nipote. Logico che, conoscendo la cronica incapacità d'armo di questi compari transalpini, ci si aspetti di tutto.
Alla base del Lysergic stiamo quasi per ricrederci: i francesi hanno armato una nuova via di salita che non sembra affatto male, fuori dall'acqua e in un ambiente che sembra sicuro e riparato. Stiamo già accusandoci di grettezza e di chiusura mentale quando ci accorgiamo che stiamo risalendo una corda che appoggia su un'enorme e fragilissima lama in bilico sul pozzo. Cerco di ricordarmi tutti gli insulti francesi che conosco per sciorinarli silenziosamente (alzare la voce sarebbe rischioso...) mentre salgo sul lamone cercando di farmi piuma (cosa peraltro difficilissima per il sottoscritto). Sopra alla lama la via che abbiamo percorso ributta sul Lysergic e continua a salire. È sufficiente sporgersi sul terrazzino per realizzare che la corda, manco a dirlo, raschia in più punti contro la parete: già sufficientemente provati decidiamo di rifare la risalita e di armare in modo umano fino al primo terrazzo.
Da qui la via prosegue attraversando il pozzo verso le gallerie "Pago & cago", mentre il Lysergic, che sembra infinito, continua a salire. Teniamo uno scomodo summit per esaminare le alternative, che consistono nell'andare a rivedere le gallerie o nel continuare a risalire, ed optiamo per quest'ultima soluzione, confortati dalla circolazione d'aria (soffiante) che fa pensare ad ingressi bassi non proprio vicini. Una quindicina di metri e si torna a casa soddisfatti, per oggi abbiamo dato, e la piola di Ponte di Nava è perfetta per rilassarsi un po'.
Passa un mese e siamo nuovamente da queste parti, numerosi, ma diversamente motivati: dopo un serio tentativo di "dormingresso", ripiegano in Capanna Ico, Samantha e Pierangelo, fermamente intenzionati a darsi il cambio nel tenere il moccolo (o sarà una staffetta? Ai posteri l'ardua sentenza...). In grotta comunque entrano Max, Alice, l'inossidabile Luca di Cuneo, Remoto di Giaveno e il presente croni-
Mastrelle - Filologa - P.B. - rilievo giunzione
sta, decisi a continuare a salire e a rivedere le P&C (pago & cago).
Le gallerie sono belle e impossibili, sfondate per molti metri e scivolose. Per una frequentazione assidua si dovrà armare qualche traverso e, perché no, scendere qualche sfondamento per vedere se si torna oltre il sifone di Filologa (molto più in basso, ma tant'è). Il Lysergic invece continua a salire indefinitamente e cominciamo a disperare che abbia un tetto. Si tornerà.
Il 25/3, non proprio motivati, sfidiamo le intemperie marzoline dall'umore altalenante e ci portiamo con fatica (e poca voglia), al solito vecchio ingresso, grazie al pungolo neosciita di Nicola e agli intervalli fra uno scroscio e l'altro. Oltre al "piccolo grande uomo" c'è Cinzia, Ube, Cesco, Leonardo e chi enfaticamente vi tormenta.
Ube e il sottoscritto andranno ancora a risalire, mentre gli altri rivedranno la zona armata dai francesi, caratterizzata da molti sfondamenti e da qualche arrivo. La risalita si fa strapiombante, ma su roccia buona, almeno fino ad una sporgenza (un tetto) da cui piove un forte stillicidio che mi sembra possa essere l'oggetto del desiderio: peccato che quella che sembrava una bella colata calcitica su cui arrampicare, sia in realtà un fradicio e molliccio festone di latte di monte. Il martello vi affonda letteralmente ed uscire sul terrazzo è, per ora, impossibile. Bisognerà tornare con fix lunghi e tanta tanta determinazione.
La primavera porta nuove idee, nuove esplorazioni (Pippi continua!), nuove storie, nuove estati e, almeno è statisticamente provato, nuovi inverni in cui riprendere il discorso da dove lo si aveva lasciato. La memoria distorce i ricordi, rendendo i luoghi di volta in volta migliori o peggiori a seconda degli umori, degli interlocutori e delle alternative disponibili. Lysergic Emanation è un posto bellissimo, ma con il solito fiuto che ci contraddistingue, siamo riusciti anche 'stavolta a cacciarci nel suo angolino più merdoso. Complimenti!
Nella zona del Pentivio (foto G. Badino)
Grotte nel ghiacciaio del Ciardoney
Giovanni Badino
Svegliarsi a casa alle sei e mezza, fare colazione, uscire verso le otto e mezza trovarsi a scendere un pozzo glaciale, pure bello; e poco dopo fare pranzo in un bel ristorante di montagna e poi a casa di nuovo nel primo pomeriggio...
Mi è capitato ad ottobre: il pozzo è nel ghiacciaio del Ciardoney, un piccolo ghiacciaio (0.8 kmq) nel parco del Gran Paradiso. Vi si accede dalla valle di Locana, una delle valli di Lanzo.
L'amico Luca Mercalli, animatore della Società Meteorologica Subalpina, mi ha invitato a partecipare ad una loro ricognizione su questo ghiacciaio, che dal '93 stanno monitorando in collaborazione con l'AEM per determinarne il bilancio di massa. Si tratta infatti di uno dei ghiacciai che alimentano le locali centrali idroelettriche, ed è dunque una situazione in cui il ghiaccio rappresenta proprio una risorsa economica. Proprio grazie a questo abbiamo potuto impiegare un elicottero che ci ha sollevati da Noasca al ghiacciaio.
La situazione generale del ghiacciaio è deplorevole, come quella di tutti quelli dell'arco alpino. A causa di questa veloce riduzione della massa, acceleratasi ancora negli ultimi anni, le strutture di drenaggio vanno modificandosi e in questo ghiacciaio, da un paio d'anni, sono apparsi importanti drenaggi superficiali che finiscono dentro pozzi.
(Ndr. La foto è dell'autore ed illustra l'ingresso della cavità glaciale)
Quando Luca me li segnala, offrendomi pure di partecipare ad una loro ricognizione, penso che si tratti quasi di sicuro di roba poco più che simbolica, ma sarà la prima grotta glaciale del Piemonte. Sono felice di andarci non solo per curiosità ma anche per proseguire la consolidata tradizione dei fenomeni carsici regionali, esplorati da pionieri liguri...
Siamo in sei, i miei compagni devono fare misure di ablazione e ripristinare alcune paline. Io salgo sul primo volo per avere più tempo per esplorare là sotto. Sbarchiamo sul piccolo ghiacciaio e Luca mi porta subito all'entrata principale: non sono ancora passate due ore da che mi sono svegliato e sto attrezzando un pozzetto. Pozzetto? Accipicchia, altro che simbolico: è proprio un pozzo. Atterro 24 metri più in basso. Una zona di meandro mi immette in due successive salette. nell'ultima un fessura con l'imbocco non praticabile (ma non ho con me la picca...) chiude tre o
quattro metri sotto, a -35. Dall'alto vedo acqua e sassame: probabilmente si tratta della roccia di base, ma non posso esserne veramente sicuro.
Risalgo rilevando e prendendo le temperature (-2.8° nella saletta terminale, -5.2° a base pozzo, a fronte di una esterna di -11°C), sorpreso per la bellezza e le dimensioni dignitosissime di questa grotta. All'esterno ci sono altri tre buchi, tutti allineati, come questo, su un lieve cambio di pendenza del ghiacciaio, cui probabilmente corrisponde un cambio della roccia di base. Li disdegno, perché paiono piccoli, e mi occupo di gestire calata e recupero di tutti i miei compagni, curiosissimi di scendere giù, uno dopo l'altro.
Quando finalmente finiamo e io mi degno di dare un'occhiata anche agli altri buchi, scopro che sono grandi come il Ciardoney 1, solo che avevano le entrate con grosse cornici di neve che li facevano sembrare minuscoli! Ma è ormai troppo tardi per scenderli, si va all'anno prossimo, quando meriterà ampiamente fare qui una tre giorni per esplorare e rilevare con cura queste strutture.
La mia impressione è che questi pozzi si siano formati quando l'assottigliamento del ghiacciaio e il suo rallentamento hanno reso morfologicamente importante il cambio di pendenza del versante. Si è così formata una zona beante che, con le forti alimentazioni di queste stagioni, ha creato un carsismo che, rapportato alle dimensioni del ghiacciaio, è davvero enorme.
Questa amplificazione del carsismo causata dal bilancio di massa fortemente negativo di questi anni pare essere un fenomeno abbastanza generalizzato, non solo sulle Alpi. Di fatto, in questi anni di ritiro dei ghiacciai, il carsismo glaciale sta vivendo una stagione sfolgorante...
Mulino 1 del ghiacciaio del Ciardoney - Parco del Gran Paradiso - rilievo
43° corso: fine di un Millennio
Nicola Milanese
Anche quest'anno è finito. Anche quest'anno abbiamo rivisitato le solite grotte. Anche quest'anno speriamo che gli allievi rimangano tra di noi per far crescere la speleologia torinese.
"Tutto come sempre", direte.
"NO, qualcosa è cambiato", abbiamo introdotto la "Tecnologia informatica", detto in modo più terra-terra, per la prima volta abbiamo usato un computer.
Giampiero (Carrieri) si è divertito a costruire alcune lezioni con PowerPoint soppiantando così il vecchio proiettore di diapositive, che puntualmente dava qualche problema, con il più moderno videoproiettore, che ha funzionato bene, per ora.
Potreste pensare che l'utilizzo del computer "spersonalizzi" le lezioni, forse è vero. Noi abbiamo provato, se funzionerà bene, altrimenti va bene lo stesso.
Pensavate che ci saremmo fermati a PowerPoint, invece no. Tra poco sarà disponibile, per i futuri direttori di corso, un CD-rom contenente tutte le dritte per organizzare il corso, nonché i File di PowerPoint contenenti le lezioni fatte.
Ricordate comunque che le lezioni di PowerPoint NON devono essere seguite alla lettera, ma ogni anno DEVONO essere riviste e rimodellate dal relatore, altrimenti rischiamo di fossilizzarci su tecniche già note, senza mai perfezionarle.
Ora parliamo degli allievi del corso.
Prima parte con diciotto allievi, no diciassette, aspetta sono sedici, anzi quindici, contando bene sono quattordici.
Volete capire il motivo del Countdown? Pronto alle spiegazioni.
La prima defezione è di un allievo che non si è mai visto, ha pagato un anticipo ma poi si è eclissato.
La seconda defezione ha lasciato la sanità mentale in fondo alla Pollera (prima grotta orizzontale): anche lui è scomparso.
Il terzo allievo è un ripetente, e comunque ha fatto solo una grotta durante tutto il corso.
Il quarto allievo è Doppioni (ex-presidente del GSP, ex-delegato del soccorso, ex-ecc...) con appena 40 anni di speleologia alle spalle.
Alla seconda parte si iscrivono in 14, agli
eclissati si aggiungono gli infortunati, e così anche Simone e Paolo abbandonano: "vi aspettiamo il prossimo anno".
Il corso vero e proprio non ha avuto grossi intoppi, qualche problema per la seconda uscita orizzontale per la concomitanza di una esercitazione di Soccorso, qualche lieve disorganizzazione (director temporeque culpa) per l'ultima uscita, ma nulla di grave.
Grossi problemi invece da metà corso in poi per quel che riguarda le lezioni teoriche...
Relatori che non si presentano o che litigano tra loro: i buchi comunque sono stati tappati e le incazzature con il tempo passeranno.
Ma parliamo di cose serie. "rimarranno questi allievi?"
Cinque o sei dei sopravvissuti al corso hanno buone capacità, ora tocca a loro aggregarsi a chi va in grotta, riusciranno a trovare gente con cui andare, lo spero (ma ci credo poco).
Molti hanno comunque problemi di lavoro e questo impedirà loro di impegnarsi costantemente.
La domanda finale è d'obbligo: "E' utile fare corsi in questo modo?"
Chi vivrà vedrà.
SIGNORI e SIGNORE, LADIES and GENTLEMEN
ECCO A VOI: GLI ALLIEVI
|
Buono Carlo |
Loc. Poligono n.8 San Carlo Can. |
011 9209942 |
|
Calonico Paolo |
Str. della Pronda 165/e Grugliasco |
011 700065 |
|
Casale Milena |
Corso Raffaello 12 |
011 6508884 |
|
Colombo Luigi |
Via Pascoli 8 |
011 9968131 |
|
Curiotto Stefano |
Via Balme 45 |
011 746747 |
|
Di Gregorio Federico |
Via Carlo Alberto 38/bis |
|
|
Doppioni Pier Giorgio |
Reg. Caney inf. 111 Settimo Vittone |
0125 658797 |
|
Gallo Luciano |
Via Balma 63 Rivalta |
011 9090639 |
|
Galparoli Andrea |
Corso Cosenza 25 |
011 6193663 |
|
Lamberti Fossati Cosimo |
Via dei Mille 26 |
011 888268 |
|
Pagliero Francesco |
Via Pasquina 4 Baldissero Canavese |
0124 514842 |
|
Pasteris Enrico |
Via Pesaro 20 |
011 5215869 |
|
Roagna Davide |
Via Pio VII 136 |
011 615987 |
|
Toffano Alessandro |
Strada Busellos Pecetto |
011 8609812 |
Sta coppola ...
Carlo Buono
Gli allievi del 43° corso di speleologia, per poter fare un articolo serio non possono esimersi dal parlare degli istruttori e di quanti hanno permesso la felice realizzazione dell'"opera". Che dire... la normalità, la tranquillità, il tipo medio italiano che va allo stadio, parla di calcio al bar con gli amici e di lavoro con i colleghi, ha fugaci rapporti con la moglie e si veste di cuoio con l'amante, fa. ... sport pedalando da casa al giornalaio dove compra la Gazzetta dello sport, mangia la pasta al forno, si incazza con i figli che vogliono il gelato, la sera, tre volte a settimana picchia la moglie (o le prende), ebbene questo tipo tanto amato e tanto odiato non abita qui presso il GSP. Qui si parla di un tipo del tipo checazzosono, checazzovoglio dovecazzomitrovo, oddio che botto. Così si passa allegramente dal pazzo furioso al taciturno che parla poco e va. Da quello che corre come un disperato fuori e dentro dalla grotta, in macchina e a piedi (indovinate chi è?) a quello che va piano, ma porca vacca è sempre avanti a te, tranquillo con la tuta pulita e tu con il fango che fuoriesce dall'orecchio (chissà da dove è entrato), la lingua penzoloni e con propositi omicidi che solo l'enorme stanchezza frena.
Ma anche tra gli allievi non si scherza, altrimenti perché mai si sarebbero iscritti ad un corso così e soprattutto dopo che le iscrizioni le ha prese Nicola accovacciato quasi a testa in giù su un tavolo. Abbiamo di tutto, magri, alti, grassi, grossi, belli e brutti, allievi fasulli che sono infiltrati e figlie d'arte. Anche questa categoria si inserisce senza problema nella tribù. La tribù invece cerca in tutti i modi l'allieva femmina, chissà perché?
Eppure ci è piaciuto e anche molto, nonostante il "Guarda che non c'entro in quel buco" e l'istruttore. "No c'entri, basta che sposti l'orecchia sinistra al posto di quella destra, giri di 180 gradi i piedi e invochi oscuri Dei classici a testimonianza degli sforzi compiuti", "grazie, adesso che sono passato non puoi per favore passarmi quella mano che è rimasta al di là e quel pezzo di fetta di chiappa che sporgeva troppo?".
Eppure ci è piaciuto e anche molto, soprattutto i banchetti sul fondo della grotta e quelli fuori, il te caldo sorseggiato, piacevole sorpresa.
E che dire delle lezioni teoriche? Senza ombra di dubbio conosciamo tutti i nomi della morfologia carsica, tutte le sottospecie degli scarrafoni ipogei, tutti i nodi necessari per riuscire ad incrodarsi e ancora meglio le forme "morfologiche" delle speleologhe, che anche senza musica turbano tuttora le nostri notti e quelle degli speleo francesi (prima fra tutte "la zinna di Dio"!!). Però non interrogateci, perché in
realtà abbiamo dormito profondamente, ma i nostri sensi erano svegli (ma in quale senso ...).
Eravamo inoltre preoccupati di essere sempre in ritardo, ma grazie all'intervento di tutti (istruttori e allievi), non ci avete mai fatto vergognare di essere arrivati primi agli appuntamenti.
Abbiamo anche imparato che l'attrezzatura è del tipo comecazzovoglioio, ovvero chi ha la longe, chi non ce l'ha, chi mette l'imbrago sulle orecchie, chi lo mette sui piedi e infine, e questa è vera, chi cerca riparo dalla caduta di pietre sotto un colapasta e per passare il tempo libera il proprio intestino in grotta.
Suggerimenti: oltre a più istruttrici donne (siamo un corso di uomini), diteci per favore dove e come diavolo possiamo attaccare le corde per scendere un pozzo in sicurezza, oppure iniziamo una nuova disciplina il deltaplano ipogeo perché qualcuno di noi (indovinate chi) vuole pozzi e grotte larghe e possibilmente invase da acqua (ma l'attrezzatura la portano gli altri).
Grazie, comunque, ci siamo divertiti anche se qualcuno già dalla prima volta, all'invito di ritornare in grotta esclamò. "Sta coppola di minchia" ed è rimasto il motto del 43° corso di speleologia.
(Le foto che illustrano questo articolo ed il precedente sono di F.Vacchiano)
Gorner 1999. Il ghiacciaio visto da dentro
Riccardo Pozzo
Cosa?
L'ennesima spedizione di speleoglaciologia sul Gorner, organizzata da "La venta", alla ricerca di spiegazioni "pratiche" circa i reticoli di drenaggio sommersi, all'interno del ghiacciaio.
Dove?
In Svizzera, tra il Monte Rosa e il Cervino, si estende il ghiacciaio del Gorner, sede dei principali (e più studiati) fenomeni glaciocarsici delle Alpi. È di tipo vallivo, lungo circa 14 chilometri e largo 7, ma l'area "carsica" è confinata nella zona centrale (3 x 1 km). Il ghiacciaio nasce dall'unione del Grenzgletscher col Gornergletscher e possiede cinque masse tributarie. Il punto più in alto, presso la cima del Rosa, è a quota 4600, quello più in basso a 2120, poco sopra l'abitato di Zermatt.
Chi? Quando?
Hanno partecipato alla spedizione 12 persone.
Tutto il periodo ( dal 16 al 26 ottobre 1999): Giovanni Badino, Paolo Petrignani, Riccardo Pozzo (Loco), Pasquale Suriano, Peter Taylor.
Solo prima parte (dal 16 al 20): Mauro Giusiano e Chiara Silvestro.
Solo seconda parte (dal 19 al 25): Giuseppe Casagrande (Cagiu), Beppe Giovine, Tiziano Piovesan, Roberto Rosso e Tullio Bernabei (Tux).
Perché?
Ecco una breve intervista a Giovanni Badino, fatta una sera sul ghiacciaio:
D: Perché siamo qui?
R: Per capire come funziona il ghiacciaio, quali sono i modi di formazione del mondo subglaciale.
D: Qual è il punto di partenza?
R: Sappiamo, per averle percorse un migliaio di volte, che esistono strutture temporanee (pozzi, forre, gallerie ecc.) in cui l'acqua dall'esterno penetra nel ghiac-
ciaio. Come in un complesso carsico tradizionale l'acqua s'introduce nella massa glaciale tramite inghiottitoi (i mulini), scorre all'interno e fuoriesce di solito a contatto fra il letto morenico e il fronte del ghiacciaio. Le strutture di cui dicevo, raramente raggiungono la profondità di cento metri. Fino a -20 / 30 metri il ghiaccio si comporta come la roccia, ossia è abbastanza stabile; a profondità più elevate prevale il comportamento plastico e il ghiaccio tende a riempire ogni cavità come fosse un liquido (anche se molto viscoso). Quello che succede da -100 a "fuori" è stato studiato per mezzo di un modello matematico, elaborato al calcolatore, ma nessuno ha mai messo il naso nelle parti allagate all'interno di un ghiacciaio.
D: È questo che dovremmo fare?
R: Sì, non tu, ma i due subacquei, Tiziano e Cagiu.
D: Cosa dicono i tuoi modelli matematici?
R: Dicono che ad elevate profondità esistono strutture permanenti, ossia le reti di drenaggio. Il diametro delle gallerie sommerse, secondo i miei calcoli, dovrebbe essere assai ridotto, tanto da non far passare un subacqueo. Ciò è dovuto alla forte impedenza del reticolo, ossia alla resistenza del flusso d'acqua e al comportamento fluido del ghiaccio, senza contare la forte pressione atmosferica. I modelli al calcolatore ci dicono in sostanza che sotto ci sono vie piccole, impercorribili. Quando arrivi alla falda forse hai finito l'esplorazione, ma bisogna vedere se in certi momenti "magici", in cui un flusso enorme si è spento, non si riesce ad esplorare i vuoti che teoricamente possono esserci.
D: Quindi è inutile fare immersioni.
R: No, perché sappiamo che oltre alle reti di drenaggio esistono in profondità altre strutture non permanenti: laghi, isole, tasche d'acqua immense.
D: Sono in collegamento con il drenaggio?
R: Chi lo sa? È da molto che prendiamo misure dirette della variazione del livello
di falda, in vari mulini, per capire l'impedenza del reticolo. Ho osservato inoltre che i carichi di tensione in profondità sono abbastanza stabili nel tempo, anche se il Gorner non è affatto stabile, si sta "ritirando" a vista d'occhio. Ma questo ghiacciaio ha una particolarità che lo rende fortemente carsificabile e che, a mio parere, giustifica l'ipotesi delle tasche d'acqua (quelle legate alle piene eccezionali, gli jokulhlamp): poggia su un lago enorme, a quattrocento metri di profondità...
D: Se ho capito bene queste tasche d'acqua sarebbero sale gigantesche completamente allagate...
R: Esatto... sarebbero, ma nessuno le ha mai viste.
Come?
Ndr (ovvero il diario del campo)
Venerdì 15 ottobre 1999. Partiamo da Torino, Giovanni, Chiara, Mauro, Peter e io.
Sabato 16. Ci svegliamo a Tasch, alle sette e un quarto. In albergo troviamo Pasquale e Mauro arrivati la sera prima con i materiali. Dopo colazione carichiamo il taxi-pullmino e andiamo alla stazione di Zermatt. Saliamo verso il ghiacciaio in treno in compagnia di turisti provenienti da ogni parte del mondo. Spiccano giapponesi e sudamericani.
Appena scesi ci troviamo di fronte un panorama tra i più seducenti: davanti a noi il Monte Rosa, dietro il Cervino, in mezzo il Gornergletscher. Percorriamo per circa trenta minuti il sentiero in piano che costeggia il ghiacciaio, dirigendoci verso la zona in cui si è deciso di montare il campo, ai piedi di una morena. Il posto è ben scelto, abbastanza vicino alle grotte scoperte in precedenza da Astigo e Piccini, in piano, comodo da raggiungere. Fino all'anno scorso, per scendere in centro al Gorner, Badino e compagni tagliavano per la scoscesa pietraia che costituisce il versante destro del ghiacciaio. Poi qualcuno, stufo di percorrere quella strada in salita e carico, ha avuto la geniale intuizione di seguire il sentiero sino al suo sbocco naturale, scoprendo che conduce ugualmente sul ghiacciaio, solo un po' più a monte.
Il cielo è terso, non c'è vento, l'elicottero arriva un quarto d'ora dopo di noi. Scarichiamo i materiali. corde, moschettoni, chiodi da ghiaccio, piccozze, ammennicoli vari e naturalmente le tende: quattro, più un tendone che servirà da cucina. La preparazione del campo ci porta via tutto il pomeriggio. Si fissano le tende al suolo con tondini di ferro inseriti nel ghiaccio col trapano, si allestisce il magazzino, si rende il più possibile confortevole la cucina (grazie alle assi che abbiamo trovate sparse tra i ghiacci riusciamo a costruire addirittura un tavolo). Mauro Giusiano, alpinista ventottenne di Frassino (CN) sposta pietre piatte e costruisce muretti a secco e piazzole per le tende. Il suo lavoro, a regola d'arte, è apprezzato da tutti.
Peter Taylor, 27 anni, giornalista, scrittore e fotografo statunitense (di New York), prende continuamente appunti per il suo libro sugli "scienziati estremi", un'opera che vuole dare una panoramica di chi nel mondo si occupa di ricerche scientifiche in ambienti pericolosi. Il libro, preceduto da un lancio pubblicitario all'"americana", comprenderà le biografie di alcuni scienziati di tutto il mondo, impegnati, nelle loro ricerche, in situazioni difficili. C'è chi studia gli squali assassini, chi s'interessa di vulcani visti dall'interno, l'appassionato di coccodrilli affamati e via di questo passo. Peter ha letto un articolo di Giovanni sulla speleologia glaciale, pubblicato su National Geographic e ha deciso di cantarne le gesta.
Chiara, compagna di avventure del Badino, ingegnere minerario, addetta al prelievo di campioni di ghiaccio in profondità, mette in ordine provette e sacchettini.
Gli altri due compari sono Paolo Petrignani da Latina, fotografo ufficiale della spedizione e Pasquale Suriano da Bari, specialista in orecchiette e logistica, nonché ottimo speleo. Terminato l'allestimento del campo, ceniamo a orecchiette, innaffiate da mezzo litro di grappa. La notte, sul ghiacciaio, è fredda.
Domenica 17. Mauro e Peter, digiuni di tecniche speleo, vengono istruiti sull'uso di discensore e bloccanti. Gli altri fanno una prospezione sul ghiacciaio, per prendere confidenza con l'ambiente. Raggiungiamo l'ingresso G6, pozzo sui 60 metri con meandro e acqua sul fondo. Giovanni mi consegna una mezza dozzina di chiodi e, senza troppi preamboli, mi accingo a scendere per la prima volta dentro un ghiacciaio. I chiodi sono delle grosse viti cave che forano il ghiaccio e spurgano neve. Si piantano in due minuti e sembrano reggere. A volte, in profondità, infiggendoli dove il ghiaccio è maggiormente in tensione, si producono enormi fratture, accompagnate da boati sinistri simili a esplosioni. Queste crepe raggiungono dimensioni di diversi metri. A parte l'impaccio dei ramponi e della piccozza, i gesti da compiere sono gli stessi che in grotta. La luce del sole filtra dall'alto e rende l'ambiente luminosissimo. Dietro di me scendono Chiara e Giovanni. Chiara per prendere campioni di ghiaccio a -30 (operazione difficile poiché, come dicevo, il ghiaccio si frattura ed "esplode"), Giovanni per tendere un filo metallico tra le pareti del pozzo nella zona più profonda raggiungibile (pochi metri sopra all'acqua). Ci tornerà alla fine del campo per avere un'idea dell'elasticità del ghiacciaio, misurando la flessione, o tensione, del filo. Segue la squadra fotografi.
Il secondo buco che raggiungiamo, il G15, ha una particolarità: è una vera e propria grotta. Poco oltre il primo salto, a -20, c'è una condotta freatica, perfettamente circolare, in piano, un metro di diametro, lunga circa 20 metri. Il mulino è già stato sceso fino qui, giorni addietro, da Astigo (Giuseppe Antonini, da Ancona). Rimasto senza corde, ha dovuto interrompere l'esplorazione, ma la grotta continua, con un pozzo inclinato. Torneremo domani.
Ritorniamo al campo che è buio. Pasquale mi mostra come funziona il Gps, strumento in grado di stabilire la posizione in cui ci si trova collegandosi al satellite più vicino. Gli ingressi dei mulini conosciuti sono già stati posizionati sulla carta; aggiungere la posizione del mulino che abbiamo trovato al ritorno (il G 17) è un gioco da ragazzi.
Lunedì 18. Lasciamo il campo tutti insieme. Obbiettivo il G15, la grotta di ieri e il G8, il più bel pozzo, dicono dei dintorni. Scendo il G15 con Pasquale e Chiara. Continuiamo ad armare una serie di pozzetti lungo un meandro. L'armo per la progressione ci richiede parecchio tempo e, prima di raggiungere il fondo finiamo i chiodi. Riusciamo a recuperarne uno dall'attacco principale dell'ingresso, ma non basta ancora, la grotta continua a
scendere. Alla quota in cui ci troviamo s'innesta da un arrivo laterale un piccolo torrente che scroscia a cascata in un tubo perfettamente cilindrico inclinato di circa 75 gradi, dal diametro di poco più di mezzo metro.
Mauro decide di tornare al campo per prendere altri chiodi. Pasquale e io restiamo in grotta a rilevare. Gli strumenti che abbiamo con noi funzionano poco e male, l'eclimetro non si legge. Tocca rimandare tutto a domani. Mentre usciamo, a metà grotta, incontriamo Giovanni e Peter che fanno foto. Poco sopra c'è Paolo e fotografa anche lui. Sono bagnatissimo, ma Paolo mi blocca e mi chiede di fargli da modello. So di essere molto avvenente, ma è la prima volta in vita mia che qualcuno mi fa una richiesta simile. Succederà ancora.
Nel frattempo fuori, Chiara sta insegnando a Mauro, tornato coi chiodi, a usare il discensore. Lo segue un po', ma poi si stufa e l'abbandona nelle mani di un Pasquale smadonnante.
Il pomeriggio vado con Pasquale ad attrezzare il G8, a 20 min. di cammino dal G15. Il pozzo ha un imbocco enorme, 10 m di diametro, scende per 75 metri nel vuoto. Attrezziamo l'armo di partenza fino al frazionamento che fa cadere la corda in vuoto. Mettiamo anche una corda per il fotografo. Prima di sera ci raggiungono gli altri. Si perde una radio, poi, insieme, facciamo ritorno al campo.
Martedì 19. Con Pasquale, Peter e Paolo a fare il rilievo e a completare l'esplorazione del G15. Oltre al limite di ieri c'è ancora un pozzo da 15, a tubo, diametro meno di un metro, molto bello. Sotto, l'acqua scorre in un meandro stretto e tortuoso. Cerchiamo di avanzare ancora un po', poi, vista la quota a cui ci troviamo (quella di falda) e la difficoltà nella progressione, optiamo per un dietrofront. Prima però Pasquale spiccozza per prelevare campioni di ghiaccio per Chiara. Tale operazione, allo stretto e con un ghiaccio vetrosissimo e resistente, risulta alquanto complessa. In più ci si infradicia che è un piacere. Peter, più in alto, spara foto a tutto andare, tre scatti per posa.
Paolo è uscito da un pezzo. Usciamo anche noi, non appena ultimato il rilievo topografico. È quasi buio, nevica, le nuvole avvolgono il ghiacciaio e cancellano alla nostra vista ogni punto di riferimento. Pare di viaggiare nel nulla. Siccome sono io a guidare la combriccola, naturalmente ci perdiamo e, grazie anche al fatto che il gps ogni tanto inverte la direzione da seguire, facciamo tre volte il giro del ghiacciaio. Per fortuna siamo in contatto radio con Giovanni che ci aspetta in cima alla morena, vicino al campo. Ha acceso una luce, faro provvidenziale che ci consente di arrivare al campo intorno alle 22. Un'Odissea.
Giovanni e Chiara sono stati al lago in punta al ghiacciaio per verificare se possibile fare immersioni, quando arriveranno i sub. E' possibile, le faranno dopodomani.
Mercoledì 20. Al mattino stendo il rilievo di G15. Penso al fatto che, probabilmente, quando verrà pubblicato, la grotta non esisterà più o comunque sarà molto diversa rispetto a quella che sto disegnando. È come fotografare un palazzo in
demolizione poco prima che venga distrutto.
Per oggi è previsto l'arrivo dei sub e di altri compagni. C'è vento forte, la tenda della cucina si deforma in modo impressionante, schiacciandosi quasi al suolo. L'elicottero non potrà volare. Intorno all'una arrivano a piedi Roberto Rosso e Beppe Giovine, poi, cessato il vento, alle tre del pomeriggio, arriva l'elicottero che trasporta i materiali per le immersioni e i due sub, Cagiu (Giuseppe Casagrande) e Tiziano Piovesan.
Peter, Pasquale e io andiamo al G17. C'è un bel pozzo da trenta poi un meandro enorme con acqua sul pavimento. Il ghiaccio crepa da far paura. È impossibile piantare un chiodo senza avere la poco confortante sensazione che di lì a poco l'intera grotta debba crollarci in testa. Fortissimi boati e crepe lunghe fino a cinque metri. L'armo ci richiede parecchio tempo, rimandiamo il rilievo a domani. Pasquale preleva ghiaccio a -30. Peter è sempre più entusiasta e ci ringrazia, fuori di grotta, per avergli dato la possibilità di vivere un'esperienza simile. Pasquale e io rimaniamo in silenzio, non sapendo bene che dire. Credo che ora spetti a me ringraziare Giovanni e gli altri per avermi "iniziato" alla speleo glaciale.
Al campo, con i nuovi compagni arriva anche il vino, due taniche, una di nero e una di bianco. Era ora. Mauro e Chiara lasciano il campo e tornano a casa.
Giovedì 21. Vento, neve e pioggia durante la notte. La tenda di Beppe è allagata, il tendone del campo semi distrutto, due bacchette spezzate, deformato. Con Pasquale vado a prendere acqua nel torrentello che scorre di fianco alla morena vicino al campo. Le previsioni danno brutto per due giorni, pare che la zona in cui siamo sia investita nientemeno che da un uragano di origine tropicale. Cagiu misura la sagola da immersione con la bindella metrica e prepara bombole e materiali Che fare? Niente. Cazzeggio e svacco per tutti, tutto il pomeriggio.
Venerdì 22. Con Roberto vado alla stazione di Rotenboden a prendere i sacchi di Tullio, giunto ieri sera a Tasch. Durante il percorso ci imbattiamo in uno stambecco, immobile su una roccia, poco lontano dal sentiero. Si lascia avvicinare sino a una distanza di un metro. Sto per accarezzarlo quando, finalmente, si decide a fuggire. Il tempo è decisamente migliorato, cessato il vento, nel cielo splende un sole senza nuvole. Mi maledico per non aver portato con me la macchina fotografica.
Tullio è stato operato recentemente per cui non può portare pesi. Torniamo al campo, intorno all'ora di pranzo, con due sacchi. Gli altri scendono al lago in fondo alla morena, dove erano stati Giovanni e Chiara l'altro giorno, con i materiali per l'immersione. Ci comunicano via radio che occorre portare lì una muta stagna perché quella di Cagiu si è strappata sul collo. Posiamo i sacchi, prendiamo la muta e partiamo. A metà percorso riceviamo una nuova chiamata, bisogna portare una bombola supplementare. Ce la giochiamo a pari o dispari. Vince Rosso che torna al campo, prende la bombola e riparte. Una giornata da portatori.
Giungiamo finalmente al lago e incontriamo i compagni intenti nei preparativi per le immersioni. Il lago origina da una maestosa nicchia che si suppone dia accesso a una galleria subglaciale allagata. L'immersione va così così. Cagiu, per mancanza di piombi, non riesce a immergersi. S'immerge Tiziano, scende per circa otto metri e si ritrova in un ambiente molto grande di cui, a causa di una soluzione biancastra in sospensione (latte di ghiacciaio) non si riescono a scorgere le pareti. Forse si tratta proprio di una di quelle tasche d'acqua di cui mi parlava Giovanni ieri sera.
Finita l'immersione ci avviamo verso il campo carichi come muli e lasciamo bombole e muta sulla morena in corrispondenza della deviazione per il G8, dove i sub,
domani, hanno intenzione di compiere un'immersione "esplorativa".
Di sera Roberto, Beppe e Tiziano vanno a scendere un mulino vicino al campo. Un pozzo di circa trenta metri che finisce su una pozza 1 per 1,5 m.
Le previsioni danno brutto tempo per sabato e domenica, causa il solito uragano.
Sabato 23. Una squadra va al G8 (Giovanni, Tiziano, Roberto, Peter e Pasquale), una al G17 (Beppe, Tullio, Paolo, Cagiu e io). I primi si trovano di fronte a un pozzo molto meno profondo del previsto: appena 30 metri, poi un lago. Segno che l'acqua è risalita di circa 45 metri in pochi giorni (ultima ricognizione, Piccini due settimane fa). Durante la notte è nevicato. La neve ha coibentato il ghiaccio e la temperatura è salita di molto.
Al G17 Cagiu continua l'esplorazione indossando muta stagna e ramponi. La grotta prosegue con un meandro largo un metro e alto più di una decina, percorso da un torrente profondo 40 cm. Un salto con cascata sbarra il passo all'esploratore una cinquantina di metri più avanti.
Uscendo, Tullio e Beppe fanno riprese con la telecamera digitale, Cagiu fotografa e io mi occupo della topografia. Disarmiamo il tutto e rientriamo insieme al campo.
Domenica 24. Durante una ricognizione sul ghiacciaio Giovanni, tempo fa, aveva trovato parte dell'attrezzatura di un alpinista degli anni sessanta. Comunicata la cosa al soccorso alpino svizzero (uno dei migliori del mondo), Giovanni ha dato la sua disponibilità per accompagnare alcuni volontari nel luogo del ritrovamento. L'operazione "recupero" è prevista per oggi e infatti, al mattino, arriva l'elicottero del soccorso, con a bordo, tra gli altri, Bruno Yelk, capo del soccorso svizzero. Il cielo è parzialmente nuvoloso, ma il tempo sembra stabile. La ricerca dà i suoi frutti, vengono rinvenuti uno zaino con viveri, ramponi, casco, binocoli e un frammento di un altro casco (probabilmente i dispersi sono due). Rientrati al campo, i volontari svizzeri ci raccontano che, dispersi nel ghiacciaio, ci sono ancora venti corpi da recuperare. Preparo un caffè per tutta la squadra. Quest'operazione, preceduta da un provvidenziale quanto celere allestimento di una sacca-elicottero contenente alcuni quintali di materiale, consentirà ai membri della spedizione di risparmiare una bella somma. Infatti i soccorritori, bevuto il caffè, salutano e partono con l'elicottero... e il carico.
Se può valere qualcosa, vorrei ringraziare il Soccorso Svizzero per la disponibilità dimostrata.
In mattinata Tullio e Roberto vanno al G8 a vedere com'è la situazione. Pare che
l'acqua sia nuovamente scesa. Trovano infatti il chiodo che avevano messo il giorno prima a segnalare il livello del lago, dieci metri sopra la superficie dell'acqua. Dieci metri in un giorno! Il fenomeno è anomalo.
Con Peter e Giovanni, nel pomeriggio, mi avvio verso il G6, il pozzo del primo giorno. Vogliamo sapere se e di quanto si è spostato il ghiacciaio in questi giorni. Misuriamo la flessione del filo metallico steso tra le due pareti della grotta e scopriamo che si sono avvicinate di un centimetro e mezzo. Disarmiamo e rileviamo. Al ritorno troviamo il campo vuoto. Ci sono solo Pasquale e Paolo che stanno ultimando le operazioni di sgombero. Vista la situazione (è tardi) decidiamo di rimanere qui a dormire anziché andare all'hotel dell'osservatorio, a un'ora e mezzo di cammino. L'elicottero, stante il brutto tempo, non potrà volare. Facciamo un falò e diamo fondo agli ultimi viveri.
Lunedì 25. Passiamo la mattina a smontare tende e ad accumulare materiali. Si sospetta che l'elicottero non potrà venire per via del tempo pessimo. Poi, imprevedibilmente, schiarisce, arriva l'elicottero, aggancia i materiali, parte, e si rifà brutto. Appena in tempo. Era l'unica finestra di bel tempo della giornata. Peter si sgroppa lo zaino di Tullio e, con i pochi carichi rimasti al campo, andiamo tutti all'hotel dell'osservatorio. La temperatura mite dell'hotel ci infonde una stanchezza bestiale. Dopo pranzo, facciamo ritorno ognuno alla propria casa.
Ndr- Le foto che illustrano l'articolo sono dell'Autore
Carta dell'Antartide
Antartica 2000
Giovanni Badino
Grazie alla collaborazione fra La Venta, l'Etsim di Madrid e l'Istituto di Geografia dell'Accademia delle Scienze russa è stato possibile realizzare la prima spedizione speleologica nelle terre antartiche.
L'appuntamento con gli altri era a Punta Arenas, il 18 gennaio, e in effetti siamo riusciti brillantemente ad arrivarvi in cinque con circa 700 kg di materiale. Lì un guasto al carrello dell'aereo che ci doveva dare il passaggio sino all'isola di King George, dinanzi alla penisola Antartica, ci ha obbligati ad una lunga attesa, riempita però dalla ricognizione sul ghiacciaio Tyndall, dalla decisione di dirottare su di esso l'imminente spedizione Viedma 2000, e dalla preparazione della logistica conseguente.
Finalmente siamo schiodati da Punte Arenas (vedi anche Grotte 123 per informazioni su queste località) e arrivati alle King George.
Si tratta di un'isola dotata di aeroporto e relativamente vicina in cui si sono concentrate gran parte delle basi antartiche fatte dagli stati che vogliono poter dichiarare di avere basi permanenti nel continente senza però spendere davvero tanto in logistica. Una zona in cui, insomma, l'atto di presenza prevale sulla ricerca, e che adesso sta divenendo l'Antartide "mostrabile" al ricchissimo turismo che desidera tornare a casa e poter dire agli amici: "sono stato laggiù". Vi arrivano difatti rade navi che sbarcano per qualche ora dei danarosi ansiosi di comprare gadget e fare foto ai numerosi pinguini.
Siamo stati un giorno ospiti della base russa e poi ci siamo spostati su un piccolo cingolato di trasporto truppe sul ghiacciaio. Il brutto tempo non ci permetteva di vedere nulla e così, ad un giorno di distanza dal nostro sbarco, a metà pomeriggio venivamo lasciati sul ghiacciaio, nella nebbia, su neve, in un posto che avrebbe potuto benissimo essere una pista alta del Sestriere con tempo cattivo. Il GPS garantiva che eravamo in Antartide. Boh.
Montiamo il campo a 62°08.724 S 58°50.600 W, 235 m slm, nel punto dove i glaciologi russi hanno rilevato con radar la presenza di acqua liquida a 50-80 metri sotto la superficie. La zona è completamente coperta di neve, non è cioè la solita zona di ablazione carsica ma di piena accumulazione, assolutamente priva di
scorrimenti d'acqua.
La sera il vento trascina via la nebbia e finalmente vediamo che ci troviamo sulla dorsale dell'isola, un'ampia cresta; davanti e dietro di noi il mare, dinanzi ad una grande baia a sud, con al centro un iceberg. Tutt'intorno ghiaccio, un ghiacciaio a calotta di oltre 1300 kmq che occupa quasi interamente l'isola. La vista è realmente impressionante.
Dedichiamo i primi giorni a ricognizioni verso il mare, in cerca di scorrimenti idrici. Gli spostamenti sono estremamente problematici per la presenza di vaste regioni di crepacci, sempre coperti di sottili cornici di neve, a volte evidenti, a volte assolutamente no. Un paio di disavventure di avvertimento (il ghiacciaio è estremamente gentile) ci convincono ad avanzare sondando continuamente la neve prima di appoggiarci i piedi; poi scopriremo che non è sufficiente, e finiremo per legarci in cordata con nodi di arresto, e tutto il resto.
Il ghiacciaio, nel suo insieme, perde massa entrando direttamente in mare, con immani crolli ("calving") e non sciogliendosi e creando fiumi. Solo a margine dei dreni principali si riescono a formare zone di dolce pendenza con brevi e minuscoli torrentelli. La temperatura del ghiaccio è poco sotto lo zero e la copertura nivale, inoltre, cessa solo a circa cento metri di quota e dunque per qualche giorno temiamo di non trovare affatto grotte. Ma siamo fortunati: una zona laterale (62°09.7 S, 58°51.3 W) ci fornisce quattro grotte a quote comprese fra i 15 e i 55 m slm.
In sintonia con la tradizione delle ricognizioni patagoniche, le battezziamo con nomi di vini la cui scelta suscita discussioni fra Piemonte e Veneto (Brunello AN1, Cabernet AN2, Barbera AN3).
Antarctica 2000 - Ghiacciaio Collins - situazione del carsismo
Il lato terrificante di queste grotte è che sono discretamente ampie e con un salto d'accesso di decine di metri ma, eccetto la prima, perfettamente nascosto da un velo di neve. Ci si può accorgere che in quell'ennesima macchia di neve sul ghiaccio c'è un pozzo mortale solo dal fatto che un rivolino d'acqua vi entra ma non ne esce. Sono trappole terrificanti.
L'ultimo giorno di campo è quello di chiusura delle esplorazioni nel settore ma è anche quello in cui si alza il vento dall'Antartide e spazza l'isola con una intensità e una costanza terrificanti: per oltre ventiquattro ore nelle basi sotto, più protette, non scende sotto i 120-140 km/h. Non fa freddo e, anzi, la luce è splendida. Operiamo con tranquillità ma col timore di come troveremo il campo.
Al ritorno, difatti, la luce del tramonto illumina un campo appiattito al suolo: due tende smontate e volteggianti, le altre due inutilizzabili. A conti fatti, il giorno dopo, scopriremo che abbiamo perso pochissimo, ma il timore di un rapido raffreddamento dopo il tramonto ci suggerisce di scavarci una buca in cui sopravvivere. La luce radente del sole si trasforma in notte, ma non cessa il vento, né il nostro febbrile lavoro: dopo un paio d'ore abbiamo una buca di due metri cubi, chiusa con il sovratelo di una tenda abbattuta e i bastoncini. Vi facciamo cena, mentre due spanne sopra di noi chilometri cubici di aria partiti al centro dell'Antartide si trasferiscono a Nord, a velocità spaventosa.
Ma poi il temuto raffreddamento non avviene, e passiamo una notte relativamente tranquilla. Il mattino il vento va scemando e noi facciamo l'ultima operazione in programma: discendere nei crepacci il più vicino possibile al campo in modo da vedere se troviamo acqua. Inutile, una vera e propria falda non pare esserci.
La sera torna il cingolato a prelevarci.
Nei giorni successivi andiamo via mare in un'altra zona laterale di scorrimento, definendo meglio le idee sul carsismo di questo strano posto, e facciamo amicizia con gli abitanti di tutte le basi, costruendo una bellissima esperienza umana. Poi un aereo uruguaiano ci porta a nord, a sorvolare Capo Horn e a osservare stupefatti una serena Sierra Darwin, mai così sgombra di nubi.
Due giorni dopo siamo con gli altri al Tyndall. Un'altra storia.
Relazione biospeleologica 1999
Achille Casale, Pier Mauro Giachino, Enrico Lana
Anche quest'anno relazione a tre nomi, divisa per aree geografiche. Inoltre, come per l'anno scorso, risulta evidente che l'ordine degli autori è puramente alfabetico: il terzo (E.L.) ha fatto la parte del leone!
Piemonte
Roncus sp. (Grotta dei Partigiani, Rossana) (foto E. Lana)
In Aprile E.L. ha iniziato a collaborare con il Gruppo Speleologico Alpi Marittime di Cuneo con una visita al Buco della Mena (1015 Pi/ CN). Qui ha trovato Isopodi (molto probabilmente Trichoniscus), alla base del secondo pozzo e poi un Diplopode specializzato, probabilmente un Crossosoma ed un Araneide, prob. Troglohyphantes sp. Ha inoltre osservato parecchie Dolichopoda e 4 pipistrelli (Rhinolophus ferrumequinum), poi ragni e diplopodi non specializzati. Alla base del secondo pozzo, a ca. -50 m, vi sono i resti di un mustelide, molto probabilmente un Tasso.
Durante l'anno E. ha fatto varie visite alla Grotta dei Partigiani (1024 Pi/CN), insieme ad Elena Gavetti ed agli operatori del Museo Regionale di Scienze Naturali, in vista della realizzazione di un documentario sulla fauna ipogea del Piemonte meridionale. Ha trovato, e fatto filmare, Dolichopoda ligustica, Parabathyscia dematteisi, Holoscotolemon cf. vignai, vari Troglohyphantes, Oxychilus draparnaudi e O. glaber, nonchè gli Pseudoscorpioni troglofili locali, citati in letteratura come Roncus sp., che sono comunque in studio da parte di specialisti. In Giugno, una fortunatissima visita alla sottostante grotta delle Fornaci (A.C., P.M.G., E.L.) ha consentito il ritrovamento, nelle zone profonde della grotta non danneggiate dalla cava, di 5 esemplari vivi del Carabide Trechino Doderotrechus casalei, che godono tuttora (Aprile 2000) di buona salute nel laboratorio di Bossea. È stata una graditissima sorpresa riscontrare la presenza di Doderotrechus, con Parabathyscia dematteisi (accanto a tracce recenti di frequentazione di Chirotteri), nelle stesse zone della grotta dove la prima specie fu scoperta da A.C. nel 1967, e la seconda da Beppe Dematteis molti anni prima:
questo, a dispetto di esplosioni e crolli succedutisi nel corso di decenni. Inoltre, ancora sul monte Pagliano, E.L. ha visitato il 16 Maggio il Buco delle Locuste (1060 Pi/ CN), situato a circa 50 m dall'ingresso dei Partigiani e ritrovato dopo molti anni: vi ha riscontrato la stessa fauna di quest'ultima grotta.
A metà Maggio E.L. ha fatto una visita ad una nuova cavità scoperta dai cuneesi nelle marne del Braidese, presso Cherasco, e denominata "La Valentina". Vi ha trovato, oltre ad una gran quantità di Araneidi troglofili, anche una nutrita popolazione di grilli (Petaloptila cfr. andreinii), Opilioni troglofili, alcuni esemplari di un Crostaceo Isopode (Buddelundiella sp.), ed un paio di Acari parassiti di pipistrelli (prob. Ixodes vespertilionis). Al fondo del cunicolo, lungo alcune decine di metri, si trova uno scheletro di un piccolo mustelide, probabilmente di una Faina. A fine Maggio ha visitato una grotticella ad andamento verticale che si trova sopra Pradleves, in Valle Grana, e vi ha raccolto numerosi nicchi di Oxychilus glaber, un esemplare del Carabide Actenipus ginellae, parecchi Sphodropsis ghilianii, diplopodi specializzati, Crossosoma sp., svariati ragni troglofili ed un Carabide Anillino; inoltre ha notato una consistente popolazione di Dolichopoda.
Ad inizio Giugno ha visitato in bassa valle Grana, presso Valgrana, la Grotta dello Scoiattolo: è una grotticella con una dannata strettoia iniziale, nella quale la fauna troglofila è costituita da alcuni Araneidi, Gasteropodi (Oxychilus cf. draparnaudi), Dolichopoda, ed un notevole numero di resti recenti di Callipus foetidissimus, diplopode troglofilo, sui quali pullulavano piccoli Cholevidae (Bathysciola cf. pumilio).
A metà Giugno ancora E.L., insieme a Mike Chesta del gruppo di Cuneo, con il quale condivide la passione per le grotte di piccole dimensioni, così importanti dal punto di vista biospeleologico, è andato a cercare il Buco del Drai (1017 Pi/CN), sopra Sampeyre. È stato trovato: si tratta di una grotta alquanto fredda posta a ca. 2000 m di quota, nella quale sono stati raccolti Araneidi specializzati (Troglohyphantes sp.) ed una serie di altri ragni troglofili. Nello stesso periodo A.C. e E.L., con l'indispensabile guida di Giuliano Villa, hanno visitato la piccola Grotta della Ciumera, in bassa Val Chisone: nessun reperto.
Ischyropsalis cfr. carli (Grotta di Candoglia) (foto E. Lana)
All'inizio di Luglio, visita alla Tana dell'Orso (1019 Pi/CN) sullo spartiacque fra valle Maira e Valle Varaita, presso il colle di Elva. Si tratta di una grotticina decametrica che si apre negli scisti: raccolti un Crossosoma vivo, Sphodropsis ghilianii, Araneidi specializzati (Troglohyphantes sp.) e troglofili, alcuni esemplari di un dittero attero, prob. Chionea sp., alcuni Acari ed un individuo molto giovane di Opilione troglofilo (Ischyropsalis sp.). A fine Luglio, durante una battuta in valle Maira, Mike ed E.L. hanno trovato una grotta nuova nel Vallone di Celle e l'hanno chiamata "Barma di
Grange Torre"; qui hanno raccolto parecchi Oxychilus sp. e notato una nutrita popolazione di ragni troglofili (Meta menardi).
All'inizio di Settembre, gli stessi hanno ritrovato il Buco della Lausiera (1035 Pi/CN) in alta valle Maira, una grotticella molto fredda, dove sono stati notati ragni specializzati (Troglohyphantes sp.), Opilioni molto giovani, sicuramente Ischyropsalis sp., e presenza di Lepidotteri troglofili Triphosa sabaudiata e Scoliopteryx libatrix, Tisanuri (Machilis sp.), e Araneidi (Meta). A meno di 50 m da questa grotta, hanno trovato una cavità non segnalata, che hanno denominato Lausiera 2 nella quale, oltre alle farfalle ed ai ragni troglofili del vicino Buco della Lausiera, è stata notata la presenza di una nutrita popolazione di Dolichopoda sp.: un ritrovamento molto interessante, data la quota elevata della grotta, a ca. 1810 m. Le grotte storiche di Saretto nei travertini, presso le sorgenti basse della Maira, hanno rivelato essenzialmente una popolazione di Ragni e farfalle troglofili, Meta sp. e Triphosa sp., e l'assenza delle cavallette troglofile (Dolichopoda) che invece si trovano 200 m più in quota.
A metà Settembre è stata la volta della Grotta Balmoura (1069 Pi/CN) nel vallone di Marmora, collaterale all'alta valle Maira. Un primo esame non ha rivelato ragni specializzati o troglofili, ma l'attenzione è stata attirata da un paio di ritrovamenti assai interessanti: un Diplopode specializzato, prob. Crossosoma sp., e finalmente un adulto di Ischyropsalis sp. che ha definitivamente confermato la presenza di una specie di questi Opilioni predatori in valle Maira, dopo i ritrovamenti di giovani alla Tana dell'Orso ed al Buco della Lausiera.
In Ottobre-Novembre si sono fatte battute sotto la Cima Labiaia Mirauda, dove sono stati rilevati 7 nuovi buchi sopra le Grotte delle Camoscere, denominati "Grotte dei Guardiaparco", che ne avevano segnalato la presenza. E.L. si è calato in uno dei più profondi ed ha raccolto ragni troglofili ed un Diplopode Glomeridae (Glomeris sp.), e notato Dolichopoda sp.
Una visita a Rio Martino, all'inizio di Dicembre, non ha permesso di trovare altri esemplari della specie nuova di Niphargus di cui E.L. aveva raccolto un esemplare 3 anni or sono; in compenso, sono stati trovati un Gordio ed una Planaria a circa 200 m dall'ingresso. Inoltre, in questa visita (avvenuta il 7 dicembre), E.L. ha contato ben 16 esemplari di Chirotteri della specie Barbastellus barbastella, e 5 Myotis.
Niphargus cfr. stygius (Tana di Morbello) (foto E. Lana)
A fine Dicembre, poco prima di Natale, E.L. è stato con i Cuneesi alla Grotta di Rio dei Corvi, bellissima cavità presso Lisio, costituita da una serie di pozzi e meandri umidi, fra cui una dannatissima strettoia in salita che ha fatto penare non poco. Ha raccolto Diplopodi specializzati, Plectogona sp., Sphodropsis ghilianii e crostacei acquatici, un Isopode che Fabio Stoch di Trieste ha determinato come Proasellus franciscoloi, ed un Anfipode che risulta essere una specie probabilmente inedita
(Niphargus sp. gruppo debilis), i cui più vicini rappresentanti si ritrovano in Liguria nel Savonese.
Parabathyscia dematteisi (Grotta di Rossana) (foto E. Lana)
Sardegna
Nella sua isola di elezione, A.C. non riesce a fare quasi più nulla per troppi impegni cosiddetti accademici. In un paio di (piovosissime) escursioni con Giuseppe Grafitti, è riuscito tuttavia a visitare due grotte di difficile accesso presso Cossoine, nel Sassarese (Grotte di Iscala Accas). Vi è presente, nei mesi freddi, una ricchissima associazione parietale di Lepidotteri troglofili (Nymphalis polychloros, Apopestes spectrum), nonché Ditteri e Imenotteri Icneumonidi, tutti incuranti delle abbondanti tele di ragni troglofili (Meta); mediante esche al formaggio, abbiamo inoltre riscontrato la presenza di ben tre specie di Coleotteri Cholevidae non specializzate, identificate da P.M. come Catopomorphus orientalis, Anemadus acicularis e Choleva doderoi. Il reperto di un esemplare anomalo, avvenuto anni fa da parte di Mauro Mucedda, aveva fatto pensare alla presenza in quest'area di una specie inedita di Choleva: ora, l'esame di abbondante materiale ha consentito l'attribuzione a C. doderoi, specie ampiamente diffusa nelle cavità dell'isola.
Grecia
Nel giugno 1999 P.M., in compagnia di Dante Vailati di Brescia, ha partecipato all'ottava campagna di ricerche in Grecia patrocinata dal Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino. Sono stati indagati, mediante la tecnica delle trappole di profondità, gli Ambienti Sotterranei Superficiali di numerosi massicci montuosi del Peloponneso (Menalon, Taigetos e Parnon), dell'Eubea (Dirfis e Mavrovouni) e della Grecia continentale (Giona, Iti, Oxiá, Timfristos, Panetolikó, Pteri, Karava, Avgo e Athamanon). Le grotte indagate sono state la Drakotripa sull'Oros Menalon, nella quale sono state anche realizzate fotografie d'interno, e la grotta di Varvara sul Taigetos, raggiunta e trovata dopo una "discreta" camminata (seguendo le indicazioni di A.C., vecchie di vent'anni), salvo poi scoprire che la nuova strada sterrata che porta al rifugio alpino passa a meno di 100 metri dall'ingresso!
Anche in questa missione sono state effettuate interessanti scoperte di fauna specializzata, con il reperimento di una dozzina di specie nuove per la scienza di Coleotteri Carabidi dei generi Duvalius, Speluncarius e Caecoparvus e di Coleotteri Colevidi della sottofamiglia Leptodirinae, tutte ancora in studio.
Croazia
Dal 19 al 26 Settembre, partenza alla grande (A.C. & family cane incluso, P.M.G. e E.L.) per la costa croata, alla volta di Makarska, per il XIV Simposio Internazionale di Biospeleologia. Durante l'andata, breve sosta per una visita alla bella e grande grotta Lokvarska Jama, moderatamente turistica (abbiamo avuto una guida tutta per noi), che si apre nelle foreste presso Lokve. La cavità si presenta ad andamento discendente o francamente verticale, con pozzi attrezzati e grandi sale, ad è attualmente in corso di esplorazione da parte di gruppi croati (per inciso, alcuni reperti interessantissimi, realizzati dai biospeleologi di Zagreb nelle zone profonde non aperte al pubblico, erano da tempo in studio presso A.C. e P.M.G.). La fauna specializzata, per nulla danneggiata dal moderato impatto delle attrezzature turistiche, ma anzi favorita dall'accumulo di vecchio legname marcescente, comprende Carabidi e Colevidi troglobi specializzati (Typhlotrechus bilimeki e Parapropus sericeus, rispettivamente), ragni (Stalita), Isopodi, e altre amenità che si possono incontrare solo nel carso dinarico ricchissimo di fauna. Sempre all'andata, visita serale e cena presso Guido Nonveiller, ultraottantenne attivissimo biospeleologo e già presidente della Società Entomologica Jugoslava.
Il congresso e la permanenza a Makarska, grazie all'organizzazione degli amici croati e alla partecipazione di numerosi convenuti dall'Italia, da mezza Europa, dal Marocco e dal Brasile, sono stati piacevolissimi, con relazioni interessanti diurne, e cene e danze notturne. Abbiamo anche visitato, con amici locali e romani, alcune cavità alle pendici e verso la sommità del Biokovo, imponente massiccio carsico che domina Makarska, alla ricerca di Ortotteri troglofili (Troglophylus e Dolichopoda) da portare vivi in laboratorio. Più in linea con il Congresso, P.M.G. e E.L. hanno presentato un'anteprima del documentario sulla fauna delle grotte del Piemonte, molto apprezzata, e A.C., con G. Grafitti, I. Manca e G. Delitala, un poster sulla fauna cavernicola della Sardegna, che è stato premiato, come miglior poster, con una targa e... un'eccellente bottiglia di grappa.
Canavesiella lanai (Grotta "La Custreta") (foto E. Lana)
Sulla via del ritorno, sosta in Slovenia, presso il confine italiano, per un'amena visita alla Grotta Polina Pec, nelle foreste presso Obrov, con gli amici Giorgio Colombetta e Fulvio Gasparo, attivissimi biospeleologi triestini. Scopo dichiarato, e, speravamo, assicurato, per noi del Nord-Ovest, era ammirare vivo e nel suo ambiente naturale, in una grotta del Carso, l'ultraspecializzato Coleottero troglobio Leptodirus hohenwartii, primo leggendario (Proteo a parte) organismo cavernicolo ufficialmente descritto nella letteratura biospeleologica. Ma poiché, com'è noto, gli animali ipogei si mostrano agli umani solo quando lo decidono loro, ci siamo dovuti accontentare, malgrado sforzi intensi e prolungati, di alcuni resti mortali del suddetto e sullodato animale. Non sono mancati tuttavia stupendi Pseudoscorpioni, Coleotteri (Typhlotrechus bilimeki, Antisphodrus cavicola), Diplopodi, Araneidi e altri organismi esclusivi di quelle parti: così, come tante altre volte, abbiamo lasciato gli amici triestini con la fatidica frase: "alla prossima!".
Australia e Nuova Zelanda
Dal 19 novembre al 22 dicembre 1999 P.M.G., in compagnia di Mauro Daccordi, ha partecipato alla quinta campagna di ricerca in Australia e Nuova Zelanda, cofinanziata dall'Accademia Nazionale dei Lincei di Roma e dal Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino.
Le ricerce sono state concentrate in Tasmania dove, per la prima volta, si è utilizzata la tecnica delle trappole di profondità poste in Ambiente Sotterraneo Superficiale, trappole che saranno rilevate nel corso di una futura missione prevista per la fine del 2000. In particolare, sono stati indagati con questa tecnica ambienti di media altitudine presso Dove Lake nel Cradle Mountain National Park. Successivamente, spostatici a Franklin, presso Hobart, il caso ci ha fatto incontrare un connazionale, al quale non era ignota l'esistenza del GSP: Jonny di Feltre, compagno di avventure e bisbocce di Andrea Gobetti! In sua compagnia abbiamo potuto visitare la Mistery Cave, grande grotta attiva all'estremo sud della Tasmania. Fantastico, in questa grotta, lo spettacolo di migliaia di Aracnocampa, un dittero predatore le cui larve luminose pendono dalle pareti appese ad esili fili di seta.
In Nuova Zelanda è stata indagata l'Isola del Nord, dove però non sono stati trovati ambienti adatti per la posa delle trappole di profondità. Oltre ad ambienti endogei di alta quota sui vulcani Ruapehu e Taranaki, è stata indagata una piccola grotta tettonica presso il lago Waikaremoana nell'Urewera National Park, dove sono stati raccolti alcuni esemplari di Ortotteri troglofili (noti localmente come "Weta").
Altre attività
All'attività biospeleogica sopra descritta, vanno affiancate almeno una ventina di visite a svariate grotte, insieme al personale del Museo Regionale di Scienze Naturali, per la realizzazione del documentario sulla fauna delle grotte del Piemonte meridionale; visite durante le quali i soggetti che sono stati filmati hanno regalato a volte delle performance notevoli, come la predazione fra due Pseudoscorpioni alla grotta dei Partigiani, e la predazione di un Ischyropsalis nei confronti di un diplopode a Rio Martino. Inoltre, durante una visita al Caudano per il documentario, E.L. ha raccolto due interessanti esemplari di Buddelundiella sp., genere di Crostacei Isopodi non ancora segnalato per questa cavità.
A.C.e P.M.G. hanno descritto alcune specie e generi nuovi rispettivamente di Coleotteri Carabidi e Colevidi, su riviste specialistiche. È finalmente uscito, dopo tanta attesa, il Tomo Il (tomo è la parola giusta!) dell'Encyclopaedia Biospeologica
(Société de Biospéologie, Moulis-Bucarest), nel quale A.C. e P.M.G. figurano come co-autori di tre diversi capitoli.
Inoltre, nella seconda metà del 1999, E.L. ha lavorato alacremente alla realizzazione del suo sito web intitolato "Biospeleologia del Piemonte - Atlante Fotografico Sistematico", che ha messo insieme da solo, studiando anche un po' di programmazione, e che ha pubblicato (senza farlo apposta!), proprio il 1° gennaio 2000. L'indirizzo è: http://digilander.iol.it/enrlana.
Le foto che illustrano l'articolo sono di E. Lana e rappresentano rispettivamente:
pag. 38 Roncus sp. (Grotta dei Partigiani, Rossana)
pag. 40 Niphargus cfr. stygius (Tana di Morbello)
pag. 39 Ischyropsalis cfr. carli (Grotta di Candoglia)
pag. 41 Parabathyscia dematteisi (Grotta di Rossana)
pag. 42 Canavesiella lanai (Grotta "La Custreta")
Lo scorrimento superficiale sul ghiacciaio del Gorner (foto G. Badino)
Simposio speleologia glaciale e speleologia
esplorativa
Giovanni Badino
La speleologia piemontese non ha mai organizzato incontri speleologici internazionali: quello di Italia '61, quello CNSA di Cuneo nel '73, Margua '94 e l'ottimo Chiusa '98 sono stati incontri di taglio o nazionale o "locale", tesi a sfruttare la posizione di confine della regione. È difficile definire "internazionale" un incontro a causa della presenza degli amici nizzardi...
La tradizione si è rotta col 5th International Symposium on Glacier Caves and Cryokarst in Polar and High Mountain Regions, organizzato, per conto dell'Union Internationale de Spéléologie, dallo scrivente e da Luca Mercalli della Società Meteorologica Subalpina.
I precedenti incontri si erano tenuti in Spagna, in Polonia, in Francia e in Austria. Era ora che venissero in Italia, visto che la speleologia italiana sta dedicandosi con una intensità relativamente grande a questo tipo di ricerche, con cinque o sei gruppi attivi e di ottimo livello. Meno soddisfacente è il livello delle pubblicazioni sull'argomento, ancora inferiori all'impegno profuso, ma questa è una colpa frequente in ogni branca della speleologia...
Si noti, per inciso, che si opera nella quasi assoluta indifferenza della glaciologia tradizionale italiana (non, invece, in quella di glaciologie maggiori come la svizzera, la norvegese e la russa): il Comitato Glaciologico ha dato il suo patrocinio, ma al suo incontro annuale le relazioni su queste attività non hanno suscitato nessun interesse. Credo che, però, questo sia soprattutto colpa nostra, che per anni abbiamo puntato più a creare immagini spettacolari che risultati coerenti.
Il senso dell'operazione Simposio è stato proprio quello di cercare di invertire questa tendenza, tanto più ora che il mercato delle immagini della speleologia glaciale è praticamente saturo, e il piacere della pura discesa nel mulino glaciale ha perso il primo pelo. Il quadro complessivo del fenomeno, infatti, si è ormai delineato e ora stiamo definendone varianti e condizioni particolari, puntando pure a chiarirne gli eventuali impatti ambientali, potenzialmente enormi. Sul numero di agosto '99 de Le Scienze è proprio apparso un articolo di rassegna su queste ricerche.
Essendo, ovviamente, operazione di nicchia, come tutte quelle speleologiche, abbiamo puntato ad un matrimonio con appassionati del settore, in modo che il nostro incontro fosse l'occasione per la diffusione di una migliore conoscenza del "fenomeno ghiacciaio", cercando di superare la descrizione dell'andirivieni delle va-
rie fronti: questo, oltre ad essere didattico, avrebbe avuto anche il vantaggio di aumentare il pubblico presente e di crearci una credibilità maggiore.
Appoggiato dalla Regione Valle d'Aosta, dal Comune ospitante e dalle ditte Napapijri e Ferrino, l'incontro ha avuto luogo a Courmayeur dal 14 al 18 di aprile, ed ha visto la partecipazione di 25 ricercatori del settore specifico (da Polonia, Canada, Spagna, Norvegia, ovviamente Francia e Svizzera, e per l'Italia da Toscana, Valle d'Aosta, Lombardia, Veneto, Lazio) e una cinquantina di soci della SMS.
Il primo giorno, più specifico, è stato dedicato allo stato delle ricerche sulle Alpi, alle Svalbard, in Groenlandia, in Patagonia e in Antartide. Il sabato è stato dedicato invece a sessioni "pubbliche", in cui ci sono state relazioni su cose esotiche, come il lago sotto la base antartica Vostok, sul ruolo della speleologia glaciale, su fenomeni di rischio connessi con la presenza di tasche d'acqua nei ghiacciai, sullo stato e le cause della generale retrocessione attuale, su problemi specifici dei ghiacciai in Piemonte e Valle d'Aosta. Altre relazioni sono state prevalentemente di immagini, dedicate alle più spettacolari ricerche di questo tipo.
Si è concluso l'indomani con la riunione della commissione UIS dedicata a questo argomento.
I partecipanti erano soddisfatti e io pure, stremato ma contento. La delusione mia personale è stata quella della presenza della speleologia piemontese, che si è detta spesso interessata all'argomento: i partecipanti sono stati zero, benché non vi fossero né corsi di speleologia, né quel gran bel tempo che spingesse al Marguareis. In questo bollettino si potrà, anzi, leggere nella lista uscite a che cosa si è data la preferenza (leggitelo, 15 e 16 aprile).
Sta di fatto che pare che l'articolazione conoscitiva dell'attività speleologica e gli incontri che non siano finalizzati a fare casino con gli amici, non paiono essere vissuti come una cosa rilevante.
La speleologia escursionistica sta boccheggiando, e forse morirà. Pazienza.
Mi pare che ne siano morte alcune delle motivazioni quali la grande impresa, la ripetizione del record di profondità, il fare la cosa originale. E quelle sane e serene, passarsi una bella domenica facendo una "sgrottata", come la chiamano con bellissimo termine gli speleo brasiliani, hanno perso mordente in confronto ad altre attività: le grotte sono molto disagevoli, terribilmente ripetitive, richiedono disciplina, e non reggono il confronto con ambienti più spettacolari e ludici, come le forre.
Ma se la speleologia escursionistica pare destinata a serena morte per mancanza di stimoli i suoi adepti, in moltissimi gruppi, sia in Francia che in Italia, stanno tentando di trascinare con sé, con la propria demotivazione, pure la speleologia di ricerca, quella esplorativa e culturale, che di per sé da questo trend non avrebbe nulla da temere, anzi... Credo occorra orientare gli sforzi a liberare quest'ultima dall'abbraccio della prima per aiutarla a non farsi trascinare a fondo. Non credo che sarà difficile perché gli "utenti" delle due sono diversi anche se vestono le stesse attrezzature: ma vedrete che ci sarà agitazione, in futuro.
Un paio d'anni fa ho scritto un articolo per questo bollettino, tanto sgradito che non è stato sinora pubblicato (pare che da qualche tempo stia scrivendo cose che non bisognerebbe). Si chiudeva con: "bisogna svegliarsi di più e, a costo di perdere qualcuno per strada, puntare a sviluppare conoscenze individuali, qualità di documentazione e attività di rango nazionale. Su qualche numero fa (Grotte 123), commemorando Antonio Serra, avevo scritto degli speleologi come esploratori: "è vero, ma non è vero per tutti quelli che si dicono speleologi. Esploratori bisogna esserlo. Dirsi l'un con l'altro che lo si è, non basta."
Mi pare ancora attualissimo e dunque mi limito a trascriverlo nuovamente.
Recensioni
MARGUAREIS PER VIAGGIATORI Guida ai fenomeni carsici delle Alpi Liguri
a cura dell'Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi, 175 pag. illustratissime con fotocolor e cartine colori. Blu Edizioni, Peveragno, Cuneo. Lire 26000.
Nel lontano numero 126 di grotte (Gennaio-Aprile 1998), nelle Recensioni U. Lovera aveva presentato questa guida, già in possesso dell'editore, che si era cercato di fare uscire per Chiusa '98. L'iter editoriale ha poi preso pieghe che vi risparmiamo e si è trascinato straccamente sino all'aprile del 2000.
Ora che è uscito siamo piacevolmente colpiti da questa guida, che, a partire dal formato, si rivela indovinata. Non è peraltro semplice dare un giudizio su di una pubblicazione curata da noi stessi, perciò tratterò queste poche righe come descrizione, piuttosto che come recensione.
La guida fa parte di una collana redatta dalla Blu edizioni (Collana natura e ambiente); in essa vengono descritti una serie di itinerari, semplici ed accessibili ad ogni escursionista un minimo allenato; nel complesso coprono una buona parte dell'area denominata Alpi Liguri, in particolare descrivendo sentieri e cammini che si sviluppano alle quote più alte, toccando luoghi caratteristici, rifugi, bivacchi e capanne scientifiche. Il lettore viene costantemente informato a riguardo delle grotte che incontra sul cammino, e spesso a riguardo di eventi storici riguardanti i luoghi in cui si giunge, eventi di cui è ricca la zona, data la sua posizione di confine. Tutto sottolineato da numerosissime fotografie, e da una accurata cartografia all'1:50000.
In apertura, una buona quarantina di pagine sono dedicate alle descrizioni più scientifiche, dalla flora alla geologia, dall'idrogeologia alla fauna.
In appendice si leggono una serie di informazioni curiose ed utili, riguardanti le grotte dell'area Marguareis-Mongioie, i materiali per la speleologia, rifugi, indirizzi, organizzazione del soccorso speleologico, ed altri argomenti ancora, nonché un efficace glossario per la comprensione di alcuni termini specialistici.
Compratelooo!!!
A. Cotti
Situazione magazzino bollettini (Grotte)