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Le voci del Minotauro. Vent'anni dopo PDF Stampa E-mail
Scritto da Ube Lovera   

Alla fine è andata bene. I numeri? 250 persone tra cui una trentina di clandestini, tutti identificati, più i bambini. Il tempo? Uno schifo.

Dall’inizio. Il 9 dicembre 1990 nel piano della Chiusetta due valanghe travolsero nove amici reduci da una delle rarissime punte ligur–piemontesi a Labassa. Tre i superstiti. Passammo la prima settimana con addosso la maschera dei soccorritori ad attendere prima tregue meteorologiche, poi il ritrovamento e il recupero dei corpi. Il ritorno a Torino ci colse senza più maschere e senza prospettive. Dalla madre di Armando giunse un primo biblico suggerimento: - Andate e rovinatevi - disse consegnandoci dei soldi. Eseguimmo scrupolosamente. Il secondo aiuto giunse da mezza Italia e mezza Francia: gli speleologi accorsero in massa, ne ricordo tantissimi, e presero a coccolarci, che nello specifico significa che si unirono a noi in un’apoteosi di vino e disperazione. Fu un massacro. Ricordo di aver pensato che nonostante tutto la speleologia meritasse di essere vissuta in ogni sua parte.

Il dicembre 2000 venne totalmente ignorato. Troppo presto, il colpo non era ancora assorbito. Nell’autunno 2010 iniziarono a girare voci e suggerimenti sulla necessità di ricordare e di “fare qualcosa”. “Ricordare” è un verbo strano tra gente che, da vent’anni, a quell’incidente pensa praticamente tutti i giorni. “Fare qualcosa” è un invito che raccogliemmo cercando di superare il “qualcosa” e passare al “cosa”. Birci, tra i promotori di quello che per un po’ si chiamerà asetticamente “evento Chiusetta” non ha avuto la pazienza di aspettare. Continuiamo a perdere forze ma non dimenticheremo neppure lui.

 

La ricerca di aiuti ci fa scoprire di essere l’unica struttura vagamente organizzata in grado di gestire l’evento. Se così fosse sarebbe un’altra cosa per la quale rattristarsi.

Quando? Rispettare la data significherebbe ridurre il tutto a una cena a Torino o Ormea. Privilegiamo il luogo, la Chiusetta, con tutto il carico di significati che questa scelta comporta. Metà giugno, luna piena, è il momento prescelto: in seguito perplessità sulla quantità di neve rimasta sulla strada faranno scivolare la data in avanti di un paio di settimane, peggio per la luna. Le discussioni sul nome da dare all’evento durano esattamente un mese, quelle sul logo anche. Non sarà una festa perché non può esserlo: sicuramente sarà laica e speleologica. Imprescindibile dovrà essere la partecipazione di Imperia, anche per sfatare il mito che ci ha sempre voluto l'un contro l'altro armati. Si comincia bene, poi visto che le incomprensioni fanno parte di DNA sia di Torino che di Imperia si crea qualche malinteso che il buon senso e qualche telefonata contribuiscono a superare. Sarà un’occasione per rivedere gli amici, gli stessi che ci hanno aiutato vent’anni fa, ma sarà anche l’opportunità per altri di conoscere le persone che hanno contribuito a una speleologia dirompente. Sarà la narrazione della speleologia, ligure e piemontese, che a partire dall’inizio degli anni ’80 ha prodotto decine di esplorazioni: raccontando quella speleologia ricorderemo i nove che di quelle esplorazioni erano parte integrante. Sarà un esercizio di equilibrismo tra la retorica della commemorazione e il cinismo nel quale spesso ci rotoliamo. Sarà bellissimo e triste. Sarà un’occasione per far conoscere il Marguareis e le sue grotte a chi ancora non li frequenta.

Com’è andata? Circa come l’avevamo pensata. Il maltempo ha frustrato le escursioni esterne e bagnato chi cercava di raggiungere gli ingressi delle grotte. Il film montato da Andrea e Tommy è la cosa più dura che mi sia toccato di vedere ma credo fosse bello, la chiacchierata di Andrea e Muddu è stata calda, dolce, triste e partecipata, irrinunciabile l’intervento di Corrado. Asia e le gemelline di Marilia in segreteria sono state terrificanti. I New Crolls sono stati i New Crolls.

 

Sono mancati molti amici, alcuni per ottimi motivi, la manifestazione No Tav ne è un esempio, altri per motivi loro, altri semplicemente perché sono passati vent’anni. I nove c’erano. In ultimo la certezza che non diventerà una tradizione, che non ci sarà un trentennale perché tanto ce ne ricorderemo lo stesso.